La fine del futuro
di Alberto Di Fazio - 12/06/2008
Fonte: Il Manifesto
Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre.
Cosa sta succedendo? Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Intervista di Francesco Piccioni con Alberto Di Fazio
Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle
Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).
Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare
sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno
raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno
raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare
l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno
«piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre
mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70,
così come la Libia ; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il
2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il
crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza
peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è
praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) -
mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che
aumentare.
Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato
tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la
tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al
1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano
satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo
neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni,
quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la
loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i
risultati.
Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E'
«grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a
livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate
esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco»
di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi
alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni
caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale
tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci
sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di
barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.
Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel,
cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come
tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra
il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per
rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra.
L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più
energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia
di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di
energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone
realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le
«non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa
di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da
adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare
servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche
dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile.
Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare
potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma
anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari
bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si
fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto
questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le
rinnovabili.
Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare
queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia
proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le
acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare,
perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi)
altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di
petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e
salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche
l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola
si ridurrebbe da 10 a 1.
Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un
esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo
coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre
di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento
e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di
quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi
soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più
regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si
capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il
perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una
bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico.
Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.
Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura
nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un
certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task
force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che
non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club
prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della
produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di
greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della
popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla
popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è
andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando.
Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha
cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i
grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere
che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000
sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.
commento:
Greggio e capitale, togli il «turbo» dal motore
di Tommaso De Berlanga
Un solo barile di petrolio - 159 litri circa - contiene la stessa
energia spesa in 25.000 ore di lavoro muscolare umano, l'equivalente di 12
persone al lavoro per un anno. In più, è ricco di elementi chimici
fondamentali per l'industria farmaceutica e dei fertilizzanti; è la base
della plastica e di mille altri componenti costitutivi del mondo
contemporaneo. E fin qui è stato praticamente gratis. Non c'è infatti
paragone tra quel che viene pagato il lavoro umano, anche nel più povero dei
paesi del mondo, e il prezzo di un barile di greggio. C'è un esempio, fatto
da alcuni scienziati, che chiarisce il concetto. «Riempite la vostra
macchina di amici e qualche borsone, partite e andate finché non avrete
consumato un euro di benzina, ossia 7- 8 chilometri . Andate a Dacca e
chiedete a un portatore di risciò di fare lo stesso lavoro per lo stesso
prezzo. Poi cominciate a correre».
Si può affermare senza tema di smentita che il greggio abbia
rappresentato per un secolo il vero e proprio «turbo» applicato al motore
del capitalismo, quello che gli ha permesso di realizzare risultati
altrimenti inconcepibili. La rivoluzione industriale basata sul carbone
aveva fatto raddoppiare la produzione e perciò anche la popolazione umana;
il petrolio ha moltiplicato per 10 quelle cifre. Nessuna organizzazione del
lavoro, neppure la più scientifica e dittatoriale, avrebbe potuto conseguire
lo stesso risultato, senza questa fonte di energia di fatto gratuita.
Se hanno ragione gli scienziati che studiano il «peak oil» - l'unica
incognita nei loro calcoli è rappresentata dalla quantità delle riserve
ufficiali (in genere un segreto di stato, quasi sempre con dati
sovrastimati) - questo «turbo» sta per fondere. Dopo il «picco» l'estrazione
di greggio comincerà a scendere, rendendo impossibile non solo la «crescita»
ma persino il mantenimento dell'attuale struttura dei consumi. Siamo incerti
insomma solo sul «quando» ciò avverrà, non sul «se». La stessa Agenzia
internazionale dell'energia, dipendente dall'Ocse, ipotizza il drammatico
momento di svolta nel 2013. Nel frattempo, prevede una carenza del 10%
dell'offerta rispetto alla domanda entro pochi anni. Domattina, in pratica.
I principali governi mondiali sono quindi più che informati. Ma non si
ha notizia di un qualche «piano» per affrontare l' incipiente emergenza. Un
problema di queste dimensioni, che mette in discussione l'esistenza stessa
della civiltà fin qui raggiunta, nonché la vita immediata della stragrande
maggioranza della popolazione globale, richiederebbe - secondo logica -
quantomeno un «governo mondiale» e un'infinita capacità di cooperazione.
Sogni proibiti, in un mondo condannato a morte dall'imperativo multipartisan
della «competitività»: tra imprese (e relativi lavoratori), filiere, paesi,
continenti. Una «competizione di tutti contro tutti» che ci pone già oltre
la fine della (seconda) globalizzazione. E che prepara solo conflitti. Chi
aveva più informazioni e potenza militare - gli Usa - è già corso
all'accaparramento delle risorse strategiche residue, conquistando
(difficoltosamente) l'Iraq e presidiando il Golfo (il 65% delle riserve
conosciute). Gli altri si arrangino.
A lasciar fare al mercato, insomma, la fine è nota. Una sinistra degna
di questo nome avrebbe un terreno sconfinato su cui lavorare e ricostruire
un senso.
Quella crisi sistemica tra il 2020 e il 2030
a. d. f.
Appare ormai dovuta una candidatura al Nobel per la fisica a Dennis
Meadows, capo scientifico della task force del MIT, per aver studiato una
modellistica estensiva del sistema terrestre ed averne previsto - dal 1971-2
ad oggi - l'evoluzione nei suoi parametri principali (prodotto industriale,
popolazione, risorse, prodotto agricolo ed inquinamento) con notevole
approssimazione, lanciando un monito circa la crisi sistemica attesa circa
tra il 2020 e il 2030. Ciò per l'alto valore scientifico e per la sua
significanza per le possibili misure mitigative della crisi, per aver
gettato le basi per il concetto di società sostenibile, per aver previsto la
crisi climatica su scala mondiale, sulla quale 17 anni dopo - nel 1988 - le
Nazioni Unite hanno poi istituito l'Ipcc (il Comitato Intergovernativo sui
Cambiamenti Climatici). In assenza - per ora - di premio Nobel per la
scienza dei Cambiamenti Globali, si può benissimo supplire con il premio
Nobel per la fisica, dato che la cibernetica modellistica dei sistemi
complessi applicata al sistema Terra rientra benissimo nella geofisica ed in
altre branche della fisica. A pari merito, il premio Nobel per la fisica
andrebbe attribuito post-mortem al prof. Marion King Hubbert, che previde
nel 1956 correttamente per il 1970 il picco del petrolio del territorio
statunitense - poi avvenuto effettivamente - e quello mondiale nella prima
decade del 2000, con uno studio delle conseguenze per tutte le attività
umane, industriali, agricole e tecnologiche.




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