Israel Finkelstein-Neil Asher Silberman - "Le tracce di Mosè-La Bibbia tra storia e mito" (Carocci)
Gli autori sono ambedue al di sopra di ogni sospetto. Israel Finkelstein è, infatti, Direttore del Nadler Institute of Archaeology dell'Università di Tel Aviv e condirettore degli scavi di Tel Meghiddo, uno dei più importanti siti di archeologia biblica in Israele; Neil A. Silberman è Direttore dell'Ename Center for Public Archaeology in Belgio. Due scienziati, quindi, molto accreditati nella comunità scientifica mondiale, che smantellano pezzo per pezzo, alla luce delle nuove scoperte archeologiche nei luoghi sacri, gran parte della storia raccontata dalla Bibbia, e illustrano i risultati di decenni di scavi in Israele, in Egitto, in Libano ed in Siria, e il loro significato per la nostra comprensione dell'Antico Testamento.
L'obiettivo dei due autori è quello di "verificare" la storicità dei racconti dell'Antico Testamento e di utilizzare le scoperte archeologiche per ragionare sul quando e sul perché sia stata scritta la Bibbia, cercando di separare la storia dalla leggenda. D'altra parte, la Bibbia è talmente piena di contraddizioni e di discrepanze storiche e narrative che l'attuale ricerca archeologica non ha potuto che confermare quanto i biblisti già sospettavano.
Scopriamo, così, che è molto improbabile che la Genesi si sia svolta in Palestina; che il diluvio universale forse fu soltanto una piena del Tigri e dell'Eufrate e che Noè non è mai esistito; che la nascita del monoteismo non può essere fatta risalire all'epoca di Abramo; che non ci sono prove storiche sufficienti delle peregrinazioni dei patriarchi, né della fuga dall'Egitto, né della conquista di Canaan; che il crollo delle mura di Gerico è solo una fantasia, e che la vera conquista israelita si compì quando una moltitudine di contadini canaanei, senza invasioni o migrazioni, si ribellò ai propri padroni e divenne "israelita"; e infine che non è stata trovata alcuna prova archeologica che confermi le grandiose descrizioni bibliche dell'impero di Davide e Salomone. Stando ai recenti ritrovamenti archeologici, scrivono i due scienziati, la Bibbia - in particolare i libri che vanno da Genesi a 2 Re - fu un prodotto geniale dell'immaginazione umana. "Essa fu concepita nell'arco di due o tre generazioni, circa 2600 anni fa (nel settimo secolo a. C., a distanza di centinaia di anni dagli eventi narrati), nel regno di Giuda".
Israel Finkelstein e Neil Silberman "non hanno alcun dubbio sulla non autenticità dei grandi racconti fondatori. Per loro, la Bibbia è una geniale ricostruzione letteraria e politica di tutta la storia del popolo ebraico, che corrisponde all'emergenza del regno di Giuda". Questa "ricostruzione", che è una manipolazione della Bibbia, avviene sotto il regno di Giosia (640- 609 a.C.), re di Giuda. Giosia avviò una totale riforma religiosa e politica nel tentativo di riunificare le due frazioni dell'etnia, quella del sud (Regno di Giuda) e quella del nord (Regno d'Israele) perché non ci fosse che un solo popolo (ebreo), un solo re (presumibilmente lui stesso), un solo Dio (Yawè), una sola capitale (Gerusalemme) e un solo Tempio (quello di Salomone). Era necessario per arrivare a questo scopo fare violenza al territorio del nord, e fare violenza anche allo stesso contenuto del Libro della Legge, facendogli dire ciò che conveniva al piano espansionista di Giosia: creando cioè un testo immaginario e mitico che potesse fornire una giustificazione ideologica alla riforma di Giosia e determinasse "un punto fermo spirituale" perché si potesse contare su uno scritto di natura religiosa "ancorato" alla generazione mitica di Davide e Salomone. Ossia bisognava motivare il popolo religiosamente, far apparire ai suoi occhi lo "splendore" passato da recuperare, un "impero salomonico" da ristabilire, una indipendenza e una egemonia territoriale. Tutto questo in nome di Yawè e per la gloria divina tramite "il suo popolo eletto".
