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Discussione: Francesco Petrarca

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    Predefinito Francesco Petrarca

    Francesco Petrarca
    «Italia mia, benché ’l parlar sia indarno»
    [Canzoniere, CXXVIII]

    È la grande *canzone politica di Petrarca, la più impegnata tra quelle di argomento affine presenti nel
    Canzoniere e la più fortunata presso i lettori futuri.
    Petrarca la compose probabilmente nell’inverno 1344-45 a Parma, venduta da Azzo da Correggio al ferrarese
    Obizzo d’Este, attaccato dal signore di Mantova Filippino Gonzaga;mentre il meccanismo delle alleanze
    coinvolgeva nelle ostilità anche Verona, Bologna, Forlì e altre città del Nord. Dall’occasione contingente
    Petrarca trae spunto per criticare severamente il particolarismo dell’Italia, che divide e mette gli uni contro
    gli altri sovrani e popoli appartenenti a una stessa tradizione e a una stessa cultura. Vi è quindi un solenne
    richiamo alla civiltà nazionale italiana, fondata sulla tradizione di Roma. L’invito alla pace, commosso e intenso,
    implica un riferimento alla identità italiana, cioè una prospettiva non genericamente morale ma anche
    pienamente politica. Tant’è vero che il poeta interviene anche su una questione destinata a grande rilevanza
    nel dibattito politico dei due secoli successivi: l’utilizzazione da parte dei signori italiani di truppe mercenarie
    straniere (in particolare tedesche). La denuncia di tale abitudine si accompagna all’invito vigoroso
    all’insurrezione contro gli occupanti stranieri.
    Petrarca segue, nelle scelte stilistiche e strutturali, la tradizione della canzone civile impegnata, forte
    degli esempi di Guittone d’Arezzo e di Dante. La sostenutezza retorica di questo testo risponde cioè
    alla gravità tanto della materia e della circostanza ispiratrice, quanto del genere poetico di appartenenza.

    Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
    a le piaghe mortali
    che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
    piacemi almen che’miei sospir’ sian quali
    5 spera ’l Tevero et l’Arno,
    e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
    Rettor del cielo, io cheggio
    che la pietà che Ti condusse in terra
    Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
    10 Vedi, Segnor cortese,
    di che lievi cagion’ che crudel guerra;
    e i cor’, che ’ndura et serra
    Marte superbo et fero,
    apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
    15 ivi fa’ che ’l Tuo vero,
    qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.


    Metrica: Canzone di sette stanze di sedici versi ciascuna con rime,
    secondo lo schema AbC, BaC; cDEeDdfGfG. Il congedo
    riprende lo schema cDEeDdfGfG.
    1-6 {O] Italia mia, benché il (’l) parlare sia inutile (indarno)
    a [curare] le piaghe mortali che vedo (veggio) nel
    tuo bel corpo così (sì) numerose (spesse), voglio (piacemi
    = mi piace) almeno che i (che’) miei sospiri [di
    dolore] siano quali il Tevere e l’Arno e il Po, dove ora sto
    (seggio = siedo) addolorato (doglioso) e turbato (grave),
    si aspettano (spera). Il discorso è rivolto direttamente
    all’Italia, immaginata nei termini di una persona
    umana (cfr. corpo tuo), secondo la tecnica della *personificazione.
    Per questa ragione i problemi sono chiamati
    piaghe. Il poeta ha coscienza dell’inutilità delle
    proprie parole, ma vuole ottemperare alle giuste attese
    degli Italiani nei suoi confronti. Il riferimento ai tre fiumi
    più conosciuti d’Italia indica la penisola nel suo insieme,
    e anzi i suoi abitatori.
    7-9 Governatore (rettor) del cielo [: Dio], io chiedo (cheggio)
    [: ti prego] che la pietà che Ti condusse sulla (in)
    terra [: a incarnarti in Cristo] Ti [ri ]volga al Tuo nobile
    (almo) paese preferito (dilecto) [: l’Italia]. Il particolare
    amore di Dio per l’Italia sarebbe dimostrato,
    secondo i pensatori medievali, dall’aver posto in Italia
    la sede della Chiesa e quella dell’Impero, provvidenzialmente
    inteso.
    10-16 [O] Signore cortese, [tu] vedi da (di) quanto (che) lievi
    cause (cagion’<i>) che guerra crudele [è derivata]; e
    apri e intenerisci e sciogli (snoda) [dall’errore] Tu, o padre,
    i cuori, che Marte superbo e feroce (fero) indurisce
    (’ndura) e chiude (serra); fa’ che la Tua verità (vero) venga
    udita (s’oda) lì (ivi) [: nei cuori] attraverso (per) le
    mie parole (la mia lingua), comunque io sia (qual io mi
    sia) [: non badare al fatto che io sono indegno di pronunciare
    la tua verità]. Marte: dio pagano della guerra, rappresenta
    qui l’aggressività e la ferocia degli uomini. ’Ntenerisci
    e snoda: si contrappongono a ’ndura e serra di
    due versi prima.

    Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
    de le belle contrade,
    di che nulla pietà par che vi stringa,
    20 che fan qui tante pellegrine spade?
    perché ’l verde terreno
    del barbarico sangue si depinga?
    Vano error vi lusinga:
    poco vedete, et parvi veder molto,
    25 ché ’n cor venale amor cercate o fede.
    Qual più gente possede,
    colui è più da’ suoi nemici avolto.
    O diluvio raccolto
    di che deserti strani,
    30 per inondar i nostri dolci campi!
    Se da le proprie mani
    questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

    Ben provide Natura al nostro stato,
    quando de l’Alpi schermo
    35 pose fra noi et la tedesca rabbia;
    ma ’l desir cieco, e ’ncontra ’l suo ben fermo,
    s’è poi tanto ingegnato,
    ch’al corpo sano à procurato scabbia.
    Or dentro ad una gabbia
    40 fiere selvagge et mansüete gregge
    s’annidan sì, che sempre il miglior geme;
    et è questo del seme,
    per più dolor, del popol senza legge,
    al qual, come si legge,
    45 Mario aperse sì ’l fianco,
    che memoria de l’opra ancho non langue,


    17-22 [O] voi [: signori italiani] ai quali (cui) la sorte (Fortuna)
    ha posto in mano [: ha affidato] il governo (il freno)
    delle belle regioni (contrade) [italiane], delle quali
    (di che) pare che [non] vi tocchi (stringa) nessuna (nulla)
    pietà, che fanno qui [: in Italia] tante spade [: soldati]
    straniere (pellegrine)? [Sono qui forse] affinché
    (perché) il verde terreno si colori (si depinga) del sangue
    dei barbari? Petrarca si rivolge ai potenti d’Italia,
    accusandoli di essere i principali responsabili della decadenza
    italiana. Infatti è dalle lotte e dalle guerre tra
    i vari signori che derivano i mali nazionali, a partire dalla
    presenza di soldati mercenari stranieri. La prima domanda
    contiene un’accusa: quella di aver condotto soldati
    stranieri sul territorio nazionale; la seconda domanda
    (vv. 21-22) contiene un riferimento *ironico alle
    speranze di trovare fedeltà in soldati prezzolati, quasi
    dicesse “sperate veramente che soldati stranieri siano
    disposti a versare il loro sangue per i vostri interessi?”,
    alludendo alla tendenza dei soldati mercenari a
    combattere nel proprio esclusivo interesse, pronti a
    cambiare fronte e a depredare i territori dei propri stessi
    pagatori (cfr. sotto).
    23-27 Vi seduce (vi lusinga) una illusione (error) infondata
    (vano): vedete [: capite] poco, e vi sembra (parvi) di vedere
    molto, dato che (ché) cercate amore o fedeltà (fede)
    in cuori (cor; sing.) mercenari (venale). Chi (qual)
    possiede più truppe (gente), questi (colui) è più circondato
    (avolto) dai suoi nemici. A essere nemici, potenzialmente,
    sono infatti gli stessi soldati provvisoriamente arruolati
    a pagamento, con scarsa capacità di previsione e
    di valutazione.
    28-32 O diluvio [: i soldati stranieri, per *metafora] raccolto
