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Discussione: Stalingrado

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    Predefinito Stalingrado

    Un angolo per la memoria di tutti i soldati e i combattenti caduti per la libertà dei Popoli, contro l'Imperialismo di qualunque genere



    Ultima modifica di Stalinator; 21-04-10 alle 00:16
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    Predefinito Rif: Stalingrado

    Anche quest'anno, come ogni 9 maggio, la Piazza Rossa ricorderà il tributo di sangue versato dall'Armata Rossa e dal Popolo Sovietico, per la libertà e l'indipendenza della Madrepatria.

    La scorsa edizione aveva visto la grande partecipazione popolare, e dal 2005, per volere di Vladimir Putin, la manifestazione è tornata ai fasti dei bei tempi sovietici.

    VICTORY DAY EDIZIONE 2009







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  3. #3
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    La grande vittoria dei popoli sovietici sul nazifascismo

    Il 22 giugno 1941 iniziava l’attacco della Germania nazista all’ Unione Sovietica

    di Aldo Calcidese

    “Unione Sovietica, se insieme raccogliessimo
    tutto il sangue che hai versato nella lotta,
    tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
    perché la libertà agonizzante riavesse vita,
    un nuovo oceano noi avremmo,
    di tutti il più grande,
    di tutti il più profondo.”
    (Pablo Neruda – Canto generale – ed. Accademia, secondo volume, pag.125)

    Alle 3,30 del 22 giugno, l’esercito tedesco iniziava l’attacco al territorio sovietico.

    Dopo i primi successi, l’euforia dei capi nazisti era tale che il generale Halder scrisse nel suo diario. “Non è esagerato dire che il 'Feldzug' contro la Russia è stato vinto in 14 giorni”.

    Ma in realtà già dal mese di luglio si era visto che l’esercito sovietico, malgrado le gravi perdite in uomini e materiali, aveva mostrato una resistenza sempre crescente, tanto che il generale Blummentritt scrisse a questo proposito: “Il comportamento delle truppe russe già in questa prima battaglia (per la presa di Minsk) è stato ben diverso da quello dei polacchi e degli Alleati occidentali da noi messi in rotta. Anche se circondati, i russi resistevano e combattevano”. Arriveranno presto, per i tedeschi, le prime sconfitte militari.

    In occidente, si esprimeva grande sorpresa per la capacità di resistenza dell’URSS.

    “Per la prima volta, i tedeschi sono stati affrontati da un esercito addestrato non per la guerra del 1918, ma per la guerra del 1941”, scriveva George Fielding Eliot il 29 luglio 1941. Ed aggiungeva che l’URSS usava “posizioni difensive di grande profondità, saldamente tenute ovunque, camuffamenti di notevole abilità a protezione dell’artiglieria russa dagli attacchi aerei, unità mobili di contrattacco contro le colonne dei panzer tedeschi ed un’aviazione che sostiene completamente le truppe a terra”.

    Il 30 settembre, i nazisti iniziavano l’offensiva che aveva come obiettivo l’occupazione di Mosca. Mosca fu bombardata dall’aviazione tedesca, una parte dell’amministrazione fu evacuata. Ma Stalin decise di rimanere a Mosca e di organizzare la tradizionale parata militare del 7 novembre sulla Piazza Rossa. Questo fu un segnale di grande significato per tutto il popolo, la dimostrazione che la direzione del partito e dello stato sovietico credevano nella vittoria. Stalin pronunciò un discorso che venne diffuso in tutto il paese:

    “Il nemico è alle porte di Leningrado e di Mosca. Contava sul fatto che al primo colpo il nostro esercito si sarebbe disperso e il nostro paese si sarebbe messo in ginocchio. Ma il nemico si è dolorosamente sbagliato. Il nostro paese, tutto il nostro paese ha formato un unico campo militare per assicurare, d’intesa col nostro esercito e con la nostra flotta, la sconfitta degli invasori tedeschi…Si può dubitare che noi possiamo e dobbiamo vincere gli invasori tedeschi? Il nemico non è così forte come lo rappresentano certi intellettuali impauriti. Il diavolo non è poi così nero come lo si dipinge…Compagni soldati e marinai rossi, comandanti e lavoratori politici, partigiani e partigiane! Il mondo intero vede in voi una forza capace di annientare le orde di invasione dei banditi tedeschi. I popoli asserviti dell’Europa, caduti sotto il giogo tedesco, vi guardano come loro liberatori.
    Una grande missione liberatrice vi è trasmessa. Siate dunque degni di questa grande missione. Che la bandiera vittoriosa del grande Lenin vi raduni sotto le sue pieghe.”
    (Stalin, Oeuvres, tomo XVI, ed. NBE, 1975, p.38)

    Il 25 novembre, alcune unità tedesche penetrarono nella periferia sud di Mosca. Ma il 5 dicembre l’attacco venne contenuto.

    Dopo avere consultato tutti i comandanti, Stalin decise una grande controffensiva.

    Il 6 dicembre il generale Zukov passò all’attacco, lanciando sette armate e due corpi di cavalleria, cento divisioni in tutto, con soldati ben equipaggiati e addestrati a combattere a temperature bassissime e con la neve alta.

    Il colpo sferrato da Zukov con un imponente schieramento di truppe, artiglieria, carri armati, cavalleria e aviazione – schieramento di cui i capi nazisti non erano assolutamente a conoscenza – fu talmente sconvolgente che l’esercito tedesco, battuto e in ritirata, fu sul punto di disintegrarsi completamente.

    “Il mito dell’invincibilità dell’esercito tedesco era stato infranto”, scriverà poi il generale Halder. I nazisti dovettero fare i conti anche con qualcosa che non avevano ancora sperimentato, se non episodicamente: la lotta partigiana. Il movimento partigiano assunse fin dall’inizio della guerra una grande ampiezza. Gli stessi occupanti riconobbero il legame indissolubile esistente tra i partigiani sovietici e il popolo.

    “I reparti partigiani – scrisse l’ex ufficiale hitleriano Middweldorf – trovavano dappertutto un appoggio nascosto o persino palese presso la popolazione civile.”

    Dimensioni particolarmente rilevanti raggiunse l’attività sabotatrice nelle regioni della steppa dell’Ucraina. Minatori ed operai metallurgici del Donbass riuscirono a sabotare il lavoro con tale maestria che i tedeschi non riuscirono ad ottenere nel Donbass né una regolare estrazione di carbone né una regolare produzione di metallo. Furono costretti a trasportare il carbone in Ucraina dall’Europa occidentale.

    In attesa del “secondo fronte”

    La nuova situazione sul fronte sovietico-tedesco, mutata a favore dell’URSS, creava le premesse per una disfatta della Germania nazista. Era però indispensabile che l’offensiva dell’Esercito Rosso venisse sostenuta dalle truppe alleate con un’azione contro la Germania che partisse da occidente.

    Il governo sovietico nell’autunno del 1941 rivolse al governo inglese la richiesta di aprire un secondo fronte in Europa. Nel suo messaggio di risposta, Churchill dichiarò che non vi era alcuna possibilità di aprire il secondo fronte perché l’Inghilterra non disponeva delle truppe e degli armamenti necessari.

    In realtà, l’Inghilterra si trovava in stato di guerra con la Germania dal 1939. Le sue riserve erano tanto più consistenti in quanto in due anni il comando inglese non aveva intrapreso alcuna grande offensiva. Come viene detto da Churchill nelle sue Memorie, all’inizio di settembre del 1941 nelle isole britanniche c’erano più di due milioni di soldati più 1.500.000 uomini che facevano parte delle formazioni territoriali di difesa. Nell’autunno del 1941 33 divisioni erano già mobilitate e comprendevano numerose unità di rinforzo. La produzione dell’industria bellica inglese era notevole. Per alcuni tipi di armamenti, a cominciare dagli aeroplani, superava quella tedesca. La marina militare della Gran Bretagna aveva grandi possibilità di intervento. Molti statisti inglesi riconoscevano questa situazione.

    Lord Beaverbrook, tornato nell’ottobre del 1941 da Mosca, scrisse:

    “E’ assurdo affermare che noi non possiamo fare nulla per la Russia.
    Lo possiamo, se ci decidiamo a sacrificare i progetti a lunga scadenza e una concezione bellica che, pur continuando ad essere accarezzata, è definitivamente invecchiata.”

