Ora che il cosiddetto «caso intercettazioni» si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo «caso Berlusconi», forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla.
C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che «ha risolto i suoi problemi», dunque stavolta risolverà i nostri, E studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli. Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurez- za un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) per consentire agl’imputati di scegliere se patteg- giare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riproveranno. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Schifani bis per rendere invulnera- bili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto, ma ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude. È così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Strilla che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra balbetta che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a reti unificate, invo- ca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali «indipendenti» e politici «riformi- sti» sostengono che lui esagera un po’, «ma il problema esiste». E poi non si può mica compromettere il «dialogo sulle riforme» (c’è sempre un «dialogo sulle riforme», chissà poi quali) col «muro contro muro». Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima «guerra tra politica e magistratura» (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlu- sconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una «soluzione condivisa» che contemperi le esigenze del premier con la Privacy, l’Indipen- denza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo «Moral suasion», che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono. Berlusconi strepita: «Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido». Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: «Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita». E partorisce una «bozza» (o «lodo») che abolisce i processi a Berlusconi. «Tutto è bene quel che finisce bene», titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: «La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro». Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: «Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva».
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