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    Predefinito 2 giugno - S. Nicola Il Pellegrino o Kirieleison, patrono di Trani

    Dal sito SANTI E BEATI:

    San Nicola il Pellegrino

    2 giugno

    m. Trani, 1094

    La cattedrale di Trani è la sua memoria vivente, una memoria di straordinaria armonia. Nicola il Pellegrino è patrono della città pugliese: a lui è dedicato il tempio costruito nel 1097. Nicola di Trani proveniva dalla Grecia; trasferitosi in Puglia, la percorse per intero. Le cronache riferiscono che pronunciasse una sola, insistente invocazione: «Kyrie Eleison». Morì a Trani nel 1094. Infiniti da allora i miracoli sulla sua tomba . (Avvenire)

    Patronato: Trani

    Etimologia: Nicola = vincitore del popolo, dal greco Nikòlaos

    Martirologio Romano: A Trani in Puglia, san Nicola, che, pellegrino nato in Grecia, percorreva tutta la regione portando in mano una croce e ripetendo senza interruzione ‘Kyrie, eléison’.

    Martirologio tradizionale (2 giugno): A Trani, nella Puglia, san Nicola Pellegrino, Confessore, i cui miracoli furono narrati nel Concilio Romano, presieduto dal Papa beato Urbano secondo.

    Al contrario del più celebre s. Nicola patrono di Bari, del nostro s. Nicola denominato il Pellegrino, vi sono pochissime notizie ma certamente degne di fede, egli è patrono della città di Trani, dove morì nel 1094 dopo appena quindici giorni dal suo arrivo, proveniente da Taranto e prima ancora da Otranto.
    Era nato in Grecia e dopo aver trascorso alcuni anni in solitudine giunse in Puglia, che percorse tutta intera con una croce in mano e ripetendo l’invocazione ‘Kyrie Eleison’.
    Attirava e riuniva intorno a sé i ragazzi dando loro piccoli doni e facendo ripetere loro la sua invocazione.
    Dopo la sua morte fiorirono numerosi miracoli; quattro anni dopo nel 1098 nel Sinodo Romano, il vescovo di Trani si alzò e chiese all’Assemblea che il venerabile Nicola venisse iscritto nel catalogo dei Santi per i meriti avuti in vita e per i miracoli avvenuti post-mortem.
    Il papa Urbano II emanò un ‘Breve’ che autorizzava il vescovo di Trani dopo opportuna riflessione ad agire come riteneva più opportuno. Il vescovo tornato a Trani lo canonizzò e dopo avere eretto una nuova basilica vi depositò il corpo del Santo.
    Nel 1748 papa Benedetto XIV lo inserì nel Martirologio Romano. Le fonti delle notizie sono quattro: le prime tre riportate dalla “Bibliotheca hagiografica Latina antiquae et mediae aetatis” 2° vol. Bruxelles 1898-1901. La prima riguarda la sua vita in Grecia testimoniata da Bartolomeo suo compagno; la seconda narra il suo arrivo a Trani, la morte, e i miracoli ed è stata scritta da Adelferio testimone oculare; la terza ha per autore il diacono Amando di Trani e narra la canonizzazione e traslazione di s. Nicola; la quarta fonte è una ‘Vita’ stampata in lingua italiana e narra la seconda traslazione del corpo.
    Nicola deriva dal greco Nikòlaos e significa “vincitore del popolo”.

    Autore: Antonio Borrelli

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    Vita di san Nicola Kirieleison, "pazzo per Cristo"