    Anche il capo di Stato maggiore statunitense Marshall riconobbe che gli Stati Uniti erano in grado di aprire il secondo fronte.

    “Per essere sinceri, va detto che disponiamo di truppe bene addestrate, di scorte di armamenti, di una buona aviazione e di divisioni corazzate”.

    Ma perché gli anglo-americani non vollero aprire il secondo fronte in Europa né nel 1942 né nel 1943? Lo spiega molto bene Klement Gottwald, che fu prima segretario del Partito Comunista Cecoslovacco e poi presidente della Repubblica:

    “E quando l’Unione Sovietica e le potenze occidentali combattevano ormai insieme contro la Germania hitleriana finirono forse, almeno allora, gli intrighi antisovietici? Non finirono neppure allora! E’ a tutti nota la storia del cosiddetto secondo fronte. L’Unione Sovietica sanguinava da innumerevoli ferite; essa impegnava e incatenava la grande maggioranza delle forze armate tedesche, dando all’Inghilterra e agli Stati Uniti la possibilità di prepararsi seriamente all’ulteriore condotta della guerra.

    E quando questa preparazione fu, secondo ogni umana previsione, ultimata, l’Unione Sovietica chiese che venisse aperto il secondo fronte in occidente.

    Gli argomenti dell’Unione Sovietica e la voce dei popoli di tutti i paesi furono così forti che gli esponenti dei paesi occidentali si impegnarono ad aprire a occidente il secondo fronte entro un certo termine. Si impegnarono una prima volta e non fecero niente. Si impegnarono una seconda volta e ancora non fecero niente. Solo più tardi, quando l’ulteriore inattività non era ormai più tollerabile, organizzarono il “secondo fronte” nell’Africa settentrionale e in Italia, un “secondo fronte” che non stornò dal fronte sovietico-tedesco neanche una divisione germanica. Perché i signori occidentali organizzarono un surrogato di secondo fronte nell’Africa settentrionale?

    Dal sud essi speravano di poter arrivare ai Balcani e all’Europa centrale prima dell’esercito sovietico e di assicurare in questo modo queste regioni al capitalismo.

    Comunque gli strateghi di Churchill erano certi che alla fine della seconda guerra mondiale avrebbero incontrato al tavolo delle trattative una Unione Sovietica dissanguata, indebolita, impotente. In secondo luogo si aspettavano che i paesi liberati dall’Unione Sovietica sarebbero tornati al capitalismo e nelle braccia degli imperialisti. Non avvenne né la prima né la seconda cosa. Solo chi sia irrimediabilmente ottuso può pensare sul serio che queste nazioni, che nel corso di una sola generazione avevano subito due bagni d sangue, potessero auspicare un puro e semplice ritorno alla situazione d’anteguerra. Potevano auspicare ciò tanto meno in quanto negli anni precedenti alla guerra e in quelli della guerra avevano visto chiaramente l’infamia, la doppiezza e l’incapacità delle classi prima dominanti e in quanto erano stati anche traditi dagli imperialisti occidentali.”

    (Klement Gottwald, La Cecoslovacchia verso il socialismo, edizioni Rinascita, Roma, 1952, pp.299-301)

    Non solo. Gli imperialisti anglo-americani volevano approfittare della situazione esistente nel fronte sovietico-tedesco per creare basi militari nei principali centri economici e strategici dell’URSS.

    Churchill inviò una nota al Comando congiunto anglo-americano, nella quale chiedeva che non si facesse sfuggire l’occasione per un’invasione del Caucaso. Soltanto una cosa lo preoccupava: che fare di questi piani se l’offensiva tedesca del 1942 dovesse fallire.

    (W.Churchill, The Second World War, vol.4, p. 514)


    Stalingrado e la vittoria dell’Armata Rossa

    Tutto il peso della guerra contro il nazifascismo in Europa rimane così sulle spalle dell’Unione Sovietica, almeno fino al giugno del 1944 quando, spaventati dalla travolgente avanzata dell’Armata Rossa verso Berlino, gli anglo-americani si decidono a sbarcare in Normandia.

    La svolta della guerra avviene a Stalingrado.

    “I tedeschi effettuano 1500-2000 incursioni al giorno, scaricando sulla città quotidianamente dalle 6 alle 8 mila bombe. Gli infami assassini hanno distrutto, incendiato interi quartieri, hanno messo fuori servizio decine di aziende. Ma la città continua a vivere, lavorare e combattere. Martoriata, carbonizzata ma irremovibile, resiste all’assalto del nemico ed infligge agli hitleriani colpi mortali, dissanguando l’armata tedesca. La fama della sua fermezza e della sua tenacia nella lotta contro il nemico si è diffusa in tutto il paese e in tutto il mondo. I combattenti di Stalingrado hanno già eliminato più di 175.000 tedeschi occupanti…Tutto il paese è accorso in aiuto di Stalingrado. Lotteremo per la nostra città sino all’ultima goccia di sangue.”
    (dal comunicato del Comitato regionale del Partito Comunista bolscevico dell’URSS sulla situazione di Stalingrado)

    E giunse il momento di passare da un’eroica resistenza a una potente controffensiva, una controffensiva devastante per l’aggressore nazista.
    Le unità corazzate sovietiche erano riuscite a realizzare l’accerchiamento delle forze nemiche presso Stalingrado.
    Nella morsa gigantesca vennero a trovarsi più di 300.000 uomini.
    Il 31 gennaio 1943 il grosso delle truppe tedesche aveva cessato la resistenza. Il generale Von Paulus alfine non potè che accettare l’ultima proposta di resa dei sovietici, dopo avere respinto le due precedenti.

    Dopo la guerra, in opere storiche pubblicate nell’ Europa occidentale e negli Stati Uniti, si è cercato di sminuire l’importanza della battaglia di Stalingrado. Anche il generale Marshall, ex-capo di Stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, in un rapporto al presidente Roosevelt, scrisse: “ la crisi della guerra è iniziata a Stalingrado e a El Alamein.” Questa affermazione non è corretta, dal momento che sul fronte sovietico-tedesco i nazifascisti avevano, nell’autunno del 1942, 226 divisioni, mentre nell’Africa settentrionale avevano – al momento della battaglia di El Alamein – solo dodici divisioni, di cui otto italiane. Dopo Stalingrado, l’Armata Rossa assume la direzione delle operazioni militari fino a varcare, nel 1945, le frontiere della Germania.

    Va ricordato che i dirigenti nazisti erano al corrente dei piani antisovietici dei governanti anglo-americani e si adoperarono per aiutarli. Infatti il comando tedesco a un certo punto cessò la resistenza ad ovest ed aprì il fronte perché potessero avanzare le truppe angloamericane.

    L’ammiraglio nazista Donitz, che successe a Hitler dopo il suicidio del dittatore nazista, dichiarò a un gruppo di ufficiali tedeschi: “Dobbiamo marciare a fianco delle potenze occidentali e cooperare con esse nei territori occupati dell’ovest, perché solo in collaborazione con esse potremo in futuro strappare terra ai russi.”
    (The Times, 17.8.1948)

    Il governo sovietico rifiutò di accettare la legittimità di un accordo che si era realizzato a Reims, e che prevedeva la resa delle armate naziste agli eserciti angloamericani. L’Unione Sovietica esigette che l’atto di capitolazione si firmasse a Berlino. I governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna furono costretti ad accettare questa richiesta.

    Quale fu il segreto della grande vittoria dei popoli sovietici sul nazifascismo?

