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Discussione: Veltroni come Toto'

  1. #1
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    Predefinito Veltroni come Toto'

    L'intervista
    Parisi e la crisi del Pd:
    «Bisogna cambiare leader»
    «Veltroni sembra Totò quando lo schiaffeggiano: pensa che le sberle degli elettori siano per Prodi»


    Arturo Parisi
    ROMA — Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. E dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole benché «ruvido». Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.

    Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa?
    «Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Pd è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa».

    Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
    «Mi auguravo che, invece di assumere nientemeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del governo ombra al calendario e all'agenda del governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori».

    E invece niente.
    «Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».

    Scusi!?
    «Sì, quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».

    Che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea?
    «Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta».

    Si riferisce alla separazione dal Prc?
    «Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani né dopodomani. E' questo che fa delle elezioni un fallimento totale».

    Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
    «Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a comprendere sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».
    E quale «pensiero serio» formulerebbe su questo Pd?
    «Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente. Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».

    Che le importa di chiedere che Veltroni se ne vada, visto che dicono che lei uscirà dal Pd e fonderà un suo movimento?
    «Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Pd è stato per me (come per molti) il mio partito molto prima che per loro».

    Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
    «La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quello che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissanguano anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtroppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».

    Maria Teresa Meli
    22 giugno 2008

    http://www.corriere.it/politica/08_g...4f02aabc.shtml


    e c'erano forumisti che èroprio qui, alla presentazione della candidatura di questo diplomato in cinematografia, hanno postato MIGLIAIA di volte che il centrodestra aveva paura di veltroni, perchè era un fantastico candidato

    e adesso che lo prendono per il culo anche gli ulivisti storici?

    NON TOGLIETECI VELTRONI, PER FAVORE

  2. #2
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da svicolone Visualizza Messaggio
    L'intervista
    Parisi e la crisi del Pd:
    «Bisogna cambiare leader»
    «Veltroni sembra Totò quando lo schiaffeggiano: pensa che le sberle degli elettori siano per Prodi»


    Arturo Parisi
    ROMA — Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. E dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole benché «ruvido». Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.

    Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa?
    «Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Pd è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa».

    Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
    «Mi auguravo che, invece di assumere nientemeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del governo ombra al calendario e all'agenda del governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori».

    E invece niente.
    «Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».

    Scusi!?
    «Sì, quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».

    Che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea?
    «Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta».

    Si riferisce alla separazione dal Prc?
    «Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani né dopodomani. E' questo che fa delle elezioni un fallimento totale».

    Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
    «Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a comprendere sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».
    E quale «pensiero serio» formulerebbe su questo Pd?
    «Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente. Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».

    Che le importa di chiedere che Veltroni se ne vada, visto che dicono che lei uscirà dal Pd e fonderà un suo movimento?
    «Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Pd è stato per me (come per molti) il mio partito molto prima che per loro».

    Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
    «La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quello che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissanguano anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtroppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».

    Maria Teresa Meli
    22 giugno 2008

    http://www.corriere.it/politica/08_g...4f02aabc.shtml


    e c'erano forumisti che èroprio qui, alla presentazione della candidatura di questo diplomato in cinematografia, hanno postato MIGLIAIA di volte che il centrodestra aveva paura di veltroni, perchè era un fantastico candidato

    e adesso che lo prendono per il culo anche gli ulivisti storici?

    NON TOGLIETECI VELTRONI, PER FAVORE
    NON TOGLIETECI VELTRONI, PER FAVORE:

    hai ragione, lasciamolo li, Berlusconi ringrazia.

  3. #3
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    Scavalcato Walter
    Un patto per Roma


    Fabrizio dell'Orefice
    f.dellorefice@iltempo.it


    «Per loro è come l'8 settembre. Li capisco, sono fuggiti via i generali e sono rimaste le truppe. Sono rimaste a improvvisare una strategia che non c'è». Umberto Croppi è sempre più qualcosa oltre il semplice assessore alla Cultura di Roma.


