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    Un testimone: "Emanuele Orlandi fu rapita per ordine di Marcinkus"

    Rivelazioni choc della donna del boss della Magliana: «Fu uccisa e gettata in betoniera». Gli avvocati della famiglia: «Teste inattendibile»


    ROMA

    Emanuela Orlandi sarebbe stata prelevata da Renatino De Pedis su ordine di monsignor Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior. È una delle ultime rivelazioni che la supertestimone delle indagini sulla scomparsa della Orlandi ha fatto durante un colloquio investigativo con i dirigenti della squadra mobile, avvenuto il 14 marzo scorso.

    A 25 anni dalla scomparsa della figlia di un dipendente della Città del Vaticano la testimonianza potrebbe finalmente fare luce su quello che rimane uno dei più noti misteri irrisolti della storia italiana. Il condizionale, malgrado si tratti della testimonianza di una persona che afferma di aver assistito ai fatti, e, però, d’obbligo specie quando le indispensabili attività di riscontro sono ostacolate dalla morte dei presunti protagonisti chiamati in causa e dalla ricerca delle tracce.

    La teste ipotizza come ragione della scomparsa della giovante una «guerra di potere»: «Io la motivazione esatta non la so - dice ai magistrati -, però posso dire che con De Pedis conobbi monsignor Marcinkus. Lui era molto ammanicato con il Vaticano, però i motivi posso immaginare che fossero quelli di riciclare il denaro. Mi sembra che Marcinkus allora era il presidente dello Ior. Però sono ricordi così. Io a monsignor Marcinkus a volte portavo anche le ragazze lì, in un appartamento di fronte, a via Porta Angelica. Sarà successo in totale quattro o cinque volte, tre-quattro volte. Lui era vestito come una persona normale».

    Secondo la donna, già cocainomane e all’epoca dei fatti amante di Enrico De Pedis, fu il boss della Banda della Magliana a prelevare Emanuela Orlandi, in quel periodo quindicenne, a tenerla prigioniera in un appartamento e, poi, a farne sparire il cadavere, chiuso in un sacco, a Torvaianica, sul litorale romano, dopo averlo gettato in una betoniera. Non solo, nella stessa occasione, ha raccontato la teste ai pm della Procura di Roma Italo Ormanni, Andrea De Gasperis e Simona Maisto, fu gettato nella betoniera anche il cadavere di Domenico Nicitra, il bimbo di 11 anni, figlio di Salvatore, imputato al processo alla banda della Magliana, che scomparve nella capitale assieme allo zio Francesco nel giugno del 1993, dieci anni dopo la scomparsa di Orlandi.

    E qui si registra la prima incongruenza del racconto, anche perchè De Pedis, noto come «Renatino», fu ucciso nel 1990, tre anni prima della sparizione di Nicitra. Anche per questo motivo i legali della famiglia Orlandi, Massimo Krogh e Nicoletta Piromallo, hanno giudicato incompatibile tale versione. «Non riteniamo attendibile - hanno dichiarato - quanto sarebbe stato affermato sulla vicenda Emanuela Orlandi dalla testimone ascoltata dalla Procura di Roma. Aspettiamo comunque che gli inquirenti facciano in libertà le proprie valutazioni e le proprie indagini e attendiamo eventuali sviluppi o novità su questa vicenda». Un racconto ricco di «non ricordo», ma anche di nomi di personaggi noti o già «monitorati» dagli inquirenti durante le indagini.

    Dunque, secondo la testimone, che sostiene di essere stata presente nel cantiere di Torvaianica insieme con l’autista di De Pedis, i due cadaveri sarebbero finiti nella betoniera perchè il boss riteneva che fosse meglio far sparire ogni prova. Sei mesi prima di morire Emanuela Orlandi, ha raccontato la teste, sarebbe stata consegnata, ad un sacerdote. Ad accompagnarla da un bar del Gianicolo fino ad un benzinaio della Città del Vaticano, sarebbe stata la stessa testimone. «Le chiesi come ti chiami - ha raccontato ai pm romani- Emanuela mi rispose. Era cosciente, ma non lucida. Parlava male, era intontita, trascinava le parole, nominava un certo Paolo e mi chiese se la stessi portando da lui». La donna ha dichiarato di aver intuito che si trattava della Orlandi durante il tragitto. «Quando tornai al Gianicolo - ha aggiunto - chiesi a Renato ’ma quella non era... lui rispose ’tu, se l’hai riconosciuta è meglio che non la riconosci, fatti gli affari tuoi».

    Fonte: La Stampa, 23.6.2008

  2. #12
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    GIALLO SENZA FINE - A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA SI RIAPRE IL CASO

    Caso Orlandi, il Vaticano replica: "Su Marcinkus accuse infamanti"

    Dura nota della Santa Sede dopo le rivelazioni choc della teste che tirano in ballo il defunto cardinale


    CITTA' DEL VATICANO

    Contro mons. Paul Marcinkus in relazione al caso Orlandi sono state divulgate informazioni «infamantiì» e «senza fondamento». È questa la reazione del Vaticano, attraverso una dichiarazione del direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, sulle notizie relative al rapimento di Emanuela Orlandi e all’ ipotesi di un diretto coinvolgimento nella vicenda dell’allora presidente dello Ior.

    «Si divulgano - afferma padre Lombardi - accuse infamanti senza fondamento nei confronto di mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». «La tragica vicenda della giovane Emanuela Orlandi è tornata d’attualità nel mondo dell’informazione italiana», comincia la nota del direttore della Sala stampa vaticana. «Colpisce -prosegue il testo- il modo in cui ciò avviene, con l’amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio. Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già hanno tanto sofferto».

    «Si divulgano -prosegue la dichiarazione- accuse infamanti senza fondamento nei confronto di mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». «Non si vuole in alcun modo interferire -afferma padre Lombardi- con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità. Ma allo stesso tempo non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale».