    da quali (di che) orridi (strani) luoghi selvaggi
    (deserti), per inondare i nostri dolci campi! Se questo
    ci accade (n’avene) a causa delle (da le) [nostre]
    proprie mani [: per opera di scelte fatte da Italiani],
    allora (or) chi potrà (fia = sarà) salvarcene
    (che ne scampi)? Anche qui è messa in risalto una
    trasformazione di amici in nemici, come nei versi 26-
    27: i signori italiani non fanno l’interesse dell’Italia
    così come i soldati mercenari non fanno quello dei signori
    stessi che li pagano (né tanto meno quello dell’Italia).
    33-38 La natura provvide adeguatamente (ben) alla nostra
    [: degli Italiani] esistenza (stato), quando mise (pose)
    la protezione (schermo) delle Alpi fra noi e la ferocia (rabbia)
    tedesca [: delle popolazioni germaniche]; ma poi il
    desiderio (’l desir) cieco [: stupido; dei signori d’Italia],
    e tenace (fermo) [anche] contro (<i>’ncontra) il proprio
    interesse (’l suo ben), si è a tal punto (tanto) dato da fare
    (ingegnato), che ha procurato corruzione (scabbia;
    per metafora) al corpo sano [dell’Italia]. L’avidità senza
    discernimento e testarda dei potenti ha distrutto le difese
    offerte dalla natura alla penisola, corrompendola.
    Scabbia: è propriamente una ripugnante malattia della
    pelle.
    39-48 Ora belve (fiere) selvagge [: i “barbari”] e greggi
    mansueti [: gli Italiani] abitano (s’annidan) dentro a
    una [stessa] gabbia [: l’Italia], così (sì) che il migliore
    [: le greggi, cioè gli Italiani] sempre è oppresso (geme);
    e questo [ci ] viene (è), per [procurare] più dolore,
    dalla discendenza (del seme) del popolo senza civiltà
    (legge) [: i barbari germanici], al quale, come si
    legge [nelle storie di Roma], Mario inflisse una tale
    sconfitta (aperse sì ’l fianco = aprì a tal punto le viscere)
    che ancora (ancho) non si spegne (non langue)

    quando assetato et stanco
    non più bevve del fiume acqua che sangue.

    Cesare taccio che per ogni piaggia
    50 fece l’erbe sanguigne
    di lor vene, ove ’l nostro ferro mise.
    Or par, non so per che stelle maligne,
    che ’l cielo in odio n’aggia:
    vostra mercé, cui tanto si commise.
    55 Vostre voglie divise
    guastan del mondo la più bella parte.
    Qual colpa, qual giudicio o qual destino
    fastidire il vicino
    povero, et le fortune afflicte et sparte
    60 perseguire, e ’n disparte
    cercar gente et gradire,
    che sparga ’l sangue et venda l’alma a prezzo?
    Io parlo per ver dire,
    non per odio d’altrui, né per disprezzo.

    65 Né v’accorgete anchor per tante prove
    del bavarico inganno
    ch’alzando il dito colla morte scherza?
    Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;
    ma ’l vostro sangue piove
    70 più largamente, ch’altr’ira vi sferza.
    Da la matina a terza
    di voi pensate, et vederete come
    tien caro altrui che tien sé così vile.


