di GIANLUIGI PARAGONE www.Libero-news.it 18 06 08
Delle due l'una: o si dà ragione a Berlusconi quando lamenta una certa politicizzazione - parole sue - della magistratura, e quindi gli si abbuona la sospensione del suo processo, oppure gli si dà torto marcio.
O è bianco o è nero.
Se si cerca il grigio, ci si perde nel labirinto delle osservazioni e delle critiche.
"Cosa c'entra la sospensione dei processi col pacchetto sicurezza?", scriveva ieri Ezio Mauro, direttore di Repubblica.
Rispondiamo senza girarci troppo attorno: non c'entra niente.
Questa è una norma che il premier si è cucito su misura.
Del resto in qualche modo lo ha riconosciuto lo stesso Berlusconi nella lettera al presidente del Senato Renato Schifani, laddove parlava dei suoi processi e del suo rapporto con certi giudici.
La domanda allora non è se sia giusto o sbagliato caldeggiare una leggina ad personam (è sbagliato), ma se siano fondati i suoi "cattivi pensieri" sulla giustizia.
Partiamo da un fatto. È innegabile che, da quando scese in campo, Berlusconi sia stato messo sotto i raggi x e radiografato nel dettaglio.
Lui e le sue aziende.
Obiezione numero 1:
i magistrati hanno fatto solo il loro dovere.
Bene, però non ricordo sentenze di condanna.
Ricordo invece tanti titoli, tanti dibattiti in tv, tanti libri sulle presunte malefatte del Cavaliere. Più del dibattimento, potè lo sputtanamento.
Obiezione numero 2:
lo ha salvato la prescrizione. In alcuni casi, è stato così. Ma è altrettanto vero che - sta scritto nel codice di procedura penale - dal processo si esce anche per prescrizione. E si esce da innocenti, visto che i giudici nel frattempo non hanno raccolto sufficienti elementi di prova per arrivare a una condanna.
Obiezione numero 3:
Berlusconi s'era fatto una legge per accorciare i tempi del processo. Esatto: ma quanto tempo devono durare i processi in Italia, mille anni? O finché Berlusconi non esce condannato? Può essere una soluzione, per carità, però poi lo andiamo a dire alla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ci bastona da anni per l'irragionevole durata dei processi.
In quindici anni di vita politica, a Berlusconi non hanno fatto mancare nulla: dalle inchieste per mafia a quelle per corruzione. Gli manca la pedofilia, però se non sta attento con le aspiranti veline non è detto.
Di contro - e qui entriamo nell'opinabile mondo dei cattivi pensieri - in quindici anni, sotto altri politici, montavano strani debiti.
A Roma si scopre una voragine di bilancio di 7 miliardi; i dettagli li trovate nelle pagine a seguire. Com'è stato possibile? Dove sono finiti quei soldi; chi li ha intascati? Possibile che i magistrati non si fossero accorti di nulla?
E vogliamo dire del degrado "munnezza" a Napoli, lievitato in quindici anni, mica quindici minuti?
Se la solerzia con cui si indaga su Berlusconi è il metodo, perché Roma e Napoli sono le eccezioni? In attesa di una risposta, noi risaniamo i debiti.
Il politico e il personale
L'assillo del premier verso i processi non è una balla della sinistra. Così come non è normale infilare dentro un pacchetto sicurezza una norma salva-processi, col rischio di anestetizzare la tolleranza zero.
Tuttavia non è una fantasia nemmeno l'idea che Berlusconi s'è fatto di una certa giustizia.
Sono quindici anni che va avanti il braccio di ferro.
Lui entra a Palazzo Chigi e - coincidenze, per carità - un ufficiale giudiziario bussa alla porta: c'è posta per te, Silvio.
Per questa ragione sarebbe stato meglio congelare, fino alla scadenza del mandato, i processi verso le cariche dello Stato così come stava scritto nel lodo Schifani.
Invece non è stato possibile perché ormai lo scontro tra Berlusconi e una parte della magistratura appare al limite del personale.
Anche se è un personale con forti riflessi politici: o il Cavaliere governa o corre dietro ai giudici a render conto in udienza.
Berlusconi doveva parlare chiaro fin da subito, come ieri gli suggeriva Vittorio Feltri, senza nascondere la sua situazione processuale.
Lo ha fatto ed ha fatto bene.
Del resto in campagna elettorale, sui giudici, Berlusconi non aveva detto cose dissimili da quelle che annuncia ora: ricordate la polemica sui test psico-attitudinali?
Il dialogo che non c'è più
L'idea che Silvio ha dei giudici la si conosce perfettamente, perché l'uomo non se l'è mai tenuta per sé. Né si può dire che gli elettori ignorassero il carico di processi sulle spalle del Cavaliere, eppure a lui - proprio a lui - hanno chiesto di sistemare l'Italia. Che piaccia o no, le cose stanno così.
Veltroni l'ha presa male? Pazienza. Noi, al mito del dialogo a 360 gradi, non abbiamo mai creduto.
Primo, perché alle elezioni uno vince e l'altro perde. E chi vince governa, col suo programma.
Secondo, perché il dialogo ha un perimetro ristretto: va bene scrivere insieme le riforme costituzionali, per il resto ognuno fa secondo la propria testa. Veltroni ha tutto il diritto di fare ostruzionismo, di alzare le barricate, o di migliorare qualche legge. La maggioranza degli elettori non gli ha chiesto di co-governare.
Per governare ha dato pieno mandato a Silvio Berlusconi e glielo ha dato non più tardi di due mesi fa alla faccia di chi ancora oggi si riempie la bocca con parole sceme quali "regime" e "derive autoritarie".
Al Cavaliere, gli italiani hanno chiesto di prendere decisioni e persino di strappare.
Gli hanno chiesto misure forti, radicali, inedite.
Dei suoi conti con la giustizia sapevano e sanno. Ha fatto bene a parlare chiaro ai suoi elettori.
Ora torni sulla plancia di comando e decida.
Così come aveva promesso in campagna elettorale. Coraggio.
saluti




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