    Fonte: La Stampa, 24.6.2008

  3. #13
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    Il Vaticano denuncia: "accuse infamanti" nel caso di Emanuela Orlandi

    Lamenta l'uso informativo fatto dai media italiani


    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha risposto energicamente alle "accuse infamanti senza fondamento" contro il defunto Arcivescovo statunitense Paul Marcinkus, accusato di essere il mandante del sequestro della giovane Emanuela Orlandi, rapita nel 1983.

    Un comunicato stampa emesso questo martedì dalla Sala Stampa della Santa Sede critica il modo in cui sono state diffuse le accuse, "con l'amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio".

    "Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già tanto hanno sofferto", afferma la nota.

    "Si divulgano accuse infamanti senza fondamento nei confronti di monsignor Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi".

    Monsignor Marcinkus è stato direttore dell'Istituto per le Opere Religiose (IOR), erroneamente definito la banca del Vaticano.

    La Santa Sede chiarisce che non "vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità".

    "Ma allo stesso tempo - aggiunge - non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell'etica professionale".

    Le accuse si basano sulla testimonianza di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico de Pedis, alias "Renatino", capo della Banda della Magliana, uno dei gruppi più criminali degli anni Ottanta, al quale alcune fonti hanno attribuito il sequestro della Orlandi.

    La ragazza, figlia di un impiegato del Vaticano, aveva 15 anni quando scomparve, il pomeriggio del 22 giugno 1983, mentre si recava alla scuola di musica di Sant'Apollinare.

    La famiglia Orlandi mette in discussione le dichiarazioni della Minardi, che vive in una comunità di tossicodipendenti, sostenendo che non apporta alcuna prova.

    La scomparsa di Emanuela Orlandi ha scosso l'opinione pubblica italiana perché era figlia di un dipendente vaticano e perché il presunto sequestro venne rivendicato dal Fronte di Liberazione Turco, che chiese la liberazione di Alì Agca, autore dell'attentato contro Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro in Vaticano il 13 maggio 1981.

    Fonte: Zenit, 24.6.2008

  4. #14
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    Il mistero della tomba del boss della Magliana nella chiesa si Sant'Apolilinare
    Nel 1990 le sue spoglie arrivarono dal cimitero del Verano con procedura eccezionale

    La salma di Renatino nella basilica l'ultimo colpo del boss benefattore

    di FILIPPO CECCARELLI

    La chiesa di Sant'Apollinare


    "Quelli morti che sò de mezza tacca,/ fra tanta gente che se va a fà fotte,/ vanno de giorno, cantanno a la stracca/ verso la bùscia che se l'ha da ignotte"... Ora, secondo le classificazioni mortuarie di Giuseppe Gioachino Belli, Renatino De Pedis non era esattamente un morto di mezza tacca, lasciava ristoranti, locali notturni, boutique, negozi, società immobiliari e imprese edili, ma la buca ("bùscia") che ha finito per inghiottirselo in via definitiva appare da più di dieci anni del tutto incongrua alla sua storia di bandito - per quanto a Roma di banditi sepolti in chiesa ce ne stiano a iosa.

    Il fatto - pare - è che quando si sposò, proprio lì a la "Pulinara", che sarebbe Sant'Apollinare, tra il serio e il faceto, come chi non vorrebbe disturbare un giorno di felicità, Enrico (così si chiamava veramente) disse alla sposa: "Sai, il giorno che mi tocca - si noti il pudore - mi piacerebbe essere portato qui". E così è stato, anche velocemente: dal Campo Verano, con un salto improvviso nella primavera del 1990 le spoglie del bandito passarono dal loculo del suocero all'ipogeo della basilica, con procedura eccezionale, senza investire cioè né il comune, né l'avvocatura di stato, né nessun altro al di fuori della Chiesa, che su certe cose, su certi luoghi, su certe scelte, non prende in considerazione l'idea di spiegarle, tantomeno si abbassa proprio a discuterle, e da secoli.

    E così Renatino è ancora qui sotto, nella silenziosa frescura della cripta, sarcofago di marmo bianco, iscrizioni in oro e zaffiro, l'ovale della foto, e uno dei più straordinari misteri che sia dato immaginare nella città eterna, con l'aggravante del macabro, il cortocircuito della ragazza scomparsa e la quasi certezza che non si saprà mai cosa diavolo è accaduto in quella chiesa.

    Il rettore di Sant'Apollinare spedì infatti la vedova dal Vicario di Roma, il cardinal Ugo Poletti, che non era esattamente uno sprovveduto, con una dichiarazione piuttosto impegnativa: "Si attesta che il signor Enrico De Pedis è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la Basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana".

    E su questo aureo certificato di benemerenza ha reso una parola definitiva, nella sua sublime ambiguità, il più romano, il più ecclesiale e anche il più disinvolto tra i politici: "Ecco, magari non era proprio un benefattore per tutti - scolpì Giulio Andreotti - Ma per Sant'Apollinare sì".

    Come ogni buon sacerdote avveduto, Don Pietro Vergari, l'allora rettore amico dei De Pedis, volle rinforzare la soluzione con una ulteriore scrittura ( a suo tempo divulgata da Gianni Barbacetto sul Diario) che mostrava, insieme al decoro, anche la convenienza dell'operazione: "Il lavoro di sepoltura sarà fatta da artigiani e operai specializzati in questo settore che già hanno lavorato per la tumulazione degli ultimi Sommi Pontefici in Vaticano. Sarà questa anche l'occasione per risanare uno degli ambienti dei sotterranei, già luogo di sepoltura dei parrocchiani, da moltissimi anni lasciati in completo abbandono".

