Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
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    Predefinito Parla Carlos: "La strage di Bologna è opera degli americani"

    La verità dello "sciacallo" sulla strage di Bologna: "Nè rossi, né neri ma americani"

    ROMA - Moro poteva essere salvato. Il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, nome di battaglia Carlos, svela che i servizi segreti militari italiani tentarono in extremis di salvare la vita allo statista democristiano consegnando a gruppi vicino alla resistenza palestinese alcuni brigatisti rinchiusi in carcere. Il piano però saltò il giorno prima della morte di Moro.

    Rispondendo alle domande che l'agenzia di stampa ANSA gli ha fatto arrivare nel carcere parigino di Poissy dove è rinchiuso, Carlos svela a trent'anni dal sequestro Moro, che il Sismi avrebbe condotto una trattativa segreta con i brigatisti nonostante il governo di allora avesse deciso di vietare qualsiasi mediazione con il gruppo eversivo.

    Parla anche della strage di Bologna "lo sciacallo". Non furono né i fascisti né i comunisti dice il terrorista, ma i servizi amerciani e israeliani per tendere una trappola ai palestinesi. "E' opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio", ha detto Carlos.

    Repubblica - 28 giugno 2008

    http://www.repubblica.it/2008/06/sez...oro-sismi.html

  2. #2
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    L'ORA DELLA VERITA'

    http://www.loradellaverita.org/

    CIAVARDINI INNOCENTE!

  3. #3
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    non so fino a che punto si puo credere a Carlos

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da rossopietro Visualizza Messaggio
    non so fino a che punto si puo credere a Carlos
    Pensa che c'è chi crede alle testimonianze di Izzo e Sparti.....

  5. #5
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    Fonti credibilissime a quel che vedo