    Ormai è una specie di portavoce della giunta, stratega e al tempo stesso voce critica del mondo di Gianni Alemanno. E lui, Croppi, non lo dice, ma davanti agli occhi gli scorrono le immagini dell'altro giorno in consiglio comunale, con il gruppo del Pd che strepitava davanti alla relazione del sindaco sui conti. Dalle parti del Campidoglio se lo aspettavano. Ma gli uomini del sindaco sono soddisfatti di come si stia chiudendo la settimana. Sentivano il dovere di rendere note le cifre dei debiti del Comune, e l'hanno fatto. E dall'opposizione hanno urlato ma contestando i toni usati dal centrodestra, non la sostanza. Insomma, nessuno ha dubitato delle cifre.
    «Abbiamo solo elencato i numeri», spiega un uomo molto vicino al sindaco. Ma quella fase si è chiusa, ora se ne apre un'altra. Alemanno la prossima settimana cambierà strategia. Proporrà che il dibattito sul debito sia approfondito, ampio. Insomma lungo. E che procederà di pari passo con il dibattito sul decreto che consegna a Roma 500 milioni di euro. In altre parole nelle prossime settimane in consiglio comunale, alla Camera e al Senato si parlerà del debitone lasciato da Veltroni e Rutelli.
    Il Pdl si troverà di fronte due strade. Continuare sulla linea dell'elencazione dei numeri o affondare il colpo. Rovesciare la melma che dicono d'aver trovato sulla pubblica piazza. Per Veltroni e Rutelli sarebbe uno stillicidio: ogni giorno si troverebbero pagine e pagine di buchi lasciati al Comune.
    Molto dipenderà da come si comporterà il Pd. O quel che ne resta. Rutelli furbescamente s'è defilato. Veltroni è rimasto da solo, ormai a difenderlo ci sono solo i suoi. Per questo i segnali che sono giunti dall'opposizione fanno pensare che il centrosinistra non abbia alcuna intenzione di andare allo scontro armato.
    E qui si entra nella seconda fase. Alemanno proporrà un patto per Roma, un piano di risanamento e ricostruzione della città. Chi pensa si tratti di un'operazione di facciata non conosce il sindaco. Sarà un'opera profonda per smontare pezzo a pezzo l'intero castello di potere della sinistra a Roma. Sarà completamente rivisto il fortino delle partecipate e delle holding che contano sino a 85 società. Smontato e ricostruito su nuove basi. Al Campidoglio sono rimasti ancora troppo scottati dai debiti fuori bilancio delle partecipate, sanno che la Corte dei Conti si sta muovendo e si rendono conto che la Procura della Repubblica se non è ancora intervenuta non l'ha fatto solo per non invadere il campo dei magistrati contabili.
    Al centrosinistra sarà offerto dunque di entrare a far parte di questa grande operazione che darà nuova forma all'acciaio del cemento armato municipale. Nessuna sigla sarà esclusa. Forse al momento l'unica società che potrebbe restare in piedi così com'è è Zetema, l'azienda che si occupa della cultura in città. Si salverebbe non perché funziona ma perché è un giocattolo che piace anche al centrodestra. E il Pdl sa che deve tendere la mano al centrosinistra (da Rutelli a D'Alema, scavalcando Veltroni) anche perché non ha nemmeno gli uomini e i mezzi per affrontare in toto questo rinnovamento: da una ricognizione fatta, al momento il centrodestra avrebbe uomini di livello per coprire l'80-85% dei posti nei consigli di amministrazione.
    Infine c'è il tavolo nazionale. L'asse con Tremonti regge e se il federalismo fiscale partirà anzitutto da Roma la città vedrebbe moltiplicare le proprie entrate. Oggi dei nove miliardi che Roma versa allo Stato con l'Irpef ne riceve solo 900 milioni, mentre il governo ha fissato la nuova quota al 25% di restituzione: due volte e mezzo la cifra attuale. Avanti su questa strada, dunque. Anche perché Alemanno avrà voce grossa in capitolo su uno dei tre collegati alla Finanziaria che saranno varati a settembre, quello che va sotto il titolo di "Autonomie". La Lega l'ha capito, e adesso anche il Pd se ne rende conto. Tutto il Pd, tranne il leader.
    22/06/2008
    http://iltempo.ilsole24ore.com/polit...o_walter.shtml

 

 

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