    Indubbiamente, il tanto criticato patto Molotov-Ribbentrop concesse all’Unione Sovietica due anni di tempo prezioso per prepararsi alla guerra contro la Germania e questo tempo fu sfruttato molto bene se è vero quello che scrive il maresciallo Zukov nelle sue Memorie:

    “Le consegne militari effettuate tra il 1° gennaio 1939 e il 22 giugno 1941 erano enormi. L’artiglieria ricevette 92.578 pezzi. Nuovi mortai da 82 e 120 millimetri furono introdotti poco prima della guerra. La Forza Aerea ricevette 17.745 aerei da combattimento, di cui 3.719 nuovi modelli. Le misure prese dal 1939 al 1941 hanno creato le condizioni richieste per ottenere rapidamente la superiorità qualitativa e quantitativa.”
    (Jukov, Memoires, tomo II, Ed. Fayard, Paris, 1970, p. 296)

    Sui motivi che resero possibile la vittoria sul nazifascismo, Zukov aggiunge:

    “Un’industria sviluppata, un’agricoltura collettivizzata, l’istruzione pubblica estesa a tutta la popolazione, l’unità della nazione, la potenza dello Stato socialista, il livello elevato di patriottismo del popolo, la direzione che, attraverso il Partito, era pronta a realizzare l’unità tra il fronte e le retrovie, tutto questo insieme di fattori fu la causa prima della grande vittoria che doveva coronare la nostra lotta contro il fascismo. Il solo fatto che l’industria sovietica avesse potuto produrre una quantità colossale di armamenti…prova che le basi dell’economia, dal punto di vista militare, erano state poste nel modo dovuto e che erano solide…In tutto ciò che era essenziale e fondamentale, il Partito e il popolo hanno saputo preparare la difesa della patria.”
    (Jukov, op. cit. pp. 335-337)


    Il ruolo di Stalin

    Diversi esponenti della borghesia, anche della borghesia reazionaria come Winston Churchill, hanno riconosciuto le grandi capacità militari di Stalin come Comandante in capo dell’ Armata Rossa. Churchill, pur essendo un anticomunista e un nemico dichiarato dell’Unione Sovietica, parlando di Stalin disse:

    “ Rispetto questo grande ed eccellente uomo…Assai pochi erano nel mondo coloro che potevano comprendere, in così pochi minuti, le questioni con le quali ci arrabattavamo da mesi. Egli aveva afferrato tutto in un lampo” (citato da Enver Hoxha nell’articolo “ Nel centenario della nascita di Giuseppe Stalin” del 1979)

    Solo un gruppetto di revisionisti ha tentato di realizzare una ”missione impossibile”: quella di separare il nome di Stalin dalla grande epopea dei popoli sovietici , cercando di dimostrare che i successi furono realizzati senza la partecipazione di Stalin o addirittura “malgrado i gravi errori” di Stalin.

    Nikita Chruscev inventò la favola secondo cui – dopo l’aggressione nazista – Stalin sarebbe “scomparso” per tre settimane, lasciando il Partito e l’esercito senza direttive.

    Nelle sue Memorie, il maresciallo Zukov lo smentisce ricordando che Stalin, appena informato dell’attacco tedesco, gli ordinò di convocare l’Ufficio Politico per le 4,30. Nella stessa giornata del 22, Stalin prese decisioni di notevole importanza.

    “Verso le 13 del 22 giugno Stalin mi chiamò: i nostri comandanti di fronte non hanno esperienza sufficiente per dirigere operazioni militari, in molti sono palesemente disorientati. L’Ufficio Politico ha deciso di inviarvi sul fronte Sud-Ovest in qualità di rappresentante della Stavka (Quartier Generale). Sul fronte Ovest invieremo il maresciallo Saposnikov e il maresciallo Kulik.”
    Dopo il 22 giugno 1941 e per tutta la durata della guerra, Giuseppe Stalin assicurò la ferma direzione del paese, della guerra e delle nostre relazioni internazionali.”
    (Jukov, op. cit. pp.354, 395, 396)

    Nikita Chruscev ha affermato anche:

    “Il potere accumulato nelle mani di un solo uomo, Stalin, comportò delle gravi conseguenze nella grande guerra patriottica. Stalin agisce per tutti, non conta su nessuno, non chiede il parere a nessuno”

    Il generale d’armata Stemenko, che lavorò presso lo Stato maggiore generale, afferma:

    “Devo dire che Stalin non decideva e nemmeno amava decidere da solo sulle questioni importanti della guerra. Capiva perfettamente la necessità del lavoro collettivo in questo campo così complesso, riconosceva le persone autorevoli nell’uno o nell’altro problema militare, teneva conto della loro opinione e riconosceva a ciascuno la sua competenza.”
    (Chtèmenko, L’Etat Major general soviètique en guerre, Ed. du Progrès, Moscou, 1978, tomo II, p.319)

    Vasilevskij, che fu aiutante di Zukov e, successivamente, egli stesso capo di Stato maggiore e lavorò con Stalin per tutta la durata della guerra, scrive:

    “Per la preparazione dell’una o dell’altra decisione di ordine operativo o per l’esame di altri problemi importanti, Stalin faceva venire delle personalità responsabili che avevano un rapporto diretto con la questione esaminata…Questo lavoro spesso impegnava diversi giorni, durante i quali Stalin aveva degli incontri con i comandanti e i membri dei consigli militari dei fronti…L’Ufficio Politico, la Direzione delle Forze Armate si appoggiavano sempre sulla ragione collettiva. Ecco perché le decisioni strategiche prese dal comando supremo ed elaborate collettivamente rispondevano sempre, in generale, alla situazione concreta al fronte.”
    (Vassilevski, La cause de toute une vie, Ed. du Progrès, Moscou, 1975, pp.34-36)

    E il maresciallo Zukov ricorda:

    “Il lavoro della Stavka si metteva in pratica, di regola, sotto il segno dell’organizzazione, della calma. Ognuno poteva esprimere la propria opinione. Giuseppe Stalin si rivolgeva a tutti nello stesso modo, con un tono severo e abbastanza ufficiale. Quando gli si faceva un rapporto con piena cognizione di causa, sapeva ascoltare. Occorre dire, cosa di cui mi sono convinto durante i lunghi anni della guerra, che Giuseppe Stalin non era affatto un uomo a cui non si poteva parlare dei problemi difficili, con cui non si poteva discutere e perfino difendere energicamente il proprio punto di vista. Se alcuni affermano il contrario, direi semplicemente che le loro asserzioni sono false.”
    (Jukov, op.cit., p.415)

    Tutte le menzogne di Chruscev servivano in realtà a giustificare la svolta di 180 gradi che i revisionisti intendevano imporre alla politica sovietica.

    Una cosa però è certa: mentre oggi i nomi di Chruscev, di Mikojan e degli altri revisionisti che organizzarono il colpo di stato del 1956 promuovendo la cosiddetta destalinizzazione sono ormai finiti nella spazzatura della storia, e nessuno si ricorda più di loro, il nome di Stalin rimane e rimarrà sempre indissolubilmente legato ai grandi successi dell’edificazione socialista in URSS e alla grande vittoria dell’Armata Rossa e dei popoli sovietici sul nazifascismo.


    La grande vittoria dei popoli sovietici sul nazifascismo
    Ultima modifica di Murru; 01-05-11 alle 18:57

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Murru Visualizza Messaggio
    La grande vittoria dei popoli sovietici sul nazifascismo

    Il 22 giugno 1941 iniziava l’attacco della Germania nazista all’ Unione Sovietica

    di Aldo Calcidese

    “Unione Sovietica, se insieme raccogliessimo
    tutto il sangue che hai versato nella lotta,
    tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
    perché la libertà agonizzante riavesse vita,
    un nuovo oceano noi avremmo,
    di tutti il più grande,
    di tutti il più profondo.”
    (Pablo Neruda – Canto generale – ed. Accademia, secondo volume, pag.125)
    Emblematica la foto simbolo della caduta nazifascista

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  5. #5
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    Predefinito Rif: Stalingrado

    Grande la vittoria del Popolo sovietico e del suo Condottiero!
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  6. #6
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    L’Austria ricorda gli atti eroici dei militari sovietici


    28.01.2011

    A Vienna si è svolta la presentazione del “Libro della memoria” contenente dati relativi a 60 mila cittadini sovietici – militari dell’Armata Rossa, detenuti dei campi di concentramento, seppelliti in Austria negli anni della Seconda Guerra Mondiale. La maggiore parte dei dati, raccolti nel libro, in precedenza non era nota.

    I dati sui cittadini sovietici morti in Austria sono stati raccolti nell’arco di 15 anni dall’architetto austriaco Peter Sixl il quale non solo ha creato una database sui generis, ma anche letteralmente riportato alla vita i nomi di migliaia di militari le cui salme giacevano nelle tombe senza nome.

