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  1. #1
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    Predefinito Materiale sui Pionieri (PCI)

    Finalmente inizio a raccogliere materiale sui Pionieri.
    Ieri ho conosciuto un compagno che era animatore nella omonima organizzazione qua a Torino.
    Ha ancora tutto il materiale formativo conservato. A breve inizierò l'opera di studio e reimmissione di questa documentazione.
    Intanto mi ha raccontato un po' come erano, cosa facevano, organizzazione, attività e aneddoti.
    Dico solo che erano tosti.
    Ma tosti proprio.

    Se qualcuno avesse materiale, storie, ricordi sui Pionieri, postatelo qua.

  2. #2
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  3. #3
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  4. #4
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    consiglio di consultare l'istituto gramsci, qui hanno ancora un sacco di cose

  5. #5
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  6. #6
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    L'A.P.I, l'Associazione dei Pionieri d'Italia, nasce dopo La lotta di Liberazione Nazionale, nel 1950 ha un proprio organo di stampa settimanale «IL PIONIERE», un vero giornale per i ragazzi, diverso da tutti gli altri, usciva ogni domenica ed era diretto da Dina Rinaldi, cesserà le pubblicazioni nel maggio del 1962 e, con esso, di lì a pochi anni l'Associazione dei Pionieri cesserà ogni attività: dobbiamo infatti annotare il periodo che intercorre dalla cessazione della pubblicazione del Pioniere a quella in cui sorse l’Associazione degli Amici del Pioniere dell'Unità (dal 1963 al 1966 il giornale rinacque come «il Pioniere dell'Unità», usciva come inserto gratuito del quotidiano comunista L’Unità ogni giovedì). L’associazione è strutturata in circoli, è possibile però aderire anche individualmente ove non sussistano le condizioni per riunirsi in circoli, riunisce tutti i ragazzi e le bambine d’Italia fino all’età di quindici anni, i Pionieri si distinguono perché portano al collo un fazzoletto rosso ornato dal tricolore nazionale. I Pionieri d’Italia saranno conosciuti oltre la cerchia dell'organizzazione comunista (P.C.I) nel 1951 in occasione dell'alluvione del Polesine. Sorsero infatti le <<staffette della solidarietà>> organizzate dai Pionieri, che raccolsero denaro e indumenti per gli alluvionati. Da quella prima gara di solidarietà, che accomunò ragazzi e ragazze di ogni città d'Italia, le iniziative di solidarietà si ripeterono nei modi e nelle forme più diverse. Nel 1953 e '54, quando i lavoratori delle grandi fabbriche scesero in sciopero, i ragazzi dell'A.P.I e i lettori del Pioniere, organizzarono raccolte di viveri in favore degli operai della S. Giorgio di Genova, della Breda di Milano, dei cantieri di Marghera. Poi i Pionieri del nord aprirono una campagna di sottoscrizione in favore dei Pionieri del sud e fu anche grazie a questo se a Napoli, Bari, Taranto, Foggia, Salerno e Palermo sorsero nuovi reparti di Pionieri. Nel 1957, diecimila ragazzi italiani inviarono le loro «cartoline d’amicizia» a James e David , i due ragazzi negri d’America, puniti perché avevano giocato con una bambina bianca; così come l’espressero agli eroici coniugi Rosenberg, ingiustamente condannati alla sedia elettrica. E, ancora, nel 1960. i Pionieri espressero ininterrottamente la loro solidarietà ai ragazzi e ai patrioti algerini.
    A queste tappe, altre se ne aggiunsero: concorsi su temi dedicati alla pace, al lavoro, alla scienza, manifestazioni in onore del Primo e Secondo Risorgimento; tornei sportivi; feste di fine anno e del ritorno a scuola»; la creazione di giornaletti scolastici e di circolo, la creazione delle «staffette del Pioniere» che dettero, sempre, un grande e prezioso contributo alla diffusione del giornale fra gli amici e i compagni di scuola. L’Associazione dei Pionieri assieme al Pioniere è stata una grande conquista, ma genitori ed educatori, pur apprezzandola, non l’hanno pienamente difesa e arricchita di nuovi slanci e coscienti aiuti che avrebbero di certo contribuito a continuare in questa impresa fino ai giorni nostri.
    L’Associazione dei Pionieri d’Italia e il Pioniere, sono state le uniche organizzazioni che abbiano fatto conoscere e diffuso gli ideali antifascisti e dei lavoratori tra i ragazzi, le sole che abbiano chiamato i ragazzi ad essere partecipi della storia che essi, vivevano, giorno per giorno, con i loro genitori; di essere partecipi delle lotte aspre e generose condotte dalla parte migliore dell’umanità per la pace e la giustizia umana.
    Essere stato Pioniere è quindi motivo di profondo orgoglio ancor oggi per molti ragazzi di ieri.

    http://www.linearossage.it/memoria/storiapionieri.htm

  7. #7
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    Potrei chiedere ai genitori di mia moglie...mi avevano parlato dei pionieri di Ceausescu...

  8. #8
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    Opsss vedo che ti interessa l'esperienza italiana...

  9. #9
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    italiani italiani...

  10. #10
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    Promessa del Pionere (1955)

    Prometto
    Di essere leale e rispettare la parola data
    Di studiare con amore
    Di aiutare la mia famiglia
    Di amare il lavoro e i lavoratori
    Di cercare di diffondere la verità
    Di amare la mia Patria, la pace, i popoli di tutta la terra
    Di amare la natura, rispettare gli animali e le piante
    Di aiutare i bambini, i vecchi, i sofferenti
    Di superare con coraggio ogni difficoltà
    Di portare ovunque serenità e gioia