    il ricordo (memoria) dell’evento (de l’opra), quando [essendo]
    assetato e stanco non bevve dal fiume più acque
    che sangue [: bevve un liquido composto per metà del
    sangue nemico, misto alle acque del fiume]. L’Italia, trasformata
    in una gabbia, vede la convivenza forzata della
    indifesa civiltà latina (rappresentata dalle greggi, simbolo
    evangelico di purezza e di mitezza) e della violenta
    rozzezza dei barbari germanici; il contrasto tra i due popoli
    è sottolineato dal *chiasmo al v. 40. Aggrava il dolore
    il fatto che della condizione inerme degli Italiani si approfittino
    i discendenti dei nemici storici dei Latini, da
    essi duramente sconfitti. I vv. 44-48 rievocano le imprese
    militari di Caio Mario, il quale nel 102 a. C. distrusse
    l’esercito dei Teutoni (una popolazione germanica) presso
    l’odierna Aix-en-Provence.
    49-51 Non parlo (taccio) di Cesare che per ogni terra (piaggia)
    insanguinò (fece…sanguigne) le erbe del loro [:
    dei “barbari”] sangue, ovunque (ove) portò (mise) la
    spada (’l… ferro) nostra [: degli Italiani, sentiti come
    continuatori dei Romani]. Le imprese di Giulio Cesare
    sono rapidamente rievocate attraverso la figura delle
    *preterizione.
    52-56 Ora pare che il cielo ci abbia (n’aggia) in odio, non so
    per [influsso di ] che stelle malefiche (maligne): grazie a
    voi (vostra mercé) [: i signori], ai quali (cui) è stato affidato
    (si commise) un così alto compito (tanto). Le vostre
    avidità (voglie) discordi (divise) guastano la più bella
    regione (parte) del mondo [: l’Italia].
    57-62 Quale colpa, [o] quale punizione (giudicio) o quale
    destino [vi spinge a] opprimere (fastidire) i vicini poveri,
    e perseguitare (perseguire) i [lor] beni (fortune) [già]
    impoveriti (afflicte) e dispersi (sparte), e a cercare e
    gradire gente straniera (’n disparte; ’n = in), che sparga
    il [proprio sangue] e venda l’anima (l’alma) [: la vita
    e la coscienza] per denaro (a prezzo)? Due le colpe
    dei signori italiani qui loro rinfacciate: attendere che i
    vicini siano in difficoltà per approfittarne; cercare lontano
    dalla patria soldati mercenari e accoglierli a braccia
    aperte pur di realizzare i propri piani di conquista
    nei confronti degli Stati confinanti. Qual colpa…destino:
    tre possibili cause del fatale comportamento dei signori:
    colpa umana, punizione divina, destino voluto dalla
    sorte. Le tre cause delineano tre diverse concezioni
    della storia e del mondo.
    63-64 Io parlo per dire la verità (ver), [e] non per odio né per
    disprezzo di qualcuno (d’altrui). Il poeta dichiara di ricorrere
    a un tono così duro solo per amore della verità dei
    fatti e non perché egli sia a sua volta coinvolto nello spirito
    fazioso che sta condannando; aggiunge così autorità
    e solennità al proprio giudizio.
    65-73 E non (né) vi accorgete ancora [pur] con (per) tante dimostrazioni
    (prove) dell’inganno dei soldati germanici
    (bavarico = bavarese), che alzando il dito [: in segno di resa]
    si beffa (scherza) della morte? A parer mio è peggio
    lo scherno (lo strazio) che il danno; ma il sangue dei vostri
    (vostro) [: degli Italiani] viene versato (piove) con
    più larghezza (più largamente), dato che (ch’) vi incita (vi
    sferza) un odio (ira) ben maggiore (altr’<o>). Pensate a
    voi stessi (di voi) dall’alba alle nove (da la matina a [ora]
    terza), e vedrete [: capirete] quanto (come) considera
    degni (tien caro) gli altri (altrui) chi [: i mercenari] considera
    sé così vile [: da vendere la propria vita]. Due argomenti
    dovrebbero dissuadere dall’impiego di soldati
    mercenari: la loro inadeguatezza guerresca (infatti essi si
    arrendono al primo pericolo); la slealtà (infatti non è lecito
    attendersi reazioni eticamente elevate da chi si vende
    per denaro). I due argomenti sono strettamente intrecciati.
    Bavarico: cioè, propriamente, della Baviera, una
    regione della Germania meridionale; vale, in genere, ’germanico’.
    Alzando il dito: è il segno di resa antico, e già romano,
    dei soldati in combattimento. Da la matina a terza:
    un periodo di tre ore, tuttavia sufficiente a capire le ragioni
    esposte dal poeta. Per dire che i signori non dedicano
    ormai alla riflessione neppure questo tempo brevissimo,
    tutti presi e accecati dall’avidità.