  6. #6
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    L’idea del libro è nata nel 2000. Ciavardini era stato assolto dall’accusa di strage in primo grado. Il processo a suo carico era partito soltanto nel 1997 quando, dopo cinque gradi di giudizio, era arrivata la condanna di Valerio Foravanti e Francesca Mambro quali autori della strage del 2 agosto 1980. Mancava un tassello, un elemento, un compagno, una persona che ha sempre asserito di aver trascorso quel giorno insieme alla coppia dei Nar.
    Luigi Ciavardini all’epoca aveva solo diciassette anni e per questo è stato giudicato da un altro tribunale, quello dei minorenni. Tre anni di processo con testimonianze, elementi, documenti ripresi dall’altro processo. Alla fine l’assoluzione che rischia di far saltare anche l’altra condanna. Nel 2000 lo avevo intervistato per Italia Radio, un’emittente del gruppo Espresso piccola e per questo [abbastanza] libera. Mi ero potuto permettere in soli sei minuti di intervista di segnalare quali erano le molte stranezze di questo processo, i tanti dubbi che potevano scagionare i Nar. Dopo l’intervista Ciavardini mi aveva chiamato per ringraziarmi. Non perché avessi sostenuto al cento per cento la sua innocenza [non lo avevo fatto], quanto per ‘aver affrontato la storia del processo in maniera onesta’. Alla fine si era concesso una battuta: ‘… magari possiamo scrivere un libro insieme…’. Poi per due anni e mezzo non ci siamo più sentiti. A marzo del 2002 sto preparando l’orale dell’esame per diventare professionista. Sulla mia scrivania ci sono dieci quotidiani. Un trafiletto fra i tanti… strage di Bologna, condannato Ciavardini. Dieci righe che non dicono nulla, se non del giudizio emesso dalla corte d’appello del tribunale dei minorenni. Trent’anni. Poche ore dopo, passato l’esame, richiamo Ciavardini. Si ricorda subito dell’intervista alla radio. E’ arrivato il momento di scrivere il libro.
    Le memorie sono uscite nei bar, seduti ai tavolini più nascosto dove il registratore acceso si nota meno. Nel giardinetto di fronte ai Granai, in un palazzo del centro con i soffitti al cielo e gli affreschi. Lì un secco colpo di tosse ogni tanto rimbombava più forte del racconto di una sparatoria. Ho chiesto particolari a volte tanto infinitesimali che abbiamo perso quarti d’ora sul serpente-boa ordinato da Gilberto Cavallini e sul senso dell’onore cameratesco di Ciavardini verso i suoi amici. Dopo qualche settimana, e non poteva essere altrimenti, i Nar si sono presi i miei sogni. Incubi anzi. Partecipavo oppure assistevo ad agguati e rapine. Come spesso accade nei sogni le visioni sono sfocate, i personaggi difficili da ricordare con precisione. Nel sogno però c’è sempre la stessa sensazione di angoscia cupa. Il colore delle scene era sempre grigio.
    Siamo partiti dal suo racconto Con metodo. Adolescenza tranquilla, la scelta politica di destra, le prime manifestazioni, la strada verso l’eversione, la pistola, l’agguato al Giulio Cesare dove per la prima volta Ciavardini spara insieme ai Nar. Muoiono Franco Evangelista e l’agente di polizia “Serpico”. Poi la latitanza, gli spostamenti in lungo e in largo per l’Italia, l’arresto a Roma con lo strano “suicidio” in carcere di Nanni De Angelis. La vita in carcere, il confino. Infine l’ultimo capitolo, l’accusa di aver partecipato alla strage di Bologna.
    Le prove indiziarie che sostengono l’accusa contro Ciavardini sono degne di un legal thriller. Non un solo pentito che sostiene direttamente la sua colpevolezza per averlo visto alla stazione di Bologna, oppure perché Ciavardini gli ha detto: “vado a fare una stage”. Nessuno è in grado di dirlo. L’accusa sta in piedi grazie ad una misteriosa telefonata e ad una altrettanto misteriosa deduzione. Vi sono anche regolamenti di conti, servizi segreti deviati. E infine la sua più grave colpa, quella di aver passato la giornata del due agosto insieme a Fioravanti e alla Mambro. Se loro sono stati ritenuti stragisti anche dalla Cassazione, lui non può essere da meno.
    Questo punto manca qualcosa, l’editore. Il racconto di Luigi è sbobinato, la mia inchiesta va avanti ma rischiano di rimanere pagine disperse nella memoria del computer. Parto per il salone del libro di Torino come un piazzista qualsiasi. Tra gli stand riesco a trovare chi crede nella storia. Il libro verrà pubblicato. Nella prima parte ci sarà l’autobiografia di Ciavardini, nella seconda la mia inchiesta sui processi di Bologna. Al ritorno in treno da Torino passo la notte con gli occhi sbarrati per scrivere appunti. C’è tanto lavoro da fare, leggere tutti gli atti processuali, racchiusi in dieci floppy che copio e ricopio avidamente. Cercare i testimoni. Tre in particolare, massimo Sparti, Angelo Izzo e Cecilia Loreti. Sono loro che, volenti o nolenti, devono portare l’accusa verso Ciavardini.
    Trovare Sparti magari. Riproporgli le domande dei giudici, insistendo sulle incongruenza delle sue testimonianze, capire che vita fa. Sparti abita vicino a Roma, protetto dall’Ucigos. I giornalisti che si sono avvicinati a casa sua o al bar sono stati gentilmente allontanati dagli uomini in borghese. Massimo Sparti è il delinquente comune al quale i Nar avrebbero confessato la strage: “la mattina del 4 agosto vennero a casa mia Giusva Fioravanti e mi chiese di fargli un documento per la Mambro perché mi disse che l’avevano vista”. A Sparti Giusva avrebbe fatto un chiaro riferimento alla strage di due giorni prima: “hai sentito che botto?”. E’ una testimonianza che fa acqua soprattutto nel suo svolgimento, quando Sparti deve rimediare il documento alla terrorista. Qui spesso si contraddice ma vi è un altro episodio inquietante. Nel 1982 Sparti si ammala gravemente, tumore al pancreas e nessuna speranza di sopravvivere. Venti anni dopo è vivo e vegeto. Altre inchieste, altre voci, tirate fuori non certo da uomini di destra [l’ex-leader di Lotta Continua Adriano Sofri] raccontano di una finta malattia. Sparti non ha avuto nessun tumore, è stato un escamotage per farlo uscire dal carcere. Un pegno per la sua testimonianza?