Per giustificare tali ambizioni fu annunciato il "ritrovamento", fittizio, del Libro della Legge: in esso, oltre a "inventarsi" le antiche glorie, gli scribi fecero dire a Dio anche ciò che non aveva mai detto riguardo i sacrifici e le offerte dovute ai sacerdoti, profittando dell'occasione per introdurre nel Libro della Legge quanto era materialmente loro favorevole.
Gli autori, andando a "ricostruire la storia come ce la rivelano le scoperte archeologiche, che rimangono l'unica fonte a non avere subìto né purga né rimaneggiamento, né le censure esercitate da numerose generazioni di scribi biblici", "propongono una rivoluzionaria chiave d'interpretazione della Sacra Scrittura" e dei suoi "racconti leggendari, amplificati, abbelliti" per servire il progetto di Giosia. Ma pure un altro professore di archeologia dell'Università di Tel Aviv, Zeev Herzog, aveva già scoperto che "non esiste una tesi scientifica che provi la realtà di questa uscita dall'Egitto, di questi lunghi anni di erranza nel deserto e della conquista della Terra Promessa". La conclusione dei due autori è che "i siti menzionati nell'Esodo sono veramente esistiti. Alcuni erano conosciuti e furono apparentemente occupati, ma molto dopo il presunto tempo dell'esodo, molto dopo l'emergenza del regno di Giuda, quando i testi del racconto biblico furono composti per la prima volta".
Come si può notare, la differenza principale fra i due lavori consiste nel fatto che Liverani attribuisce gran parte di quelle "invenzioni" all'epoca esilica e post-esilica, oltre che a quella di Giosia, mentre Finkelstein e Silberman le collocano esclusivamente in quest'ultima. Per il resto le "negazioni" e la demolizione sono suppergiù le stesse.
Una delle obiezioni mosse a Finkelstein e Silberman è che un'eccessiva attenzione alla dimensione archeologica li porta a trascurare una vera analisi dei testi biblici, e non c'è niente di strano, dato che la loro specializzazione è quella (mentre Liverani è più "letterario"). Ma la critica principale è un'altra: infatti gli autori del libro, insieme ad altri ricercatori, fanno parte "dei revisionisti accusati di fornire argomenti ai palestinesi" dimostrando attraverso l'archeologia e la critica storica che la Gerusalemme dei Re era, all'epoca di Davide e di Salomone, solo un piccolo villaggio di nessun interesse.
E qui ti volevo, perché il filo conduttore di ambedue le opere è proprio quello.
Nonché curarsi di prendere imparzialmente le distanze da situazioni che a voler ben vedere sono tuttora attuali, entrambe "ridimensionano" pesantemente non solo l'importanza presunta di quello "staterello", ma addirittura ne metton quasi in forse l'esistenza, smentite tuttavia proprio da quegli stessi ritrovamenti archeologici invocati dagli autori a sostegno della propria tesi. Come sopra accennato, senza occuparci qui del riscoperto "tunnel di Siloe'", citerò un episodio che, se da un lato entusiasma grandemente archeologi e storici, potrebbe dall'altro esser fonte di contrasti politici e razziali fra ebrei e islamici ancor più aspri, se possibile, di quanto già non siano.
Si tratta di questo. Verso la metà del 2002 è stata rinvenuta a Gerusalemme una tavoletta di pietra, incisa in una grafia ebraica corrispondente al periodo, con la quale Ioas (re di Giuda dall'835 al 796 a.C. circa) ordinava ai sacerdoti di prendere "il denaro sacro per comprare pietre grezze, legname e rame rosso, e per pagare gli operai per terminare il lavoro con la fede". Che Ioas - uno dei pochi re che fecero "ciò che è retto agli occhi del Signore" - avesse fatto fare riparazioni al Tempio, già lo sapevamo da un brano piuttosto consistente del Secondo Libro dei Re (12, 5-17), in cui si dice appunto che quel sovrano fece riservare parte delle pubbliche offerte al Tempio, spontanee o dovute per legge, per le opere necessarie (è la prima menzione di restauri fatti al Tempio dopo la sua costruzione), aggiungendo che non veniva chiesto "alcun rendiconto agli uomini ai quali era versato il denaro per pagare i lavoratori, perché essi agivano con onestà". La tavoletta in questione costituirebbe dunque la conferma storica che quei lavori furono eseguiti, che Ioas è davvero esistito, e soprattutto che a quell'epoca il Tempio necessitava di ripristini, essendo in piedi già da più di un secolo.