    Nella primavera del 1945 le truppe sovietiche condussero i pesanti combattimenti per la liberazione dell’Austria. Al nostro microfono lo studioso storico Oleg Rzheshevsky, partecipante a quei combattimenti:

    La guerra in Europa stava ormai volgendo al termine. L’Armata Rossa si trovava a 60 km da Berlino. Le truppe degli USA e della Gran Bretagna stavano attaccando da Ovest. Ma è assolutamente inconsistente l’ipotesi di alcuni storici occidentali che i combattimenti conclusivi dell’Armata Rossa rappresentavano le operazioni al fine di dare un colpo di grazia al nemico già sconfitto.

    In realtà, il nemico era ancora molto forte. In Austria furono trasferiti i resti del raggruppamento delle Armate “Sud” e della Sesta Armata carri delle “South Stream”, altre unità militari hitleriane,- ha detto in seguito Oleg Rzhashevsky.

    I sette anni di occupazione nazista diventarono un triste periodo nella storia degli austriaci.

    Nell’aprile del 1945 nonostante tutti gli appelli del Comando militare tedesco, gli abitanti di Vienna non solo non opposero resistenza alle truppe sovietiche, ma anche parteciparono alla lotta contro gli occupanti nazisti.

    L’eroismo dei militari sovietici permise di conservare una delle città più belle dell’Europa – Vienna.

    Nel dopoguerra tra l’Austria e l’Urss, poi la Russia si sono instaurti i rapporti di amicizia. Il Libro della Memoria, presentato a Vienna, ne è una testimonianza, - prosegue lo storico russo.

    Ci teniamo molto all’attenzione che le autorità austriache e i comuni abitanti dell’Austria prestano alle tombe dei militari sovietici caduti. I rapporti russo-austriaci d’oggi sono un buon esempio per molti paesi.

    Il Libro della Memoria si apre con le parole di saluto dei Presidenti della Russia e dell’Austria. L’edizione è stata pubblicata in due lingue: russa e tedesca.

    http://italian.ruvr.ru/2011/01/28/41754092.html
    Ultima modifica di Murru; 31-03-11 alle 21:48

  7. #7
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    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  8. #8
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    Il lato oscuro della II guerra mondiale


    Unione sovietica, la vittoria sottratta

    Sessantanni fa, il 57% dei francesi considerava l'Unione sovietica il principale vincitore della guerra. Nel 2004, la percentuale era ridotta al 20%. La progressiva dimenticanza del ruolo di Mosca, amplificata dai media, si deve anche alle polemiche sulla politica di Stalin tra il 1939 e il giugno 1941, pur inquadrata sotto un'altra luce da recenti ricerche storiche. Ma, qualunque cosa si pensi del patto germano-sovietico, come negare che, per tre anni, i russi hanno costituito la gran parte della resistenza - e poi della controffensiva - alla Wehrmacht? Al prezzo di 20 milioni di morti