    La storia dell'esperienza associativa dell'Associazione Pionieri d'Italia (Api), è strettamente legata al contesto storico in cui si sviluppò, gli anni cinquanta. Nel clima particolare di un'Italia uscita dalla seconda guerra mondiale, che sceglie di essere Repubblica con il referendum del 2 Giugno 1946 e che riprende la sua vita democratica dopo il ventennio fascista, la storia dell'Api si intreccia alla speranza di democrazia e rinnovamento sentita in quel periodo da parte della popolazione.
    L'Api si può considerare come una sostanziale novità nel panorama educativo per l'infanzia. Il quadro storico-politico in cui si sviluppò è quello di un paese liberatosi dall'occupante nazista e dallo stesso fascismo con l'intervento degli anglo-americani e con la guerra partigiana. Un'Italia in cui le due maggiori forze politiche, la Democrazia Cristiana di De Gasperi e il Partito Comunista Italiano di Togliatti, riproposero il modello internazionale di conflitto tra le grandi potenze: americana e sovietica. Un'Italia in cui la Chiesa cattolica aveva assunto un ruolo preponderante e il confronto politico si delineava come scontro tra un mondo cattolico-democristiano e uno schieramento socialcomunista.
    Per meglio inquadrare la novità rappresentata dall'Api occorre sottolineare che, dopo il crollo della Gioventù italiana del Littorio e la fine della guerra, la maggior parte delle associazioni e delle iniziative per i ragazzi erano state di matrice cattolica. Immediata fu dunque l'opposizione verso l'intraprendenza della sinistra nel settore giovanile. Il "sistema" creatosi attorno al Partito Comunista fondato sui valori di solidarietà, di democrazia, di uguaglianza, di partecipazione, di pace, di giustizia sociale è il terreno in cui cominciò la storia dei pionieri. È in questo decennio che la politica del partito è finalizzata alla diffusione capillare dei propri valori e ideali e che si assiste al proliferare di "organismi di massa": associazioni di amicizia con l'Urss, circoli sportivi, ricreativi, circoli di teatro, case del popolo, Unione donne italiane (Udi), associazione dei reduci partigiani Anpi. L'Api, pur rientrando idealmente in questo universo di sinistra, costituisce a nostro avviso un caso a parte, sia per essere stata successivamente rimossa dalla memoria ufficiale degli anni cinquanta, dimenticata non solo in quanto rappresentativa di un capitolo particolare della storia sociale, quella dell'infanzia, ma forse anche perché esperienza in cui ravvisare alcuni limiti di tipo organizzativo e pedagogico. Spesso l'Api è stata considerata un'esperienza settaria, una mera occasione d'indottrinamento ideologico, nonostante le sue origini autonome dal partito comunista. L'attribuzione di un carattere spontaneo, di autonomia almeno iniziale dal Pci, riporta alla storia dei primi nuclei originari dell'associazione. Il movimento si sviluppò in primo luogo nelle zone dell'Italia settentrionale e in Toscana, in particolare nelle province emiliane di Reggio e Bologna. Le esperienze di questi primi nuclei costituiranno la base di quell'organizzazione nazionale che si svilupperà lungo un decennio.
    I primi gruppi avevano nomi diversi: "Piccoli Garibaldini", "Speranze d'Italia", "Giovani Esploratori". Il nucleo promotore dell'associazione nazionale fu quello di Reggio Emilia, con il nome di "Associazione giovani esploratori" (Age), denominazione modificata quando confluì nella nascente Associazione Pionieri d'Italia. Nel '49 dopo una serie di contatti tra i giovani fondatori reggiani e il Partito Comunista Italiano, alcuni esponenti dei nuclei reggiani si recarono a Roma per ufficializzare l'organizzazione nazionale. Segretario dell'Api dalla sua fondazione allo scioglimento nel sessanta fu Carlo Pagliarini, figura che per più di un decennio fu il principale promotore e il portavoce ufficiale della linea dell'associazione. Reggiano di origine, si trasferì giovanissimo a Roma, dopo aver preso parte alla Resistenza. Con lui arrivò a Roma il grande progetto di poter sviluppare ad un livello più ampio ed uniforme un'associazione fino allora caratterizzata dall'attività frammentaria di singoli gruppi locali. Nelle campagne, nelle periferie, attorno alle Case del Popolo, alle cooperative si coinvolgevano i ragazzi, in attività ricreative all'aperto, dopo l'orario della scuola. La vicenda che più li affascinava e li accomunava era l'evocazione di fatti e personaggi leggendari della lotta partigiana, combattuta con durezza in quell'area geografica. Gli ideali, i valori, gli schemi organizzativi erano per alcuni aspetti ripresi (reparti, stormi, staffette) e la lotta partigiana diveniva la principale fonte d'attrazione per i ragazzi. L'attivismo e la volontà di alcuni giovani non aveva quindi atteso l'iniziativa del Pci, si erano organizzati nella provincia autonomamente, fino al contatto con il partito di Roma. Queste prime esperienze associative, inizialmente disgiunte da un preciso disegno pedagogico-politico, diedero avvio alla prima rete associativa per ragazzi costituita dalla sinistra nel secondo dopoguerra, assumendo una rilevante importanza ai fini della comprensione di quello spirito collettivo e di partecipazione che animava i militanti del Pci. È solo dal '49, anno ufficiale della fondazione dell'Api, che il progetto di un'estensione nazionale comincia a svilupparsi concretamente, con la seria intenzione di essere struttura di promozione e coordinamento, servizio educativo-ricreativo per i bambini, figli della classe contadina e operaia. La creazione di un'associazione in cui trasmettere i valori di un'"educazione democratica", contrapposta all'indottrinamento di regime impartito per oltre un ventennio ai giovani italiani, orientata ad un'idea di rinnovamento della società fondata sui valori resistenziali e della democrazia, rientrava in un più generale progetto di rinnovamento della società attuato dai partiti della sinistra. I primi anni dell'Api furono di grande sperimentazione. Ricordiamo che Pagliarini, appoggiato inizialmente in modo non diretto e ufficiale dal Pci, potè sviluppare l'associazione facendo affidamento, proprio a livello locale, sulle attività e la disponibilità delle Case del Popolo, degli attivisti di ogni paese, provincia e città che si riconoscevano nei programmi e nei valori di questa nuova associazione. Le esperienze dei campeggi reggiani tra cui la famosa "Repubblica dei Ragazzi", una sorta di campeggio autogestito che riproduceva il mondo degli adulti, servirono per comprendere immediatamente i limiti di alcuni progetti e per programmare e dunque definire gli obiettivi da raggiungere. Per ottenere una diffusione nazionale e per essere un'associazione di reale supporto per le famiglie italiane, si rendeva necessario pianificare con continuità l'attività dei giovani pionieri, durante tutto l'anno scolastico, e non limitarsi al solo periodo estivo, quello delle escursioni e dei campeggi.
    Nonostante l'impegno dei volontari, dei genitori e dei dirigenti, nel settore dell'associazionismo giovanile l'Api non riuscì mai ad eguagliare la capillarità della presenza cattolica raccolta intorno alle parrocchie. Il movimento di sinistra non raggiunse mai alti numeri di aderenti. L'associazione fu caratterizzata da un'espansione disomogenea. La consistenza numerica dei pionieri si misura sulla base del tesseramento annuale. Alla fine del novembre 1950 gli iscritti sono 97.330, i Falchi Rossi – la struttura parallela costituita dal Psi - 26.000. Alla fine del '51 si contano 148.000 pionieri e 33.000 falchi rossi. Le tessere diffuse ufficialmente sono circa 150.000 così distribuite: 80.450 nell'Italia settentrionale (l'Emilia è al primo posto con 51.000 tesserati); 21.580 nell'Italia meridionale. Il 1951 è l'anno in cui si registra anche un rafforzamento del gruppo dirigente: funzionari, attivisti e molti giovani iniziano a dedicarsi esclusivamente al lavoro dell'associazione. Anche nel Meridione – a Taranto, Bari, Napoli, Reggio Calabria e Pescara – si registra una partecipazione più attiva. I dati numerici riportati per il 1951 sono desunti dagli Atti del III Consiglio nazionale e risultano però discordanti da quelli riportati in un saggio del 1968 in cui si annota che nel 1950 gli iscritti erano circa 97.075, concentrati per il 50% in una sola regione, l'Emilia; nel '53 circa 70.000 con 400 sezioni. Altre fonti (anticomuniste) attribuivano all'organizzazione 200.000 iscritti con 10.000 gruppi di attività e 3.000 capireparto. Nel 1954 gli iscritti all'Api sono 142.000 e gli iscritti ai Falchi rossi 15.000. L'Api raggiunse una punta massima di circa 150.000 pionieri.
    Lo stesso Enrico Berlinguer, allora giovane segretario della Fgci, il movimento giovanile del Pci, rilevò l'assenza dell'Api in intere province e regioni d'Italia. L'Api era infatti : "(…) l'organizzazione dei ragazzi emiliani, toscani, dei ragazzi milanesi, torinesi, genovesi e di altre province; ma non è, per esempio, l'organizzazione dei ragazzi meridionali, siciliani, veneti."

