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Discussione: Piero Gobetti

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    Predefinito Piero Gobetti

    Bizzarra figura di rivoluzionario liberale che simpatizzò per istanze socialiste e comuniste nel corso della sua breve ma intensissima vita. Quanto c'è di attuale nella sua Rivoluzione Liberale e nella convinzione che a difendere i valori liberali devono essere anzitutto il proletariato e i partiti che lo rappresentano ?

    http://www.filosofico.net/gobetti.htm



    VITA E OPERE

    Piero Gobetti nacque a Torino il 19 giugno del 1901. Dopo le scuole elementari frequenta il liceo-ginnasio "Gioberti" e lì conosce Ada Prospero, figlia di un commerciante come lui, che diventerà sua moglie. Studente universitario di acuta intelligenza, pubblica a diciassette anni la sua prima rivista, "Energie Nove", nel novembre del 1918, ricca di riferimenti a Prezzolini, Gentile, Croce e con la quale diffuse le idee liberali di Einaudi. Si appassiona ai bolscevichi, studia il russo e scrive in cirillico alla fidanzata. Definisce subito il fascismo "movimento plebeo e liberticida", l'antifascismo "nobilità dello spirito", l'Italia un Paese senza un vero Risorgimento, una Riforma protestante, una Rivoluzione liberale. Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzky come rivoluzione liberale, perché è azione, movimento e tutto quello che si muove va verso il liberalismo. Apprezza i bolscevichi in quanto élite, detesta lo statalismo e il protezionismo della vecchia Italia giolittiana. Esponente della sinistra liberale progressista, collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini. Estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista Ordine Nuovo, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nel maggio del 1919 viene bollato da Togliatti sulle pagine di "Ordine Nuovo" come "parassita della cultura". Ma nell'autunno del 1920 il sostegno di Gobetti all'occupazione delle fabbriche e i suoi frequenti incontri con gli operai e comunisti torinesi migliorano molto i rapporti, tanto che Gramsci gli affida la rubrica di teatro della rivista. La classe operaia, in particolare quella torinese dei consigli di fabbrica, che frequenta insieme ai socialisti di Ordine nuovo, diventa per lui la leva che innoverà il mondo: non verso il socialismo, ma verso "elementi di concorrenza". Togliatti non lo ama, Gramsci lo apprezza, i liberali Salvemini e Croce sono incuriositi dall'intelligenza del ragazzo. A vent'anni, il 12 febbraio del 1922, fa uscire il primo numero della rivista "La Rivoluzione Liberale" che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale, collegato ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Vi collaborano intellettuali di diversa estrazione, tra cui Amendola, Salvatorelli, Fortunato, Gramsci, Antonicelli e Sturzo. Più volte arrestato nel '23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista è ripetutamente sequestrata. Lo stesso Mussolini si interessa di lui e telegrafa al prefetto di Torino: "Prego informarsi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore". Nel '24 fonda la rivista letteraria "Il Baretti", alla quale collaborano Benedetto Croce, Eugenio Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi. Il 5 settembre del '24, mentre sta uscendo di casa, è aggredito sulle scale da quattro squadristi che lo colpiscono al torace e al volto, rompendogli gli occhiali e procurandogli gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più riavutosi dalle ferite, muore esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. Non aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell'anno. È sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e all'estero, simbolo del liberalismo progressista sensibile al riscatto delle classi lavoratrici, la sua opera fu raccolta e pubblicata postuma: Opere critiche (1926); Paradosso dello spirito russo (1926); Risorgimento senza eroi (1926).