    Latin sangue gentile,
    75 sgombra da te queste dannose some;
    non far idolo un nome
    vano senza soggetto:
    ché ’l furor de lassù, gente ritrosa,
    vincerne d’intellecto,
    80 peccato è nostro, et non natural cosa.

    Non è questo ’l terren ch’i’ tocchai pria?
    Non è questo il mio nido
    ove nudrito fui sì dolcemente?
    Non è questa la patria in ch’io mi fido,
    85 madre benigna et pia,
    che copre l’un et l’altro mio parente?
    Perdio, questo la mente
    talor vi mova, et con pietà guardate
    le lagrime del popol doloroso,
    90 che sol da voi riposo
    dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
    segno alcun di pietate,
    vertù contra furore
    prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto:
    95 ché l’antiquo valore
    ne l’italici cor’ non è anchor morto.

    Signor’,mirate come ’l tempo vola,
    et sì come la vita
    fugge, et la morte n’è sovra le spalle.
    100 Voi siete or qui; pensate a la partita:
    ché l’alma ignuda et sola
    conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
    Al passar questa valle
    piacciavi porre giù l’odio et lo sdegno,
    105 vènti contrari a la vita serena;


    74-80 [O] nobile (gentile) sangue latino [: gli Italiani], lìberati
    (sgombra da te) di questi pesi (some; con metafora)
    dannosi [: i mercenari]; non trasformare in un mito (non
    far idolo) una fama (un nome) illusoria (vano) senza fondamento
    (soggetto) [: la gloria militare dei soldati tedeschi]:
    dal momento che (ché) è colpa (peccato) nostra [:
    degli Italiani] e non cosa naturale [: fatto inevitabile] che
    la violenza (’l furor) [degli abitanti] del Nord (de lassù)
    [: dei Tedeschi], popolazione (gente) arretrata (ritrosa),
    ci vinca (vincerne) in intelligenza (d’intellecto). Non la
    proverbiale forza delle armi tedesche, ma l’intelligenza
    dei soldati mercenari è veramente superiore a quella degli
    Italiani. Il *paradosso – data la concezione del tempo,
    che riteneva rozzi i popoli nordici – serve a mettere ancora
    una volta al centro dell’attenzione le responsabilità
    dei regnanti. L’intelligenza dei mercenari consiste nel vendersi
    senza poi essere fedeli, né nel combattere, né nel
    conservarsi legati alla causa di ingaggio.
    81-86 Non è questa [: dell’Italia] la terra (’l terren) che io toccai
    per prima (pria) [: appena nato; cioè in cui io nacqui]?
    Non è questo il mio nido [: la mia dimora] in cui
    (ove) fui nutrito [: in cui vissi] così dolcemente? Non è
    questa la patria nella quale io (in ch’io) ho fiducia (mi fido),
    [essa che è una] madre benevola (benigna) e pietosa
    (pia), che ricopre [: in cui sono sepolti] l’uno e l’altro
    mio genitore (parente)? Sono tre *domande retoriche.
    87-96 In nome di Dio (Perdio), queste cose (questo) [appena
    dette] talora vi muovano (mova; al sing.) la mente [: influenzino
    i vostri pensieri], e guardate con pietà le lagrime
    del popolo addolorato (doloroso), che spera [di avere] serenità
    (riposo) solo da voi dopo Dio; e [basterebbe] solamente
    (pur) che voi mostriate qualche (alcun) segno di
    pietà (pietate), [e] il valore (vertù) [: degli Italiani] prenderà
    le armi contro la brutalità (furore) [: dei Tedeschi], e il
    combattimento (’l combatter) sarà (fia) breve (corto): perché
    (ché) l’antico valore non è ancora morto nei cuori italiani.
    La condizione avvilita del popolo italiano nasconde
    ancora, secondo il poeta, la grandezza ereditata dal glorioso
    passato, in particolare romano; e aspetta solamente di
    essere stimolato da un esempio anche minimo di virtù nei
    governanti: la responsabilità dei quali per la dipendenza
    dalle armi straniere risulta dunque tanto più grave.
    97-102 [O] signori, osservate (mirate) come il tempo vola, e
    allo stesso modo (sì) come la vita fugge, e la morte ci sta
    (n’è) sulle (sovra le) spalle [: ci segue da vicino].Voi ora
    siete qui [: sulla Terra]; pensate alla partenza (partita) [:
    alla morte]: dato che (ché) è inevitabile (conven; lat.“necesse
    est”) che l’anima (l’alma) arrivi nuda (ignuda) e sola
    a quel cammino (calle) insidioso (dubbioso) [: la morte].
    Il pensiero della morte e del giudizio divino dovrebbero
    anch’essi spingere i governanti a un comportamento
    virtuoso, pensando a come l’anima si presenta senza
    nessuna possibile protezione, nella prospettiva cristiana,
    al giudizio finale.
    103-112 Nell’attraversare (al passar) questa valle [: la vita terrena]
    vogliate (piacciavi) deporre (porre giù) l’odio e l’ira (lo
    sdegno),forze (vènti; per *metafora) contrari alla vita serena;