    La Vita di san Nicola (detto anche il Pellegrino), sebbene provenga da ambiente franco-cattolico del XII secolo, è di straordinario interesse: raccoglie i ricordi relativi a un giovanissimo pazzo per Cristo nato in Grecia nel 1075 circa e morto nel 1094 circa in Puglia, dove è venerato a Trani e in diverse altre località. La sintesi qui proposta è tratta da G. CIOFFARI, San Nicola pellegrino patrono di Trani, Bari 1994.
    Nicola nasce nel 1075 circa in un villaggio nei pressi del Monastero di San Luca di Stirion [nella Focide, non lontano da Livada, diocesi di Tebe - Thivòn ke Livadìas] da poveri agricoltori; non riceve alcuna istruzione e, all'età d'otto anni circa, è mandato a pascolare le pecore. Illuminato tuttavia dalle increate Energie, un giorno, all'improvviso, comincia a gridare: Kyrie eleison! Invocando incessantemente la divina misericordia, meritò di raggiungere grandi altezze. La madre ricorre a minacce e botte, nell'intento di far rinsavire il figlio; quando si rende conto di non riuscire a distoglierlo da quella pratica, lo caccia di casa.
    Il ragazzo, dodicenne, si avvia verso la montagna e si rifugia in una grotta, nella quale abitava un'orsa. Vedendola, Nicola afferra una croce e dice: - In nome di Gesù Cristo, non entrare più in questo luogo. Obbediente, l'orsa lasciò quel luogo e disparve. Nicola si stabilisce nella grotta, nutrendosi d'erbe crude, gridando giorno e notte: Kyrie eleison! Un giorno gli si presenta un monaco dall'aspetto venerabile e dalla barba lunga, nudo e con i capelli bianchi: lo chiama per nome; lo spinge all'amore della virtù; lo esorta e istruisce, poi scompare (1). La madre porta poi Nicola nel Monastero di San Luca di Stirio. All'inizio, sospettandolo posseduto dal demonio, i monaci lo bastonano: egli allora sta dinanzi alla porta del tempio, rivolgendosi a Dio senza mai stancarsi e gridando in preghiera: Kyrie eleison! I monaci chiudono Nicola in una torre, e fermano la porta con un macigno: verso la mezzanotte, ecco un tuono, il macigno rotola e il ragazzo può uscire liberamente e si reca in chiesa, esclamando come al solito Kyrie eleison. I monaci acciuffano Nicola e lo incatenano in una cella. La catena si disfa: Nicola va al refettorio, dove i monaci mangiano e, pregando sempre il suo Kyrie eleison, mette la catena dinanzi ai loro occhi. Lo cacciano dal monastero, ma la Potenza divina solleva Nicola e lo depone sulla cupola della chiesa. I monaci, che dopo il pranzo stanno riposando nelle celle, lo sentono gridare il solito Kyrie eleison e accorrono: uno si arrampica sulla cupola e, a bastonate, costringe Nicola a scendere. Nel tentativo di farlo rinsavire, i monaci buttano il ragazzo in mare; un delfino, sollevandolo dal profondo, salva Nicola che, salito su uno scoglio, continua a gridare Kyrie eleison! Intanto si solleva improvvisamente il vento, le onde si agitano e si scatena la tempesta; i monaci che lo avevano buttato a mare sono in pericolo. Nicola li chiama da terra, dicendo: - Gridate anche voi il Kyrie eleison! Una volta salvi, i monaci lasciano in pace il ragazzo; egli, però, abbandona il monastero e torna a casa dalla madre. Nicola, prendendo una mannaia o un'ascia o un coltello, ogni giorno andava in montagna; tagliava legna da alberi di cedro, faceva delle croci e andava a piantarle ovunque. Un giorno Nicola prende con sé il fratello Giorgio, più piccolo di lui, e lo conduce in montagna. Gli dice: - Ti supplico, resta con me per tre giorni, costanti nella preghiera. Il Signore ci farà conoscere ciò che ha previsto per noi. Prega, dunque, affinché anche tu sia illuminato. Ecco, appare un angelo del Signore, come una colonna di fuoco la cui sommità raggiungeva il cielo; prende entrambi e li porta in un luogo altissimo, dicendo: - Questo luogo, o Nicola, grazie a te sarà glorificato sino alla fine del mondo. Giorgio dormiva profondamente; quando l'angelo se ne fu andato, chiese: - Dove siamo? Nicola rispose: - A Oraco. Replica Giorgio: - Non potevi fare l'eremita da solo, senza costringere anche me? Come possiamo lasciare sola nostra madre? Gli dice il santo: - Il Padre delle misericordie che ha cura di tutti la custodirà, proteggerà e difenderà da ogni male, consolandola e salvandola in questo e nel mondo a venire. Giorgio lascia il fratello e torna a casa; il santo invece rimane dove l'ha portato l'angelo: si costruisce una capanna e intaglia croci di legno di cedro, innalzandole dappertutto. Un giorno gli appare l'angelo del Signore e gli dice: - Tu scaverai in quel punto e troverai una sorgente, ma gli uomini della zona non ti lasceranno abitare qui. Un giorno, Nicola decide di salire a Euzerichia. Mentre si avvicina, gridando come al solito Kyrie eleison, lo vede da lontano l'igumeno Teodoro, il quale dice ai monaci: - Facciamogli montare un cavallo feroce, e così vedremo se davvero è un santo. I monaci lo mettono a forza in sella e spronano il cavallo: l'animale, però, si fa mansueto. Venuta notte, Nicola sogna un angelo del Signore che gli mostra una grotta piena di luce. Entra in essa; vede tre icone, una di Gesù Cristo, un'altra della Madre di Dio, e la terza del Precursore; dinanzi alle tre icone pendevano tre lampade. Nicola venera le icone e, sempre in sogno, vede che l'angelo del Signore lo porta in Langobardia (2), in una città sul mare chiamata Trani, e gli dice: - Gli uomini di questa regione ti cacceranno e non ti tratterrai a lungo con loro. Svegliatosi, Nicola cerca invano la grotta vista in estasi; non riuscendo a trovarla, ritorna a Oraco e continua a intagliare croci di legno di cedro. E' così occupato quando gli viene incontro, a cavallo, il monaco Massimo, economo del monastero di Stirio, uomo violento e severo. Il santo lo saluta con umiltà e gli dice: - Perché maltratti i lavoratori a te soggetti e li opprimi e affliggi ingiustamente? Il monaco Massimo, sceso da cavallo, cominciò crudelmente a colpire il santo col bastone che portava. Il santo giaceva pieno di piaghe e dolori, rendendo grazie a Dio, quando fu rapito e in sogno vide san Luca, il fondatore del monastero di Stirio (3), che lo assisteva dicendo: - Coraggio, Nicola; si consoli il tuo cuore; il Signore è con te! E porgendogli una croce, immediatamente lo risanò. Alzatosi, Nicola si recò a Euzerichia, dove il monaco Massimo stava dormendo. Invocando ad alta voce Kyrie eleison, lo svegliò. Il monaco fece inseguire Nicola dai cani: il ragazzo si salvò arrampicandosi su un albero. Un giorno Nicola andò a trovare sua zia Irene. Lungo la strada, alcuni passanti gli avevano regalato una certa quantità di