    IL PENSIERO

    A diciott'anni Gobetti fonda "Energie nuove", rivista quindicinale sulla scia dell' "Unità" di Gaetano Salvemini e, dopo una breve infatuazione per i liberisti come Einaudi, matura la sua concezione della politica come forma di educazione e della cultura come coscienza storica. Dopo un anno, nel 1920 la rivista finisce le pubblicazioni; nel '22 Gobetti fonda il settimanale "La Rivoluzione liberale", con molti collaboratori della cessata "Unità salveminiana" affiancata da una rivista letteraria, "il Baretti" e da una piccola casa editrice. A 23 anni, nel 1924, raccoglie, elaborandoli, molti articoli apparsi sulla rivista e, con lo stesso titolo, "Rivoluzione Liberale", pubblica il "Saggio sulla lotta politica in Italia". Era il mese d'aprile: nel giugno viene ucciso Matteotti e il 3 gennaio 1925 Mussolini trasforma il suo governo in regime. Per tutto l'anno si susseguono i sequestri della rivista, finchè il 1° novembre Gobetti deve pubblicare la diffida del prefetto di Torino contro il periodico, accusato di mirare "alla menomazione delle istituzioni monarchiche, della Chiesa, dei poteri dello Stato, danneggiando il prestigio nazionale". Una settimana dopo, esce l'ultimo numero della rivista, che segue il destino de "Il Caffè" pubblicato a Milano da Riccardo Bauer, con Parri, Gallarati Scotti, Arpesani, Borsa e Sacchi (chiuso in maggio), del fiorentino "Non Mollare" di Salvemini, Ernesto Rossi e dei fratelli Rosselli (finito in ottobre), e di tante altre voci libere invise al nuovo regime dittatoriale. Riletto oggi, il libro di Gobetti sorprende per le molte notazioni originali sul Risorgimento e sulla lotta politica del tempo. Per esempio, la considerazione di Cavour come autore di una grande rivoluzione liberale rimasta incompiuta, e dello stesso Risorgimento come incompiuto e non come "rivoluzione mancata" (come l'aveva invece letto Gramsci); la rivalutazione del Piemonte settecentesco e ottocentesco come di un paese contraddistinto dall'assenteismo dell'aristocrazia, dallo spezzettamento della grande proprietà agraria e dalla diffusione degli affittuari, dalla laicità dello Stato e dalla presenza di una singolare cultura moderna " in questo vecchio Stato nemico della cultura ". A differenza di tanti intellettuali di trenta o quarant'anni dopo, Gobetti riconosce il valore della fabbrica che " educa al senso della dipendenza e della coordinazione sociale, ma non spegne le forze di ribellione, anzi le cementa in una volontà organica di libertà " e riconosce altresì il valore positivo della città moderna, " organismo sorto per lo sforzo autonomo di migliaia d'individui ". In Gobetti appare per la prima volta il concetto di fascismo come " autobiografia della nazione ": " né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù da padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi ". E fin dalla prima pagina del libro fa una dichiarazione fulminante e valida più che mai oggi: " il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità ". Ci sono, in Gobetti, anche curiosità che fanno pensare:

    " la sua figura di ottimista sicuro di sé, le astuzie oratorie, l'amore per il successo e per le solennità domenicali, la virtù della mistificazione dell'enfasi…..L'ordinaria amministrazione con la sua monotonia è un altro fiero nemico del presidente; se egli non avesse un piacevole divertimento nelle trovate sportive che gli riconciliano la popolarità, il compito quotidiano sarebbe snervante e senza risorse ".

