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    Predefinito Ninfette e un gatto come alter ego. Cent'anni dell'enigmatico Balthus

    A Martigny (Svizzera) la Fondazione Pierre Gianadda celebra la ricorrenza del pittore, che immortalava languide giovinette in uno scenario di gusto rinascimentale e amava ritrarsi con forme feline


    MARTIGNY (Svizzera) - L'inquietante vitalità di una mattinata parigina. Il torbido gioco di due giovanetti sul marciapiede, dove lui, un satiro borghese, stringe da dietro la piccola menade scalpitante, le serra la mano sul ventre e le afferra il braccio, quasi a bramarne un contatto più carnale. Intorno, il via vai di gente comune, sospesa in un limbo di freddo realismo. Così appare "La strada", realizzata nel 1933 dal conturbante Balthus, al secolo Balthazar Klossowsky, il pittore francese di origini tedesche, di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita, che di una oggettività basata su un realismo magico e misterioso ha fatto la sua formula espressiva, alimentando sulla sua arte pittorica un'aura di controversa fascinazione se non provocatoria seduzione. E la sua "strada" ne diventava quasi un manifesto programmatico, un archetipo dello spettacolo della città, lontano dalle frivolezze da belle èpoque, o dalle languide frenesie bohèmien. Il suo era un personalissimo racconto del teatro della vita, scandito dal ritmo placido e animalesco dell'essere umano. Circa vent'anni dopo "La strada", Balthus ritornava sul tema dello scorcio cittadino con "Via del Commercio, Saint-André", realizzata tra il '52 e il '59 ed entrata nella collezione del Museum of Modern Art de New York quando l'artista era ancora in vita.

    La composizione, di taglio rigorosamente classico, con prospettiva centrale e punto di fuga dilatato a destra col profilo trasversale della strada serrata tra due edifici, rimane la sua costante confezionata secondo una struttura quasi architettonica, e le figure che compaiono in questo teatrino di rinascimentale memoria si caricano di una inquietante forza corrosiva, come la giovinetta in primo piano che volge lo sguardo indagatore verso lo spettatore. Il confronto tra questi due capolavori, che iscrivono Balthus nella "grande tradizione della pittura per la quale la tela è uno spazio geometrico da riempire", come scriverà Antonin Artaud, diventa l'elemento di forza della retrospettiva che la Fondation Pierre Gianadda dedica al grande pittore dal 16 giugno al 23 novembre sotto la cura di Jean Clair e Dominique Radrizzani, che raccoglie molti dei principali lavori di Balthus, provenienti dalle più grandi collezioni pubbliche e private d'Europa e degli Stati Uniti, a ricostruire tutta la sua complessa produzione, scandendone le tematiche fondamentali, secondo una magistrale galleria di ritratti, paesaggi e interni domestici, e soprattutto le giovinette, languide ninfette che hanno fomentato l'attenzione critica alla sua opera, nonché alimentato la sua fama di pittore enigmatico.

    Un gioco creativo che lo stesso artista ha "cavalcato", tanto che quarant'anni fa ai dirigenti della Tate Gallery di Londra che preparavano una sua personale e gli avevano chiesto un testo di presentazione, scriveva: "Il modo migliore di cominciare è dire: Balthus è un pittore di cui non si sa nulla. E ora guardiamoci i dipinti". Balthus, figlio e fratello d'arte - suo padre era lo storico dell'arte e pittore Erich Klossowski, suo fratello lo scrittore e disegnatore Pierre Klossowski - a soli undici anni creava il libro di illustrazioni "Mitsou", ode al suo gatto, e a tredici lo pubblicava con una prefazione del poeta tedesco Rainer Maria Rilke, amante della madre Elizabeth Dorothea Spiro, detta Baladine. E' stato un pittore legato ad una sorta di realismo magico venato di esoterico erotismo, e infuso di spinta raffinatezza compositiva, sulla base di una tecnica elaborata sulla lezione degli antichi. Balthus è l'appassionato estimatore del classicismo rinascimentale, del purismo quattrocentesco capitanato da Piero della Francesca, dell'eleganza di Raffaello e del suo emulo Ingres, dell'ariosa armonia di Poussin così come della ricercatezza realistica di Coubet.