    Annie Lacroix-Ritz


    A due anni dalla sua vittoria contro il nazismo, la guerra fredda trasforma l'Armata rossa in una minaccia per i popoli dell'«Occidente» (1). A sei decenni di distanza, la storiografia francese, completata la sua mutazione filo-americana, mette alla gogna l'Unione Sovietica non solo per la fase del patto germano-sovietico, ma oramai anche per quella della sua «grande guerra patriottica». I nostri manuali, surclassando gli storici dell'Europa orientale (2), assimilano il comunismo al nazismo. Ma le fonti originali che hanno alimentato queste conclusioni fanno emergere un quadro completamente diverso dell'Urss nella seconda guerra mondiale.
    La principale accusa contro Mosca riguarda il patto germano-sovietico del 23 agosto 1939, e in particolare i suoi protocolli segreti. La schiacciante vittoria della Wehrmacht nella guerra lampo in Polonia è di fatto il segnale per l'occupazione sovietica della Galizia orientale (l'est della Polonia) e dei paesi baltici (3). Espansionismo, realpolitik o strategia difensiva?
    Riprendendo le tesi dei prestigiosi storici Lewis B. Namier e Alan John Pecival Taylor, così come del giornalista Alexander Werth, i nuovi studi di alcuni storici anglofoni gettano luce sulle condizioni nelle quali l'Urss è arrivata a questa decisione. E dimostra come l'ostinazione della Francia e della Gran Bretagna - incoraggiata dagli Stati uniti - nella loro politica di «pacificazione», ossia di capitolazione a fronte delle potenze fasciste aveva vanificato il progetto sovietico di «sicurezza collettiva » degli stati minacciati dal Reich. Con gli accordi di Monaco (29 settembre 1938) Parigi, Londra e Roma consentono a Berlino di annettersi, due giorni dopo, i Sudeti. Isolata a fronte di un Terzo Reich che ha ormai «le mani libere ad Est», Mosca firma con Berlino il patto di non aggressione, che provvisoriamente risparmia l'Unione Sovietica. Si conclude così la missione franco- britannica inviata a Mosca (11-24 agosto) per placare l'opinione di chi reclamava - dopo l'annessione tedesca della Boemia-Moravia e la satellizzazione della Slovacchia - un fronte comune con l'Urss. Mosca puntava all'alleanza automatica e reciproca del 1914, che doveva associare la Polonia e la Romania, capisaldi del «cordone sanitario» antibolscevico del 1919, così come i paesi baltici, vitali per la «Russia d'Europa» (4). L'ammiraglio britannico Drax e il generale francese Doumenc dovevano accollare a Mosca tutta la responsabilità del fiasco. Si pensava che bastasse «lasciare la Germania sotto la minaccia di un patto militare anglo-franco-sovietico per guadagnare tempo, rinviando la guerra a dopo l'autunno e l'inverno».
    Quando, il 12 agosto, Clement Voroshilov, capo dell'Armata rossa, propone loro in termini «precisi e diretti», «l'"esame concreto" dei piani operativi contro il blocco degli stati aggressori», confessano di non avere i necessari poteri. Parigi e Londra, decise a non fornire alcun aiuto ai loro alleati dell'Est, avevano delegato il compito all'Urss rendendolo al tempo stesso impossibile. Da sempre sia Bucarest che soprattutto Varsavia rifiutano all'Armata rossa in diritto di transito. Dopo aver «garantito» la Polonia senza consultarla, Parigi e Londra sostengono di avere le mani legate dal veto (incoraggiato sottomano) del colonnello filotedesco Josef Beck, che invocava il «testamento» del suo predecessore Josef Pilsudski: «Con i tedeschi rischiamo di perdere la nostra libertà; con i russi perdiamo la nostra anima».
    La faccenda in realtà è più semplice. Con l'aiuto militare francese, la Polonia aveva strappato ai sovietici, nel 1920-1921, la Galizia orientale (5). Cieca, fin dal 1934, agli appetiti tedeschi, trema all'idea che l'Armata rossa si impadronisca agevolmente di quei territori.
    Dal canto suo, la Romania teme di perdere la Bessarabia, strappata ai russi nel 1918 e conservata grazie alla Francia. L'Urss non ottiene neppure una «garanzia» dai paesi baltici, che devono tutto - dall'indipendenza del 1919-1920 al mantenimento dell'influenza tedesca - al «cordone sanitario». A partire dal marzo, e soprattutto dal maggio 1939 Mosca è corteggiata da Berlino, che preferisce - per esperienza - fare la guerra su un solo fronte; e prima di scagliarsi contro la Polonia promette ai sovietici di rispettare la loro «sfera d'influenza» in Galizia orientale, nella regione baltica e in Bessarabia. Se l'Urss all'ultimo momento finisce per cedere, non è in nome di una fantasticata «rivoluzione mondiale» o del «Drang nach Westen» (la pulsione verso l'Occidente tanto cara all'autore tedesco di estrema destra Ernst Nolte), ma perché rifiuta - visto che Londra e Parigi continuano a blandire Berlino - di «essere coinvolta da sola in un conflitto contro la Germania» - come dice testualmente il Segretario del Foreign Office Charles Lindsley Halifax il 6 maggio 1939. L'Occidente finge di trasecolare davanti alla «sinistra notizia che esplode nel mondo come una bomba (6)» e grida al tradimento. In realtà, era dal 1933 che le delegazioni francese e britannica a Mosca facevano la parte delle Cassandre, avvertendo che in mancanza di una Triplice Intesa l'Urss avrebbe dovuto venire a patti con Berlino per ottenere il «respiro» necessario a prepararsi economicamente e militarmente alla guerra.
    Il 29 agosto 1939 il luogotenente Luguet, addetto aereonautico francese a Mosca (e futuro eroe della squadriglia Normandie-Niémen), attesta la buona fede di Voroshilov e definisce Stalin il «glorioso successore (...) di Alexander Nevsky e di Pietro I»: «Il Trattato pubblicato è completato da una convenzione segreta ove si definisce, a distanza dai confini sovietici, una linea che le truppe tedesche non dovranno superare, e che l'Urss considera in qualche modo la sua linea di copertura (7)».
    La Germania apre il conflitto generale il 1° settembre 1939, in assenza dell'Intesa che nel settembre 1914 aveva salvato dall'invasione la Francia. Michael Carley incolpa la politica di pacificazione dei governi britannico e francese, nata dalla «paura di vincere contro il fascismo». A spaventare Londra e Parigi è il timore che il ruolo di guida promesso a Mosca in una guerra contro la Germania consenta all'Urss di estendere il suo sistema a tutti i belligeranti: perciò l'«anticomunismo», decisivo in ciascuna delle fasi chiave fin dal 1934-35, ha costituito «una causa importante della seconda guerra mondiale (8)».
    Il 17 settembre l'Urss, allarmata per l'avanzata tedesca in Polonia, proclama la propria «neutralità» nel conflitto, non senza occupare la Galizia orientale. E in settembre-ottobre esige «garanzie» dai paesi baltici - «"occupazione mascherata", accolta con rassegnazione (9)» da Londra, a questo punto non meno preoccupata dal Reich che da una «Russia protesa verso l'Europa». Avendo invano chiesto a Helsinki, alleata di Berlino, una rettifica del confine (dietro compenso) l'Urss entra in guerra contro la Finlandia, incontrando una resistenza agguerrita.
    La propaganda occidentale compiange la piccola vittima e ne esalta il coraggio. Weygand e Daladier progettano - un «sogno», anzi un «delirio», secondo lo storico Jean-Baptiste Duroselle - una guerra contro l'Urss, all'estremo Nord e quindi nel Caucaso. Ma Londra plaude al compromesso finno-sovietico del 12 marzo 1940 e alla nuova avanzata dell'Armata rossa seguita al tracollo francese (occupazione dei paesi baltici a metà giugno 1940, e della Bessarabia e Bucovina del Nord alla fine di giugno). Dopo di che invia a Mosca Stafford Cripps, unico filosovietico dell'establishment. Per Londra, a questo punto, meglio un'avanzata sovietica che tedesca nel Baltico. Dopo decenni di polemiche, gli archivi sovietici hanno confermato che 5.000 ufficiali polacchi, i cui cadaveri furono scoperti dai tedeschi a Katyn, presso Smolensk, nel 1943, erano stati giustiziati nell'aprile 1940 per ordine di Mosca. Feroci con i polacchi, i sovietici hanno però salvato, nelle zone di cui avevano ripreso il controllo, più di un milione di ebrei, dei quali hanno organizzato l'evacuazione prioritaria nel giugno 1941 (10). Il periodo compreso tra il 23 agosto 1939 al 22 giugno 1941, è oggetto di un altro dibattito, che verte sull'attuazione del patto germano-sovietico da parte di Stalin. Alcuni studiosi sottolineano ad esempio le forniture sovietiche di materie prime alla Germania nazista, o il cambiamento di strategia imposto, nell'estate 1940, al Komintern e ai partiti comunisti - come l'invito a denunciare la «guerra imperialista» ecc.
    Dal canto loro, gli storici qui citati tendono a ridimensionare quest'interpretazione, se non a contestarla (11). Notiamo che gli Stati uniti, persino dopo la loro entrata in guerra contro Hitler (nel dicembre 1941), così come la Francia, ufficialmente belligerante dal 3 settembre 1939, avevano assicurato al Reich abbondanti forniture industriali (12).
    I rapporti germano-sovietici, in crisi fin dal giugno 1940, sfiorano la rottura in novembre. «Tra il 1939 e il 1941, l'Urss imprime un considerevole sviluppo ai suoi armamenti terrestri e aerei, e ammassa da 100 a 300 divisioni (2- 5 milioni di uomini) lungo i suoi confini occidentali e nelle aree adiacenti. (13)». Il 22 giugno 1941 il Reich lancia l'assalto, già preannunciato dalla concentrazione delle sue truppe in Romania. Nicolas Werth parla di un «tracollo militare nel 1941», seguito (nel 1942- 1943) «da un soprassalto del regime e della società».
    Ma il 16 luglio a Vichy il generale Doyen annuncia a Pétain la fine delle guerre lampo. «Se in Russia il Terzo Reich ha conseguito innegabili successi strategici, la piega che stanno prendendo le operazioni non corrisponde alle previsioni dei suoi dirigenti. Non avevano previsto una resistenza tanto accanita del soldato russo, un così appassionato fanatismo della popolazione, una guerriglia così estenuante nelle retrovie, né la gravità perdite, il vuoto totale davanti all'invasore, le considerevoli difficoltà dei rifornimenti e delle comunicazioni (...) Incurante di come si sfamerà domani, la Russia incendia i suoi raccolti coi lanciafiamme, fa saltare in aria i villaggi, distrugge il suo materiale rotabile, sabota le sue strutture produttive (14)».
    Ai primi di settembre 1941 il Vaticano - la migliore rete di intelligence mondiale - si allarma per le difficoltà «dei tedeschi», paventando un esito «tale da far sì che Stalin venga chiamato a organizzare la pace di concerto con Churchill e Roosevelt». Ai suoi occhi il «punto di svolta della guerra» era stato raggiunto prima che la Wehrmacht si bloccasse davanti a Mosca (alla fine d'ottobre), e molto prima di Stalingrado. Si conferma così il giudizio espresso fin dal 1938 da Auguste-Antoine Palasse, addetto militare francese a Mosca: a suo parere la potenza militare sovietica non era stata affatto intaccata dalle purghe seguite ai processi e alle esecuzioni del maresciallo Michael Tukacevski e degli alti gradi dello stato maggiore dell'Armata rossa nel giugno 1937 (15).
    L'Armata rossa, scrive Palasse, si rafforza, sviluppando uno straordinario «patriottismo»: lo status dell'esercito, la formazione militare e un'efficace propaganda «mantengono in tensione le energie del paese e alimentano la fiducia incrollabile nella sua forza difensiva e l'orgoglio delle gesta compiute». Nell'agosto 1938 Palasse aveva posto in rilievo le sconfitte nipponiche al confine Urss-Cina-Corea.
    La qualità così attestata dell'Armata rossa doveva servire da lezione.