    Di chi parla? Di Mussolini certamente, allora. E oggi? Ma ci sono soprattutto analisi acute e ancora valide della storia e del carattere italiani e molti concetti innovatori. Nel capitolo su "Liberali e democratici", premesso che la più grave deficienza del liberalismo italiano si potrebbe cercare " nella lunga mancanza di un partito politico francamente conservatore ", Gobetti scrive: " insomma la parola d'ordine dei liberali in Italia a partire dal secolo scorso fu: "tutti liberali". La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l'azione storica dei ceti che vi sono interessati ". Posto che i veri liberali sono una minoranza, " bisogna convincersi che non erano e non potevano essere, come non sono, liberali i nazionalisti e i siderurgici, interessati al parassitismo dei padroni, né i riformisti che combattevano per il parassitismo dei servi, né gli agricoltori latifondisti che vogliono il dazio sui grani per speculare su una cultura estensiva di rapina, né i socialisti pronti a sacrificare la libertà di opporsi alle classi dominanti per un sussidio dato alle loro cooperative". Gobetti vede il carattere arretrato e illiberale della borghesia italiana, che chiede favori e una politica protezionista, una non-borghesia se confrontata con i ceti dirigenti conservatori di altri paesi. Riconosce che in Italia ci sono due borghesie, ma quella weberiana (come la chiama Flores D'Arcais) resta in minoranza, mentre domina il " ceto dirigente contento di sé ". Gobetti riconosce la necessità storica e i valori della civiltà capitalistica, ma vede i suoi limiti nelle nazioni più povere, la Russia e l'Italia. Nel nostro Paese, si contrappongono l'individualismo regolato dalle leggi e una tradizione " istintivamente individualista " che ha prodotto un popolo " in perenne atteggiamento anarchico ". Per Gobetti, " il liberalismo ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell'uomo di governo di fronte al popolo interessato… Solo attraverso la lotta di classe il liberalismo può dimostrare le sue ricchezze…Essa è lo strumento infallibile per la formazione di nuove élites, la vera leva, sempre operante, del rinnovamento popolare ". Certo, l'errore di Gobetti è stato di vedere in Gramsci e nei consigli di fabbrica, promossi da "Ordine nuovo", aspetti e valori liberali; da qui, la sua illogica simpatia per Lenin, benchè riconosca il carattere " accentratore, autoritario, monopolistico della rivoluzione russa ". Ciò non toglie che egli si era reso conto, sulle orme di Salvemini, degli errori della sinistra, in particolare del riformismo e del " parassitismo cooperativistico ". Ancora più importante, e decisivo per la valutazione di Gobetti, è il riconoscimento del fatto che il primato dell'uguaglianza rispetto alla libertà è la causa delle degenerazioni del movimento operaio. A questo proposito, commenta Flores D'Arcais: " pure, la convinzione gobettiana che se l'ossessione dell'eguaglianza sociale governa e comanda la politica operaia, umiliando le libertà a strumento tattico nella lotta per il potere, sono a repentaglio gli stessi interessi dei lavoratori - interessi nel senso più pieno e materiale del termine ". E infatti Gobetti aveva sostenuto con grande chiarezza: " il problema del movimento operaio è un problema di libertà e non di uguaglianza sociale ". Qui merita citare ancora Flores D'Arcais: contro la "disponibilità ''moderata'' di massa al tradimento del liberalismo"… "Contro questo rischio di populismo, perciò sempre più irrinunciabile si dimostra l'intuizione di Gobetti, che ai lavoratori dipendenti e alle forze politiche che li rappresentavano vada innanzi tutto affidata la difesa, la cura e il radicamento del liberalismo. Sono gli unici, infatti, ad avere un interesse intrattabile ad una convivenza civile fondata sul governo delle regole e non sulle regole di chi governa". In "Destra e sinistra", Norberto Bobbio ha scritto che il valore "eguaglianza" è quello che contraddistingue la sinistra. Ma un conto è constatare che nella storia del movimento operaio l'eguaglianza sia sempre stato il valore dominante; altro è riconoscere con Gobetti che la sottovalutazione della libertà è stato un errore. Rileggendo Gobetti, non è utopistico pensare che la bandiera della minoranza intellettuale antifascista, rappresentata dal partito d'azione, possa diventare adesso la connotazione di una sinistra popolare, non socialdemocratica né limitatamente migliorista. Giustizia e libertà: eguaglianza come mito, come direttrice per una società migliore, e libertà nella pratica di ogni giorno, nelle istituzioni, nelle regole del vivere civile e politico, libertà significa anche eguaglianza di fronte alle leggi, negazione di ogni favore e privilegio, negazione del familismo in tutti i suoi aspetti, fino alla connivenza camorristica e mafiosa, e quindi è educazione a un costume di convivenza civile e tollerante. Senza l'appoggio e la convinzione di un grande movimento politico popolare, l'educazione alla libertà non può divenire patrimonio comune. E, come aveva intuito Gobetti, i lavoratori a reddito fisso e gli imprenditori non speculatori e non protezionisti hanno interesse comuni: l'equità fiscale, innanzi tutto, che è un problema di eguaglianza e anche un aspetto del libero mercato, se si volesse tentare di farlo esistere almeno in parte; e la lotta alla corruzione e alle clientele politico-affaristiche, che è un problema di giustizia. Nessuno di questi grandi obiettivi potrà essere raggiunto se la libertà sarà ancora vista come "formale" o "borghese", oppure come una condizione già raggiunta. La libertà va realizzata nelle coscienze, nell'educazione, nelle regole della vita civile e politica, essa è la condizione per ogni sforzo di eguaglianza. La rivoluzione liberale, mai realmente attuata in Italia, dev'essere una rivoluzione di giustizia, che necessita sia di una profonda educazione etica, sia di un'azione politica di grandi orizzonti.