    E di nuovo: "Il defunto è stato generoso nell'aiutare i poveri che frequentano la basilica, i sacerdoti e i seminaristi, e in suo suffragio la famiglia continuerà a esercitare opere di bene, soprattutto contribuendo nella realizzazione di opere diocesane".
    L'incongrua sepoltura si riseppe nel luglio del 1997, grazie al sindacato di Polizia. E poi dice che vengono a Roma da tutto il mondo: per vedere, per sognare, per illudersi di capire.

    Fonte: Repubblica, 25.6.2008

  5. #15
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    Predefinito Il tassello mancante

    La storia della Orlandi è legata a questa. Quello che scrivo è documentato .
    Il terzo segreto di fatima e l'attentato al papa
    L'attentato è realizzato da Ali Agca il giorno 13-05-81,ricorrenza dell'apparizione della madonna ai pastorelli di Fatima.Dai retroscena del processo emerge che un domenicano Andrea Felix Morlion sia un agente cia che organizza materialmente l'attentato al papa. Mosignor Carlo de Angelis,docente alla università "Pro Deo" ,consegna a Pecorelli una cassa di documenti nei quali risulta che la Pro Deo era una centrale di spionaggio per il servizio segreto di sicurezza del ministero dell'interno e che Morilion era un agente cia,probabilmente legato a Marcingus.Le BR infatti mai ,neanche progettarono ,un attentato contro il clero strano.Inoltre padre Morilion aveva l'appartamento sotto a quello che fu in un primo tempo l'indiziato principale dell'organizzazione dell'attentato il responsabile in Italia delle linee aeree bulgare che come Morilion usufruiva dell'immunità diplomatica.Ali Agca descrisse l'appartamento del responsabile delle linee aeree bulgare ,ma non coincideva ,perché l'appartamento in questione era quello sotto del domenicano Morilion.
    Oltretutto il processo si è fermato ,stranamente al primo grado e la difesa di Acgia non ha presentato nessun appello alla sentenza di primo grado.Questo perche un'ulteriore rivisitazione degli atti avrebbe fatto emergere tutta una serie di fatti strani,e sopratutto che i mandanti del turco erano il vaticano e la C.I.A.,uniti nell'interesse di creare il giusto vittimismo e mantenere Marcingus alla guida dello I.O.R. i primi e di destabilizzare e dare una pessima immagine del mondo comunista ormai al tramonto.

  6. #16
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    Articolo - inchiesta ProDeo

    La Peste è riuscita a ricostruire la storia dell’inchiesta approdata al nulla più assoluto. Quella del settimanale Mondo d’Oggi , nel lontano 1968. Il servizio venne preannunciato e poi insabbiato, tanto che il giornale chiuse. L’inchiesta, dal titolo “Chi sono e cosa fanno questi signori?” preannunciava delle rivelazioni sconcertanti: «E’ venuto il momento di raccontare, senza reticenze, senza timori, senza ombre... Il più complesso e misterioso intrigo degli ultimi venti anni». In quella che venne definita l’Operazione Pro-Deo. Ma quella, per Mondo d’Oggi fu l’ultimo numero. Ma cosa si nascondeva dietro la facciata? Come entra nella vicenda il Senatore a vita Giulio Andreotti? Chi erano i personaggi rappresentati nella fotografia pubblicata dal settimanale? E Mino Pecorelli? Una storia inventata quella del ritrovamento, nella sua redazione di una grande mole di documentazione sulla Pro-Deo? Chi era il suo informatore? Mons. De Angelis ? Il servizio sul settimanale lo aveva preparato lui? Felix Morlion era veramente un uomo dei servizi segreti americani? Perchè il suo nome viene ritrovato negli archivi dell'OSS - l'Office of Strategic Services?
    Pensare che l'idea dell’Università fu di Padre Andrew Felix Morlion, ex agente della CIA, che fondò, negli anni difficili del dopoguerra la prima università ecclesiastica: la Pro-Deo. Quella che è oggi diventata la Luiss - Libera Università degli Studi Sociali.