    L'Organizzazione interna
    Pagliarini in un incontro che ho avuto con lui nel 1992, affermò che lo sviluppo dei pionieri è stato possibile perché vi era una grande fiducia nel nuovo tipo di attività che si intraprendeva. Fiducia riscontrabile nel rapporto diretto ragazzo-adulto, fiducia che si nutriva dell'energia, della creatività, dello slancio e dell'entusiasmo dei giovanissimi e degli stessi operatori. L'associazione infatti, dopo le primissime esperienze emiliane, si caratterizzò presto come costituita da dirigenti e ragazzi. Si tratta ora di analizzare la sua articolazione interna. Cominciamo dai ragazzi: i pionieri. Base dell'Api è il reparto. L'ammirazione per alcuni aspetti della vita militare, in questo caso la lotta partigiana vissuta negli stessi paesi, ha influenzato l'impostazione strutturale dell'Api, nonostante la sua aspirazione alla pace. Il reparto esercita il suo fascino, ha lo scopo di aggregare i ragazzi che vivono nella stessa località di un comune, può sorgere in un quartiere di città, in una frazione, in un rione. Il reparto è un organismo che cerca l'appoggio delle organizzazioni democratiche esistenti sul territorio. Strutture sindacali locali, Udi, Case del Popolo hanno il compito sociale e politico di seguire nella sua espansione l'Api e quindi di coinvolgere i reparti dei giovani pionieri. I reparti sono distinti per sesso: "l'Api ritiene che le esigenze dei maschi e delle bambine, in relazione alla loro formazione ed alla loro attività, siano tali da esigere una diversa organizzazione, una diversa direzione (maschile per i reparti maschili, femminile per i reparti femminili) e un diverso orientamento di particolari iniziative.".
    Vi sono però alcune attività che prevedono la collaborazione di bambine e bambini, si tratta delle gite, delle ricerche, delle celebrazioni pubbliche. Gli stessi programmi educativi non sono diversi tra maschi e femmine, cambia sostanzialmente il tipo di attività da svolgere. I reparti possono avere delle unità sottomultiple, soprattutto quando i suoi membri superano il numero di quattordici. Si possono allora organizzare i gruppi per età, e all'interno degli stessi gruppi si possono dividere le attività in modo che ogni pioniere abbia un compito-lavoro specifico in cui applicarsi.
    "Si badi bene però: non a seconda delle attività di origine, non a seconda della categoria sociale a cui appartengono i ragazzi, dividendo studenti da lavoratori, ragazzi di origine operaia da ragazzi di altri ceti, come si fa nell'Azione Cattolica; bensì a seconda dell'attività particolare che i ragazzi si sono scelta nel reparto."
    Si avranno così il gruppo dei falegnami e quello della filodrammatica; quello del ricamo e quello della decorazione. Il reparto dunque è distinto, vi aderiscono pionieri maschi o femmine, le attività saranno talvolta distinte in base al sesso, ma ciò non toglie che
    " (…) il reparto offre occasione alle bambine di dedicarsi a queste attività, mentre insegna loro a non vedere solo questo lato della vita. Perché noi vogliamo che le bambine crescano donne attive e coraggiose, capaci di iniziative, pronte a prendere il loro posto nella società democratica".
    Altra convinzione dell'Api sull'educazione da impartire alle bambine è "(…) noi dobbiamo portare fra le bambine anche lo sport, le attività all'aria aperta, i giochi, una serie di attività che i tradizionalisti ritengono -sbagliando- che siano riservate ai soli ragazzi."
    I ragazzi del reparto, attraverso un'elezione democratica da parte dell'assemblea plenaria dei pionieri, si danno un comando, sotto la supervisione naturalmente di un educatore. Si eleggono cinque membri che avranno compiti quali: l'inquadramento, la stampa, il tesoro, lo sport e le attività ricreative. I ragazzi, per lo spirito di competizione che li caratterizza, ambiranno ad avere quelle cariche: è, infatti, un grande onore appartenere al gruppo del comando, non per l'autorità di cui si è investiti, ma per la responsabilità che ci si assume, per l'impegno che si accetta verso gli altri, i quali saranno sempre attenti ad osservare, ed eventualmente criticare, il lavoro svolto dai comandi e non dovranno avere il timore di rivendicare le loro opinioni e il loro pensiero agli altri tesserati.
    Bisogna pertanto instaurare un sistema di lavoro e di attività che educhi il ragazzo al senso di collettività, al rispetto e al confronto con i propri compagni. Attraverso questo tipo di struttura organizzativa, l'Api aspira ad abituare i giovani fin dai primi momenti della loro vita di gruppo, all'esercizio della democrazia, della critica e dell'autocritica. In questo modo si spera di crescere uomini responsabili verso sé stessi e verso la società.
    Questo tipo di suddivisione interna riprende per alcuni aspetti quella delle formazioni partigiane durante la lotta di liberazione. Non bisogna dimenticare che gli stessi gruppi e reparti locali dei pionieri scelgono un nome-simbolo (quello di un patriota, di uno scienziato, di un eroe), hanno distintivi, cuciono bandiere, triangolari quelle dei reparti con simboli colorati e un tricolore quella dell'associazione con al centro il distintivo Api e hanno parole d'ordine come "Avanti!" e "Verso la vita". Naturalmente si sottintende avanti per una patria dei lavoratori nella pace e nella libertà, avanti nello studio e nel lavoro per divenire i migliori ed essere di guida a tutti i ragazzi d'Italia, avanti per una forte e grande Associazione Pionieri d'Italia.
    I pionieri hanno addirittura un saluto dai connotati militari, si tratta di portare la mano destra all'altezza del sopracciglio destro, col pollice alla tempia e le dita unite, e di salutare poi al modo classico gridando "Avanti!". Le dita unite indicherebbero l'unione fraterna dei popoli dei cinque continenti, la mano in avanti indicherebbe la decisione di essere sempre tra i primi e di esempio per gli altri. Insomma, dal reparto alle piccole staffette che diffondono il giornale "Il Pioniere", tutto sembra ricordare le formazioni partigiane, ma ben sappiamo che, nella realtà, i gruppi dei pionieri si riunivano per non stare soli mentre i genitori erano al lavoro, per studiare insieme con l'aiuto di un educatore, per giocare in strada, soprattutto per stare insieme.