    LA RIVOLUZIONE LIBERALE

    Gobetti era un rivoluzionario liberale. Inevitabile, nel rievocarne la figura, partire dall'ossimoro, tanto più insolito e singolare, se calato nella storia politica italiana che ha fatto del liberalismo- oltre le benemerenze risorgimentali - una tradizione conservatrice o al più moderata. Intanto quell'ossimoro non è definizione arbitraria o affibbiata dall'esterno a Gobetti. E' un'autodefinizione. Che fa corpo col programma stesso che il giovane uomo di pensiero attribuì via via a se stesso, negli anni che vanno dalla prime prove editoriali - "Energie Nuove", la collaborazione a l'Unità di Salvemini - fino alla più matura opera destinata a divenire rivista e infine saggio nel 1924: "Rivoluzione liberale". Ma cos'era questa Rivoluzione? Di quali obiettivi, soggetti storici e speranze si nutriva? Per capirlo occorre, per un momento, fuoriuscire dal cielo dottrinario delle idee. E sforzarsi di intravedere prima ancora, un carattere, una biografia, un clima ben preciso. Parliamo di un certo mondo vitale. Quello della Torino pre-bellica e post-bellica, nel primi decenni del novecento. Indubitabilmente quella Torino è crogiolo avanzato di industria e cultura, piazzaforte del piccolo "Stato-Fiat" (la definizione sarà di Gobetti stesso) che piegava tutta l'industria circostante a sé, imprimendo ritmo e dinamismo nuovo all'ex capitale subalpina. E' un sommovimento profondo, che suscita da un lato le energie di un vasto proletariato industriale ben presto organizzato attorno ai suoi apostoli e filantropi borghesi, alle sue cooperative e al suo sindacato. E che dall'altro muove forze intellettuali diffuse. Sulla scia della nascente civiltà industriale. Di un mercato allargato e del ventaglio di funzioni e professioni evocato dalla modernizzazione giolittiana. Torino, è epicentro di tutto questo, e interpreta il suo ruolo mescolando fierezza di capitale declassata a sentimenti di rivincita industrialista sul resto del paese. Ecco, Gobetti, studente prodigio del Gioberti, giornalista in erba, ragazzo che si rivolgerà da pari a pari a Salvemini, Einaudi, Croce, Prezzolini, Gentile, cresce in quel clima. Figlio di contadini piemontesi inurbati e gestori di una drogheria, incarna perfettamente le Energie nuove del momento. Il tumultuoso passaggio da una società censitaria - ancorché cavourianamente inventiva - a un mondo di aspri conflitti tra ceti e generazioni. E' Gobetti, nella sua prodigiosa e acerba vitalità venata di puritanesimo, l'esplosione stessa a Torino e in Italia, di una questione cruciale. La questione intellettuale. Non già intesa come contrasto tra i colti e gli umili, tra romantica élite minoritaria e filistei privilegiati, come la Germania di primo ottocento ce l'ha tramandata. Bensì come questione politica nazionale. Sociale certo, quanto a dimensione e moltiplicazione delle funzioni intellettuali moderne. Ma, ancor, più politica. Cioè come problema della selezione e dell'ascesa delle classi dirigenti. Delle élites, per evocare un termine centrale nella riflessione di Gobetti. Qui, è impossibile non registrare una consonanza rivelatrice: Gramsci. Anche lui, a modo suo "contadino". Figlio di un piccolo impiegato comunale, e "isolano" inurbato nella medesima Torino di Gobetti. Anche lui, critico del fatalismo positivista, e vittima del fascismo. E del pari ossessionato dagli intellettuali. Coesivo e mastice simbolico - nella riflessione dei Quaderni del Carcere - senza cui nessun ricambio sociale, nessuna riproduzione economica, né baricentro egemonico di forze o di senso generale, era possibile nel moderno. Certo il demiurgismo intellettuale, di cui Gobetti fu interprete emblematico, ebbe nell'Italia di allora un significato oscillante e ambiguo. Sino a culminare col fascismo - sulle scie dell'"attivismo"- in una capillare integrazione dei colti nel regime, e di segno conservatore. Almeno fino ai tempi della fronda antifascista. Del resto, lo stesso Gobetti convisse, smarcandosene da ultimo, con protagonisti culturali della rivoluzione conservatrice. Dall'"Apota" Prezzolini a Gentile, idolatrato all'inizio, poi respinto come esponente di una scolastica autoritaria. Eppure, sul crinale di quest'insorgenza intellettuale di