olive. Egli le diede a Irene, dicendo: - Parte mangiale tu, parte dalle a mia madre. Quella se le mangiò tutte ma subito perse la voce. Il santo tornò da lei e, segnatala con una croce, le restituì la parola. Nicola vestiva da monaco: non era stato ordinato, ma i monaci di Stiri gli avevano fatto indossare l'abito, come per gioco. Una fanciulla di bell'aspetto si presenta a Nicola, chiedendogli di poterlo seguire nei suoi pellegrinaggi: il ragazzo accetta, e la traveste da monaco. Questa ragazza seguiva il santo e con lui diceva Kyrie eleison eppure, improvvisamente, accusa Nicola come seduttore e ingannatore, aggiungendo calunnie e infamie. I paesani ricoprono Nicola d'ingiurie; arrivano anche i parenti: sentendo il rimorso della coscienza, la ragazza confessa la verità, che lei aveva liberamente scelto di seguire il santo. Il primo luglio, nel Metochio di Faro presso il mare, chiamato Stirisca, si stava preparando la festa dei santi anargiri Cosma e Damiano. L'igumeno di Stirio tutti gli anni andava alla festa. C'era anche Nicola e, durante la Liturgia, si avvicinò per ricevere il Corpo e Sangue di Cristo. L'igumeno, ingiuriandolo, ordinò di cacciarlo fuori come uno scomunicato. Piangendo, Nicola entrò nuovamente nella chiesa ma tre giorni dopo, finita la festa, decise di partire per Roma. Nicola si reca a Naupatto e s'imbarca, aggregandosi a un monaco kaviota, a nome Bartolomeo (4). Sulla nave, Nicola continuamente gridava Kyrie eleison, infastidendo quelli che navigavano con lui: fatto sta che - o scivola o lo buttano - Nicola finisce in mare; protetto dalla Potenza di Dio, raggiunge la spiaggia di Otranto. Al monaco Bartolomeo disse che era stato portato in salvo da una Signora scesa dal cielo. C'era a Otranto una nave di grandi dimensioni, che da diversi giorni non riusciva a entrare nel porto, a causa dei venti contrari. Nicola dice ai timonieri: - Salgo io sulla nave, e quando vi farò un segnale, allora cominciate a tirare la nave. E sollevati gli occhi al cielo, facendo la solita preghiera del Kyrie eleison, gridò: - Tirate! La nave cominciò subito a muoversi e gli abitanti di Otranto si resero conto di quale potere fosse dotato Nicola. Prendevano in mano, infatti, la sua croce o il bastone, e guarivano da ogni malattia. Oppressi in quegli anni dai Franchi, lo supplicavano: - Sappiamo che ottieni tutto ciò che chiedi al Signore: intercedi per noi presso il Signore, affinché siamo liberati dai barbari (5). Nicola, giorno e notte, senza smettere mai, gridava con i fanciulli il Kyrie eleison. Una volta che Nicola dormiva sulla spiaggia, verso mezzanotte, gli sembrò di vedere sbucare una nave di Agareni: in realtà, erano demoni che sterminò gridando Kyrie eleison. Si svolgeva a Otranto una litì con l'icona della Madre di Dio. Nicola, che seguiva e cantava Kyrie eleison, incontrò un vecchio e, facendogli un inchino, gli disse: - Salve, mio fratello e signore! Tu ed io siamo stati plasmati dall'unico creatore! E lo abbracciò. Ma i cristiani che erano lì mormorarono: - Guardate, riverisce e saluta gli Ebrei! Mettendogli dinanzi l'icona della Madre di Dio, dicevano: - Adora la Madre di Dio. Ma egli si rifiutò, per cui lo picchiarono (6). Nicola partì da Otranto e si recò a Sogliana [a 4 km da Galatina - LE] e compì numerosi miracoli. Poi si recò [forse a Nardò e Racale,] a Olimpio [Lecce] e a Vérnole [a 14 km da LE], dove guarì un indemoniato. Giunto nelle vicinanze di Lecce, come al solito gridando Kyrie eleison, entrò nel tempio di San Zaccaria. Poi, verso l'ora prima, gridando con i fanciulli Kyrie eleison, entrò in città. Si diresse alla cattedrale, e cominciò a gridare Kyrie eleison. Il vescovo Teodoro [Bonsecolo, circa 1092-1101], lo fece frustare e allontanare dalla chiesa. Due fratelli, Giovanni e Rumtiberto, presero il santo e, legatolo mani e piedi, lo rinchiusero: appena si allontanarono, le funi si sciolsero e Nicola uscì tranquillamente (7). Un giorno, nella stessa città, nei pressi della porta incontrò il corteo del principe [di Taranto, Boemondo d'Hauteville?]. Alzate le mani al cielo, Nicola gridò Kyrie eleison! A quel grido, a quel gesto delle mani, i cavalli si spaventarono e disarcionarono i cavalieri. Uno di questi schiaffeggiò Nicola ma subito cadde da cavallo, rompendosi le gambe e restando con la mano paralizzata. Il conte [di Lecce e Ostuni, Goffredo?] teneva in carcere due fratelli che non volevano pagare le tasse. Il santo, udendo ciò, va alla casa del conte, gridando Kyrie eleison, per intercedere a loro favore. Il più altolocato della famiglia del conte regala a Nicola una cappa e dei sandali. Per la strada, passa un cieco: al vederlo, Nicola gli si inginocchia davanti, piangendo. Questo cieco aveva ucciso il suo socio in affari, appropriandosi del denaro. Il santo piangendo amaramente, pregava il Signore; gli si avvicinò l'angelo del Signore e gli disse: - La tua preghiera è stata esaudita; il peccato del cieco è stato perdonato; ora illumina tu la sua anima. Toccando il posto degli occhi, Nicola fece recuperare la vista al cieco. Alcuni lo presero e lo incatenarono nel tempio di San Demetrio. Verso mezzanotte, apparve l'angelo del Signore, e una luce intensa riempì la chiesa: mentre egli gridava Kyrie eleison, fu liberato. Entrando nel campanile, cominciò a suonare le campane; appese poi il suo mantello dinanzi all'icona di san Demetrio.
    Un giorno, volendo metterlo alla prova, una donna si travestì da uomo e restò con Nicola in chiesa. Dopo molte ore di preghiera notturna, desiderando riposare un po', Nicola si sdraiò tenendo accanto a sé la croce. Allora la tentatrice vide una colonna di fuoco che scendeva dal cielo e sfiorava la testa del santo. Questo e altro il santo faceva in Langobardia. Segnò con una croce un bambino di quasi otto anni, Pulexetus [?], che d'allora cominciò a fare miracoli. Sempre gridando Kyrie eleison, Nicola si recò a Veglie [a 18 km da Lecce], in casa di una povera vedova, e la serviva con l'aiuto d'alcuni devoti amanti di Cristo. Gridava Kyrie eleison incessantemente.
    E, nell'invocare sempre Kyrie eleison, ora aggiungeva: Fate penitenza! Venne poi a Taranto, sempre gridando Kyrie eleison, e Fate penitenza. Al clamore provocato, il vescovo [Alberto] ordinò di frustarlo: la terra circostante si tinse del suo sangue. Partito da Taranto, si recò a Trani. A causa però delle piaghe, giunto alle porte della chiesa della Madre di Dio, si accasciò per terra. Una luce circonda Nicola; perdonando tutti, il martire innocente esala l'ultimo respiro.
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    NOTE