    Tradizione italiana e francese si mescolano in Balthus per essere trasfigurate in una dimensione ideale in bilico sul baratro del surrealismo. La mostra ripercorre tutte le sue inquiete avventure sceniche. Sfilano gli interni, silenziosi e cosparsi di una radente luce, immobile e artificiale, decisamente irreale, che mette in risalto con un'abile strategia compositiva presenze misteriose, a tratti suggestive nella loro delicata fisicità, in altri astratte e sfuggenti per la loro eccessiva fisicità. Interni in cui fanno il loro ingresso le giovinette, la cui tenera età e le reiterate pose sfrontate nonché le nudità ostentate hanno scatenato non pochi scandali e critiche. Còlte in una sorta di ideale età impressa per sempre, "senza prima né dopo, come le divinità greche", sfilano dotate di una sessualità conturbante appena accennata nelle delicate curve di seni e natiche, ma intimamente consapevoli di paradisi di piacere.

    Come racconta un quadro emblematico, "La Toilette de Cathy", del '33, dove protagonista appare il corpo giovane e amoroso di una donna che contiene in germe tutto il suo sistema estetico, come dirà Balthus: "Io voglio mettervi molte cose, la tenerezza, la nostalgia infantile, il sogno, l'amore, la morte, la crudeltà, il crimine, la violenza, il grido di odio, il ruggito e le lacrime! Tutto questo, tutto ciò che è celato nel fondo di noi stessi, un'immagine di tutti gli elementi essenziali dell'essere umano spogliato della sua spessa crosta di vile ipocrisia! Un dipinto sintetico dell'uomo come sarebbe se sapesse ancora essere grande". Accanto alle ninfe, l'altra immagine feticcio di Balthus, inseguita per tutta la lunga produzione, consumatasi con la morte nel 2001, è quella del gatto, che abita il suo universo immaginario fin dall'esordio del "Mitsou". Un passivo spettatore di intimità convulse, il gatto è una sorta di costante autoritratto di Balthus, dotato di ironico distacco e potere magico.

    Non a caso Balthus rappresenta se stesso nel "Roi des chats" (1935) e, in una lettera della sua Correspondance amoureuse perfettamente contemporanea all'esecuzione del celeberrimo autoritratto, dichiara: "Viva i Gatti! E restiamo sul nostro muro e guardiamo con la nostra ironia sprezzante e altera gli uomini che si agitano come dementi e che si gestiscono malamente".

    Notizie utili - "Balthus", dal 16 giugno al 23 novembre, Fondation Pierre Gianadda, Rue du Forum 59 Martigny (Svizzera).
    Ingresso: intero Fr. 18. / € 12, ridotto Fr. 16 / € 11 (per chi giunge a Martigny in auto dall'Italia attraverso il tunnel del Gran San Bernardo il pedaggio di ritorno in Italia, dietro presentazione della ricevuta di andata e di un biglietto di ingresso alla Fondation Gianadda, è gratuito).
    Informazioni: 0041.27.7223978 (in Italia: 031.269393).
    Sito internet: www.gianadda.ch

    Tratto da www.repubblica.it

  2. #2
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    Thérèse rêvant", 1938, Olio su tela, 150 x 130 cm, Moma, New York,
    The Jacques and Natasha Gelman Collection, 1998

  3. #3
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    Le Passage du Commerce Saint-André, 1952-1954, Olio su tela, 294 x 330 cm. Collezione privata

  4. #4
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  5. #5
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    "Le Chat de la Méditerranée", 1949, Olio su tela, cm 127 x 185. Collezione privata, copyright Jacques Biolley

  6. #6
    uno, nessuno, centomila
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    Un discreto zozzone sto tipo... Oggi come oggi, come minimo, finirebbe in carcere per pedofilia!!!!



  7. #7
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    Condivido il zozzone ,poveri gatti , in che opera sono finiti,questa è Arte

 

 

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