    Eccola la foto incriminata. Anno 1968, il mese ottobre. Il settimanale Mondo D'oggi. Il giornale chiuse subito dopo. Un avvertimento? Un messaggio? Un ricatto? Semplicemente un caso? Chi era il giornalista misterioso che aveva realizzato il servizio? Si trattava, come dicono molti, di Mino Pecorelli? Ci sono molti a giurare che fosse così. Non tutti, però. Mino Pecorelli lavorava a Mondo D'Oggi non come giornalista ma come consulente. Era un avvocato civilista. Curava per il giornale la pubblicità e si occupava di altro. Insomma non era ancora il giornalista che ritroviamo nell'agenzia OP - Osservatorio politico - prima e nel settimanale poi, negli anni 78/79. La sua carriera di giornalista comincia solo più tardi. Certo il fatto di aver frequentato giornali e giornalisti deve comunque avergli facilitato il compito. Ma l'inchiesta sulla Pro-Deo non era la sua, non prima di quel momento. Poi, risulta che una grossa mole di materiale venne rinvenuta nella sua redazione in Via Tacito, dopo l'omicidio. Era il 20 marzo del 1979. Chi gli aveva passato il materiale? Si parla di Monsignor Antonio De Angelis, successivamente accusato di estorsione per una vicenda di diplomi falsi. Su questa foto però molte questioni sono rimaste aperte. Ad esempio nessuno ricorda i personaggi. Nessuno ricorda più nulla. Solo il senatore a vita Giulio Andreotti, ha risposto alla richiesta di identificarne alcuni. Ne ha riconsciuti 5 della foto: esattamente .......
    Ma andiamo con ordine e nella ricostruzione risponderemo innanzitutto agli interrogativi posti dal servizio:
    Chi è Padre Morlion?
    Nato a Dixmude il 16 maggio 1904, studiò in Belgio, Inghilterra, Francia (pedagogia), Gand (filosofia), Lovanio (teologia). Ordinato sacerdote nell'ordine dei Domenicani nel 1929, si dedicò alla critica letteraria, d'arte figurativa , cinematografica e allo studio della filosofia politica. Fondò nel 1930 a Bruxelles il centro di cultura cinematografica DOCIP (Documentation Cinematographique de la Presse), nel 1934 la Centrale Catholique de la Presse per lo studio e la diffusione di notizie ed articoli; ed infine, nel 1937, la Centrale Catholique de Propagande. Le due ultime organizzazioni si fusero più tardi, agendo su basi internazionali, nell'Unione Internazionale ProDeo, rete di centri di Studi, di informazioni giornalistiche e di pubblicazioni, organizzati in diversi continenti per l'apostolato nella vita e nell'opinione pubblica. Fondò a Roma nel 1945 la prima Facoltà di Giornalismo che si sviluppò nel 1947 con l'aggiunta di altre facoltà nell'università Internazionale ProDeo. Padre Felix Morlion arrivò in Italia con i servizi d’informazione americani OSS, nel 1944 con un passaporto americano n. 242041 rilasciato nel dicembre 1943. Una vita vissuta pericolosamente lo vede fuggire, aiutato da un comandante della Gestapo, dal Belgio dove aveva fondato il Centro di informazione cattolico Clering Hause. Comiciò cosi a collaborare con i servizi di informazione dei paesi alleati. In America ottenne anche la nomina a capo-sezione di un servizio OSS, nel quale fu decisa l’utilizzazione dei CIP -Centro Informazioni Pro Deo - da lui fondati nel 1932. Morlion arriva in Italia nel 1944 con una lettera di presentazione ad Alcide De Gasperi, firmata da Don Sturzo. La mossa successiva all’arrivo fu la fondazione del CIP italiano parallelamente alla Università Pro Deo. Il CIP italiano divenne subito molto potente tanto da dover arrivare alla costituzione di un Comitato Nazionale ProDeo, con a capo personaggi di altissimo livello : da Paolo Ricaldone, presidente della Cassa di Risparmio di Torino al conte Carlo Faina, presidente della società Montecatini, al barone Oddasso, amministratore della Snia viscosa, al professor Valletta, presidente della FIAT, per finire al dottor Roberto Fourmanoit, amministratore delegato della destra vaticana. I protettori al Governo, dopo De Gasperi, furono Gonella, Scelba, Andreotti. Fu proprio il comitato nazionale Pro-Deo a finanziare Morlion ed a farlo diventare ricco e a permettergli di realizzare investimenti immobiliari. Gli altri centri Pro-Deo sorsero in Belgio, Brasile, Venuezela, America. E l’Università? La confusione è d’obbligo. Le due cose proseguirono parallelamente, molto spesso in palese contrasto. Forse è per questo che oggi la LUISS nega un passato così poco edificante.
    Chi è Monsignor Ferrero?
    Don Carlo Ferrero, docente di Diritto ecclesiastico presso l’Università ProDeo. Indicato da alcuni “affarista di tendenze truffaldine”. Non a caso quindi l’imputazione di “Traffico di diplomi falsi” della stessa università ProDeo. Ferrero è quasi concordemente indicato come sacerdote spregiudicato e particolarmente dedito all’affarismo e ad interessi erotico-sentimentali con studentesse e giovani donne. Sotto la direzione del Ferrero - si legge in un appunto riservato da parte non identificata - la Pro-Deo elabora un servizio riservatissimo di informazioni politiche, destinate alla Segreteria di Stato ed ad alcuni industriali. Dal 1956 in poi cadono i servizi di agenzia e comincia un vero e proprio servizio riservato. I fogli di informazione sono distinti in: fogli bianchi, informazioni di politica interna; fogli rosa, politica estera; gialli, materiale sul partito comunista e socialista italiano; fogli verdi, materiale su enti a partecipazione statale. Oltre questi esiste un vero e proprio servizio segreto che riguarda il Vaticano, la politica interna e quella estera, gestito e promosso da Morlion personalmente. Le notizie dei bollettini riservati provenivano anche da fonti Sifar. Il tramite informativo tra la Segreteria di Stato con a capo Mons. Dell’Acqua e il SIFAR, era il generale Allavena. La fonte delle informazioni è il dott. D’Amato. Sono altresì noti, continua l’appunto, i rapporti che legano il Ferrero al Borghese, settimanale che non perde occasione di attaccare la politica vaticana. Ferrero venne processato per “traffico di diplomi falsi”.
    Chi è Monsignor De Angelis?
    Mons. Antonio De Angelis. Socio di Morlion. E' presente nel Consiglio di Presidenza della Pro-Deo. De Angelis venne fatto fuori da Morlion, che cercò di liquidarlo. Lui fece un ricorso. Probabilmente fu proprio De Angelis a presentarsi alla redazione di Mondo d’Oggi con la famosa cassa di documenti, poi ritrovata nelle mani di Pecorelli.