    1. San Lorenzo, nato a Frazzanò di Messina agli inizi della Francocrazia, sull’Etna incontra un uomo orribile a vedersi, tutto nudo, che si presenta come un eremita calabrese inviato da Dio per confortarlo.

    2. La Langobardia, la Regione dei Principi [Longobardi], si può identificare – grosso modo – con l’area compresa tra Pollino, Sannio, Irpinia, Gargano. Qui invece indica l’antica Calabria, l’attuale Salento.

    3. San Luca il Nuovo, nato nell’isola di Eghina, fondò un monastero a Stirio, dove morì il 7 febbraio 953. Il Monastero (Osios Lukas) divenne ben presto celebre per i continui miracoli ed è oggi conosciuto per gli stupendi affreschi che decorano il katholikon, la chiesa centrale del monastero.

    4. La Vita specifica che le precedenti notizie sono state raccontate da Nicola al girovago Bartolomeo, che d’ora poi diventa testimone diretto e fonte dell’agiografo.

    5. Bari fu conquistata dai Normanni nel 1071.

    6. L’episodio è tra i più belli esempi di Pazzia per Cristo.

    7. Le disavventure – per usare un eufemismo – di san Nicola vanno unite a quelle, occorse ad altri santi di Sicilia e Grande Grecia, negli stessi anni iniziali della Francocrazia. Il vescovo san Luca il Grammatico, dal sud della Calabria giunge a Taranto, volendosi imbarcare per rifugiarsi a Costantinopoli ma è "costretto" a tornare indietro. San Giovanni di Matera, arrestato dai Franchi, dichiara di essere pronto a morire per la verità; condannato al rogo, evade e si nasconde nei boschi tra Lucania e Calabria. Qui incontra Guglielmo di Vercelli, che progettava di partire "missionario" per l’Oriente e lo distoglie da quel proposito sgradito a Dio. Recatosi a Bari nella speranza di potersi imbarcare per Costantinopoli - nel 1098 – Giovanni è nuovamente arrestato.