massa a cavallo della grande guerra, Gobetti rappresentò acutamente una grande possibilità, innervata da analisi di straordinaria attualità. La spinta ad un ricambio profondo di classi dirigenti. Oltre la chiusura oppressiva del vecchio ceto liberale che nell'unificare il paese dall'alto aveva escluso i ceti subalterni dallo stato e dal recinto della società civile. Cristallizzando assetti da civiltà pre-capitalista, privilegi corporativi e territoriali, ineguaglianze di classe. E' qui che il bisturi di Gobetti scava. Delineando, sulla scia di Salvemini, il quadro di quello che Gramsci definirà il "patto scellerato" tra nuova borghesia industrialista del nord, protetta dallo stato e vecchie classi parassitarie del sud, acquiescenti ad un progetto di unificazione nazionale che condannava il mezzogiorno a mercato passivo di manufatti e a serbatoio di manodopera. Mentre la proiezione geometrica di questo assetto diventava la convergenza al centro di partiti notabilari e incapaci di incarnare grandi correnti nazionali di interessi. C'è, in questa denuncia di Gobetti, l'analogo di consimili vedute weberiane. Le stesse con cui Max Weber nella Germania guglielmina metteva sotto accusa il parlamentarismo degli junker, nonché l'assenza di un vero partito liberale di massa capace di allargare la cittadinanza oltre il privilegio censitario e assicurare base parlamentare salda all'esecutivo. E tuttavia, in Gobetti, oltre l'attenzione ai limiti del liberalismo italiano, c'è la ricerca di un altro protagonista: il movimento operaio. Da riscattare dai vincoli di una mentalità fatalista e messianica, e da inserire a pieno titolo nel processo di rinnovamento dell'Italia liberale. Su questo punto l'utopia gobettiana si fa più affascinante e ambigua da decifrare. Infatti da un lato il giovane rivoluzionario liberale sembra puntare ad un rinnovamento dei partiti, concependoli come partiti di massa, finalmente liberati dai "partiti personali" costruiti sul maggioritario (Gobetti era proporzionalista). E in tal senso gioca un ruolo il richiamo energetico al ruolo del "mito" soreliano, che fonde in blocchi classi fondamentali e alleanze su opposte sponde. Dall'altro però gli impulsi di rivoluzione muovono in lui dalle autonome cerchie della società civile. Dal mondo della cultura e dalle sue ramificazioni capillari specialistiche. Dal mondo dell'industria e dal mondo della fabbrica. Come quando, nel 1920, egli guarda ammirato al soviet della Fiat e all'"Ordine Nuovo" di Gramsci, corrispettivo italiano di quel moto di "rivoluzione liberale" che Gobetti scorgeva nella rivoluzione bolscevica. Difficile capire se per Gobetti, dalla personalità sperimentale e in divenire l'epilogo di quell'Italia sospesa tra progresso e reazione e in piena bufera post-bellica, dovesse essere la rivoluzione sociale. Con gli operai promossi a rango di borghesi intraprenditori nelle fabbriche occupate. Oppure se per lui si trattasse solo di uno scossone salutare, destinato a mutare le élites al potere degli opposti schieramenti rinnovati dal fuoco dello scontro. E secondo uno schema "conflittualista" debitore più all'elitismo sociale di Mosca che non a quello "naturalistico" di Pareto. Ma a troncare il dilemma intervenne il fascismo. Quando, sulle ceneri della divisione tra le forze democratiche - liberali, cattoliche e socialiste ferite dalla scissione di Livorno - si incaricò di fornire la sua risposta. Eccola: un moderno regime reazionario di massa. Che lascia filtrare al vertice ceti medi emergenti, nel quadro di un compromesso storico con industria, monarchia e Chiesa. E che spacca e comprime in basso i ceti subalterni. Prima di morire, schiantato da un attacco cardiaco successivo all'aggressione squadristica a Torino, Gobetti individuò i tratti salienti di quella "modernizzazione reazionaria". Descrivendola come "autobiografia di una nazione": una micidiale miscela di populismo, antiparlamentarismo e tradizionalismo retrivo. Rassodata da un nuovo ceto medio risentito ed estraneo alle istituzioni, percepite come nemiche. Fu l'ultima fiammata di intelligenza di quel giovane acerbo, le cui intuizioni ante-litteram ridimensionano alquanto l'originalità di tante polemiche "revisionistiche" molto più tarde.