    Chi è il misteriodo C.D.?
    Dalla difficile ricerca il misterioso C.D. potrebbe essere un membro protestante del CIP di New York, direttore del Life : C.D. Jakson. Proprio attraverso lui che Morlion realizzò il contatto Kennedy-Krusciov. Per Morlion fu la svolta.
    Chi è Padre Efrem?
    Padre Efrem da Genova. Socio di Morlion. E' presente nel Consiglio di Presidenza della Pro-Deo.
    Chi è Igino?
    Lo troviamo ....... Igino Giordani, giornalista....fondatore della "Centro Igino Giordani", tutt’ora attivo nei pressi di Roma.
    Chi è Wilma?
    Wilma
    Chi è Allario?
    Socio di Morlion. Presente nel Consiglio di Presidenza
    Chi è il potentissimo D’A.?
    Sconcertante ma non troppo è la presenza di Federico Umberto D’Amato. Un fascicolo segreto che lo riguarda è inserito nei 70 tomi della P2. Fascicolo denominato “OF RESERVADO PS”. Composto da più parti il documento si presenta così:
    TOP SECRET
    Le notizie riservate raccolte sul dott. D'A riguardano tre settori:
    1 - Collaborazione, che risale ad oltre venti anni con gli ambienti Pro-Deo Vaticano - OSS - CIA; (Allegato A)
    2 - Collaborazione P.C.I.;
    3 - Archivio riservato personale e rete personale, al di fuori di ogni apparato ufficiale.
    Allegato A
    L'organizzazione schematica dei servizi informativi facenti capo a P. Morlion, capo rete OSS, è stata la seguente. Inizialmente i servizi per gli USA -OSS erano coperti dalla organizzazione CIP - Centri Informazioni Pro Deo. Collaboravano con Morlion la signora Brady Anna, Obolgnsky, Smider, Gleser. L'ufficio iniziale fu fatto a Via Napoli e poi a via Nomentana, presso l'abitazione della Brady. Successivamente, nel 1955, l'organizzazione Morlion - OSS - Pro Deo, venne intregrata da due elementi: Mons. Giovanni Dunne, Mon. Bruning e dal nipote del primo, Dr. Massara. Puntualizzarono la loro attività presso i Paesi dell'Est Europeo, con fondi e trasmissioni di notizie anche alla Gran Bretagna. Nello stesso anno si gettarono le basi di una collaborazione tuttora in atto con l'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, dr. D'Amato - Dr. Di Girolamo che con Mons. Ferrero e il dr. Croce curavano il settore Pro Deo, rivolto inizialmente in quella fase, a servizi informativi politici e di interesse economico e militare. Gli uffici di questi servizi erano posti a via del Tritone 122, poi a Viale Pola 12; la direzione ed il vaglio del materiale informativo era sempre di concerto tra Mons. Ferrero e il dr. D'Amato. Allorquando scoppiò lo scandalo spionistico degli agenti Smider e Obolenskj, fu proprio il dr. D'Amato che si interessò più di ogni altro per fare espatriare Obolonskj in Francia e Smider a Rio Grande del Sud.
    Rapporto PCI
    I rapporti diretti continui sono tenuti esclusivamente con l'On. Giancarlo Pajetta, che è stato anche il tramite di collegamento con i Servizi dell'Est. Il P.C.I ha ottenuto grossi favori - alcuni fascicoli riservati furono forniti ed altri fatti scomparire. E' indicativamente rilevante come mai, in tutte le occasioni in cui l'Ufficio Affari Riservati e la persona del dott. D'A. sono stati oggetti di rilievo sia in sede politica, amministrativa e parlamentare, la stampa di sinistra non abbia dato alcun risalto, nè abbia proposto inchieste giornalistiche. Più di una volta l'onorevole Pajetta, Anderlini (P.S.), Amendola, hanno riconfermato il loro divisamento: "D'A. non si tocca". Con la stampa i rapporti sono stati sempre molto cordiali; il D'A. si è servito di vari fidati giornalisti ed Agenzie di Stampa largamente finanziate tramite fondi del Ministero dell'Interno (AIFE-Senise-Op-Pecorelli, ecc...). La posizione economica di D'A, in Svizzera e presso la Banca Morin di Parigi (versamenti americani), è rilevantissima. Il D'A ha seguito anche una serie di operazioni valutarie per autorevolissime Personalità politiche, tra cui due Ministri.
    Archivio riservato e personale
    Oltre alle reti ufficiali ed ufficiose, il D'A ha avuto l'accortezza di approntare un "Ufficio riservato personale", che ha affidato ad alcuni suoi intimissimi e fedelissimi collaboratori, che non fanno parte dell'Amministrazione, tra cui il sig. Danese. La copertura è perfetta e la massa dei documenti, molti dei quali microfilmati, è di una importanza esclusiva. Non per nulla egli suole, fra i suoi intimi, definire tale ufficio "la mia polveriera". In queste ultime settimane molto materiale è stato portato in questa sicura "base operativa".
    Chi è la Sig.ra M.?
    Potrebbe essere la Sig.ra Anna Maria Brady, direttrice amministrativa di tutte le agenzie CIP.
    Che cos’è il Doc 1/2/3?
    La copertura data dai servizi con la sigla DOC era aggiornata costantemente con i collaterali servizi francesi (CIP Francia), belgi (CIP Belgique), USA (Cip New York).
    L'altra Pro-Deo
    Intanto, mentre ci accingiamo a scrivere l'articolo, le ricerche continuano incessanti. La Pro-Deo apparentemente non esiste, ma praticamente invece si. Basta guardare l'elenco del telefono sotto la lettera P - Pro-Deo et Fatribus, il numero di riferimento e l'indirizzo, però, rimandano da un'altra parte. E così si arriva dapprima a Via dei Gracchi, 20 - il retrobottega, meglio, archivio della Banca di Roma. L'altro, di indirizzo non dista moltissimo, è in Via Montesanto, 14 - lo stesso indirizzo del Vescovo Maria Paolo Hnilica, già condannato per ricettazione nella vicenda di Roberto Calvi e l’affare della borsa. Una bella palazzina nel quartiere Prati, a Roma. Al telefono, risponde una signora non più giovanissima. Racconta che in questo periodo, giugno ‘95, non c'è nessuno: «Sono tutti in ritiro e torneranno a Settembre». Pare, che la vecchia Pro-Deo, ovvero l'Università, non c'entri nulla. Però c'è un altro fatto che non siamo riusciti a spiegare. Riguarda voci di persone bene informate, come si dice negli ambienti giusti. Pare, che anche ed oramai solo questa Pro-Deo sia legata ad ambienti di servizi segreti... Un bel pasticcio nel quale proprio non vogliamo entrare.