    FONTE

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    Icona di S. Nicola con episodi della vita del Santo, Museo diocesano, Trani

    Urna e reliquiario di S. Nicola il Pellegrino, Cripta, Cattedrale, Trani

    Cappella sorta sul luogo dove morì il Santo, Trani

    Cattedrale, Trani

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    San Nicola Pellegrino

    Le origini


    La vita terrena di Nicola Pellegrino si svolse tutta nella seconda metà dell’XI secolo, cioè in quel periodo storico nel quale si verificò in Puglia il passaggio dalla dominazione greco-bizantina a quella normanna. Nicola Pellegrino nacque fra il 1075 ed il 1076 nei pressi del villaggio di Stiro (Grecia); questo villaggio divenne celebre soltanto intorno al mille, allorché il monastero ivi fondato da San Luca il Giovane si trasformò in grande centro di arte bizantina, ancora oggi tra i più prestigiosi della Grecia. I suoi genitori erano di umili origini. Avevano una campagna con degli animali, e da questi vivevano. Dopo di lui nacque un altro bambino, cui fu dato il nome di Giorgio. Dopo qualche anno, però, il padre moriva, e tutto il peso della conduzione della famiglia fu assunto dalla madre. La madre non aveva la possibilità di farli andare a scuola o di pagare un maestro che insegnasse loro a leggere e scrivere.

    In tale situazione familiare, la madre fu costretta ad utilizzare anzitempo il lavoro dei figli. Così Nicola, quando ebbe appena raggiunto gli otto anni, fu mandato a pascolare il piccolo gregge di pecore. La vita del pastore è stata da sempre una vita che suggerisce la riflessione; Nicola cominciò, quindi, a meditare non teoricamente ma esistenzialmente, vale a dire sulla propria vita in rapporto a Dio. Una delle cose di cui aveva avuto sentore era il consiglio che i monaci davano a coloro che, senza saper leggere e scrivere, si erano dati alla vita religiosa.

    Il consiglio consisteva nel recitare frequentemente la cosiddetta preghiera di Gesù, vale a dire: Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore. E questa giaculatoria, che la sua mente giovanile ridusse essenziale, cominciò a passare dalla mente alle labbra. Così, molti che lo incontravano o gli passavano accanto lo udivano esclamare Kyrie eleison, cioè Signore, abbi pietà. Nel riferire più tardi al monaco Bartolomeo questa sua prima esperienza, Nicola disse che ad esortarlo in tal senso era stato lo stesso Gesù Cristo, che gli era apparso visibilmente. La cosa però non piacque alla madre, che ovviamente, vedendo il sorriso della gente quando le parlavano del figlio, e certamente lei sapeva che alle spalle i commenti erano ancora più sarcastici, ne rimaneva confusa e umiliata.

    Cominciò allora a dire al figlio di smetterla. Ma Nicola non la smetteva; anzi, non solo andando al pascolo, ma anche in mezzo alla gente ogni tanto se ne usciva con i suoi Kyrie eleison. Non ottenendo buoni risultati, la madre dalla vergogna di fronte a ciò che diceva la gente prese una decisione traumatica. Scacciò di casa il figlio di soli 12 anni. La certezza di star vivendo il giusto rapporto con Dio, quello cioè dell’umiltà e del continuo bisogno di misericordia, fece sì che lasciasse la casa senza troppi rimpianti e con la serenità del cuore. Prese quindi la via della montagna, ma non più per pascolare le pecore, bensì per ritirarsi e condurre una vita ascetica. E come molti asceti, anch’egli evitò di costruirsi una capanna o una cella, ma volle scegliersi come dimora una grotta, anzi la tana di un’orsa. Il biografo narra come l’orsa cercasse di azzannarlo e di come Nicola l’affrontasse mettendo avanti una croce di legno e dicendo: “Ti comando, nel nome di Gesù Cristo, di non osare più entrare in questa grotta”. Di fronte al simbolo della croce ed al deciso comando, l’orsa obbedì, dileguandosi non solo da quel luogo, ma da tutta la regione.

    Cominciava così la vita ascetica di Nicola che affrontava le difficoltà con il simbolo della croce e, come tutti i grandi asceti, si cibava di erbe selvatiche. Durante questa nuova vita eremitica, Nicola continuava a ripetere incessantemente Kyrie eleison, invocava cioè la misericordia del Signore.

    NEL MONASTERO DI SAN LUCA DI STIRO

    Mentre egli muoveva i primi passi in questa nuova spiritualità, la madre non si era rassegnata. Non che avesse cambiato idea sul comportamento del figlio, anzi si era addirittura convinta che fosse posseduto dal demonio. Combattuta fra l’amore materno e la “pazzia” demoniaca del figlio, decise di impegnare un po’ del suo denaro nel ricercare e farsi ricondurre il figlio a casa. Una volta riuscita nell’intento, pensò che la cosa migliore fosse quella di affidare il figlio ai monaci del monastero di San Luca il Giovane. Fu in questo monastero che nel 1087 entrava il dodicenne Nicola. Il testo dell’Anonimo Bartolomeo parla di tutta una serie di persecuzioni cui il povero Nicola fu sottoposto. Ad esempio, i monaci cominciarono con alcuni riti celebrati in chiesa, e vedendoli senza risultati, cacciarono Nicola dalla chiesa.

    Questi, con i lividi delle battiture ancora freschi, invece di allontanarsi, si mise alle porte ad esclamare a gran voce Kyrie eleison. Sicuri forse di poterlo frenare, i monaci lo chiusero in una torre. Quando pensavano di aver risolto il problema, ecco che Nicola si ripresentò in chiesa a pronunciare il suo inestancabile Kyrie eleison. La grande pietra, che vi avevano fatto rotolare per bloccare l’uscita, era stata infatti rimossa, secondo il biografo da un rimbombo di tuono che aveva accompagnato il suo Kyrie eleison.