    Se Sparti tace, Izzo parla. E’ in carcere da una vita per il tristemente famoso massacro del Circeo , anno 1975. Nei primi anni di detenzione non si è dato pace. Ha provato ad evadere, riuscendoci anche per essere poi ripescato. Poi ha iniziato a collaborare con la giustizia, per la verità con troppo zelo. Izzo è stato fatto condannare da Falcone per calunnia. Izzo ha una buona parola per ogni mistero d’Italia. Va bene gli anni di carcere, passi anche la voglia di accorciare la permanenza in cella. Ma la giustizia italiana già avvelenata non ha bisogno di sibille cumane, di testimoni buoni per ogni occasione. La spifferata raccolta da Izzo per la strage di Bologna sembra oltretutto lo stralcio di un copione della puntata di una soap opera. La scena si gira all’istituto penitenziario di Paliano, dove vige un regime carcerario più morbido visto che pullula di pentiti. Siamo nel 1986 e qui è rinchiuso anche Cristiano Fioravanti, il fratello pentito di Giusva. Un “personaggio da tragedia greca” lo definì un giudice esasperato dai cambiamenti delle sue versioni, con relativi pentimenti, contropentimenti e pianti. In cella con lui c’è Angelo Izzo. Poco dopo arriva a Paliano una ragazza di soli 19 anni che si chiama Raffaella Furiozzi. Appartiene alla Torino-bene, con simpatie di destra che l’hanno portata a frequentare assiduamente, fino a che non ne è diventata fidanzata, Diego Macciò. E’ stata arrestata, e si può dire fortunata, dopo una sparatoria con la polizia nella quale è morto il ragazzo, uno dei leader del Fronte della Gioventù di Milano. Raffaella si consola con Cristiano. I due divengono prima amici e poi amanti. Ad un certo punto la coppia entra in crisi e nel menage si inserisce Izzo. L’ex-stupratore convince la ragazza a presentarsi al magistrato, davanti al quale la ragazza inizia un racconto che fa sbalzare dalla sedia. E’ una precisa accusa che chiude il cerchio della strage di Bologna. La Furiozzi aveva saputo da Macciò, il quale a sua volta ne aveva parlato con Gigi Cavallini, che a mettere la bomba erano stati i Nar. La ragazza indica i nomi degli autori materiali della strage, due ragazzini di Terza Posizione guidati da Fioravanti: Massimiliano Taddeini e Nazzareno De Angelis. E’ il 25 marzo del 1986 quando la Furiozzi esce dalla stanza del magistrato. A questo punto entra in scena Izzo e inserisce negli atti quella che è semplicemente una sua opinione: se Taddeini e De Angelis sono colpevoli, allora a Bologna c’era anche Ciavardini perché i tre erano inseparabili. Una deduzione e niente di più. L’amore intanto turba le confessioni e la gelosia finisce per inquinare il processo. Izzo convince anche Cristiano Fioravanti a parlare ai giudici. Il racconto della Furiozzi viene però ben presto smentito. Una videocassetta girata da una Tv locale il 2 agosto 1980 mostra Massimiliano Taddeini e Nazzareno De Angelis impegnati nella finale del campionato italiano do football americano. Crolla l’accusa? Macchè, Taddeini e De Angelis non sono più imputabili, ma Ciavardini rimane invischiato nelle maglie della deduzione di Izzo.
    Non mi piacciono gli agguati giornalistici stile Iene. Ho cercato tutti i testimoni nel modo più corretto, vale a dire tramite gli avvocati. Ho fatto così anche con Cristiano Fioravanti. Era giugno. A settembre, dopo la decima telefonata, mi è arrivata una risposta disarmante da parte del legale: non riesco a mettermi in contatto con lui. Tre mesi buttati. Peccato, perché mancava l’ultima puntata della soap opera. Cristiano Fioravanti alla fine si è sposato con Raffaella Furiozzi. Vivono in una località segreta, sposi e “pentiti”. Chissà se a volte, a tavola, in cucina o alo ritorno da un weekend hanno riparlato della strage di Bologna? Anche perché in famiglia ci sono due versioni, ribadite anche nel processo contro Ciavardini. Per la Furiozzi, almeno nell’ultima versione da lei fornita, i bombaroli sono stati suo cognato Giusva Fioravanti e la Mambro, mentre Cristiano è innocente.
    Per Izzo invece è stato tutto più semplice. Gli ho inviato al carcere di Campobasso una lettera contenente sei domande. Tre settimane dopo è arrivata la risposta. Un foglio fitto fitto scritto con il trattopen nel quale con caparbietà e qualche tocco storiografico ribadiva la sua accusa, o meglio la sua deduzione. Alla fine della lettera mi chiede una copia del libro. Gliela manderò sicuramente, anche se non gli piacerà probabilmente quello che c’è scritto.
    Anche Cecilia Loreti si è rifiutata di collaborare al libro. Una volta rintracciata è stata molto simpatica: “come sta Luigi, lo ricordo come amico e mi spiace per la condanna, ma capisci non mi va più di ritornare su queste storie”. La potrei anche capire, visto che i Nar le hanno ucciso il fidanzato, Marco Pizzari, per vendetta. Altre cose però non le capisco. Nel 1980 la Loreti si ricorda, solo al terzo interrogatorio, di aver ricevuto da Ciavardini una telefonata di avvertimento, nella quale posticipava un appuntamento con lei a Venezia dal quel tragico 2 agosto al 4 agosto adducendo motivi poco chiari. Una telefonata che si trasforma diabolicamente in prova. E’ chiaro che Ciavardini non poteva incontrare Cecilia e gli altri amici perché il 2 agosto doveva compiere la strage. Peccato per l’accusa che si sia trattato, a quanto dice la Loreti, di una chiamata passata attraverso altre persone, i genitori di Pizzari e lo zio della Lo reti, e che nessuno di costoro in aula se ne ricordi. Peccato, sempre per l’accusa, che la Loreti, dopo aver cambiato più versioni, al processo abbia alla fine dichiarato di non ricordare alcuna telefonata.
    Non vorrei aggiungere altri particolari del libro, solo altri indizi da parte di accusa e difesa. Nel processo per la strage di Bologna c’è l’occultamento di un professore di filosofia e l’intervento dei soliti servizi segreti deviati. Ma anche le dichiarazioni di un superterrorista e di un ex-ministro che portano verso piste internazionali. Ci sono giudici che si fanno intervistare ed esprimono forti dubbi sulla sentenza. C’è il depistaggio sul treno Milano-Taranto per il quale sono stati condannati Gelli, Pazienza e due ufficiali del SISMI. C’è anche l’ennesimo grido di innocenza di Fioravanti e della Mambro, ribadito nel solito stile, senza lacrime ma con durezza. Niente di nuovo per i giudici sicuramente, ma mille dubbi in più per i lettori.


