«Ho cercato durante tutta la mia vita di raccontare una storia ben narrata, in cui il lettore non abbia l’impressione di leggere ma di vivere. Una storia in cui il potere di persuasione annulli la distanza fra il testo e il lettore». Mario Vargas Llosa, 72 anni, racconta se stesso e la sua eterna ricerca del romanzo totale. Rispetto alla narrativa come «puro divertimento o intrattenimento», oggi imperante, rivendica «la responsabilità dell’autore, che trascende ciò che è letterario o meramente estetico». «Le società» afferma «sono incapaci di saziare gli appetiti degli esseri umani. Per questo gli esseri umani hanno dovuto inventarsi storie che esprimessero le loro ambizioni, la loro attitudine critica, che è il motore della civiltà».
Lo scenario è la Torre de don Borgia di Santillana del Mar, un fazzoletto d’Irlanda sul Cantabrico, dove l’omonima Fondazione del gruppo Prisa e l’Università internazionale Menendez Pelayo hanno convocato tre grandi della letteratura per la seconda edizione di “Lezioni e maestri”. Vargas Llosa, Javier Marias, Arturo Perez Reverte riuniti in una piccola Parnaso letteraria, come la definisce l’anfitrione, Ignacio de Polanco. Completo di lino grigio perla, camicia bianca aperta sul collo, lo scrittore peruviano ha l’aria impeccabile di sempre, accompagnata da un guizzo fugace negli occhi. Romanziere, teorico della letteratura e filologo, critico letterario, autore teatrale, saggista, perenne candidato al Nobel, Vargas Llosa evoca innanzitutto l’importanza della poesia nella formazione della sua sensibilità e vocazione di scrittore. Tutto cominciò come una trasgressione: la madre del piccolo Mario aveva sul suo comodino un libro a righe blu, “Venti poemi d’amore e una canzone disperata” di Neruda. Un frutto proibito agli occhi di un bambino di 8 anni che, al leggerlo, lo associò al peccato, al «contatto con i bassifondi» e le passioni impetuose dell’essere umano. Dall’infanzia nel quartiere agiato di Miraflores ad Arequipa, al collegio militare Leoncio Prado, poi divenuto scenario del romanzo “La città e i cani”, dove il giovane Vargas Llosa fu inviato da un padre autoritario. «Credo di avere scoperto l’importanza della forma per contrasto» confessa «La letteratura di quegli anni era segnata ancora dal verismo e dal localismo, da uno straordinario stridore fra il linguaggio ampolloso usato per descrivere storie semplici una realtà viva e ordinaria». A base di intuizioni e contrasti, lo scrittore peruviano descrisse invece la ricchezza della realtà che lo circondava, ne “La casa verde”, un romanzo complesso, influenzato dalla lettura di Faulkner. Dall’incontro con Flaubert nacque invece “Conversazione nella Catedral”, che già contiene tutti gli elementi della poetica di Vargas Llosa.
Fra i tanti generi letterari sperimentati, è la narrativa con forti tinte autobiografiche quella che più lo caratterizza, come nell’ultimo “Avventure della ragazza cattiva”. E poi l’impegno, così sentito quand’era a Parigi, negli anni ’60, che non l’ha mai abbandonato. «È un tema» commenta «che oggi quasi non esiste fra le preoccupazioni dei giovani scrittori. L’idea è che la letteratura sia divertimento e intrattenimento, oggi sembra pretenzioso agli scrittori giovani quello che allora a noi sembrava fondamentale: che la letteratura potesse essere uno strumento in grado di cambiare la realtà storica, sociale, culturale, morale». Pur avendo messo da allora in discussione ciò in cui aveva creduto a partire dagli anni ’60 lo scrittore peruviano rivendica oggi la tensione morale. «Un’opera maestra» afferma «lascia sempre un sedimento nella personalità, nella memoria, nella sensibilità del lettore, che dopo in maniera imprevedibile agisce attraverso la sua coscienza e le sue azioni. Per questo lo scrittore non può sfuggire una responsabilità che trascende il puramente estetico». Una letteratura che è «espressione meravigliosa della libertà umana» perché ci consente di vivere tutto quello che avremmo voluto essere. «Per questo» sostiene Vargas Llosa «la letteratura è la grande accusatrice delle società, che lungo la storia non sono state capaci di placare gli aneliti e le ambizioni degli esseri umani, obbligandoli a creare vite fittizie per riempire i vuoti. E l’attitudine critica degli scrittori è stato il motore della civiltà».
Oggi Vargas Llosa è totalmente immerso nel suo nuovo progetto letterario: «La storia ruota intorno a un personaggio reale, sir Roger David Casement, l’eroe irlandese che agli inizi del XX secolo denunciò prima le atrocità del colonialismo belga nel Congo e poi quelle ai danni degli indios in Perù. È una storia che mi ha sempre affascinato, di cui parla Conrad, che amo molto, nel suo “Cuore di tenebra”». Accusato di alto tradimento dalle autorità britanniche, per aver tentato di far pervenire armi agli insorti irlandesi del 1916, Casement «venne condannato a morte e impiccato, nonostante la sua appassionata difesa di Sir Arthur Conan Doyle».




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