Il Guru non muore mai
Molti anni fa, durante un'afosa stagione delle piogge, mi trovavo alla corte di un Avadhut. Questi era un personaggio alquanto singolare che sfuggiva ad ogni possibile classificazione ed era in odore di santità. Scoraggiava ogni possibile aspirante con risposte a dir poco destabilizzanti. A quanti chiedevano l’iniziazione spesso replicava che prima dovevano bere la loro urina, richiesta che poteva risultare a qualcuno rivoltante. Ad altri diceva che se volevano il Guru-Mantra sarebbero dovuti andare a leccare il pene di un asino. A fronte di simili pretese la maggior parte degli aspiranti desisteva.
In quell'ashram arrivavano pandit, studiosi, monaci, viaggiatori colti, cercatori, sadhu, famiglie e curiosi. Molto raramente occidentali o fricchettoni. Il suo centro non era strutturato sul modello del Collegio per tantrici con diploma finale e non si aveva diritto all’iniziazione, neppure dichiarandosi disponibili a pagare qualsiasi cifra. L’iniziazione si poteva solo conquistare, non comprare; si veniva accettati dopo qualche test ma la maggior parte dei richiedenti era, sovente, respinta.
Quell’estate ero l’unico straniero in quell’ashram. Un giorno, seguendo la scia della fama del Maestro, si presentò un sadhu europeo. Era svizzero, ex-medico, poco oltre la quarantina. Aveva i capelli castano scuro arruffati, una lunga barba ed era coperto da un longhi (pareo) nero alla vita. Era magro e parlava un hindi fluente. Disse di chiamarsi Parasnath (Paras=Pietra filosofale) e di venire da Kathmandu. Il Maestro gli permise di restare e lo fece alloggiare nella camera dove ero anch’io, in realtà una stanza adibita a deposito per il materiale della scuola dell’ashram, senza ventilatore. Io ero molto più giovane ed ero incuriosito da questo visitatore che sembrava incarnare le mie più infantili ed ingenue aspirazioni. Mi confidò di aver ottenuto la diksha (iniziazione) Nath a Kathmandu e mi mostrò una catena che portava ai fianchi come mortificazione.
Nelle ore in cui il Maestro si sedeva sotto la veranda a ricevere la gente, lui si avvicinava e si accomodava discretamente. Possedeva un grande controllo sul corpo e poteva sedere per molte ore senza disagio. Aveva un sorriso luminoso, con un leggero velo di tristezza.
L’Avadhut, come il Grande Pescatore, gettò la rete. La sua pesca sarebbe stata fruttuosa?
Cominciò ad interrogarlo e lo svizzero spiegò che era in India da diversi anni, che aveva vissuto in un ashram alle pendici dell’Himalaya col suo Maestro. Venni a saper che questo Maestro aveva anche un discreto seguito di italiani ma pare fosse poco noto in India. Qualcuno diceva che forse si trattava di uno yogi nepalese che aveva occupato una grotta dove era vissuto un Mahatma. I locali, notandolo, lo nominarono avatar di quel santo, cosa che lui non si preoccupò di smentire. Venne tessuta per lui una nascita celeste, una apparizione miracolosa e acclamato divinità incarnata.
Parasnath, che in realtà aveva prima un altro nome indiano dato dal suo Guru, disse che era diventato uno degli uomini trainanti dell’ashram e lavorò molto in quegli anni. Quel Maestro prese il samadhi in giovane età e prima di lasciare il corpo designò lo svizzero come successore nella conduzione dell’ashram. Questo scatenò la gelosia dei locali che denunciarono l’europeo il cui visto era scaduto da lungo tempo. Parasnath dovette fuggire e visse come clandestino, nei panni di un sadhu, dopo aver gettato il suo passaporto nel Gange. Arrivato a Kathmandhu ottenne l’iniziazione Nath e dopo aver appreso dell’Avadhut, era venuto per incontrarlo.
Avendo passato diverso tempo ospite dell’Avadhut avevo imparato a leggere i suoi modi e notai che stava cercando di far capire al sadhu di essere ben disposto nei suoi confronti qualora avesse avanzato una richiesta esplicita; ad un occhio attento non sarebbe poi sfuggito un camuffato sfoggio delle sue capacità, che mai presentava o sottolineava apertamente.