    I giovani dirigenti sono le figure chiave per comprendere il funzionamento dell'associazione. Sono loro, infatti, ad avere un rapporto diretto sia con i bambini sia con le famiglie. Il loro ruolo di educatori li rende esempio e modello per i ragazzi. Ogni parola, ogni azione, ogni gioco svolto con i ragazzi deve essere un momento di educazione. È soprattutto su questo terreno che si misura la responsabilità del dirigente. Il dirigente infatti " (…) deve guadagnarsi la stima dei genitori, degli educatori, dei maestri e di tutta la popolazione, egli deve cioè rendersi degno con la sua condotta e per la sua attitudine di sostenere la responsabilità di educatore che gli è affidata".
    Poiché l'operatore è un educatore Api, un educatore di tipo nuovo, e dal momento che raramente si tratta di persone che hanno avuto la possibilità di studiare o che comunque hanno conoscenze di tipo pedagogico limitate, compito dei dirigenti è impegnarsi nello studio, acquisire metodi educativi, migliorare le proprie conoscenze personali. Si studierà soprattutto il materiale pubblicato periodicamente dall'Api e quello di pedagogisti quali Lombardo Radice, Dina Bertoni Jovine o un classico della pedagogia sovietica come Makarenko. Chi lavora nell'Api lavora per l'Api, per il successo dell'associazione e per la realizzazione di un grande progetto educativo di formazione dei ragazzi e di crescita della democrazia. Aggiornarsi sarà dunque all'ordine del giorno, partecipare a convegni, ai raduni, ai momenti di incontro e confronto con altri dirigenti, partecipare alle "tre-giorni", corsi rapidi e sintetici per la formazione degli educatori con lezioni teoriche e pratiche: questo sarà il compito di ogni buon educatore e dirigente. Ma chi sceglie i dirigenti? E perché questi si avvicinano al mondo dell'Api? Se il dirigente rappresenta un modello per i ragazzi, deve essere una persona in grado di trasmettere i principi fondanti dell'Api, dunque ideologicamente vicino alle posizioni dell'Api, e nello stesso tempo deve essere una persona in grado di stare con i bambini, di sapersi rapportare a loro. La sua personalità, il suo atteggiamento verso la realtà verranno recepiti dai bambini e dunque "a dirigere un reparto di pionieri deve essere chiamato un elemento che con il suo contegno personale e la sua attività abbia dimostrato di essere degno di educare i ragazzi nello spirito della democrazia, e capace di migliorarsi continuamente."
    Gli operatori saranno per lo più anche loro giovani, per un miglior rapporto con il ragazzo e perché più facilmente potranno avere tre doti fondamentali: essere animatori, essere entusiasti, essere organizzatori. Il contributo degli adulti però, e in particolare delle donne, non va dimenticato. I compiti saranno diversi: all'organizzazione delle attività pratiche e manuali vi saranno gli adulti e le donne, all'organizzazione dei reparti e delle attività sportive ed escursionistiche i giovani.
    Abbiamo affermato in precedenza che l'Api non ha avuto un pieno sviluppo nazionale. Non raggiunse soprattutto le dimensioni dei pionieri sovietici o d'altri paesi dell'Est. L'influenza sovietica sul tipo di organizzazione e su alcuni programmi d'intrattenimento è stata rilevante. La differenza essenziale tra i nostri pionieri e quelli sovietici è ravvisabile nell'ufficialità di stato dei secondi. In uno stato-partito i bambini erano tutti pionieri, l'organizzazione per l'infanzia era parallela e collegata a quella scolastica. Obiettivi, programmi di lavoro della scuola e delle attività extrascolastiche erano affini per non dire coincidenti. Al contrario della realtà italiana in cui i pionieri erano simbolo di un "mondo comunista", erano osteggiati dalle forze cattoliche ed erano considerati da alcune forze politiche ai limiti della legalità. La differenza numerica tra i pionieri italiani e quelli sovietici risulta evidente dai seguenti numeri: in Urss si contano 75.000 iscritti nel 1923, 4 milioni nel 1931, e addirittura 7 milioni nel 1936.
    Negli atti dei convegni dell'associazione italiana si trovano forti e frequenti richiami alla pedagogia sovietica e alle letture consigliate ai dirigenti dell'organizzazione italiana per accrescere le proprie conoscenze e trarre spunto nell'organizzare i pionieri. Le visite ufficiali che periodicamente i dirigenti Api effettuavano in Unione Sovietica furono occasioni per confrontare il modello italiano con quello sovietico, sicuramente idealizzato e inseguito dai tanti giovani che lavoravano all'interno dell'Api. Lo stesso Pagliarini, però, che partecipò a quei soggiorni, ne ricorda la sostanziale differenza. I pionieri dell'Urss, istituiti dal Pcus, erano l'attuazione di un concreto e reale programma di educazione della popolazione, mirato non solo alla costruzione dell'individuo, ma soprattutto al suo indottrinamento ideologico. L'organizzazione dei pionieri sovietici era di stampo statuale, pensata dagli adulti per impartire un'educazione nazionale omogenea per la formazione nazionale e socialista delle giovani generazioni. Se in Urss la gioventù era organizzata su principi e logiche totalitarie, in Italia i pionieri sono nati dopo la caduta di un regime dittatoriale e appartengono alla realtà di un'Italia democratica. La visione che ne hanno i cattolici è ben lontana dalle idee di Pagliarini:
    "Tra il bagaglio che i comunisti delle diverse nazioni hanno ricevuto dalla Russia ci sta anche l'organizzazione dei pionieri, cambia solo la qualifica della nazione, per il resto anche le virgole sono lasciate al loro posto. Vuol dire che in Italia si chiameranno pionieri d'Italia, in Ungheria pionieri magiari, in Germania pionieri tedeschi. Ed eccovi una grande organizzazione internazionale! Sotto i diversi paralleli la stessa bandiera, lo stesso schieramento, la stessa organizzazione. Domani a un cenno può diventare corpo unico. Tutt'altro che umoristica la realtà."
    Compito del pioniere italiano è quello di divenire un buon cittadino della democrazia. La formazione di una nuova generazione, non di piccoli militanti politici, quanto piuttosto di ragazzi coscienti e partecipi delle realtà in cui vivono è l'obiettivo. Un buon cittadino della Repubblica che conosca il valore dei concetti di democrazia e di libertà, a questo fine l'Api agisce: "(…) concorrendo così ad inserire la figura del ragazzo moderno in ogni manifestazione della vita sociale, politica e culturale del nostro paese."
    Scopo degli educatori Api è dunque educare, coinvolgendo i ragazzi in un tipo di attività collettive per abituarli alla convivenza, al confronto con gli altri attraverso il gioco, la gioia dello stare insieme, mantenendo sempre una linea sostanzialmente laica. I valori cui i pionieri sono educati sono quelli della fratellanza, dell'amicizia, della solidarietà, ma non solo.
    Riportiamo il testo della promessa del pioniere del 1955:

    Prometto
    Di essere leale e rispettare la parola data
    Di studiare con amore
    Di aiutare la mia famiglia
    Di amare il lavoro e i lavoratori
    Di cercare di diffondere la verità
    Di amare la mia Patria, la pace, i popoli di tutta la terra
    Di amare la natura, rispettare gli animali e le piante
    Di aiutare i bambini, i vecchi, i sofferenti
    Di superare con coraggio ogni difficoltà
    Di portare ovunque serenità e gioia

    Percezione dell'Api nella società
    Gli organizzatori si rendono conto ben presto che è necessario entrare in contatto con le famiglie. Proprio perchè l'Api ha un ruolo intermediario tra ragazzo-famiglia-scuola-società. Bisogna ottenerne l'approvazione e la stima, bisogna lavorare verso i genitori che non sono abituati all'idea di affidare i bambini a organizzazioni laiche. L'organizzazione si estenderà se la famiglia accetterà i principi dell'Api. Dina Rinaldi, altra figura di spicco tra gli organizzatori dell'associazione e ideatrice con Gianni Rodari della rivista "Il Pioniere" si pronunciò così durante il IV Consiglio nazionale: "Diremo però che la mancanza di una tradizione democratica di vita collettiva e l'assenza nel nostro paese di serie e laiche istituzioni ricreative e post-scolastiche per ragazzi, fanno sì che la famiglia italiana mantenga un atteggiamento di riserbo e a volte di diffidenza verso quelle forme di vita associativa che non si identificavano con la scuola o con l'oratorio."
    Alcuni anni dopo, nella fase di maggior espansione dell'organizzazione, la stessa Rinaldi scrive "Constatiamo che da parte di famiglie che sono in modo più o meno legate alle organizzazioni democratiche, vi è indifferenza se non resistenza a mandare i propri figli nell'Api, nei Falchi Rossi, o in istituzioni popolari." Le motivazioni che frenano i genitori nel mandare i bambini con i pionieri sono facilmente intuibili. Prima di tutto un senso comune generalizzato riteneva che l'educazione fosse un compito proprio della Chiesa cattolica o delle singole famiglie. In secondo luogo va ricordato che gli anni del fascismo non erano lontani nella memoria degli italiani. Già il regime di Mussolini si era preoccupato di tesserare i bambini e di impegnarli nel tempo libero; diventava difficile per chi aveva vissuto quei decenni pensare ad una nuova organizzazione che, seppur fondata su principi di libertà, di pace, di democrazia, intendeva ancora una volta occuparsi dei ragazzi, radunarli, avviarli verso altri ideali per la costruzione della patria con una nuova divisa indosso. Non per tutti dunque l'Api, nonostante i valori insegnati ai pionieri fossero gli stessi che animavano lo spirito di tutte le associazioni di sinistra, rappresentava la concretizzazione di un modello di vita vicino ai propri ideali e alle proprie speranze.
    Tra i valori e gli ideali dei pionieri vi è quello della fratellanza: valore che supera l'appartenenza a qualsiasi associazione. Infatti che i bambini siano tesserati Api o no, non devono esistere barriere soprattutto di tipo ideologico: "Chi tenta di dividere i ragazzi tra di loro, di farne dei precoci nemici, compie opera contraria alle necessità di un'educazione democratica". Il riferimento è indubbiamente ai precedenti fascisti, ma anche ai cattolici. Mentre l'educatore laico e democratico educa alla fratellanza, contro la discriminazione di ceto o di regionalità, con l'obiettivo di una fraternità nazionale all'insegna di una coscienza nazionale unica, l'atteggiamento degli educatori cattolici delle parrocchie o di molti insegnanti della scuola pubblica osteggia i piccoli pionieri.
    Considerando la posizione dell'Api sulla questione dell'educazione religiosa, bisogna ricordare che né nello statuto ufficiale, né nella promessa del pioniere, né nelle pagine del settimanale per ragazzi "Il Pioniere" è riportato un qualsiasi accenno alla religione. I bambini, di qualunque classe sociale, ricevevano un'educazione di matrice cattolica attraverso la scuola e gli oratori. Con l'Api si ripresenta la possibilità di un'educazione non religiosa. La consapevolezza di una religiosità radicata nella tradizione italiana induceva, qualunque fosse la provenienza dei bambini, a rispettare le scelte delle singole famiglie. I pionieri non ricevono da parte dei propri educatori divieti di avvicinarsi ai sacramenti o l'invito a non professare la fede cattolica. Nonostante si rivendichi il diritto di educare i ragazzi ad una visione di vita fondata non sulla fede cristiana, quanto piuttosto sulla fede nel progresso e nella scienza. Affermiamo allora che l'Api, pur essendo nei suoi principi e ideali un'associazione laica aconfessionale, ha sempre ritenuto di affidare il problema dell'educazione religiosa alla coscienza e alla volontà delle famiglie, senza per questo nascondere la propria posizione laica e condannare la campagna calunniosa avviata dalle forze clericali, e senza negare la possibilità di un eventuale dialogo per trovare una forma educativa in cui far convergere le posizioni degli educatori laici e di quelli cattolici. Il timore di perdere l'assoluta influenza su ragazzi e genitori condusse ad una dura campagna di diffamazione condotta dai cattolici e dalle strutture politiche della Democrazia Cristiana. Si trattava non solo di un problema religioso, quanto più di una questione di natura politica. L'additare all'operato dell'Api l'intento di scristianizzare l'infanzia italiana, creò un ulteriore spaccatura tra il mondo comunista e quello cattolico, che si attenuò solo dopo il 1955, quando cessò il violento bipolarismo implicito alla guerra fredda. Basti citare ad esempio le lettere pastorali datate 4 e 30 Maggio 1950, a cura dei vescovi della regione ecclesiastica flaminia ed emiliana: condanne rigidissime in risposta alla sempre maggiore attività dei pionieri nelle province emiliane e romagnole. Si denuncia l'associazione dei pionieri come il tentativo di pervertire i piccoli, sradicandone dall'anima ogni fede in Dio e svegliarne funesti istinti di sensualità. Ricordiamo anche il Monito del Santo Uffizio del 28 Luglio 1950, che scomunicava anche i collaboratori di associazioni come l'Api. Alle posizioni ecclesiastiche ufficiali seguì la pubblicazione di un libello di Don Lorenzo Bedeschi interamente dedicato all'Api, allora giornalista de "L'Avvenire d'Italia", con l'obiettivo di svelare quella che definisce l'azione nefanda dell'Api. L'opuscolo Dissacrano l'infanzia! I Pionieri d'Italia, pubblicato a Bologna, è il testo più eclatante d'accusa all'Api. Ebbe almeno tre edizioni e fu diffuso in quindicimila copie. Circa dieci anni fa ho intervistato Bedeschi: l'autore ha ricordato l'episodio come un'inchiesta di tipo giornalistico, commissionatagli come tante altre. Secondo Bedeschi quell'episodio va citato solo nel contesto della guerra fredda degli anni cinquanta. D'altronde, per la Chiesa il nemico era il comunismo, un'ideologia destabilizzatrice di equilibri tradizionali. L'Api, nonostante le sue rivendicazioni di fenomeno spontaneo e politicamente autonomo, apparteneva a quella fitta rete di associazioni riconducibili alla politica del Pci. I comunisti erano affascinati dal mito sovietico, i cattolici erano terrorizzati dai "rossi".
    Forse per Bedeschi anche il grave e noto episodio di Pozzonovo è da ricondurre a quel clima di odio degli anni cinquanta. Pozzonovo, paese della bassa padovana, per molti decenni noto per i moti popolari bracciantili dei suoi abitanti, fu il luogo da cui si originò un vero processo, i cui imputati, militanti e attivisti del Pci, furono chiamati a rispondere dei seguenti capi d'imputazione: associazione a delinquere, atti osceni continuati, spettacoli osceni, atti di libidine violenti continuati, violenza carnale continuata, sequestro di persona continuato aggravato, violenza privata continuata aggravata. Siamo nel cattolicissimo Veneto e le "vittime" sarebbero bambini, quasi tutti figli o nipoti di militanti comunisti. Il processo ebbe un alto valore politico, rappresentò uno dei più estremi tentativi delegittimazione da parte cattolica di tutti i valori e i principi dei partiti di sinistra. Testimoniarono a favore dell'Api alti esponenti della cultura di sinistra, Ada Gobetti e Concetto Marchesi. In un clima di fortissima tensione fu emessa la sentenza assolutoria con formula piena, ma non si prese alcun provvedimento verso quel clero che aveva calunniato fino a quel punto l'Api e i suoi dirigenti, trascinando bambini a testimoniare il falso in tribunale. Per l'Api, il successo fu quello di essere riconosciuta un'organizzazione associativa con scopi e fini rispettosi della legalità e della Costituzione. Il processo di Pozzonovo è la testimonianza concreta dei livelli drammatici di scontro tra Api e mondo cattolico.