Tutte cose che i musulmani negano invece ostinatamente, affermando che prima delle loro moschee sulla Spianata non c'era, e non c'è mai stato niente,e che mai Gerusalemme è stata capitale di un "presunto" stato ebraico. È chiaro quindi il motivo per cui si oppongono violentemente al riconoscimento dell'autenticità di quell'imbarazzante reperto, che implicherebbe necessariamente anche quello di un'antecedente occupazione ebraica. Ed è ovvio che gli ebrei viceversa la sostengano a spada tratta, pur con le dovute cautele diplomatiche. Certo che agli israeliani, anzi agli ebrei in genere, un simile colpo di fortuna (il ritrovamento di incontestabili prove fisiche del loro diritto di precedenza sulla città) farebbe sommamente comodo: lo farebbe, in verità, in modo sospetto. Ma della tavoletta (che fra l'altro contiene microscopici granuli d'oro, la cui presenza è attribuita alla vicinanza di oggetti aurei nel corso di un incendio, forse quello del 587 a.C.) non sono purtroppo noti né l'origine né il contesto archeologico: è comparsa sul mercato antiquario letteralmente dal nulla, e le autorità musulmane smentiscono con fermezza che provenga - furtivamente, s'intende - da lavori di scavo o di restauro da loro fatti eseguire sulla Spianata stessa, come insistentemente si mormora. La questione è attualmente allo studio.
Come se non bastasse, i musulmani aggiungono dell'altro: il Gran Mufti di Gerusalemme asserisce difatti che il Muro del Pianto, il cui vero nome secondo lui è "Muro Barrak", o Muro Splendente, appartiene all'Islam, e che (pur senza saperne indicare l'epoca di costruzione né l'artefice) esso "fa parte integrante della Moschea di Al-Aqsa" ed è un "patrimonio islamico a tutti gli effetti di legge". Proprio quello stesso, ultimo superstite rudere al quale con un immenso atto di fede, da duemila anni, gli ebrei orfani del Tempio distrutto tornano da ogni parte del mondo in cui sono stati sparpagliati pur restando un popolo. Ma il Gran Muftì giura che lì non c'è mai stato un Tempio ebraico, e Finkelstein - in buona fede oppure no - dichiara che non è stata trovata alcuna prova archeologica che lo confermi (d'altra parte Norman Finkelstein, altro seminatore di zizzania, campa scagliandosi contro quella che chiama "l'industria dell'Olocausto" che sfrutterebbe la cattiva coscienza mondiale per la shoà, si vede che è una famiglia fatta così).
Ma Liverani, non contento di accodarsi a Finkelstein per quanto riguarda la storicità del regno di Gerusalemme, amplia i suoi orizzonti demolendo altre bibliche certezze e incentrando la sua maggior attenzione sulla conquista e sul ritorno in patria degli ebrei dopo Babilonia, in pratica mettendo in discussione il loro diritto di cittadinanza. Che, trasposto in termini odierni, indica "velatamente" (!) la sua opinione circa gli attuali cittadini di Israele.
E questo pare chiaramente un atteggiamento antisionista. Per quale motivo lo faccia non saprei. Ma, dato che ogni presa di posizione è per forza soggettiva e di parte, se Giosia e i reduci avevano interesse a dimostrare, addomesticando la storia, che Israele era stato un tempo grande e unito, qual è l'interesse di Liverani nel cercare di provare il contrario?
Naturalmente, se parliamo della "Palestina", non c'è problema a riconoscere - secondo la sua ricostruzione - che gli israeliti non sono stati altro che uno dei numerosi popoli che si sono avvicendati in quella tormentata regione (benché sarebbe onesto anche ammettere che fu l'unico che vi abbia costituito un'entità politica, per quanto transitoria, di qualche rilievo). Io comunque voglio credere che l'intento di Mario Liverani sia quello di contestare in generale le pretese più oltranziste e radicali delle frange estreme dell'ebraismo sionista, che rivendicano il possesso esclusivo di una terra che furono costretti ad abbandonare duemila anni fa e in cui, secondo il più banale dei meccanismi, altri si sono insediati. Prendendo atto obiettivamente della realtà dei fatti, questi altri esistono e hanno anche loro dei diritti. Ma c'era bisogno, per arrivare a dire una cosa così semplice, di sprecare tanta scienza e di buttare i libroni nel fuoco?




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Particolare della statua di Amenophis IV (Akhenaton)
