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8/5/2009 (7:10) - IL RISIKO DELL'AUTO - I NODI ITALIANI
"Senza la Fiat siamo perduti"
Sos da Termini Imerese e Pomigliano: salvate gli stabilimenti e l'economia locale
PAOLO BARONI
ROMA
Da settimane i bar di via Roma, la strada principale di Pomigliano, quando va bene battono dieci scontrini al giorno. Arrivati a 27 settimane di cassa integrazione in otto mesi gli operai della Fiat non hanno più nemmeno i soldi per il caffè. E’ crisi nera, nelle strade e nelle case. «Per mantenere i miei cinque figli smonto auto rubate», ha confessato un operaio durante la «via Crucis degli operai» organizzata dal parroco don Peppino Gambardella. «Vivo ogni giorno con la paura d’essere arrestato». La suocera di un altro operaio, malata di cancro, racconta invece («Che Dio mi perdoni!») di aver suggerito alla figlia incinta di abortire nel timore di non poterla più aiutare. Nello stabilimento che una volta sfornava le mitiche Alfasud oggi lavorano in 5200: 4700 operai e 500 impiegati. Ma tra indotto e servizi collegati sono 15-20 mila le famiglie vivono «di Fiat».
Con la cassa integrazione lo stipendio mensile non arriva a 750 euro, e l’unico aiuto concreto per ora arriva dalla Regione: 300 euro d’assegno grazie a corsi di formazione. Ma «o’ renare», i soldi, comunque non bastano ed un intero sistema è ormai al collasso. «La mancanza di liquidità è drammatica - spiega il parroco -. Qui la gente non ha più soldi nè per pagare i mutui, nè per bollette ed utenze». Il timore, non solo della chiesa, è che questa situazione alla lunga faccia crescere fenomeni malavitosi, usura, furti, estorsioni. «La Camorra approfitta di questi momenti per assoldare nuovi adepti» denuncia don Gambardella. «E’ chiaro che in molti possono essere facilmente preda dei clan», ammette «con grosso imbarazzo» il sindaco Antonio Della Ratta (Pd). «Ma bisogna resistere e rompere quel clima ovattato che fa dire a tanti che qui non c’è nessun allarme. Non è vero».
Come l’altro stabilimento meridionale, Termini Imerese, quello di Pomigliano è da tempo «sotto osservazione». Rispetto alle fabbriche turche o polacche del gruppo Fiat produrre qui un’auto in Campania o in Sicilia costa notevolmente di più. Rispetto ai tempi d’oro, quando si sfornavano 170-180 mila vetture l’anno se non addirittura 190 mila, oggi in tempi di vacche magre lo stabilimento napoletano non arriva a 70 mila. Dopo l’investimento di 110 milioni di euro del 2008 il grosso dei problemi di produttività e di qualità del prodotto (4 auto su 10 presentavano difetti) sono stati risolti, ma questo non basta a garantire il futuro della fabbrica. Lo ha spiegato molto chiaramente Sergio Marchionne ai primi di marzo: «Se ritorniamo ad un livello di normalità il problema di Pomigliano si gestisce in tempo. Se, invece, il mercato dovesse continuare a scendere non c’è nessun produttore che in Europa e nel mondo può mantenere la capacità produttiva». Insomma, Pomigliano (come Termini) oggi è appesa al mercato anche a prescindere dalle nuove alleanze, dall’ingresso di Fiat nella Chrysler o dalla fusione con Opel. «Non saremo da medaglia d’oro, ma dopo la ristrutturazione il bronzo non ce lo leva nessuno - spiega Andrea Amendola, segretario campano della Fiom Cgil -. Quello che qui manca è un nuovo modello da mettere in produzione: Gt, 159 ed una 147 oramai a fine carriera non bastano».




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