OMNIA SUNT COMMUNIA
La rivolta DI KAMAGASAKI - IL GIAPPONE RISCOPRE GLI EMARGINATI
«Frittata indigesta», lavoratore a giornata non paga il conto. Arrestato, pestato in cella, è rilasciato dopo 20 giorni. C'è il G8 in corso. I suoi compagni protestano: ne vien fuori una «Genova nipponica»
Pio d'Emilia
OSAKA
Sono le 5 di pomeriggio. Kamagasaki, una delle discariche sociali del Giappone. C'è n'è una in ogni grande città del Sol Levante: li chiamano «quartieri fisarmonica», perché la loro popolazione aumenta e diminuisce a seconda di quanto tira l'economia. Per capire come vanno le cose vale la pena venire qui, piuttosto che decifrare l'indice della borsa o i comunicati del g8 finanziario. Qui la rivolta è scoppiata, proprio dietro la porta del G8.
La miccia è stata innescata un paio di giorni fa. Un poveraccio decide di regalarsi una cena decente. Non gli importa se gli parte la paga di una settimana. Ma vuole godersi una serata. Con la sua compagna entra in un ristorante. Niente di che, ma non le solite bettole che è costretto a frequentare. Ordina un okonomiyaki, la frittata tipica di Osaka. Ma non è buona. I due non la mangiano nemmeno tutta, e dopo aver protestato, decidono di non pagare il conto.
I soldi ce li hanno, ma non vogliono pagare. In altre circostanze e luoghi, il tutto si risolve con «ma prego dottore, lasci perdere», o in un compromesso. Paghi il resto, birra e sakè, la frittata la offro io. Ma siamo a Kamagasaki, e il codice è diverso. Il gestore chiama la polizia. Che senza tanti complimenti manda a casa la compagna e invita il tipo in commissariato, «per accertamenti».
L'uomo sa che cosa vuol dire «seguire volontariamente» la polizia, in Giappone, paese dove il fermo di polizia può durare fino a 23 giorni, rinnovabili, senza bisogno di convalida da patte di un giudice e con diritti della difesa decisamente limitati. Per i poveracci, gli emarginati, i vecchi e nuovi poveri, la situazione è ancora più drammatica: non possono contare nemmeno sulla difesa tecnica.
Lo stato ti paga un avvocato d'ufficio - che in genere si rimette alla «clemenza» della corte - ma solo dopo il rinvio a giudizio.
Quando il poveraccio viene rilasciato, dopo una ventina di giorni, è pesto e stralunato. I suoi amici sono indignati e improvvisano una manifestazione davanti al commissariato. La polizia reagisce male: fa una retata e arresta 8 persone. La voce si sparge, e gli emarginati lanciano il passaparola. Il G8 non c'entra, ma c'entra. Fatto sta che nel giro di qualche ora, il commissariato di Nishinari è circondato e assediato da centinaia di persone. Non succedeva da anni. L'ultima rivolta, con scontri e feriti, risale agli '90, quando scoppiò la famosa «bolla» edilizia.
Per un po' si va avanti a insulti, lancio di oggetti (prima lattine, poi sassi e perfino biciclette), ma appena si fa buio la situazione precipita. La polizia lancia un ultimatum: disperdetevi o carichiamo. I manifestanti non hanno nessuna voglia di andarsene. È venerdì sera, l'alcol gira che è un piacere, e i loro compagni sono ancora dentro. E la polizia carica. Impressionante. I poliziotti avanzano piano, a testuggine, travolgendo tutto ciò che gli si para davanti. Dietro spunta un idrante, ma è estate, fa caldo. I getti non fanno male, rinfrescano. Via ai lacrimogeni.
Nel giro di pochi minuti, l'impero del «wa», dell'armonia e dell'inchino sparisce. Non siamo più in Giappone, siamo a Seoul. O Genova. Siamo globali, nel bene e nel male. Stessa disperazione, stessa reazione. La polizia carica, picchia con astuzia e cattiveria, per far male. E non fa troppi complimenti. A prendersi le sprangate sono donne, vecchietti. Senza distinzione. Senza pietà. Acchiappa i manifestanti a casaccio, li stende per terra e li trascina in caserma. Ne abbiamo contati almeno una ventina, e non usciranno facilmente. Ci guardiamo intorno, non c'è l'ombra della stampa, né della televisione locale. Eppure sono ore che c'è alta tensione, e che gli scontri erano nell'aria.
Un signore, la faccia ricoperta di sangue, ci guarda, più stupito che preoccupato. «Guardate, guardate e scrivete. Ecco come trattano i poveracci, in questo paese». Ha 65 anni, nella vita ha fatto di tutto, che in Giappone significa non aver fatto nulla. Infatti non ha più famiglia, né una casa. Vive in un roya , i fatiscenti dormitori di Kamagasaki, 6 euro per un futon, il materasso locale, in una grande stanza con decine di altre persone.
«C'è stato un periodo che ce la passavamo bene: c'era molto lavoro e ti pagavano bene. Adesso è cambiato tutto. Non c'è più lavoro e ti pagano male». Da Kamagasaki sono spariti perfino i tekiya i «caporali» della yakuza. La paga degli hiatoi, i «giornalieri» è talmente bassa che il business non conviene più. Non ci sono i «margini», come ci spiega un uomo che ha tutta l'aria di appartenere ad una delle cosche. È gentile, ci offre di scortarci per proteggerci nella nostra meritevole opera di «informazione». «Con me puoi stare tranquillo. Non ti tocca nessuno. Né questi poveracci, né la polizia. Tranquillo». Come tutti i giapponesi, siano essi ministri, impiegati o delinquenti, ha un biglietto da visita.
Apre la borsa, per cercarne uno. Facciamo a tempo a sbirciarci dentro. È piena di soldi. Saranno almeno una decina di mazzette, con tanto di fascetta. Qualche milione di yen. Decine di migliaia di euro. Da dove vengano, e dove vadano, non è dato sapere. La rivolta è finita. Fuori restano i segni della battaglia. L'odore acro dei lacrimogeni, vetri e lattine, bidoni dell'immondizia rovesciati. Erano anni che in Giappone non vedevamo scene del genere. Yamamoto, c'è scritto così sul bigliettino, ha una parola buona per tutti. Dice di essere proprietario di vari immobili, in questo quartiere. Ma lui vive da un'altra parte della città, quella dove si è svolto il vertice G8. Dopo essersi assicurato che ce la possiamo cavare da soli, saluta con un inchino e si infila, con la sua preziosa valigetta, in una macchina bianca che lo sta aspettando, da ore, con il motore acceso.
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ARDITI NON GENDARMI




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