Al Sinistra Pride il faccia-a-faccia tra Giordano e Ferrero.
8 Giugno 2008
la
Redazione
Mentre si attende che il popolo, la nostra gente torni alla sinistra, forse è il caso che sia la sinistra a tornare in mezzo alla sua gente smarrita e delusa. Anche perché, in caso contrario, l’attesa potrebbe essere lunga. Forse eterna.
E’ su questa semplice base che un gruppo di compagni di Torino ha organizzato, nei giorni scorsi, il Sinistra Pride. Un’occasione, la prima, per riportare nelle vie e nelle piazze, nei crocicchi ai semafori, ai cancelli delle fabbriche, non solo i dibattiti che animano e lacerano le forze organizzate della sinistra, ma anche per ascoltare quel che la nostra gente si ripete, dalla sera della disfatta, senza trovare ancora sponde sufficientemente attente.
La manifestazione principale è stata probabilmente il dibattito in piazza Palazzo, sabato pomeriggio, tra l’ex segretario del Prc Franco Giordano, l’ex ministro Paolo Ferrero, il portavoce di Sd Claudio Fava e l’eurodeputata verde Monica Frassoni.
Non ne sono capitati molti, in questa fase congressuale, di confronti diretti tra i rappresentanti più autorevoli delle due mozioni principali, e non capiterà spesso in futuro. Eppure è proprio da confronti di questo tipo che possono emergere le differenze di analisi e di prospettiva che separano le due mozioni, aldilà delle inevitabili forzature propagandistiche, come sempre in questi casi caricaturali, ma anche aldilà dei trucchi che cercano di spacciare per secondarie distanze che invece non sono affatto tali.
A Torino Paolo Ferrero, che se non il candidato ufficiale è senz’altro il leader più rappresentativo e più papabile della mozione uno, ha martellato sulla necessità di tornare al sociale, di dimenticare, almeno per un lungo lasso di tempo (“tre anni”) la politica istituzionale per farsi trovare nei quartieri popolari, nei territori, a difesa attiva della gente che lì vive e lotta. A intervenire per fermare gli sgombri delle case occupate, a da dare man forte in tutti i conflitti sociali che inevitabilmente esploderanno nei prossimi anni. Perché solo così, solo attraverso la difesa dei loro interessi materiali, quella gente, quel popolo, tornerà a sentirci come parte della loro esistenza. E perché solo così, per il tramite di conflitti collettivi che superano la dimensione della lotta individuale per la sopravvivenza, quello stesso popolo tornerà a sentirsi classe, e sfuggirà alle sirene ammalianti della destra.
Ma per Giordano questo non basta. Non che non sia giusto, per carità. Limitato sì, però, e parecchio. Perché nessun ritorno al sociale approderà a nulla se non riusciremo a dispiegare un’idea complessiva di società alternativa, capace di agire allo stesso tempo nel sociale, nel politico e a quel livello di cultura diffusa, di egemonia invisibile e capillare in cui si è consumato il vero trionfo della destra. Ma anche perché, ripete l’ex segretario del Prc
“guai a separare i diritti sociali da quelli civili”.
“Un’idea forte di società alternativa – prosegue - deve partire da due pilastri fondanti: un’idea di uguaglianza resa attuale e capace pertanto di contemplare le differenze, e, allo stesso tempo, un’idea di libertà intesa come liberazione complessiva”.
Non si tratta di una disquisizione sul sesso degli angeli. E’, prima di tutto, il riflesso di due analisi molto diverse della sconfitta cocente che abbiamo subìto. Per l’ex ministro la disfatta si spiega con la delusione che due anni di governo di centrosinistra hanno indotto nella nostra stessa base, in chi ci aveva votati con grandi speranze e ha incontrato solo delusioni infinitamente più grandi. Per l’ex segretario le radici della sconfitta sono più profonde: ridurle al fallimento, pur effettivamente incisivo, del governo Prodi non si può.
In effetti è un intera lunga fase di arretramenti, inadeguatezze, sconfitte culturali e sociali che si è rivelato, nei modi più traumatici e brutali ma anche più sinceri, il 13 e il 14 di aprile. Rifugiarsi in antiche certezze o nei modelli un tempo consacrati e oggi inutili è certamente rassicurante. Purtroppo è anche inutile:
“Rischiamo di chiuderci nei vecchi fortilizi per scoprire che sono diventati fragili capanne”.
Identico discorso vale per le prospettive della sinistra, le sorti dei partitiche le compongono. Sarebbe ora di sgombrare il campo dalle calunnie, dai sospetti assurdi di voler solo traghettare quel che resta della sinistra d’alternativa nel Pd. Giordano lo ripete, per l’ennesima volta, con formula priva di ogni ambiguità: “Il nostro progetto è e resterà del tutto autonomo sul piano strategico come su quelli politico, culturale e organizzativo”. La Costituente di sinistra non è una trappola, e meno che mai una testa di ponte dalemian-veltroniana.
“Ma oggi - attacca Ferrero – sarebbe solo una faccenda del ceto politico: si parlerebbe solo delle liste per le europee e del simbolo col quale affrontarle”.
Per Giordano si tratta, al contrario, del movimento reale che, partendo dal basso, rimette in discussione non tanto le forme organizzative oggi esistenti ma l’intero progetto della sinistra d’alternativa, il cantiere che deve saper partorire quell’idea alternativa di società, adeguata alle forme attuali del comando capitalistico e della produzione del valore, senza la quale dal ghetto in cui l’offensiva del capitale ci ha chiusi non usciremo facilmente. E certo non usciremo presto.
Si potrebbe aggiungere che se quel cantiere non riuscirà a produrre un’innovazione drastica anche sul piano della forma-partito, da quel ghetto non usciremo affatto.
http://www.manifestoperlarifondazione.net/?p=79