    Le attività pratiche
    Le prime attività promosse dall'Api sono quelle che contribuiscono allo sviluppo fisico del ragazzo: lo sport di gruppo, dal calcio alla pallavolo, i giochi sportivi, come la staffetta, i saggi ginnici organizzati periodicamente. L'educazione fisica, e in particolare il saggio ginnico, è per i pionieri un importante momento ludico di gruppo, utilizzato anche per rappresentare alti ideali o a commemorare avvenimenti storici (ad esempio il periodo risorgimentale o la lotta di liberazione). L'Api riprende l'idea del saggio ginnico, che aveva già caratterizzato l'Opera Nazionale Balilla, investendola di nuovi significati simbolici, come manifestazione di pace e libertà. In collaborazione con l'Unione italiana sport popolare (Uisp) si organizzarono le "olimpiadi" dei Piccoli Azzurri, una serie di giochi a cui parteciparono in più occasioni i ragazzi, non solo i pionieri. Oltre lo sport, basilare per la salute, si prevedono tra le attività di gruppo dei pionieri le escursioni in città per visitare monumenti, in campagna per approfondire le conoscenze sul mondo contadino, o nelle fabbriche, per mostrare i luoghi di lavoro dei padri. Le gite culturali, ricreative, esplorative, e nel periodo estivo i grandi campeggi che si diffusero in alternativa alle colonie, occupavano il tempo libero dei pionieri. Sempre con uno stesso obiettivo: dare contenuti a tutte le attività fisiche. L'attenzione rivolta sia al corpo che all'intelletto faceva sì che si organizzassero molte attività di tipo artistico culturale. I canti in coro, ad esempio, cui si riconosce la capacità di educare alla disciplina, alla fierezza, di far vincere la timidezza. I pionieri intoneranno canti a sfondo patriottico (Inno di Mameli, Inno di Garibaldi, canti partigiani), i canti dell'associazione (Inno del pioniere, Canzone del pioniere) e canti popolari o regionali. I pionieri si raccoglieranno attorno ai falò (in occasione di date da celebrare, o per alcune ricorrenze storiche, per ascoltare il "racconto intorno al fuoco". Narratori spesso i partigiani, in grado di affascinare i più giovani con il racconto delle loro avventure nel periodo bellico. Anche l'attività filodrammatica (recite, rappresentazioni, teatrini) esercitava il suo fascino. In Italia, dove le attività teatrali per ragazzi non erano diffuse, l'Api attingeva alla grande tradizione del teatro di massa sovietico. "Fare teatro" significa per i ragazzi entrare in un mondo fantastico, e a questo scopo gli operatori Api si impegnarono nella selezione di materiale straniero, nella creazione di testi nuovi, nella messa in scena di "riviste" interpretate dagli stessi pionieri. Marionette, burattini, mimi, recite (le brevi commedie rappresentate dai pionieri) e rappresentazioni di quadri viventi (scene avventurose tratte dal giornale "Il Pioniere" sono le attività teatrali in cui si impegnano i pionieri.
    L'Api dal 1951 al 1956 pubblica per i suoi dirigenti e capireparto la rivista "La Repubblica dei Ragazzi", e in seguito "Esperienze educative", rivista mensile per i dirigenti, dal 1957 al 1960. Consultando il materiale per gli educatori e le indicazioni del giornalino "Il Pioniere", si nota immediatamente la continua sollecitazione data ai reparti e ai dirigenti per la creazione di piccole biblioteche nelle sedi dei pionieri. Un'iniziativa sicuramente mirata a stimolare ed educare alla lettura individuale e a consentire la lettura collettiva di racconti e romanzi (soprattutto libri di viaggio o narrazioni di grandi imprese). Una buona raccolta di libri e della rivista "Il Pioniere" si trasforma in un'occasione per responsabilizzare il bambino alla distribuzione e al prestito di tale stampa.
    Le fatiche del giovane pioniere non sono ancora concluse. Oltre alle mille attività che lo impegnano nel gioco e nello studio, ve ne sono alcune che hanno un preciso scopo: si tratta del "grande gioco della conquista" e della "raccolta di finanziamenti". Nel primo caso l'obiettivo è il reclutamento di altri ragazzi, per cui i gruppi dei pionieri gareggiano per la conquista dei cortili, vero spazio di gioco e di aggregazione dei bambini. Un cortile è conquistato quando in esso vi sono uno o più pionieri. Nel secondo caso per denominare tutte le attività che hanno un fine di raccolta finanziaria si usa il termine di "caccia al tesoro". Questa caccia, aperta tutto l'anno, ha l'obiettivo di raccogliere con le proprie forze un po' dei mezzi di cui l'organizzazione ha bisogno per rimanere attiva. Si portano salvadanai nelle botteghe i cui proprietari acconsentono, sicuramente quelle delle cooperative, si procura denaro dalla vendita di prodotti degli orti e dagli allevamenti curati dai pionieri di campagna, si organizzano pesche e lotterie, e insomma ogni idea è buona per riuscire a raccogliere un po' di finanziamenti.
    Inoltre, attività specifiche di studio, come le inchieste organizzate dai pionieri. Con l'inchiesta si sviluppa il metodo della ricerca. L'inchiesta nasce dalla curiosità dei ragazzi che si rivolgono di loro iniziativa all'educatore o dall'idea dell'educatore stesso che vuole spiegare una realtà particolare. Un'inchiesta tipo è quella che riguarda lo sciopero dei lavoratori in una fabbrica o in una fornace. I ragazzi, appartenendo a famiglie di estrazione contadina ed operaia, sentono parlare dello sciopero in ambiente famigliare. È necessario che a sciopero e dimostrazioni concluse, i pionieri, guidati dai dirigenti Api, si rechino a visitare il luogo in cui si è svolto lo sciopero. Con la guida degli operai e dei tecnici potranno scoprire il funzionamento della fabbrica e comprendere le motivazioni della lotta dei lavoratori. A volte fanno un'inchiesta sulla natura, sulla città, sulla storia di un Comune, sugli eroi di un particolare periodo storico. Nel caso di uno sciopero, l'inchiesta ha un immediato richiamo politico. È spesso accaduto che i ragazzi, soprattutto più grandi, una volta compreso il significato dello sciopero, si siano organizzati per essere solidali ai lavoratori creando qualche volta imbarazzo tra gli stessi genitori e disappunto tra gli avversari politici, risoluti a tenere i ragazzi, bambini o adolescenti che siano, lontani dalle lotte politiche e sociali. Gianni Rodari consigliava "I ragazzi possono partecipare alla raccolta di fondi o di viveri per gli scioperanti, per i licenziati, per tutte le categorie di lavoratori in lotta. L'importante è che il ragazzo si renda utile senza danneggiare se stesso. È consigliabile far agire solo i ragazzi più grandi."
    Si è detto della distinzione di alcune attività tra bambini e bambine. Fanno parte delle attività dei pionieri una serie di lavori manuali utili: per esempio per l'arricchimento della sede, per l'allestimento delle mostre e per la creazione di semplici oggetti e giocattoli. L'organizzazione propone ai pionieri maschi di dedicarsi magari al traforo, agli intarsi, agli intagli con il legno e il sughero e a lavoretti meccanici. Alle bambine di occuparsi di cucire bandiere, di farne le decorazioni, di cucire gli stemmi e di rammendare. Oltre che dalle esigenze dei diversi gruppi, si dice: "questo dipende dalla particolare struttura della nostra società, ma dipende anche dalle diverse aspirazioni dei maschi e delle bambine: le bambine, per esempio, ad un certo punto desidereranno attrezzare un laboratorio di cucito, mentre i maschi preferiranno impiantare un laboratorio di falegnameria…la divisione dei reparti non comporta una differenza dei principi educativi e dei programmi dell'Api, ma solo un particolare adattamento."

