Lo Stato si è fermato a Napoli
Enrico Fierro

Chiaiano è la linea del Piave della credibilità dello Stato. Così, per giorni, politici di governo e autorevoli commentatori. Uno Stato non in grado di controllare il territorio è uno Stato debole, ha scritto ieri Panebianco sul Corriere della Sera. Articoli e corrispondenze da Napoli ci hanno raccontato di una camorra scatenata interessata a trasformare la città di Napoli in una banlieu. La camorra è dietro le barricate di Chiaiano, abbiamo letto anche da parte di chi a Ponticelli (cacciata dei Rom con saccheggio e incendio della loro baraccopoli) i bravi ragazzi della camorra non li ha visti o non li ha voluti vedere. Intendiamoci, la camorra a Napoli sta dietro e dentro ogni manifestazione di massa, dal tifo allo stadio alle proteste dei disoccupati, c’era a Pianura, c’è stata a Chiaiano. Ma leggere ogni protesta sociale come egemonizzata dai mammasantissima, etichettare come camorristi tutto e tutti (anche i vecchi, le donne, i bambini che chiedono un ambiente pulito) se da un lato serve a giustificare il “pugno di ferro”, dall’altro non ci consente di vedere che dietro i tanti, spesso irrazionali, no ad ogni ipotesi di soluzione della tremenda crisi dei rifiuti, c’è una sfiducia nei confronti dello Stato.

Le ragioni di questa sfiducia sono scritte nelle centinaia di pagine dell’inchiesta dei giudici della procura napoletana. Quando i pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo parlano di una «colossale opera di inquinamento del territorio» portata avanti da quei vertici del Commissariato straordinario deputato a risolvere l’emergenza rifiuti, sbattono in faccia all’Italia intera una realtà tragica: il fallimento del ciclo dei rifiuti in Campania. Quattordici anni di commissariato e miliardi buttati al vento che sono stati essi stessi causa di aggravamento del male. Quando il gip che ha firmato gli arresti di ieri parla di «un gioco di squadra sincrono» tra funzionari pubblici, manager e responsabili della Fibe-Impregilo (il colosso internazionale diventato padrone assoluto dei destini ambientali della Campania), ci mette di fronte a una realtà maleodorante. Fatta di complicità, di immonde clientele, di controllori che facevano l’interesse dei controllati. Un fallimento, il vero fallimento dello Stato. Un ciclo nato morto dall’inizio, con impianti destinati a trasformare i rifiuti in energia che hanno prodotto un immane disastro ambientale: 6 milioni di ecoballe. Quelle che gli arrestati di ieri “rompevano” e buttavano in discarica. Erano zeppe di materiali inquinanti, di percolato che spandeva veleni, bastava cambiare i codici e quella robaccia la si poteva addirittura rifilare, a caro prezzo, ai tedeschi.

Anche questa inchiesta, come la precedente che ha portato al rinvio a giudizio di Bassolino e dei vertici Impregilo, mostra uno squallore immenso. Ora ci vuole pazienza e una buona dose di umiltà. Bisognerà ricostruire brandello per brandello l’immagine di uno Stato che agisce con la forza della sua unità e la chiarezza dei suoi intenti e non col manganello. Sarà difficile dopo che i napoletani avranno letto alcune delle intercettazioni, soprattutto quella nella quale l’attuale sottosegretario Bertolaso parla con una sua collaboratrice di una discarica e della sua volontà di «sputtanare i tecnici dell’Ambiente». Era l’epoca del governo Prodi e il dottor Bertolaso, Capo della Protezione civile, era in rotta di collisione col ministro dell’Ambiente Pecoraro-Scanio. L’uno e l’altro parlavano di emergenza, ma si combattevano senza esclusione di colpi, tutto sulla pelle dei napoletani. Tutti volevano “sputtanare” tutti. Risultato finale: a Napoli si è sputtanato lo Stato

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