    Lo legarono allora con una catena, chiudendolo in una cella; ma, ancora una volta, eccolo ricomparire con la catena sciolta nel refettorio, dove i monaci mangiavano. Questa volta i monaci, stando sempre al racconto di Bartolomeo, decisero di eliminarlo, gettandolo in mare. Gli legarono così le mani e i piedi e condottolo al largo su una barca, lo gettarono nelle acque profonde. Ma, ecco che un delfino gli sciolse i nodi che lo tenevano legato e lo trasportò sino a terra. Ironia della sorte, per un forte vento che si era intanto sollevato, furono i monaci a trovarsi in pericolo di vita. Nicola consigliò loro di gridare Kyrie eleison, ed a quel grido tutti si trovarono in salvo. La chiave interpretativa di tutta la drammatica permanenza di Nicola nel monastero di Osis Lukas può essere riassunta in questo modo.

    Quando essi lo scacciano dalla chiesa, egli vi ritorna; quando lo scacciano dal monastero, egli vi rientra sui raggi del sole. Più lo maltrattano, più egli torna da loro; ma nel momento in cui, stanchi di lottare o convinti della sua santità, decidono di comportarsi gentilmente con lui e di lasciarlo vivere secondo le sue modalità, allora è lui a non sentirsi a suo agio e preferisce tornare dalla madre. In ogni caso, Nicola non restò a lungo in casa, un bel giorno prese la via della montagna. Cominciava così una nuova vita eremitica, nella quale la meditazione verteva sulla realtà della croce.

    Il Viaggio ad Otrano, il viaggio a Lecce

    IL VIAGGIO AD OTRANTO


    Un pensiero cominciò a farsi strada nella sua mente: abbandonare la sua terra ed intraprendere un pellegrinaggio a Roma. Il giovane Nicola lasciò la sua terra e si diresse a Lepanto ove incontrò il monaco Bartolomeo, anch’egli dedito alle peregrinazioni. Presero la stessa nave che era diretta ad Otranto. Nicola non perdette occasione di esercitare la sua predicazione, esclamando Kyrie eleison ed invitando alla penitenza. Inizialmente i naviganti commiserarono il giovanetto, ma poi perdettero la pazienza, e finirono, come già i monaci di Stiro, col pensare di liberarsene buttandolo a mare. L’agiografo dice che fu effettivamente gettato nelle acque del mare, ma che miracolosamente si salvò, giungendo ad Otranto prima degli altri. Egli non perdette tempo e, raccolti attorno a sé un gran numero di bambini, andava in giro gridando Kyrie eleison.

    Ma l’impressione favorevole e la simpatia con cui era stato accolto ad Otranto non erano destinate a durare a lungo. Nicola non poteva vivere nella tranquillità e sentiva il bisogno di scuotere le coscienze, magari scandalizzando. Fu così che, una volta, prendendo anch’egli parte ad una processione della Madonna e recitando le litanie, si trovò a passare vicino ad un anziano signore. Intuendo che non era cristiano, egli si fermò e facendogli un riverente inchino, gli disse: “Salve, mio fratello e signore; tu ed io siamo plasmati dallo stesso Creatore”, e accompagnò le ultime parole con un abbraccio. Tutti sapevano però che quello era un ebreo.

    Per cui, ad evitare uno scandalo, alcuni pensarono bene di fargli fare una dichiarazione pubblica che ristabilisse i diritti della verità. Presero perciò la grande icona che stavano portando in processione e la posero dinanzi a lui, dicendo: “Padre, venera la nostra Signora e Madre di Dio”. Ma egli si rifiutò, né volle cambiare idea a causa delle loro minacce. Quelli però erano decisi a non perdonare quell’offesa alla Madonna dinanzi ad un ebreo, per cui lo caricarono di bastonate. Quando essi ebbero finito, Nicola sollevò gli occhi al cielo e gridò: “Gloria a te, o Signora; gloria a te, Padrona e regina del mondo, poiché per il tuo nome degno di ogni lode e per la tua gloria oggi la mia anima è stata glorificata”.

    È questo uno degli episodi più caratteristici dei pazzi di Cristo. Nicola non loda la Madonna mentre tutti la lodano, ma soltanto dopo che ha ricevuto le bastonate che tengono a bada il suo orgoglio; e per ricevere le bastonate il mezzo migliore è di scandalizzare.

    IL VIAGGIO A LECCE

    Nicola lasciò Otranto, dirigendosi verso Lecce. Prima di giungere in quest’ultima città si fermò in altre due località, e precisamente a Sugiana, non lontana da Otranto, e nel monastero di San Lorenzo. Nella prima, ove si fermò per molti giorni, andò a pregare in una chiesa di San Nicola di Myra. Nella seconda liberò un indemoniato, seguendo una modalità che tornerà anche in altri casi, toccando cioè il malato con una croce che portava sempre con sé.

