SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE …


Come per gli odiosi reati della clinica S.Rita anche per lo stato d’ imbarazzante ignoranza dei nostri studenti, fino ai fatti di cronaca più efferati come quello del rumeno carbonizzato, la “giustificazione” che aleggia è sempre la stessa: i poveri medici hanno uno stipendio base di soli 1700 euro al mese, i nostri insegnanti guadagnano meno di tutti i loro colleghi europei e la famigliola assassina aveva problemi economici e voleva garantire un avvenire sereno al proprio piccolo erede … è per questo allora che sotto ricatto ha fatto sottoscrivere al proprio dipendente l’assicurazione milionaria… il resto vien da sé…
Fino a questo punto però siamo solo a quella che si potrebbe definire un’analisi oggettiva dei fatti, anche se ben si sa quanto una presunta oggettività possa piegarsi ad un determinato assunto iniziale, ma quello che davvero inquieta sono i provvedimenti che si pensa di adottare per dare una risposta efficace atta ad infliggere una virtuosa conversione a tali “attitudini umane”. “ Si deve mettere un tetto alle prestazioni extra numero!” tuona convinto Formigoni, che dell’eccellenza della Sanità lombarda si è sempre fatto vanto ( si sa le pecore nere ci sono dappertutto…), ma con un provvedimento più costrittivo quei medici “solerti” potranno riposare qualche ora in più, forse da dedicare all’educazione dei figli… e i ritmi del macello rallenteranno, poi si sa che l’han fatto per portare a casa la pagnotta…
“Aumentiamo lo stipendio agli insegnanti , magari individuandone il merito” e non si sa bene come e chi sia in grado di giudicare in cosa tal merito si sostanzi, propone la neo ministra della Pubblica Istruzione, facendo intendere fra le righe che, se i nostri figli sono i più ciuchi d’Europa non può essere che a causa dei bassi stipendi percepiti dai nostri insegnanti che ne demotivano la “ missione”.
Insomma sembra proprio che per guadagnare di più molto sia lecito e quindi per converso che con uno stipendio basso si dia quel che si può, anche se non mi risulta che gli operai di Mirafiori “rinuncino” ad avvitare qualche bullone , boicottando così la produzione, nel nome del fatto che con 1000 euro al mese , con questi chiari di luna, di certo non si può vivere.
Da sempre sostengo che anche nelle situazioni più gravose che la vita ci può imporre non si debba mai deflettere e rinunciare a una sacrosanta indignazione anche se il modello della società, dopo che anche la Cina si è allegramente convertita all’ “ avere” è rimasto solo uno e non disgiunge l’idea di progresso da quella di sviluppo.
Ma l’indignazione non dovrebbe mai latitare al fine di riuscire ad arginare la pericolosità di ciò che ci appare come un fenomeno culturalmente omogeneo.
Non era un’era geologica fa, ma solo il 1998 quando il primo governo Prodi cadeva sulle 35 ore lavorative settimanali e adesso la lunga marcia per la riduzione dell’orario di lavoro iniziata nell’800 si arresta con la direttiva UE che rende possibile lavorare 60-65 ore settimanali. Alla fine degli anni ’50 i primi operai, erano quelli dell’Olivetti, cominciarono a fare la felice esperienza dell’week end: non si lavorava più il sabato e quindi per due interi giorni a settimana anche i lavoratori potevano riprendere in mano la propria vita. Tutto ciò che è seguito è andato in tale direzione: l’ aumentare del tempo libero tendeva a ridurre il divario sempre grande fra chi può e chi non può e tutto induceva a pensare che si sarebbe trattato di una conquista inalienabile.
Nel 2006 Silvano Agosti dette alle stampe un sapido libretto “Lettere da Kirghisia” in cui si raccontava il riuscito esperimento della società del Kirghisistan in cui bastava lavorare solo 3 ore al giorno. Sembrava possibile che si affermasse il principio di lavorare per vivere ma adesso tutto cambia e se anche ai reati più odiosi è concessa l’attenuante del sacro guadagno da perseguire, se la nostra vita sempre più acquisterà qualità in base a ciò che riusciremo ad “avere” immagino che il provvedimento sarà salutato con favore da tutti coloro che non si indignano all’idea di una vita, come ratti da laboratorio, in cui si viva per lavorare: indignamoci!


ANTONELLA SENSI
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