    Facendo infuriare Hitler, il Giappone firma a Mosca, il 13 aprile 1941, un «patto di neutralità», liberando così l'Urss dall'incubo di una guerra su due fronti (dopo l'attacco alla Manciuria nel 1931 e a tutta la Cina nel 1937). Dopo essere stata piegata per lunghi mesi sotto l'assalto della formidabile macchina da guerra nazista, l'Armata rossa passerà nuovamente all'offensiva. Se nel 1917-18 il Reich è battuto a Occidente soprattutto dall'esercito francese, tra 1943 e 1945 finisce per soccombere sul fronte orientale all'Armata rossa. Preoccupato di alleggerire la pressione che grava sul suo esercito, Stalin insiste, fin dall'agosto-settembre 1941, per l'apertura di un «secondo fronte» (invio di divisioni alleate in Urss o sbarco sulle coste francesi). Ma deve accontentarsi degli elogi del primo ministro britannico Winston Chruchill, subito imitato dal presidente americano Franklin D. Roosevelt, per l'eroismo delle forze combattenti sovietiche. E di un prestito americano (rimborsabile dopo la guerra) valutato da uno storico sovietico a 5 miliardi di rubli, pari al 4% del reddito nazionale nel periodo 1941- 1945. Il rifiuto di aprire quel secondo fronte e l'emarginazione dell'Urss nelle relazioni interalleate (nonostante la sua presenza al vertice di Tehran, nel novembre 1943) riattizzano nei sovietici l'ossessione di un ritorno al «cordone sanitario» e alle «mani libere ad Est».
    La questione dei rapporti di forze in Europa si acutizza quando la capitolazione del generale Friedrich von Paulus a Stalingrado, il 2 febbraio 1943, porta all'ordine del giorno la pace futura. Poiché Washington conta sulla sua egemonia finanziaria per sottrarsi alle norme militari di regolamento dei conflitti, Franklin D. Roosevelt rifiuta di negoziare sugli «obiettivi della guerra» presentati a Churchill da Stalin nel luglio 1941 (ritorno ai confini europei dell'ex impero raggiunti nel 1939-1940): una «sfera d'influenza sovietica» avrebbe limitato quella americana. Il finanziere Averell Harriman, ambasciatore a Mosca, pensava nel 1944 che data la situazione disastrata dell'Urss, l'attrattiva di un «aiuto economico» avrebbe «evitato lo sviluppo di una sfera d'influenza (...) sovietica in Europa orientale e nei Balcani». Ma bisogna fare i conti con Stalingrado, dove dal luglio 1942 si scontrano «due armate di oltre un milione di uomini». Le forze sovietiche hanno la meglio in quella «accanita battaglia» - seguita giorno per giorno dall'Europa occupata - che «supera in violenza ogni precedente della prima guerra mondiale (...) [si combatte] per ogni casa, ogni cisterna, ogni cantina, ogni frammento di muro in rovina». La vittoria di Stalingrado «ha avviato l'Urss al ruolo di potenza mondiale», così come quella «di Poltava del 1709 (contro la Svezia) aveva fatto della Russia una potenza europea». L'effettiva apertura del «secondo fronte» tarda fino al giugno 1944, periodo durante il quale l'avanzata dell'Armata rossa - al di là dei confini sovietici del 1940 - rende ineludibile la ripartizione delle «sfere d'influenza». Nel febbraio 1945 la Conferenza di Yalta, che ratifica la posizione dell'Urss in quanto belligerante decisivo, non è il prodotto dell'astuzia di Stalin che depreda la Polonia martire contro un Chrchill impotente e un Roosevelt moribondo; è il risultato di un rapporto di forze militari. Questo rapporto si era ribaltato durante la corsa-rincorsa negoziale di resa della Wehrmacht «alle armate anglo-americane e di riporto delle forze ad Est»: a fine marzo, «26 divisioni tedesche rimanevano sul fronte occidentale, (...) contro 170 divisioni su quello orientale (16)», dove i combattimenti infuriarono fino all'ultimo. Nel marzo- aprile 1945 l'operazione Sunrise fu uno sfregio per Mosca: il finanziere Allen Dulles, capo dell'Office of Strategic Services (antenato della Cia) a Berna, negoziò qui con il generale delle SS Karl Wolf, capo dello stato maggiore personale di Himmler (responsabile dell'assassinio di 300,000 ebrei) la capitolazione dell'esercito di Kesselring in Italia. Ma era praticamente escluso che Berlino andasse agli occidentali: dal 25 aprile al 3 maggio, in quella battaglia dovevano cadere altri 300.000 soldati sovietici: l'equivalente del totale delle perdite americane (292.000), «unicamente militari», sul fronte europeo e su quello giapponese, dal dicembre 1941 all'agosto 1945 (17).
    Secondo Jean-Jacques Becker, «a prescindere dal suo dispiegamento su spazi molto più vasti e dal costo esorbitante dei metodi di combattimento arcaici dell'armata sovietica, sul piano militare la seconda guerra mondiale è stata forse meno violenta della prima (18)». Ma chi parla così dimentica che se l'Urss ha pagato da sola la metà del tributo complessivo di vittime del conflitto 1939-1945, la ragione principale va ricercata nel progetto del Terzo Reich di condurre una guerra di sterminio, destinata a liquidare, oltre alla totalità degli ebrei, da 30 a 50 milioni di slavi (19). Un'azione la cui principale artefice è stata la Wehrmacht, feudo pangermanista facilmente disponibile alla nazificazione, che considerava i russi come «asiatici degni solo del più assoluto disprezzo»: e nella sua ferocia antislava, antisemita e antibolscevica descritta al processo di Norimberga (1945- 1946) e ricordata recentemente in Germania da alcune mostre itineranti (20), ma a lungo taciuta in Occidente, rifiutava di applicare ai sovietici le «leggi di guerra» (convenzione dell'Aja 1907).
    Ne danno testimonianza i suoi ordini: il cosiddetto decreto «del commissario» dell'8 giugno 1941, che prescrive l'esecuzione dei commissari politici comunisti integrati nell'Armata rossa; l'ordine di «non fare prigionieri», per cui sui campi di battaglia, a combattimenti conclusi, i soldati della Wehrmacht trucidarono 600.000 prigionieri di guerra (e la stessa disposizione fu estesa un mese dopo anche ai «civili nemici»); l'ordine Reichenau per lo «sterminio definitivo del sistema giudeo-bolscevico», ecc. (21). Fu così che negli anni 1941- 1942 ben 3,3 milioni di prigionieri di guerra - più di due terzi del totale - furono vittime della «morte programmata» - assoggettati a un lavoro da schiavi e uccisi dalla fame e la sete (l'80%), dal tifo e dalla fatica. Nel 1941 alcuni prigionieri «comunisti fanatici», consegnati alle SS, furono usati come cavie per i primi esperimenti di Auschwitz con il gas Zyklon B.
    La Wehrmacht ha partecipato attivamente, a fianco delle SS e della polizia tedesca, alle stragi di civili, ebrei ma non solo. Ha aiutato gli Einsatzgruppen delle SS incaricate delle «operazioni mobili di eliminazione» (Raul Hilberg). Come il massacro perpetrato dal gruppo C nella forra di Babi Yar alla fine di settembre 1941, dieci giorni dopo l'ingresso delle sue truppe a Kiev (quasi 34.000 morti). E questo è stato solo uno degli innumerevoli massacri perpetrati insieme agli «ausiliari» polacchi, lettoni, lituani, ucraini, descritti dallo sconvolgente Libro nero di Ilya Ehrenburg e Vassili Grossman (22).
    Slavi ed ebrei (1.100.000 su 3.300.000) furono massacrati in massa a Oradour-sur-Glâne e nei lager. I 900 giorni dell'assedio di Leningrado (luglio 1941- gennaio 1943) uccisero un milione di abitanti su 2,5 milioni, di cui più di 200.000 morirono per inedia nell'estate 1941-1942.
    In totale «furono rase al suolo 1700 città, 70.000 villaggi e 32.000 stabilimenti industriali». Un milione di Ostarbeiter (operai dell'Est) deportati in Occidente morirono di sfinimento o per le sevizie delle SS e dei kapò nei campi di concentramento, nelle miniere, negli stabilimenti di grandi aziende o nelle filiali di gruppi stranieri - tra cui la Ford, fabbricante dei camion da 3 tonnellate del fronte orientale.
    L'8 maggio 1945 l'Urss estenuata aveva già perso il beneficio della «Grande Alleanza», imposta agli alleati anglo-americani dall'immane contributo del suo popolo alla loro vittoria. Per il contenimento della guerra fredda e sotto l'egida di Washington, si poteva oramai ristabilire quel «cordone sanitario», «prima guerra fredda» condotta sotto la guida di Londra e Parigi tra il 1919 e il 1939.
    note:
    * Docente di storia contemporanea, Università Paris-VII, autrice dei saggi Le Vatican, l'Europe et le Reich 1914- 1944, Armand Collin, Parigi, 1996, e Le choix de la défaite: les élites françaises dans les années 1930, che uscirà prossimamente per i tipi dello stesso editore.
    (1) «1947-1948. Du Kominform au"coup de Prague", l'Occident eut-il peur des Soviets et du communisme?», Historiens et géographes (Hg) n° 324, agosto- settembre 1989, pp. 219-243.
    (2) Diana Pinto, «L'Amérique dans les livres d'histoire et de géographie des classes terminales françaises », Hg, n° 303, marzo 1985, pp.
    611-620 ; Geoffrey Roberts, The Soviet Union and the origins of the Second World War, 1933- 1941, Saint Martin's Press, New York, 1995, introduzione.
    (3) Leggere inoltre Geoffrey Roberts, op. cit., p. 95-105, e Gabriel Gorodetsky, «Les dessous du pacte germano-soviétique», Le Monde diplomatique, luglio 1997.
    (4) Salvo indicazioni diverse, le fonti citate si trovano negli archivi del ministero francese degli affari esteri o delle Forze armate terrestri (Shat), o ancora nelle pubblicazioni degli archivi tedeschi, britannici e americani. Per quanto riguarda i numerosi libri, in buona parte poco noti in Francia, sui quali si basa questo articolo, il lettore troverà un'ampia bibliografia sul sito Internet del Monde diplomatique : www.monde-diplomatique.fr/2005/LACROIX_RIZ/12117
    (5) Ndr: La Galizia è passata, nel corso della storia, dai russi ai mongoli, ai polacchi, ai lituani, agli austriaci e poi di nuovo ai russi e ai polacchi. Nel 1919 lord Curzon aveva assegnato la Galizia orientale alla Russia (linea Curzon).
    (6) Winston Churchill, Mémoires, vol. I, The gathering storm, Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, p. 346.
    (7) Lettera a Guy de la Chambre, ministro dell'aviazione, Mosca, 29 agosto 1939 (Shat).
    (8) Michael J. Carley, 1939, The alliance that never was and the coming of World War 2, Ivan R. Dee, Chicago, 2000, pp. 256-257.
    (9) Lettera 771 di Charles Corbin, Londra, 28 ottobre 1939, archivi del Quai d'Orsay (MAE).
    (10) Dov Levin, The lesser of two evils : Eastern European Jewry under Soviet rule, 1939-1941, The Jewish Publications Society, Philadelphia-Jérusalem, 1995.
    (11) Leggere, in particolare, i testi già citati di Geoffrey Roberts e Gabriel Gorodetsky, ma anche di Bernhard H. Bayerlin et al., Moscou, Paris-Berlin [...] 1939-1941, Taillandier, Paris, 2003. Nelle sue Memorie, la comunista libertaria Margarete Buber-Neumann accusa il regime sovietico di aver consegnato alla Gestapo molti antifascisti tedeschi.
    (12) Charles Higham, Trading with the enemy 1933-1949, Delacorte Press, New York, 1983 ; e Industriels et banquiers français sous l'Occupation, Armand Colin, Parigi, 1999.
    (13) Geoffrey Roberts, op. cit., pp. 122-134 et 139.
    (14) La Délégation française auprès de la commission allemande d'armistice de Wies-baden, 1940-1941, Imprimerie nationale, Paris, vol. 4, pp.
    648-649.
    (15) 16 giugno 2004, www.oui-socialiste.fr.
    Annie Lacroix-Ritz
    (16) Radio France internationale, 6 aprile 2005.
    (17) Si legga Corinne Gobin, «L'Europa sociale, ingannevole apparenza», Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre 1997.
    (18) Pierre Bourdieu, Contrefeux II, Liber-Raison d'agir, Parigi 2001, p.17, edizione italiana, ....
    (19)Si legga, Jacques Généreux, Manuel critique du parfait européen, Seuil, Parigi, 2005.
    (20)Raoul Marc Jennar, Europe: La trahison des élites, Fayard, Parigi, 2004.
    (21) Corinne Gobin «L'Union Européenne: un état de perte di conscience publique?», in Attac, Une autre Europe pour une autre mondialisation, Editions Luc Pire Bruxelles, 2001, p.70.
    (22) Alain Lipietz, Politis, 24 marzo 2005 (Traduzione di E. H.)