    et quel che ’n altrui pena
    tempo si spende, in qualche acto più degno
    o di mano o d’ingegno,
    in qualche bella lode,
    110 in qualche honesto studio si converta:
    così qua giù si gode,
    et la strada del ciel si trova aperta.

    Canzone, io t’ammonisco
    che tua ragion cortesemente dica,
    115 perché fra gente altera ir ti convene,
    et le voglie son piene
    già de l’usanza pessima et antica,
    del ver sempre nemica.
    Proverai tua ventura
    120 fra’magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
    Di’ lor: – Chi m’assicura?
    I’ vo gridando: Pace, pace, pace.


    e quel tempo che viene impiegato (che…si spende) per
    (’n = in) [procurare] sofferenze (pena) ad altri (altrui)
    venga rivolto (si converta) [invece] in qualche atto (acto)
    più meritevole (degno) o pratico (o di mano) o intellettuale
    (o d’ingegno), in qualche bella attività lodevole
    (bella lode), in qualche impegno (studio) onorevole (honesto):
    così qua giù [sulla Terra] si è soddisfatti (si gode),
    e si trova aperta la strada del cielo [: la beatitudine dopo
    la morte]. È l’invito conclusivo a dedicare a imprese
    elevate e meritevoli di lodi quelle energie inutilmente impiegate,
    al presente, per competere faziosamente con
    nemici e avversari. In questi ultimi versi trapela la concezione
    petrarchesca della nobiltà umana, e del suo rapporto
    con la sfera religiosa: una originale sintesi di valori terreni
    e di interessi trascendenti.
    113-122 [O] canzone, io t’invito a esporre (io t’ammonisco
    che...dica) cortesemente i tuoi argomenti (tua ragion),
    dato che (perché) ti è necessario (ti convene) andar (ir)
    fra gente superba (altera), e i [loro] caratteri (le voglie) sono
    posseduti (piene) ormai (già) dall’abitudine (de l’usanza)
    pessima e antica [: l’adulazione], sempre nemica
    del vero. Troverai (proverai) la tua fortuna (ventura) fra i
    (fra’) pochi animi nobili (magnanimi) ai quali (a chi) piace
    il bene. Di’ loro: – Chi mi protegge (m’assicura)? Io vado
    (vo) gridando: Pace, pace, pace. – Il *congedo completa
    il quadro di corruzione imperante con un riferimento, attraverso
    *perifrasi, all’adulazione ipocrita e menzognera
    dei cortigiani e dei letterati asserviti al potere: pericoli dai
    quali le parole del poeta dovranno cercare protezione
    presso i pochi ancora amanti della virtù e della verità, per
    diffondere grazie a essi il proprio messaggio di pace. Pace,
    pace, pace: non è un invito generico; e da molti luoghi
    della canzone si ricavano esortazioni guerresche contro
    le milizie straniere (cfr. p. es. i vv. 45-51, 75, 91-96). Qui
    è insomma la pace tra i signori italiani a essere invocata,
    la cessazione delle inimicizie e delle ostilità fratricide.