    Gianluca Semprini

  7. #7
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    Bologna 2 agosto 1980, salta in aria la sala di attesa della stazione ferroviaria. Esclusa l’accidentalità dell’esplosione, viene accreditata immediatamente una tesi ufficiale: strage nera.
    Le indagini procedono sin dall’inizio in un’unica direzione. Altre piste rimangono trascurate. L’inchiesta viene esposta di continuo a tentativi di inquinamento, volti a corroborare l’ipotesi dell’attentato neofascista. La vicenda giudiziaria sembra essersi conclusa l’11 aprile 2007 con la condanna definitiva di Ciavardini, ritenuto responsabile dell’eccidio bolognese al pari di Fioravanti e Mambro. Ma la stragrande maggioranza degli osservatori del processo – senza distinzioni politiche – considera innocenti i tre ex militanti dei Nar.
    Per quali ragioni il governo sposò a priori un’unica ipotesi investigativa? Perché i depistaggi coinvolsero solo esponenti dell’estrema destra? Massimo Sparti fu un teste genuino o l’autore di un tentativo di sviamento andato a buon fine? Quali motivi impediscono ancora oggi di conoscere mandanti e moventi della strage di Bologna?
    Il libro-intervista a Valerio Cutonilli - portavoce del “comitato l’ora della verità” – vuole rappresentare un invito a riflettere sui numerosi quesiti rimasti irrisolti.
    Tali interrogativi non si limitano a suscitare divisioni sempre più aspre all’interno della società italiana. Essi costituiscono un ostacolo insormontabile per l’edificazione di quella “memoria condivisa” che dovrebbe caratterizzare un paese civile.





  8. #8
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