    Pdg
    1995, La Peste - Roma

  7. #17
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    Annali della Pro Deo Scritto da Giulio D'Orazio venerdì 16 maggio 2008
    Annali dell'istituto superiore di scienze e tecniche dell'opinione pubblica
    è una pubblicazione edita dall'Università internazionale degli studi sociali [+] Pro Deo (l'attuale Luiss Guido Carli), con sede a Roma, in occasione del XVI anno accademico dell'istituto (1961-62). Duecentoquaratasei pagine ricche di storia, documentazione e riflessioni sull'opinione pubblica che non è facile condensare in poche righe. Possiamo solo dire che quanto pubblicato negli Annali è l'indispensabile conoscenza scientifica di quello che poi si è tramutato, quarant'anni dopo negli atenei statali, in facoltà di Scienze della comunicazione. Il libro spazia dallo spettacolo alla pubblicità, dalla psicologia alla cronaca, con testimonianze, indicazioni dei docenti e le migliori tesi degli allievi. Oltre all'elenco dettagliato per anno e specializzazione dei singoli allievi diplomati dal 1949 al 1962. Dopo la presentazione del prorettore mons. Antonio De Angelis - che nel ricordo di padre Felix Morlion come "colui che tracciò il solco e gettò il primo seme tra noi" (si veda la relativa biografia nel corso di demodoxalogia) indicando i dieci principi che furono alla base del manifesto ispiratore dell'università Pro Deo - e il saluto del preside dell'istituto Carlo Barbieri seguono le relazioni di dieci docenti.

  8. #18
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    Predefinito Sempre lui

    Felix Morlion amico di Andreoti. Questa persona che ha guidato(o meglio intrallazzato) per quasi mezzo secolo l'Italia entra senpre in tutte quelle faccende oscure. De Pedis andò ben due volte a cena a casa di Giulio. Cossiga che ogni tanto se ne esce con le sue sparate, queste persone -cattoliche o meglio che dovevano essere mosse da ideali cattolici- hanno guidato l'Italia. Povero paese, sempre condizionato dal Vaticano, e governato da persone legate a poteri occulti in nome della religione.

  9. #19
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    Nelle chiese come Sant’Apollinare è autorizzata solamente la sepoltura di papi o cardinali.
    De Pedis pertanto, essendo sepolto in tale chiesa, viene equiparato ad un prelato.

    Ossia questo evidenzia che vi sono delle cariche equivalenti al di fuori del sentore comune, la testimonianza dell’esistenza di un movimento confessionale all’interno del cattolicesimo, e da questo involontariamente protetto.

    A questo punto Emanuela potrebbe diventare un elemento sacrale per la liturgia di questa confessione religiosa..

  10. #20
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    1 – KAROL WOJTYLA, IL CONVITATO DI PIETRA DI CUI NESSUNO PARLA
    Dopo le dichiarazioni del teste Sabina Minardi, si è spalancato un abissale pozzo nero dove in fondo compare la silhouette bianca di un personaggio che nessuno osa nominare: la figura appartiene a Karol Wojtyla, prossimo santo. Inutile girare intorno ai magheggi malandrini di monsignor Marcinklus con la Banda della Magliana: tutte le operazioni, da Calvi a Sindona, messi in opera dal banchiere americano dello Ior sono state controfirmate dal Papa. Che aveva una sola e unica fissa: abbattere il comunismo.


    Sabina Minardi e l'ex marito Bruno Giordano
    Foto Repubblica
    Di qui, i miliardi e miliardi di dollari che sono stati spediti clandestinamente in Polonia per inventarsi quel sindacato che ha poi davvero ha destabilizzato il regime sovietico: Solidarnosch by Lech Walesa. Obiettivo che certo la Santa Sede non poteva permettersi da sola. Di qui la joint-venture con la Cia degli Stati Uniti, che avrebbe avuto proprio nell’amerikano Marcinkus la sua protesi vaticana. Di qui, anche l’attentato sovietico - via manovalanza turca – di Alì Agca al Pontefice, anno ‘81.

    La fissazione anti-comunismo di Giovanni Paolo II fu totale e disperata, al punto che se ne fregò dell’azzeramento tangepolesco della DC e del Psi, infilzati dal Pool di Milano grazie soprattutto al tangentone Enimont (by Gardini, cliente dello Ior). Ora il tangentone finì non solo nelle tasche dei vari partiti e politici ma sarebbe finito anche in Vaticano destinato sempre a rifornire le tasche degli iscritti di Solidarnosch. E le incredibili dichiarazioni al Messaggero di un ex bandito della Magliana, Antonio Mancini, sono assolutamente verosimili.

    2 - “SÌ, FU RAPITA DA DE PEDIS, VOLEVA ESTORCERE SOLDI AL VATICANO”
    Enrico Gregori per “Il Messaggero”
    Antonio Mancini, 60 anni, «malavitoso di razza».
    La banda della Magliana non ha mai avuto un boss, ma semmai un vertice. Lui, soprannominato ”accattone”, Maurizio Abbatino, Edoardo Toscano e Marcello Colafigli. Oggi ha cambiato vita, sta ai semi-domiciliari e lavora in una cooperativa che assiste i disabili.
    Attraverso il suo avvocato Ennio Sciamanna chiediamo ad ”accattone” cosa pensa di questo nuovo filone di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.


    Antonio Mancini detto l'accattone
    La ragazza fu rapita per scambiare la sua liberazione con quella di Alì Agcà?
    «Ma quando mai!»