    L’arrivo a Lecce, come già ad Otranto, avvenne sotto i migliori auspici. Anche qui, già prima di entrare nelle mura, riuscì a raccogliere attorno a sé molti fanciulli; con essi entrò nella chiesa di San Zaccaria, gridando Kyrie eleison. Nicola non poteva vivere nell’ammirazione, per cui pensò bene di escogitare qualcosa che gli procurasse un po’ di mortificazione. Un mattino, alle prime luci dell’alba, andò sotto l’episcopio e cominciò a gridare Kyrie eleison. Come era da prevedersi, il vescovo Teodoro, svegliato di soprassalto fu colto dall’ira e diede ordine di punire il disturbatore della quiete pubblica; così Nicola fu preso e frustato.

    Per un motivo analogo due fratelli lo legarono e lo chiusero nella loro camera da letto. Ma, come in Grecia, le funi furono sciolte ed egli uscì dalla casa recitando la sua solita preghiera. Altri fatti seguono a ritmo costante, tutti tesi a magnificare i grandi poteri del giovane. Secondo l’agiografo, nella chiesa di San Demetrio Martire si verificò l’episodio della tentazione femminile. La donna indossati dei vestiti maschili, restò con Nicola a pregare in quella chiesa. Intorno alla mezzanotte, volendo assopirsi, Nicola mise fra lui e la donna la sua croce. La donna, che stava aspettando quell’occasione, nel momento in cui cercò di avvicinarsi, vide una colonna di fuoco che, scendendo dal cielo, andava a lambire la testa di Nicola. Allora rientrò in sé e si trattenne da qualunque tentazione; quando uscì dalla chiesa, narrò a tutti ciò che aveva visto.

    IL VIAGGIO A TARANTO

    Quasi ricordandosi di essere un pellegrino, Nicola si decise di lasciare Lecce, e dopo un giorno di cammino raggiunse prima Veglie e quindi Taranto. L’esperienza tarantina fu però breve e drammatica, e diversa da quella di Lecce, ove la provocazione era venuta soltanto dopo aver attirato l’ammirazione. Nicola vi giunse all’alba, gridando come al solito il suo Kyrie eleison. A quel rumoroso arrivo, l’arcivescovo si svegliò di soprassalto e ne restò turbato. La reazione fu comunque esagerata; infatti, diede ordine di frustarlo a sangue. A Taranto, come altrove, Nicola incontrò ammirazione e stima, ma anche la recisa ed eccessiva opposizione dell’arcivescovo.

    A Trani: gli ultimi giorni della sua vita

    A TRANI: GLI ULTIMI GIORNI DELLA SUA VITA


    Secondo l’agiografo, Nicola giunse a trani il 20 maggio 1094. Entrò nella città portando una croce e cantando lodi in greco, ma soprattutto recitando il suo Kyrie eleison incessantemente. Ben presto, anche per la curiosità che egli suscitava, fu avvicinato da folte schiere di fanciulli, che egli fu molto attento a tenere legati a sé donando loro della frutta che gli era stata data o aveva preso nella campagna.

    Si guardava bene dallo spendere per sé il denaro che gli veniva dato in elemosina, ma lo usava per fare i suoi doni ai ragazzi. Il suo modo di agire, ovviamente, se da alcuni era considerato con tenerezza e comprensione, da altri era ritenuto frutto di un uomo poco sano di mente, e talvolta addirittura opera di un pazzo. L’arcivescovo Bisanzio chiese informazioni su di lui, ma riuscirono a dirgli ben poco; per cui, preferì ascoltarlo di persona.

    Lo mandò a chiamare, ed una volta che fu alla sua presenza, lo interrogò sul motivo del suo strano comportamento. Nicola allora si rifece direttamente a quel brano evangelico nel quale Gesù dice che chi vuole andare dietro a lui deve prendere la sua croce e seguirlo. A tale fondamentale concetto della croce egli collegava poi quello della conversione e del divenire come bambini per entrare nel regno dei cieli. Meditando su queste parole del Cristo egli aveva ritenuto opportuno non vergognarsi di portare materialmente la croce, né di comportarsi come un bambino, né di evitare gli scherni.

    È questo l’unico momento in cui risulta chiaramente la sua volontà di agire secondo la tradizione dei pazzi per Cristo, i quali raramente rivelavano che la loro pazzia era finta. Né Nicola, come si è visto, cercò mai di attirare ammirazione sulla sua persona. In questo caso, invece, egli cedeva ed apriva il suo animo, facendo a meno di provocare con qualche gesto o parola inconsulta (magari col suo Kyrie eleison). Forse a scioglierlo fu quel modo accogliente e benevolo dell’arcivescovo.

    Quando il giovane greco terminò il suo discorso, lasciando all’arcivescovo il giudicare sull’opportunità del suo modo d’agire, aggiungendo che in caso contrario avrebbe lasciato la città, Bisanzio ne fu edificato. Anzi, si dichiarò convinto che egli agiva dietro ispirazione divina, e pertanto non solo desiderava che restasse a Trani almeno sino alla festività dei santi Pietro e Paolo, ma che in qualsiasi momento si fosse presentato, avrebbe trovato del cibo. Non volendo tradire del tutto la sua immagine, Nicola lasciò in asso l’arcivescovo, mentre stava ancora parlando, e tornò dai suoi fanciulli. Bella è a questo punto l’insistenza dell’agiografo sul fatto che Nicola era felice di rivedere i bambini.

    Tutto ciò durò tre giorni, dal 20 al 22 maggio.