Alcuni visitatori erano seduti nella veranda in compagnia del Maestro e tra questi vi era anche una coppia, marito e moglie, discepoli dell’Avadhut. I presenti sembravano molto interessati ad indagare sul nuovo straniero. Quando gli chiesero particolari sul suo Maestro, sull’ashram in cui aveva abitato, la sua posizione ed altre informazioni, l’Avadhut intervenne diverse volte fornendo le risposte agli interlocutori ancora prima che lo svizzero potesse aprire bocca, lasciando a lui solo la possibilità di confermare.
L’Avadhut continuò nel suo lavoro di accerchiamento, lo riempì di complimenti, e dopo aver udito la sua storia, ridendo, sentenziò che lui era ormai diventato un Muni avendo gettato il passaporto nel Gange.
L’atmosfera si era ormai sciolta così il sadhu si sentì incoraggiato ad aprirsi maggiormente. Parasnath confidò lo smarrimento dopo il samadhi del suo Maestro, la propria incapacità a trovare la serenità persino dopo essersi rifugiato nel Parampara Nath (linea di trasmissione Guru-discepolo). Dichiarò di aver perso qualcosa e non riusciva a darsi pace; era come se il sole non splendesse più nella sua vita.
L’Avadhut lo guardò sornione e sorridendo esclamò:“Il Guru non muore mai. Il Guru non è il corpo, il Guru è l’anima. Egli è sempre dentro te, attorno a te.” Aggiunse che la fine dell’involucro non era la fine della relazione spirituale e che il corpo del Guru, come i templi, i luoghi sacri, sono solo un simbolo per chi non ha chiara visione, non ha la capacità o possibilità di avvicinare il Divino in altro modo.
Quelle parole non arrivarono solo alle orecchie di Parasnath ma trovarono strada nella mia mente, si diressero verso il mio cuore e vi scolpirono indelebilmente. Avvertivo in esse una promessa, una rivelazione traboccante di verità da realizzare. Parasnath rimase tuttavia rinchiuso nelle sue pene e non lasciò il che suo essere potesse liberarsi dalle angosce. Lui sembrava alquanto dispiaciuto nel dover lasciare i sentimenti che causavano la sua sofferenza, come svogliatamente incapace di disfarsi del peso che lo stava schiacciando. Parasnath non usciva dalla sua posizione ma l’Avadhut non aveva fretta; Egli era come chi aveva di fronte l’Eternità.
Pochi giorni dopo la malaria mi avvolse nelle sue febbri e versai in gravi condizioni per più di una settimana. Credetti di morire e sicuramente mi avvicinai molto alla soglia, tanto da poter quasi gettare uno sguardo al di là di essa. Quando faticosamente emersi dalle nebbie della malattia dovetti ritornare in Italia e lasciai Parasnath all’ashram, con nel cuore l’augurio segreto che lui potesse estinguere il dolore interiore che lo divorava. Mi chiese di contattare e salutare sua moglie e suo figlio in un ashram in Germania, loro sapevano che lui, ormai Muni, non sarebbe più tornato.
Rientrai in India dopo due anni e appresi che aveva lasciato l’ashram il mese successivo la mia partenza e che nessuno lo aveva mai più rivisto. Dopo altri due anni, mentre vagavo per il Kumba Mela, mi imbattei nell’accampamento del Maestro di Parasnath. Entrai e chiesi ad uno di loro se lo conoscevano e se avevano sue notizie. Mi disse che lo conoscevano, confermandomi quanto lui mi aveva narrato, e che nessuno, da quando aveva lasciato l’ashram, conosceva dove fosse.
Passarono poco più di vent’anni e recentemente sono venuto a sapere che Parasnath si trovava a New York, aveva riassunto il vecchio nome e si era pure trovato una nuova compagna, molto più giovane di lui. Il sadhu Nath aveva richiesto il passaporto e la precedente identità, ora non era più un Muni. Non ho potuto appurare se lui abbia infine realizzato che Il Guru non muore mai, se ha saputo riallacciare quel legame che lui credeva interrotto col samadhi del suo Maestro.
Cosa successe invece quando l’Avadhut lasciò il corpo? I suoi discepoli hanno avuto la grandezza di manifestare la verità da lui enunciata? Hanno saputo mantenere il Guru dentro di loro?
FINE PRIMA PARTE (?)




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