    E invece?
    «Soldi, sempre i soldi. La banda aveva prestato cifre da capogiro a Roberto Calvi, soldi girati al Vaticano. Soldi che dovevano prima o poi tornare a casa».

    Quadrerebbe. Ma la famiglia Orlandi era così importante da poter essere ”oggetto” di trattative?
    «Secondo me sì, ma non mi vorrei sbilanciare».

    E allora si sbilanci a dire chi rapì Emanuela Orlandi e se, oggi, Sabrina Minardi dice cose verosimili.
    «In parte sì. Emanuela Orlandi fu sequestrata da Enrico De Pedis. Le trattative per il rilascio furono gestite ad alto livello. Molto alto».

    Però andò tutto a scatafascio.
    «Per me De Pedis ammazzò la Orlandi e provò ad andare avanti lo stesso con le trattative. Però a un certo punto il Vaticano capì come poteva essere andata e scattò il panico».

    E in tutto questo c’entra anche il fatto che De Pedis sia sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare?
    «Ottenne questo durante le trattative. De Pedis era religiosissimo. Sì, ammazzava la gente, ma era religioso».

    Ma De Pedis era così potente?
    «Con noi in carcere lo diventò e questo non lo faceva vedere di buon occhio. Spadroneggiava. Lui fece ammazzare Edoardo Toscano, un amico mio vero».


    Enrico De Pedis
    La condanna a morte di De Pedis.
    «Per forza. Edoardo doveva essere vendicato. Del resto anche in carcere qualcuno cercò di ammazzare De Pedis strangolandolo con i lacci dalle scarpe».

    Comunque la vicenda Orlandi conferma che la banda aveva le mani in pasta in affari di alto livello.
    «Certamente. Il documento falso in cui si parlava del cadavere di Moro nel lago della Duchessa lo fece Antonio Chichiarelli, uno di noi. Dal nostro arsenale uscì la pistola che uccise Mino Pecorelli e le armi usate per il depistaggio sulla strage di Bologna».

    Quindi è vero che voi individuaste la prigione di Moro?
    «Verissimo. Ce lo chiese Raffaele Cutolo di darci da fare, e trovammo la casa».

    Poi?
    «Poi marcia indietro. Insomma ci sono le carte, io di queste cose non mi impiccio».

    E “accattone” di cosa si impicciava?
    «A me piacevano i soldi, le Ferrari, i locali e le donne. Per quello ho cominciato a fare il bandito, per fare la bella vita. C’avevo i miliardi e me li sono mangiati tutti».



    Quindi la banda ”morì” quando cominciò a occuparsi d’altro.
    «E certo. Ma che c’entravano banditi come noi con l’attentato a Rosone? Ma Abbruciati e altri si erano legati a politici, ai servizi. Roba da matti!».


    Paul Marcinkus
    Ma lei, oggi, chi è?
    «Uno che fece del male e che tenta di riscattarsi lavorando per il bene degli altri. Oggi pulisco il naso ai disabili e ne sono orgoglioso. Il male di ieri e il bene di oggi, questo è quello che ho voluto raccontare in ”Col sangue agli occhi”, un libro su di me e sulla banda scritto insieme alla giornalista Federica Sciarelli».

    Cosa la spinse a diventare collaboratore di giustizia?
    «La mia figlia più grande io l’ho vista solo attraverso i vetri del parlatorio del carcere. Quando stava per nascere la seconda, un carabiniere mi chiese ”ma pure questa la vuoi vedere così?”. No, mi sono detto, pure lei no. Ho scelto la famiglia. E ho fatto bene».

    Ma oggi esiste ancora la banda della Magliana?
    «Sì, esiste. Anche se non spara».

    3 - LA PISTA DELLA BMW PORTAVA ALLA BALDUINA
    Massimo Martinelli per “Il Messaggero”
    Una persona c’era arrivata vicinissima alla soluzione del caso, come accade spesso in ogni giallo che si rispetti. Erano passate poche settimane dalla sparizione di Emanuela Orlandi; forse la ragazza era già morta, anzi quasi di sicuro. Però c’era la Bmw Touring ”verde tundra” - come l’aveva descritta un agente di polizia - che aveva portato via Emanuela. E c’era pure una dama con i capelli tinti di biondo, aggressiva e strafottente. Sopratutto molto protetta dall’alto. Che, se fosse stata messa alle strette subito, forse avrebbe potuto fornire indicazioni precise agli investigatori dell’epoca.


    La giovane Emanuela Orlandi
    Foto dal Corriere della Sera
    La storia non è mai stata formalizzata in un verbale della Procura perchè il protagonista della vicenda aveva un obbligo di segretezza verso un’altra istituzione dello Stato, il Sisde. Lui si chiama Giulio Gangi, era un agente operativo dei servizi segreti civili, in forza al reparto che aveva sede a piazza della Libertà, in quella ”Palazzina Vargas” come la chiamavano all’epoca che poi divenne sede dell’Alto Commissariato Antimafia.

    Gangi conosceva la famiglia Orlandi e fu tra i primi ad essere allertati. Capì che accanto alle indagini della Questura forse poteva servire anche un lavoro da segugio vecchio stampo, da consumatore di suole. Ascoltò gli unici due testimoni che avevano visto l’auto sospetta: un vigile urbano e un agente di Ps. Il vigile ricordava una Bmw grossa e nera; l’agente una Bmw modello Touring, cioè giardinetta, colore ”verde tundra”, di quelle che in quegli anni in Italia erano davvero rarissime. Gangi cominciò a battere le rimesse, i garage, gli autolavaggi: magari qualcuno l’aveva vista Bmw familiare così poco diffusa in quegli anni.