  2. #2
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    Su questo sito della Regione Piemonte è possibile leggere tutti i numeri di Rivoluzione Liberale !

    http://www.erasmo.it/liberale/

  3. #3
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    Quando la libertà è rivoluzionaria: Piero Gobetti
    Scritto da Giancarlo Iacchini • venerdì 20 ottobre 2006

    http://www.radicalsocialismo.it/inde...d=18&Itemid=83



    «Bisogna rendere la vita difficile a questo insulso oppositore», aveva detto Mussolini riferendosi al giovane Piero Gobetti, e gli squadristi del regime eseguirono l’ordine: l’intellettuale piemontese, di cui si è celebrato nel 2001 il centenario della nascita e quest’anno l’ottantesimo anniversario della morte, fu selvaggiamente picchiato e poi costretto all’esilio in Francia, dove morì pochi mesi dopo (nel 1926) per i postumi delle percosse ricevute, all’età di appena 25 anni.



    «Bisogna rendere la vita difficile a questo insulso oppositore», aveva detto Mussolini riferendosi al giovane Piero Gobetti, e gli squadristi del regime eseguirono l’ordine: l’intellettuale piemontese, di cui si è celebrato nel 2001 il centenario della nascita e quest’anno l’ottantesimo anniversario della morte, fu selvaggiamente picchiato e poi costretto all’esilio in Francia, dove morì pochi mesi dopo (nel 1926) per i postumi delle percosse ricevute, all’età di appena 25 anni. Figura a suo modo unica nel panorama culturale italiano tra le due guerre – scrittore, giornalista, editore, instancabile animatore culturale – Gobetti fondò quando aveva ancora soltanto 17 anni la sua prima rivista politica, Energie nove (1918), cui farà seguito di lì a poco la sua più celebre esperienza giornalistica, il periodico Rivoluzione liberale che animò e diresse con impegno e passione, seguendo ad esempio in presa diretta, nella sua Torino, l’esperienza dell’occupazione delle fabbriche ed instaurando una “grande amicizia” (come lui stesso la definì) con Antonio Gramsci. Il fondatore del Partito comunista gli chiese di collaborare al giornale da lui diretto, L’ordine nuovo, e Gobetti – conosciuto fino ad allora come un promettente discepolo di Benedetto Croce – decise di accettare l’offerta. Ciò contribuì non poco ad intensificare l’”attenzione” delle autorità fasciste verso la sua attività di oppositore del nascente regime, nonché a moltiplicare le diffidenze che anche gli esponenti più illustri del pensiero liberale nutrivano nei suoi confronti. In effetti le sue idee politiche, ritenute spesso ibride e incoerenti, rappresentano una “eretica” fusione di liberalismo e socialismo, un difficile ma originale incontro tra le istanze progressiste della borghesia – riconosciute peraltro dallo stesso Marx nel Manifesto – e la spinta democratica ed egualitaria proveniente dalle classi lavoratrici. Questa fusione si esprime nel titolo che Gobetti diede alla rivista da lui fondata: Rivoluzione liberale.


    Ma come è possibile essere liberale e insieme “rivoluzionario”? Di sinistra e nello stesso tempo “liberale”? Riconoscendo, da parte socialista, che «il problema del movimento operaio è un problema di libertà e non di eguaglianza sociale»; ed ammettendo altresì, da parte liberale, che la libertà non può essere un privilegio riservato ad una élite illuminata, ma una potenziale conquista di ciascuno in tutti i campi della vita sociale. «Quando Gobetti parlava di liberalismo – osserva Norberto Bobbio – intendeva riferirsi non ad una determinata teoria dello stato, a quella teoria dei limiti del potere statale che era stata elaborata dai costituzionalisti inglesi e francesi, ma ad una concezione globale della vita e della storia, secondo cui la storia è il teatro delle lotte tra gli uomini, e solo nell’antagonismo degli interessi, nell’antitesi delle forze politiche, nel dibattito delle idee, risiede la molla della civiltà e del progresso». Ecco perché la stessa “rivoluzione” è vista da Gobetti come un atto liberale, alla stregua di qualunque iniziativa in grado di squarciare la cappa soffocante del conformismo, dell’unanimismo, del consociativismo, del corporativismo. La dialettica degli opposti, come sostiene (ma spesso solo in teoria) anche il marxismo, è un carattere essenziale e ineliminabile della realtà, che però non prevede nessuna “sintesi” e non scompare dopo la “rivoluzione”, poiché sopprimendo la libera dialettica delle forze e delle idee si creerebbe soltanto una società totalitaria ed oppressiva. Al contrario, per Gobetti, la libertà è un fine politico e morale, un valore che non può mai essere sacrificato, neppure in nome della pur nobile lotta per l’uguaglianza.