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    Predefinito Rif: Stalingrado

    SECONDA GUERRA MONDIALE: IL RUOLO DECISIVO DEI RUSSI NELLA SCONFITTA DEL NAZISMO




    DI ALEKSANDER B. KRYLOV
    Strategic Cultural Foundation


    Sono notizia recente gli scontri in Estonia tra la polizia e la minoranza russa che protestava per la rimozione del monumento ai soldati dell'armata rossa che liberarono il paese dai nazisti: ennesimo segnale del tentativo di sminuire il ruolo dell'armata rossa nella sconfitta del nazifascismo. In occasione del 62esimo anniversario della vittoria sui nazisti (che per i russi ricorreva il 9 Maggio) è doveroso ricordare l'immane sacrificio del popolo russo che, con la vittoria a Stalingrado e nella battaglia di Kursk, rovesciò l'esito della seconda guerra mondiale. Ben prima dello sbarco in Normandia. N.d.r.


    La battaglia di Kursk per gli storici britannici, o il nazismo che venne dall'Ovest


    Alcune tendenze degne di nota continuano a comparire negli studi storici britannici e statunitensi circa la Seconda Guerra Mondiale e particolarmente sugli ultimi anni del conflitto. Fino a poco tempo fa, gli studenti inglesi e statunitensi si concentravano prevalentemente sugli eventi relativi al Fronte Occidentale (la battaglia di El Alamein, lo sbarco in Normandia, l'offensiva delle Ardenne, ecc...).

    C'è una ben precisa ragione dietro l'enfasi assegnata alle operazioni compiute dagli Alleati: tale approccio creava tra la gente la falsa impressione che USA e Gran Bretagna sole avessero sconfitto la Germania (venne scoperto che, in certi casi, studenti inglesi e statunitensi effettivamente credevano che la Russia fosse alleata con la Germania nella Seconda Guerra Mondiale).Questa, chiamiamola 'interpretazione storica', divenne canonica in Occidente a partire dall'avvento della Guerra Fredda, dal momento in cui, aderendo ad una sorta di “approccio di classe”, W. Churchill screditò nelle sue memorie il cruciale contributo dell'Armata Rossa alla vittoria sulla Germania nazista.

    In seguito, il pensiero degli storici occidentali fu largamente influenzato da scritti di ufficiali ex-fascisti, impiegati per l'esame degli archivi militari nazisti, e da numerose memorie lasciate dai generali della Wehrmacht. Di norma, autori di tal fatta tendevano a giustificare se stessi e l'esercito tedesco nel complesso presentandosi quali entità puramente professionali, avulse da Hitler, come da ogni ideologia. Le memorie dei cani da guerra di Hitler riflettevano anche buona parte dell'arroganza di casta e l'orgoglio ferito, i quali contribuivano a distorcere ulteriormente il quadro del recente passato. D'altra parte, le memorie di leader politici e militari sovietici generalmente non venivano impiegate come “contradditorio” scolastico e ideologico contro il flusso di letteratura degli ex-hitleriani. Le cronache di guerra pubblicate in URSS furono sottoposte ad una censura così violenta che il più delle volte perdevano ogni valore come fonti di conoscenza storica.

    I primi tentativi di accertare in modo più realistico i rispettivi ruoli del fronte orientale e occidentale vennero intrapresi in Occidente passati circa 30 anni dalla fine della guerra. John Erickson, storico britannico, fu tra i primi a muoversi in questa direzione: nei suoi libri “The Road to Stalingrad” [“La strada per Stalingrado” n.d.t.] (1975) e “The Road to Berlin” [“La strada per Berlino” n.d.t.] (1983), rivelò la portata dell'effettivo contributo del fronte orientale per la sconfitta della Germania fascista. Dopo, David M. Glantz, storico militare statunitense, scrisse numerosi testi sulla guerra dal fronte russo. Tra il 1989 e il 2006, diede alle stampe 16 lavori, tra cui “When Titans Clashed: How the Red Army Stopped Hitler” [“Quando i Titani si scontrarono: Come l'Armata Rossa fermò Hitler” n.d.t.].

    Centinaia di testi di studiosi anglo-statunitensi si concentrarono su vari aspetti particolari delle operazioni al fronte orientale come il trattamento dei prigionieri di guerra, le pulizie etniche in tempo di guerra, il ruolo dell'NKVD (i servizi segreti dell'URSS), l'economia e le risorse alimentari, ecc... Quelle edizioni non erano fatte per il grande pubblico, sicché per decenni le impressioni delle masse di lettori in Gran Bretagna e USA vennero formate soprattutto dalle memorie lasciate da W. Churchill ed altri uomini di stato occidentali, che presentavano il fronte occidentale come teatro principale della seconda guerra mondiale. Questa tradizionale impostazione ha iniziato a scemare solo di recente. Sotto questo aspetto, “Europe at War 1939-1945: No Simple Victory” [“L'Europa alla guerra dal 1939 al 1945: una vittoria non semplice” n.d.t.] di Norman Davies, uno storico britannico, ha giocato un ruolo decisivo.