    La tradizione della canzone civile
    L’appartenenza di questo testo petrarchesco a una tradizione di poesia impegnata è testimoniata da numerosi elementi di carattere formale e da alcune delle argomentazioni adottate. Sul piano formale, è significativa
    la scelta della forma metrica nobile della *canzone, riservata già da Dante agli argomenti più elevati e impegnativi. La valorizzazione del tema è affidata anche all’elevatezza del lessico, dello stile e della struttura
    argomentativa (segnata da parallelismi, riprese e contrapposizioni), con impiego frequente di figure retoriche. È poi importante soprattutto l’identificazione di motivi politici e di motivi morali: la causa per la quale
    ci si batte non è solo presentata come la più opportuna ma anche come la più giusta, determinandosi così una coincidenza tra bene politico e bene morale. Questa canzone di Petrarca, così come si inserisce in un solco poetico già aperto, avrà un’importanza decisiva per la fortuna seguente del genere, fino a Leopardi e a Carducci.

    Stile e scrittura
    L’elevatezza dello stile e l’impegno nella costruzione strutturale sono rivelati da numerosi elementi. La sostenutezza stilistica si affida in particolare, oltre che alla scelta di un lessico aristocratico, al ricorso a numerose
    figure retoriche. Sono numerose le frasi esclamative (cfr. vv. 28-30) e le *interrogative retoriche (cfr. vv. 20, 31-32, 57-62, 65-67, 81, 82-83, 84-86); esse esprimono indignazione e adesione alla materia trattata, pur contribuendo a dare controllo all’impeto passionale, a stabilire una forma di relativa distanza psicologica. Importanti sono le *antitesi e le contrapposizioni (cfr. vv. 29-30, 40, 93), spie di una concezione secondo cui il bene e il male si raccolgono e concentrano per intero in due sfere distinte e contrapposte. Frequenti sono anche le *metafore (cfr. p. es. vv. 2, 28-30, 38, 39-41, 75, 82, 85, 97, 102, 103), la cui funzione è, ancora una volta, tanto quella di caricare la rappresentazione in senso morale e passionale, quanto quella di determinare una forma di distanza critica e razionale nei suoi confronti. Non rare sono anche altre figure retoriche con funzione di innalzamento stilistico, quali la *prosopopea (vv. 1 sgg.), la *preterizione (vv. 49 sgg.) e la *perifrasi (vv. 117- 118). La costruzione strutturale ruota attorno all’invocazione ai signori – preceduta da una strofa (la prima) rivolta all’Italia e a Dio, e seguita nel *congedo dalle raccomandazioni conclusive alla canzone stessa. L’invocazione ai signori è espressa in forma diretta nelle strofe seconda («Voi…») e penultima («Signor’…»), con circolare coerenza.