    Il progresso sociale dovrà riuscire a coniugare uguaglianza e libertà, poiché Gobetti era convinto – come scrive lo storico Lucio Villari – «che il liberalismo non poteva che evolversi in una forma di democrazia progressiva». Ma in nessun caso l’ideale dell’uguaglianza avrebbe dovuto portare ad una limitazione dei diritti individuali. Ostile allo statalismo imperante nel pensiero socialista e favorevole al “libero mercato”, Gobetti guardava tuttavia con altrettanto favore alle agitazioni operaie, e spiegava l’apparente paradosso sostenendo che proprio l’opposizione e le contraddizioni vivificano la realtà: pertanto «la lotta di classe rafforza il sistema borghese», rendendolo migliore e più aperto alle istanze sociali. Riprendendo e sviluppando il modello teorico di Carlo Cattaneo (1801-1869) – eroe risorgimentale delle “cinque giornate di Milano” ed isolato fautore, contro il moderatismo monarchico ma anche contro il centralismo mazziniano, di una “repubblica federale” italiana ed in futuro anche europea – delinea un ideale politico progressista e federalista: «Una società molteplice, libera, articolata, viva per l’interna dialettica delle sue forze, realizzantesi contro ogni paternalismo in infinite autonomie». Ed anche sul piano culturale Gobetti rilancia, in sintonia con l’illustre predecessore, «la speranza di una nuova età illuministica, fondata sulla vittoria della ragione contro l’istinto, della civiltà contro la barbarie, della serietà contro la retorica» (N. Bobbio). Quello che in quegli anni drammatici lo spaventa e lo indigna, più ancora dell’avvento della dittatura e del violento prevalere di un regime liberticida, è il consenso che la svolta autoritaria può incontrare nelle masse, storicamente inclini ad accettare il conformismo, l’omologazione, il “paternalismo corruttore” e disabituate alla critica, al pluralismo conflittuale, alla lotta aperta delle posizioni politiche e ideali. Insomma, peggio del fascismo c’è il “mussolinismo”. Come spiega a conclusione del saggio La rivoluzione liberale, «il mussolinismo è un risultato assai più grave del fascismo stesso, perché ha confermato nel popolo l’abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza». E allora «il problema è di lavorare per un’Italia che abbia intima ripugnanza per il fascismo, per i sistemi paternalistici, per i blocchi e le concentrazioni; per un’Italia in cui ognuno sappia sacrificarsi per idee precise e distinte. Questo mi pare realismo politico». Una realistica... utopia che, a tanti decenni di distanza, appare ancora quanto mai attuale, così come la laica “passione libertaria” che animava Piero Gobetti nel suo impegno instancabile per una crescita del senso critico e della responsabilità individuali, contro dogmi e “chiese” di ogni tipo, per un progresso fondato sulla liberazione, l’autonomia e l’autogoverno delle persone e dei gruppi sociali.

  4. #4
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    Da questa discussione sul forum PDCI, due citazioni interessanti:

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=328552

    << Un partito liberale d’avanguardia deve tendere a rinnovare la vita politica facendovi affluire continuamente nuove correnti libertarie disciplinate intorno a una morale di autonomia. La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli “interessi generali”, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati ad una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva. Bisogna convincersi che non possono essere, come non sono, liberali i nazionalisti e gli industriali, interessati al parassitismo dei padroni, né i riformisti che combattono per il parassitismo dei servi, né gli agricoltori latifondisti che vogliono il dazio sul grano per speculare su una cultura estensiva di rapina, né i socialisti (riformisti) pronti a sacrificare la libertà di opporsi alle classi dominanti per un sussidio dato alle loro cooperative. Poiché il liberalismo non è indifferenza né astensione ci aspettiamo che per il futuro i liberali, individuati i loro nemici eterni, si apprestino a combatterli implacabilmente. >>