    Il 23 però cadde ammalato, e fu costretto a letto nella casa di tale Sabino che l’aveva ospitato. Si può ben immaginare quanta gente andasse a rendergli visita. Ma non erano i visitatori a consolare lui, ma lui a consolare tutti quei tranesi che si accostavano al suo letto; per tutti aveva una parola di conforto. E fu tra questi dolci discorsi ai fanciulli ed esortazioni a uomini e donne, che il 2 giugno, che era un venerdì, rese l’anima a Dio. Tutti vollero partecipare alle sue esequie, anche se era un povero forestiero che sino ad allora non aveva compiuto alcun fatto prodigioso. Il suo corpo fu trasportato con tutti gli onori alla chiesa di Santa Maria, ma la folla era tanta che molti non riuscirono ad entrarvi. L’arcivescovo non volle essere da meno e diede disposizione che attorno al feretro fosse recitato l’ufficio divino.

    Si verificarono in quell’occasione dei fatti prodigiosi, dei quali almeno al primo fu presente lo stesso agiografo. Si tratta della guarigione della fanciulla tranese Mundella, che tre anni prima aveva perduto la vita: “Appena si gettò su quel corpo venerabile alla nostra presenza, ecco che riacquistò la vista e potè vedere la luce del giorno”. Al calare della sera, venne anche l’arcivescovo Bisanzio, uomo insigne per nobiltà e cultura, e col suo clero trasferì il corpo del santo pellegrino in un angolo della chiesa di Santa Maria. Avendo tessuto l’elogio della sua santa vita e rilevata la fortuna per Trani di aver acquisito un corpo così prezioso, mentre il canto dell’ufficio divino si stendeva sotto le volte della chiesa, il corpo aveva una degna sepoltura in un luogo recondito.

    E fu forse in questo contesto, o pochi giorni dopo, che si verificavano altre due guarigioni. La fama di questi prodigi cominciò così a varcare i confini del territorio tranese, e molti malati provenienti da terre lontane cominciarono a giungere in speranzoso pellegrinaggio a Trani.

    LA CANONIZZAZIONE

    La circostanza in cui avvenne la morte e la sepoltura di Nicola, un giovane strano e forestiero, presenta tutte le caratteristiche di una santità apprezzata per sé stessa. A quei tempi non esisteva il “processo canonico” della santa sede, ma gli eroi della fede venivano santificati dal popolo e confermati dai vescovi locali.

    Era sufficiente che il clero ed il popolo tranese fossero d’accordo affinché l’arcivescovo di Trani inserisse Nicola Pellegrino nel catalogo dei santi della chiesa locale. Tuttavia, l’intento dell’arcivescovo e del suo popolo non era tanto quello di “chiedere” la canonizzazione del loro santo, quanto quello di far conoscere universalmente il santo dei tranesi. A tale scopo, l’arcivescovo Bisanzio colse l’occasione del concilio di Bari (ottobre 1098) per incontrare papa Urbano II.

    Il papa dovette dargli il consiglio di stendere un testo dal quale si evincesse la vita virtuosa del giovane. Quando il concilio si tenne a Roma, il venerando arcivescovo Bisanzio prese la parola e lesse i punti salienti di quel testo. Ma sulla vicenda è bene riportare la fonte principale, che è proprio la bolla pontificia che ancora si conserva nell’archivio diocesano di Trani:

    Urbano vescovo, servo dei servi di Dio, al clero ed all’ordine, ai nobili ed al popolo di Trani, salute ed apostolica benedizione. Mentre, per grazia di Dio, recentemente tenevamo un concilio con grande partecipazione di vescovi e di abati, il nostro venerabile fratello Bisanzio, arcivescovo della vostra città, ha letto dinanzi a tutta l’assemblea uno scritto su alcuni miracoli del venerabile Nicola, che voi chiamate Pellegrino, e lì stesso ha chiesto che per la nostra autorità lo stesso uomo di Dio fosse annoverato nel catalogo dei Santi. Noi, dunque, abbiamo affidato la suddetta causa allo stesso nostro fratello nell’episcopato. Non avendo alcun dubbio sulla sua probità e sulla sua scienza, abbiamo deliberato che ciò che gli fosse parso opportuno, per illuminazione divina, egli potesse stabilirlo dopo una più matura riflessione, a lode e gloria di colui che con gratuita misericordia è solito glorificare mirabilmente i suoi servi.

    Il papa non canonizzava personalmente il santo greco, ma dava la sua approvazione affinché l’arcivescovo di Trani, se l’avesse ritenuto opportuno, lo inserisse nel catalogo dei santi. Rientrato nella sua sede di Trani, l’arcivescovo Bisanzio diede subito inizio alla chiesa in onore di Nicola Pellegrino. E volle essere lui stesso a porre la prima pietra.

    Nel corso della prima metà del XII secolo crebbe a Trani fra la popolazione la venerazione del santo e, sia pure con molte incertezze e interruzioni, proseguì la costruzione della cattedrale avviata da Bisanzio.Di conseguenza, anche la reposizione del corpo del santo nella nuova cattedrale dovette attendere vari decenni.

    Da “San Nicola Pellegrino - Vita, Critica Storica e Messaggio Spirituale” di Gerardo Cioffari – 1994.

    FONTE

 

 

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