    Le idee politiche
    Le idee politiche espresse da Petrarca in questa canzone definiscono un’ideologia ancora legata ai grandi modelli culturali del Medioevo, basata su alcuni elementi fondamentali: 1) l’universalismo politico, implicito nel rifiuto
    della logica municipalistica e particolaristica delle Signorie in nome di un ideale di nazione astratto e generico, da non interpretare in senso risorgimentale e moderno; 2) la fedeltà implicita alla tradizione dell’Impero,
    espressa dal richiamo esplicito alla tradizione romana, nei confronti della quale non si avverte frattura ma continuità; 3) la concezione provvidenzialistica della storia, affidata nelle sue linee generali al disegno divino; 4) l’idea della superiorità del popolo italiano (in quanto discendente di Roma) rispetto agli altri, sentiti come barbari. Da questo punto di vista non è segnalabile una vera differenza rispetto all’ideologia per esempio di Dante.

    La posizione distaccata dell’intellettuale
    La novità più rilevante di Petrarca riguarda la posizione dell’individuo, coerente con l’insieme della sua produzione e con la sua nuova rappresentazione del ruolo intellettuale. Egli non è coinvolto nel terreno della lotta politica, ma posto in una dimensione di distacco e di superiorità fatta coincidere direttamente con il bene comune e dichiarata al di sopra delle parti in contesa (cfr. vv. 63-64). La funzione intellettuale è cioè definita ormai, anche davanti al tema politico e civile, come una funzione separata e autonoma; cioè aspirante a separatezza e ad autonomia, presentate come superiorità. D’altra parte il coinvolgimento dell’individuo, escluso dalla lotta per una delle parti in conflitto, viene riproposto a livello sentimentale e drammatico (cfr. soprattutto i vv. 81-86). È proprio questa la
    tradizione che Petrarca contribuisce in modo determinante a fondare.

    Attualizzazione
    È difficile individuare in questa grande canzone politica di Petrarca ragioni sostanziali di attualità: che cosa ne è dell’impero e della tradizione romana, della concezione provvidenzialistica, della superiorità italiana sui barbari? Molto più attuale può apparire, almeno per alcuni aspetti, la produzione d’amore del Canzoniere: segno, forse, che i grandi momenti antropologici dell’esperienza umana (l’amore, la morte, il piacere, il dolore, ecc.) possiedono delle costanti che almeno in parte vanno oltre le diverse modalità storiche di viverli, mentre le posizioni politiche
    rispondono in modo più stretto a circostanze e condizioni transitorie. Ciò non significa poi che la mancanza di attualità escluda necessariamente l’interesse del lettore; ma si tratta comunque di un interesse più difficile da provare e più mediato dal punto di vista culturale. Tuttavia, almeno una ragione di interesse attuale è forse possibile individuare anche in questo testo, allorché Petrarca insiste sui valori universalistici quali garanzie di pace e di civiltà e rifiuta la logica del particolarismo municipalista. Si tratta di temi oggi ancora ben vivi, anche nel
    dibattito politico, benché riempiti di contenuti in gran parte rinnovati, in un’Italia e in un’Europa sospese spesso tra il riconoscimento e la rivendicazione delle specificità locali, da una parte, e il bisogno di cementare
    le identità nazionali comuni, semmai allargandole in prospettiva transnazionale, dall’altra. Su questo punto almeno, parlando da un’Italia politicamente frazionata, Petrarca sembra avere qualcosa da dirci.
    Ultima modifica di vanni fucci; 19-04-10 alle 18:47

  2. #2
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Rif: Francesco Petrarca

    Francesco Petrarca
    «Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
    E c'è ancora chi parla di 1861...
    Ultima modifica di Miles; 19-04-10 alle 19:09
    Preferisco di no.

  3. #3
    Cancellato
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    Predefinito Rif: Francesco Petrarca

    Citazione Originariamente Scritto da Miles Visualizza Messaggio
    E c'è ancora chi parla di 1861...
    Vabbè, ma se a scuola non ci sono andati mica è colpa loro. Almeno io napoletano di merda a scuola Petrarca l'ho letto..

 

 

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