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    << Da una parte i nazionalisti, i clericali, i conservatori, gli avvocati degli agrari e degli industriali protetti, i rifiuti dei partiti vecchi e nuovi, gli avventurieri della politica; dall’altra le masse dei lavoratori con i borghesi rimasti fedeli ai loro ideali di libertà».
    «I ceti dominanti (plutocrazia, agrari, corte, esercito, burocrazia) hanno trovato in Mussolini l’uomo in cui riporre piena fiducia. L’Aventino ha anche contato sulle classi medie. Ma queste per la loro natura equivoca sono sempre col vincitore. Sono rimasti alle opposizioni non le classi medie, ma alcuni individui che, per la loro educazione e la loro dignità, sentono esigenze di critica e di idee. Messe così le cose, deve essere acquisito che la sola riserva solida di ogni nuova politica futura è il movimento operaio. Se intorno all’Aventino si è venuta formando un’élite di giovani che capiscono la situazione, che non si fanno illusioni, essi hanno il dovere di smetterla con le inconcludenti polemiche contro i comunisti, che minacciano dl diventare un utile diversivo, e di lavorare con lealtà per il fronte unico operaio».
    «Esiste in Italia, nel Nord, un proletariato moderno. Negli anni del bolscevismo questo proletariato non pensava alle scomposte rivolte, pensava di creare un ordine nuovo. Oggi rifiuta i vantaggi materiali che gli offrono le corporazioni fasciste, non cede, non si sottrae alle sue responsabilità e ai suoi pericoli. Bisogna vedere da vicino, come io vedo qui, alla FIAT, la tenacia di questo proletariato. Bisogna rendergli onore. Con la sua intransigenza esso ha conquistato i suoi diritti civili, è degno degli altri proletariati europei, le sue battaglie e i suoi sacrifici gli segnano il suo posto di dignità nell’Europa lavoratrice di domani».
    «Tutto dipende dallo sviluppo della crisi socialista. Oggi la disorganizzazione dei tre partiti è connessa col disorientamento del proletariato. Ma le polemiche sono un segno di vitalità, di esigenze più profonde per il futuro. Il sogno di un partito proletario unico, disciplinatamente organizzato a battaglia, appare certo lusinghiero e piacevole alle persone che amano gli schemi ordinati. Sembra a tutti incontestabile che, mentre il proletariato è travagliato dalla reazione, il battersi compatto possa consentirgli di salvare almeno le posizioni più indispensabili. Invece sarebbe ora di accorgersi che questo linguaggio è invecchiato. La parola d’ordine dell’unità non è servita a evitare in nessun paese la costituzione di tre partiti proletari. Sono le vie e le ipotesi che si presentano alla scelta degli oppressi in cerca di liberazione. Tra la democrazia di Turati e il bolscevismo ortodosso di Bordiga, la critica dell’‘Avanti!’, ispirata a un marxismo sospettoso della Terza Internazionale e prudentemente rivoluzionario ma francamente classista, è logica e utile. Ma ci sembra necessario riflettere che oggi il partito massimalista è frutto di un libero sforzo proletario, cresciuto per il sacrificio degli umili. La crisi vera non è, insomma, del massimalismo più che degli unitari e dei comunisti: la crisi è di tutto il socialismo, che non è riuscito negli ultimi venti anni a rinnovare la sua classe dirigente, e non ha avuto dopo la generazione di Turati una élite di capi giovani e preparati ai nuovi tempi. Ma nella resistenza al fascismo i tre partiti proletari hanno dato una prova di vitalità e di forza, non di decadenza. La concorrenza li migliora; le polemiche, anche quelle più disgustosamente personali, li chiarificano. Certo si tratta di una crisi di crescenza. E non bisogna guardarla con disdegno, perché vi si stanno preparando i migliori, quelli che avranno diritto di condurre il proletariato alla riscossa».
    «Preferiamo Marx a Mazzini. Una democrazia vera deve nascere sul terreno storico del marxismo, e i democratici italiani che imprecano a Marx sono fior di reazionari. La cultura popolare è una sciocchezza fuori dell’iniziativa, della conquista, dell’esercizio diretto. Che il popolo legga, che ami Mazzini, può interessare i dilettanti in cerca di nuove forme di filantropia. Ma è chiaro che anche questa forma di facile filantropia è indice, come tutte le altre, di animo reazionario. Quando Mazzini parla del problema sociale come di un problema di educazione delle facoltà umane egli è in una posizione reazionaria. “I doveri dell’uomo” di Mazzini è un libro immorale in quanto propone all’operaio un ideale che non scaturisce dal suo stesso cuore, lo persuade a tradire sé e i suoi per agire nell’atmosfera retorica della palingenesi democratica e della virtù piccolo-borghese. Perciò bisogna avere il coraggio di affermare che questa è l’ora di Marx. Il movimento operaio ha avuto uno scopo e un’organicità da quando egli levò il suo grido di battaglia. Non è vero che Marx parli alle masse il linguaggio materialistico, Mazzini il linguaggio ideale: l’ideale di Mazzini è nebuloso e romantico, quello di Marx realistico e operoso. In Italia, Marx fu messo in soffitta per l’immaturità del capitalismo e del proletariato. E’ probabile che la parentesi fascista non sia breve; ma certo sarà in nome di Marx che le avanguardie operaie e le élites intransigenti lo seppelliranno
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