    L’idea si rivelò azzecata, perchè un meccanico del quartiere Vescovio ne aveva riparata una appena pochi giorni prima; non aveva guasti meccanici ma un danno di carrozzeria. Precisamente un finestrino rotto, quello anteriore lato passeggero. Ed era stato frantumato dall’interno verso l’esterno, come se qualcuno avesse dato un colpo violento per fuggire. O come se all’interno della macchina si fosse verificata una colluttazione molto energica. A portare la vettura in officina - disse il meccanico - era stata una donna bionda, molto bella, disinvolta. Aveva lasciato anche un recapito, per essere avvisata quando la macchina era pronta.

    Gangi annotò tutto su un foglio: nome, cognome e indirizzo. Che era quello di largo Damiano Chiesa 8, zona Balduina, a due chilometri dal Vaticano, dove c’era (e c’è tuttora) il residence Mallia. Gangi si presentò da solo, mostrando il tesserino di copertura da ispettore di polizia che è in dotazione a tutti gli agenti operativi del Sisde. Parlò con la signora bionda alla presenza di due dipendenti della reception: fu lei a scendere in portineria quando la avvisarono che aveva visite. E fu parecchio aggressiva. Chiese di essere lasciata in pace, disse che non doveva dare spiegazioni a nessuno.

    Gangi provò a forzare la mano, le rispose che in ogni caso sarebbe stata convocata in Questura. Poi fece per allontanarsi, ma fu preceduto dalla collega che lo aveva accompagnato con una macchina di servizio, una Fiat Panda color avana, con la quale entro nel cortile. Fu allora che, con ogni probabilità, la donna bionda annotò la targa della macchina, che era intestata ad una società di copertura del Sisde, la Gattel. E questo le fu sufficiente per dimostrare all’agente Gangi tutta la sua capacità di liberarsi dagli scocciatori: quando la Panda arrivò a piazza della Libertà, più meno dopo mezz’ora, Gangi fu chiamato dal suo caposezione, che gli chiese come si fosse permesso di andare a disturbare una persona così legata a personaggi altolocati. E lo invitò a non seguire più quella vicenda.

    Nessuno ha mai chiesto a Giulio Gangi se quella donna fosse la Minardi, forse lui stesso neanche ricorda bene il nome di quella avvenente e iraconda inquilina del Mallia. Ma la faccia, certamente si.


    Sabina Minardi e l'ex marito Bruno Giordano
    4 - IL BOSS E LA BELLA TRA AEREI PRIVATI E REVOLVERATE, FESTE E COCAINA
    Valentina Errante e Cristiana Mangani per “Il Messaggero”
    Sabrina Minardi ed Enrico De Pedis, storia di amore e di coltelli. Si conoscono e lei ne diventa l’amante per qualche anno. Sono anni di delitti, di violenze, ma anche di conoscenze altolocate, di benessere e denaro a fiumi. Sabrina si è appena separata dal “bomber” della Lazio, Bruno Giordano, dal quale ha avuto una figlia, con una vita sfortunata quanto la sua. Proprio un paio di mesi fa la ragazza, Valentina, è in auto con Stefano Lucidi, il giovane che ha travolto e ucciso due sue coetanei in motorino sulla Nomentana, Alessio Giuliani e la sua fidanzata Flaminia Giordani. Stava litigando con lei perché voleva lasciarlo. Sabrina ha parlato spesso della figlia, forse ha fatto anche intuire che vorrebbe cercare il modo per aiutarla.

    Ma sono i due anni con De Pedis il momento di gloria. «Roberto Calvi (il banchiere dell’Ambrosiano, il cui cadavere venne rinvenuto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra) mi metteva a disposizione un aereo privato per viaggiare», ha raccontato la donna lasciando intravedere i rapporti dell’alta finanza con la banda della Magliana. Gli stessi rapporti dei quali ha parlato anche il figlio del banchiere ucciso.

    È proprio il legame con la Minardi, però, che costa caro a De Pedis, perché, nel dicembre 1984, viene catturato grazie al pedinamento della donna. Le manette ai polsi di “Renatino” scattano nell'appartamento di Via Vittorini 63 dove lei viveva. Negli anni successivi Minardi attraversa periodi segnati dalla cocaina. E oggi si trova in una comunità di recupero.
    De Pedis è il boss, uno dei capi del sodalizio criminale più famoso e misterioso degli anni ’80. Viene ucciso a colpi di pistola in un agguato a Roma, vicino Campo de’ Fiori. Un regolamento di conti tra compari, viene definito.


    Sabina Minardi e l'ex marito Bruno Giordano
    Però, al contrario degli altri suoi complici, a De Pedis venne riconosciuto uno spirito imprenditoriale fuori del comune. Mentre gli altri sperperavano il bottino nei vizi, “Renatino” investiva in attività legali, imprese edili, ristoranti, boutique. Al punto che è arrivato il giorno in cui non ha più voluto dividere “la stecca”: uno smacco da far pagare caro. Così, nell’89, quando esce dal carcere Edoardo Toscano detto “Operaietto” il suo obiettivo è cercare De Pedis per ammazzarlo. Ma “Renatino” gioca d’anticipo e lo fa uccidere dai suoi killer personali (Ciletto e Rufetto), dopo averlo fatto cadere in una imboscata. È il 2 febbraio del ’90 quando gli assassini, assoldati per l’occasione, lo raggiungono fuori da una bottega di via del Pellegrino e lo freddano.

    Criminale in vita, un’autorità da morto: al boss della Magliana va il riconoscimento di essere seppellito nella Basilica di Sant’Apollinare tra le alte sfere del clero e la nobiltà patrizia. «Ha fatto tante offerte - giustifica la decisione il rettore - L’ha deciso il cardinal Poletti». E su quelle spoglie nessuna indagine potrà mai essere fatta, perché la Basilica è territorio del Vaticano.


    Dagospia 24 Giugno 2008

 

 
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