    La conclusione di un'esperienza collettiva
    Dopo più di un decennio di attività si maturò la decisione di sciogliere l'associazione. Va assunto come punto di divisione temporale nell'attività dell'associazione il biennio 1955-1956, poiché è a partire da questa data che si registrano cambiamenti organizzativi e di contenuto rilevanti che meritano di essere considerati. Lo sviluppo dell'Api fino alla metà degli anni cinquanta è essenzialmente fondato su un'unica linea di lavoro, che prevede l'attività dei reparti, dei gruppi, dei comandi. Ogni iniziativa, ogni manifestazione sono occasione di mobilitazione per i nuclei organizzativi. Con il 1956, anno del VII Consiglio, si ha un mutamento di indirizzo. Non si ha intenzione di soffermarsi nuovamente sulle strutture interne dell'Api, se non per dimostrare il suo avviarsi verso una fase di mutamento dovuta alle trasformazioni del mondo e della società che implicano una revisione stessa dei metodi educativi, dei rapporti adulti-ragazzi. Soprattutto dopo anni di attività costantemente rivolta ad educare e ricreare i ragazzi, dopo anni di ricerche e sperimentazioni, si giunge ad una fase in cui è necessario puntualizzare un programma di lavoro, sottolineando particolari tematiche e impegni da assumere. L'obiettivo dell'associazione era stato nei primi anni di lavoro quello di un reclutamento di massa, riuscire in altre parole a radunare il maggior numero di ragazzi possibile, togliendoli dalla strada, da condizioni famigliari difficili, da una scuola incompleta: era lo svolgimento di un'attività che presentava in alcuni casi aspetti assistenziali. A metà degli anni cinquanta si può cominciare a guardare con occhio critico al periodo trascorso; lo sviluppo dell'Api non è stato infatti quello sperato:, si avverte soprattutto un problema di crescita disomogenea sul territorio nazionale, un'impossibilità nel portare i contenuti Api e la sua organizzazione in tutte le regioni, le provincie, i comuni d'Italia, che significa appunto non essere riusciti a creare una vera organizzazione di massa. Quale soluzione per uscire da tale situazione di stasi? L'esperienza, i dibattiti, tutto quanto realizzato dall'Associazione Pionieri hanno per il movimento democratico un alto valore sia per i contenuti ideali che per il progetto di educazione che l'Api rappresenta. Non si può rinunciare al lavoro svolto, non si può buttare niente. Il primo provvedimento che l'Api si assume è allora quello di cambiare ottica di lavoro o meglio l'obiettivo. Si passa da una concezione quantitativa ad una concezione qualitativa, senza voler svuotare il lavoro degli anni precedenti di valore, impegno, significato, quanto piuttosto spostando la logica molto ambiziosa di un amplissimo proselitismo, che per anni è se non un obiettivo un problema per la crescita dell'Api, verso una logica di qualificazione delle attività.
    Nei primi anni di lavoro i dirigenti erano in grado di organizzare manifestazioni di massa come i raduni patriottici, le giornate per la pace, i campeggi, gli incontri con i lavoratori e con i partigiani, esperienze che influivano probabilmente sulla sensibilità del ragazzo, ma che, a detta degli educatori, non riuscivano a formare la loro coscienza, perché in famiglia e a scuola spesso le cose andavano diversamente da come si svolgeva la vita nell'associazione. Non sempre i valori e i principi insegnati tra i pionieri trovavano un favorevole riscontro nella vita di tutti i giorni. Perciò, il nuovo obiettivo dell'associazione diventa la realizzazione di esperienze "qualificate", più utili per la formazione concreta dei ragazzi. I valori e i temi di fondo rimangono gli stessi: prima di tutto educare i futuri cittadini della Repubblica Italiana, l'attività sarà però rivolta sia alla conquista di più ragazzi che alla conquista di attività qualificate. Rimane sempre il problema di essere in grado di dare una solida educazione civica e costituzionale ai ragazzi, che divenga costume civile nel giovane e poi nell'adulto. Poiché dalle esperienze del periodo a metà degli anni cinquanta emerge che con i ragazzi non si può più lavorare come si era fatto fino allora, ciò che viene discusso sono le forme organizzative interne che l'Api aveva adottato e utilizzato. Le pattuglie, i reparti sembrano venir meno alla loro funzione di raggruppare i ragazzi e farli lavorare insieme; sembra che nel momento in cui l'attività finisce e l'impegno assunto è portato a temine, il gruppo si sciolga, non riesca più ad essere un momento di amicizia e conoscenza, di associazione: il gruppo pattuglia o reparto vive solo finché funziona come circolo di attività. È da questa considerazione che scaturisce l'idea di qualificare l'attività pratica, di renderla più tecnica, di fare dell'attività l'impegno maggiore, perché è l'unico modo per tenere insieme i ragazzi. I reparti e le altre strutture interne diverranno quindi centri di lavoro pratico e culturale, nel rispetto delle esigenze, degli interessi dei ragazzi. Questo discorso è legato ad un progetto più ampio. L'Api può qualificare il suo lavoro nel momento in cui le altre istituzioni di massa, siano esse i partiti o le altre associazioni democratiche degli adulti si dedicheranno a quelle attività ricreative, assistenziali che fino alla metà degli anni cinquanta sono sempre state all'ordine del giorno per i pionieri. Si riduce quindi il campo d'azione; dopo anni di lavoro si arriva ad una selezione dei settori in cui agire, per poter meglio operare e poter mantenere attivo lo sviluppo numerico dell'Api. Si profila una nuova linea di lavoro che ha come momenti chiave la necessità di dare maggior stabilità all'Api nei suoi programmi e ai suoi dirigenti, e l'esigenza di una svolta qualitativa che prevede anche un miglior lavoro di preparazione dei quadri. Si è fatto cenno precedentemente ai seminari di tre giorni o dei corsi dell'associazione per i suoi dirigenti. Dalla fine degli anni cinquanta l'Api ha trovato un momento di contatto costruttivo con i Cemea, i centri di esercitazioni ai metodi dell'educazione attiva. Sono organismi che operano per un aggiornamento pedagogico, tecnico, metodologico degli educatori. I dirigenti Api partecipano sempre più frequentemente agli stages organizzati dai Cemea per confrontare positivamente tecniche ed esperienze di lavoro. Possono così affiancare ulteriori strumenti di lavoro ad alcune novità che l'associazione aveva già avviato; ad esempio la pubblicazione di "Esperienze Educative", una rivista che diverrà momento di dibattito, di incontro e di aggiornamento poiché ricca di articoli, di dispense, di indicazioni bibliografiche di brani tratti da testi pedagogici.
    Non sempre è sufficiente infatti la buona volontà degli operatori, quella spinta di cambiamento che animava i primi educatori dei pionieri. Non solo perché l'entusiasmo per una società nuova e di stampo socialista si è andato affievolendo, ma perché il mondo è cambiato. Diventa fondamentale riflettere su quanto l'evoluzione scientifica, economica, quanto il progresso incida sull'evoluzione dell'Api e sulle nuove difficoltà che incontra. Non si tratta più infatti dei primi anni di lavoro e di entusiasmo per la crescita della Repubblica italiana, imperniata sui valori di una Costituzione democratica; si vive piuttosto in una fase di disillusione, dovuta alla reale situazione politica, un paese governato dalla Dc, alle problematiche economiche ancora vive, e a una società che subisce sempre più il fascino per modelli culturali americani di progresso, di boom economico, di comodità, di beni superflui. È soprattutto una nuova visione della vita importata dagli Usa che si scontra con un programma educativo come quello dell'Api. In che termini? Il messaggio americano di prosperità accessibile e di benessere hanno una chiara influenza sulla società italiana, determinano il suo avvio a una fase di maggior industrializzazione e di consumismo. La sinistra aveva per tutti gli anni cinquanta avuto un atteggiamento antitetico verso i modelli culturali giunti dall'America: sul piano ideologico lo scontro era accesissimo, i contatti degli Stati Uniti con la Democrazia Cristiana, il rigido anticomunismo degli Usa, l'influenza americana sull'economia italiana con gli aiuti del piano Marshall avevano portato a rifiutare qualsiasi simbolo, oggetto, prodotto appartenente a quella cultura. Inevitabilmente però gli anni cinquanta, ma soprattutto sessanta, rappresentano il boom economico: in Italia arrivano la televisione e la moda dello scooter. Del resto anche il progresso tecnico-scientifico ha fatto la sua strada, nuovi mezzi di comunicazione e maggior industrializzazione sono realtà ben diverse da quelle vissute alla fine della seconda guerra mondiale. La vita non è più la stessa, anche per i ragazzi. Le loro esigenze infatti sono nuove e diverse: i giochi di una volta non bastano più ad entusiasmarli e si ricollega a questa problematica la necessità di qualificare l'attività dell'Api. Gli alti ideali a cui l'opera dei pionieri si ispira rimangono validi e attuali, una solida coscienza civica per un cittadino consapevole ed impegnato, ma bisogna fare i conti con le novità. Ci sono ancora i ragazzi lavoratori (braccianti, artigiani, apprendisti), sintomo di una società e di un paese ancora arretrati, ma ci sono anche i sintomi della modernizzazione, dell'industrializzazione di una parte del paese.