    Norman Davies è un autore popolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a ragione. Divenne famoso dopo la pubblicazione di “The Isles. A history” [“Le isole. Una storia” n.d.t.] (1999), ampio e accattivante trattato sul passato britannico. I suoi “Europe. A History” [“Europa. Una storia” n.d.t.] (1996) e “Europe at War 1939-1945: No Simple Victory” [“L'Europa alla guerra dal 1939 al 1945: una vittoria non semplice” n.d.t.] (2006) ebbero ugual fortuna. In quest'ultimo libro, Davies condanna in modo chiaro, e con atipica veemenza per uno studioso inglese, il patologico narcisismo degli USA. In particolar modo manifesta una speciale acrimonia contro quegli autori statunitensi che stupidamente continuano a convincere i loro connazionali che furono gli USA a fermare il fascismo e infine a sconfiggere Hitler.

    Secondo Norman Davies, sul fronte orientale i combattimenti, che infuriarono per 4 anni, coinvolsero 400 divisioni tedesche e sovietiche; il fronte stesso si estendeva per 1.600 km. Nel frattempo, le offensive sul fronte occidentale coinvolsero 15-20 divisioni al massimo. L'armata tedesca subì l'88% delle perdite sul fronte orientale. Fu l'esercito sovietico a fermare la volontà e la capacità dell'armata tedesca di portare a compimento importanti offensive al fronte nel 1943. La Battaglia di Kursk, questo è il nome che gli storici dovrebbero ricordare! Norman Davies sostiene che il ruolo chiave dell'armata sovietica nella seconda guerra mondiale sarà così palese ai venturi storici che in futuro USA e Gran Bretagna verranno semplicemente accreditate di aver fornito un supporto estremamente importante.

    Ciononostante, nel perorare la causa del cruciale contributo offerto dall'Armata Rossa contro il fascismo, N. Davies incappa nel cliché ideologico sullo “scontro dei due totalitarismi”: nella sua visione, il regime più animalesco della storia europea non fu annientato dalle democrazie, ma da un altro brutale regime. In altre parole, un tiranno fu sconfitto da un tiranno.

    Pur riconoscendo il decisivo apporto dell'Unione Sovietica per la vittoria durante la seconda guerra mondiale, N. Davies ignora completamente il fatto che il nazismo tedesco, sconfitto dalla Russia storica, e successivamente dalla sua incarnazione USSR, tra il 1941 e il 1945, fu un prodotto incredibilmente aggressivo e inumano della civiltà occidentale. Allo stesso tempo, N. Davies riconosce il ruolo personale di Stalin nella vittoria russa. Geoffrey Roberts, altro storico, concorda con questa visione. Nel suo “Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953” [“Le guerre di Stalin: dalla guerra mondiale alla guerra fredda, 1939-1953” n.d.t.], scrive che la rinascita dalle ceneri dopo errori così numerosi e la condotta del paese verso la vittoria più grande fu un vero e proprio trionfo, e che il mondo fu salvato per le democrazie da Stalin.

    La verità è che il mondo fu salvato dai Russi, non dal genio di Stalin. Stalin stesso lo ammise nel 1945, nel suo brindisi “ai Russi” durante un ricevimento per i comandanti dell'Armata Rossa al Cremlino. Per i Russi, questa guerra sarà sempre grande, patriottica e totale, perchè per noi fu uno scontro mortale contro il male assoluto – il nazismo che venne dall'Ovest.

    Aleksander B. Krylov
    Fonte: Strategic Culture Foundation
    World War II: The Decisive Role of the Russian People in defeating Nazi Germany
    12.05.2007
    Ultima modifica di Murru; 01-05-11 alle 15:48

  10. #10
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    Predefinito Rif: Stalingrado

    Ecco infine un articolo il cui autore non è per niente "stalinista"


    Quelle bugie di Krusciov su Stalin


    di Giorgio Bocca
    Anche per Stalin è arrivata l'ora della riabilitazione: non per i milioni di persone che per suo ordine e capriccio finirono la loro vita nei gulag o davanti a un plotone di esecuzione, ma per la grande diffamazione sui suoi primi giorni di guerra inscenata al XX congresso del Pcus dal suo erede Krusciov e ripresa da tutta la storiografia occidentale e perciò stesso mondiale. La diffamazione di uno Stalin che, in preda al panico, si nasconde nella sua dacia e lascia per dieci giorni la grande Unione Sovietica senza una guida, in mano a pochi gerarchi che non sanno cosa fare e cercano invano di richiamare al Cremlino il loro capo.

    E non solo per la fuga nei primi giorni di guerra, ma anche per la mancata preparazione dell'esercito e il rifiuto di considerare imminente l'attacco tedesco, sebbene le provocazioni e la dislocazione delle divisioni naziste fossero evidenti.

    Entrambe le accuse, la scomparsa del capo e la sorpresa dell'attacco tedesco, erano, a lume di logica, assai poco credibili, ma facevano comodo a Krusciov che voleva distruggere il mito di Stalin e creare una direzione collettiva del partito e all'anticomunismo universale cui non pareva vero che arrivasse proprio dal Cremlino la smentita della gloria staliniana.

    Ora dagli studi degli storici Medvdev, Zores e Roy, raccolti in un volume Feltrinelli, 'Stalin sconosciuto', risulta che le cose non andarono proprio così: è confermato che Stalin era un tiranno feroce, il più grande sterminatore di comunisti della storia. Ma è pienamente smentita la storia dello Stalin impreparato e spaurito che del resto si adattava assai poco al personaggio.

    Non è vero, per cominciare, che ignorasse la minaccia nazista e la necessità del riarmo. Nell'aprile del 1941, prima della guerra, Stalin invitò una delegazione militare tedesca a visitare le fabbriche belliche degli Urali e della Siberia perché vedessero la produzione di massa del carro T34, il più efficiente nel mondo, e a Rabinsk dove c'era una fabbrica di aerei da bombardamento con un motore da 1.200 cavalli, il più potente nel mondo, e già migliaia di aerei pronti a entrare in azione.

    Una menzogna la impreparazione sovietica e una esagerazione, a guerra finita, l'altra secondo cui la Russia di Stalin aveva vinto la guerra grazie agli aiuti americani arrivati con i convogli a Murmansk, una esagerazione del resto già smentita dall'Armata rossa come si era visto sul campo nella conquista di Berlino.

    Stalin impreparato? Per niente: i Medvedev ripropongono il discorso pronunciato il 5 maggio del 1941 di fronte allo stato maggiore dell'Armata rossa in cui accusava la Germania di Hitler di preparare l'invasione dell'Unione Sovietica, ma affermando che essa era pronta a respingere l'attacco. "Il nostro esercito", disse, "è grande e bene equipaggiato, è passato da 120 a 300 divisioni in gran parte meccanizzate e corazzate".

    Risulta anche dagli archivi moscoviti che aver tenuto parte dell'esercito in riserva, davanti a Mosca e a Leningrado, faceva parte della strategia generale: aveva lo scopo di obbligare i tedeschi, come infatti avvenne, a dividere le forze nella immensità del territorio.

    Lo ha ammesso a guerra finita il maresciallo Zukov: "Il nostro esercito, meno mobile delle forze nemiche, si sarebbe trovato in gravissima difficoltà nel qual caso chi sa quale sarebbe stato l'esito delle battaglie per Mosca, Leningrado e del sud del paese".

    E' poi del tutto chiaro che il preteso panico di Stalin, nelle prime ore di guerra, è una diffamazione dell'erede Krusciov, perché dalle carte del Soviet supremo risulta che furono in quelle ore i capi politici e militari ad attribuire a Stalin il comando supremo e la massima assunzione delle responsabilità.

    I politici dovrebbero fare più attenzione agli archivi, per evitare che smentiscano le loro bugie.

    Quelle bugie di Krusciov su Stalin - l’Espresso
    Ultima modifica di Murru; 01-05-11 alle 15:39
    don Peppe likes this.

 

 
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