    La crescita economica ha come presupposto il lavoro umano, uno dei principi su cui l'Api improntava molti dei suoi programmi. Come nei primi anni di attività, così al IX consiglio, tenuto nel 1958, la valorizzazione del lavoro dell'uomo rimane alla base dell'educazione dei pionieri. Per gli anni seguenti lavoro e futuro cittadino sono ancora due occasioni di impegno.
    Quale può essere in questi nuovi anni la caratteristica principale dell'Api che la differenzi dalle altre associazioni? Nell'Api si legano ancora i grandi contenuti ideali dell'educazione socialista e soprattutto democratica con esperimenti e tecniche pedagogiche, l'Api è l'incontro tra i valori e la pratica, uniti insieme per l'educazione del ragazzo. Vi è una costante e reale attenzione al mondo circostante, che deriva proprio dai valori e dai principi della morale Api, volta ad insegnare il senso di responsabilità civile e sociale in quelli che saranno gli adulti del domani. Educazione patriottica, amicizia, solidarietà, interesse per il lavoro e i lavoratori, contribuiscono a crescere il futuro cittadino della Repubblica e si fissano per tutta l'esperienza dell'Api come i tratti dominanti, senza riuscire a mutare, a tenere il passo con la società.
    Considerare la realtà circostante implica per i dirigenti una consapevolezza delle difficili condizioni politiche del paese e ancora una volta della scuola italiana. La Chiesa di Pio XII e l'attivismo dell'Azione Cattolica hanno fomentato il più duro accanimento verso le forze della sinistra; nonostante la laicità proclamata dalla Costituzione, hanno agito per penetrare nella società italiana, nei problemi organizzativi, educativi, politici di uno Stato laico.
    Dopo anni di lotta del movimento democratico per ottenere una scuola migliore, un'istruzione estesa ed obbligatoria, dopo anni di rivendicazioni, di impegno per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo problema, alla fine degli anni cinquanta la Dc comincia a preoccuparsi del settore educativo, presentando il piano Fanfani. L'interpretazione che la sinistra ne dà, compresi i dirigenti Api, è di un progetto che non raccoglie la spinta innovativa del movimento popolare, bensì quella di una classe dirigente che non vuole troppi cambiamenti. Il piano Fanfani non prevede infatti l'istituzione della scuola dell'obbligo uguale per tutti fino ai quattordici anni, ma una scuola che dopo i dieci anni discrimini gli studenti e permetta di proseguire gli studi solo con il sistema delle borse di studio per merito. Inoltre, la divisione di classe esistente nello stato italiano con la scuola media, gli avviamenti e le post-elementari verrà mantenuta e consolidata dal progetto Fanfani. La sinistra ritiene che l'istruzione obbligatoria riguardi tutti i giovani. Il problema non è solo di stampo educativo pedagogico, bensì politico; l'Api dunque si deve impegnare in questa battaglia politica culturale assieme a tutto il movimento operaio e democratico per ottenere un rinnovamento dei contenuti e dei sistemi scolastici. La riforma della scuola è l'obiettivo e la strada da percorrere. I rapporti tra politica ed educazione sono sempre all'ordine del giorno nei progetti dell'associazione, così come la partecipazione dei ragazzi alle grandi battaglie per la pace e l'emancipazione.
    Attraverso l'analisi dei programmi Api si giunge al 1958, l'anno in cui si compiono i dieci anni di vita dell'Associazione Pionieri. Più precisamente si celebrano i decennali ufficiali dell'Api, ma nelle varie province come Reggio Emilia o Bologna si erano già tenute le celebrazioni, poiché la frammentarietà con cui sorse il movimento dei pionieri italiani negli anni che vanno dal 1947 al 1951 rendeva impossibile una larga e unitaria celebrazione del decennale. Quella del '58 è comunque un'occasione di autoesame dell'opera educativa compiuta, un'occasione per fare un bilancio di lavoro. Il successo maggiore è sicuramente quello di aver impedito un completo monopolio clericale nel settore educativo e di aver saputo raccogliere quell'entusiasmo seguito alla guerra di liberazione, di aver saputo legare i gruppi spontaneamente formatisi, dando loro una direzione, un orientamento, collegandoli al mondo degli adulti. Sono stati dieci anni di lotta politica per contrastare l'offensiva clericale e imporre un nuovo tipo di educazione, nel rispetto della personalità del bambino e dei valori costituzionali. Maggiore importanza viene assumendo l'esperienza Api se si considera che "l‘organizzazione è del tutto libera e volontaria, priva di mezzi, spesso di sedi proprie e di attrezzature capaci di interessare e attrarre i ragazzi." Per tutto il periodo di esistenza dell'associazione pionieri, gli ideali e gli strumenti di lavoro sono rimasti sempre molto simili.
    Alla fine degli anni cinquanta l'esperienza Api va ad esaurirsi. Non si tratta propriamente di un'estinzione, perché dal punto di vista numerico l'organizzazione era ancora consistente; è il significato di un'attività come quella dei pionieri a perdere di importanza. Non è semplice spiegare perché. Non è sufficiente dire che le altre organizzazioni come l'Udi si assunsero progressivamente compiti, come quelli assistenziali, che erano dell'Api, svuotando quest‘ultima di importanza. Vi sono motivazioni più profonde che hanno portato allo scioglimento dei pionieri. Cerchiamo di vederle. In un incontro tenutosi a Bologna nel mese di giugno del 1959 si stabilì, per decisone della direzione del Pci, di rinunciare ad una direzione nazionale dell'Associazione Pionieri d'Italia. Questa decisione comportò lo scioglimento degli organismi nazionali. Non tutti, fra cui il segretario Pagliarini, furono d'accordo sulla decisione: anni di lavoro e di impegno in campo politico ed educativo non potevano essere cancellati così. Non era pensabile infatti l'ipotesi di annullare totalmente i risultati raggiunti, soprattutto perché rappresentavano un momento di crescita e di rinnovamento nel panorama educativo italiano. Di conseguenza non si poteva rinunciare così facilmente al significato dell'associazione e alla sua esistenza. Quale l'obiettivo di una simile decisione? Si vuole contribuire allo sviluppo di una maggiore varietà di forme di lavoro e di organizzazione, alla creazione di un movimento di ragazzi più largo ed esteso. Il contenuto di un lavoro più che decennale non andrà distrutto e disperso, sarà la forma ad essere differente. Si annulla così l'aspetto nazionale dell'associazione, che ha avuto uno sviluppo effettivamente limitato a varie provincie, per sciogliere quell'unica formula organizzativa che conduceva ad un carattere di anomalia e di schematismo. L'Api non è stata in grado di crescere come tutte le altre organizzazioni di sinistra - la Fgci, l'Udi, le cooperative e i sindacati - e non ha saputo probabilmente rispondere adeguatamente a tutte le esigenze dei ragazzi. Non si rinuncia allora alle concezioni educative sperimentate, ma si prospetta invece un diverso progetto di lavoro, mirante a coinvolgere i ragazzi non solo su un piano ideale, ma soprattutto pratico. Nello stesso tempo sciogliere la direzione nazionale non implica porre in discussione tutte quelle organizzazioni locali, provinciali dei pionieri che funzionano e hanno una solida base. Questi nuclei operativi resteranno e si svilupperanno in consonanza ai nuovi progetti educativi, continuando ad assolvere la loro funzione di raggruppamento e di educazione dei ragazzi.
    Sembra che tra le tante motivazioni, tra cui ricordiamo la mancanza di mezzi e i limitati risultati numerici, vi siamo due fatti da considerare per lo scioglimento dei pionieri: il progetto per una riforma della scuola, che si sarebbe concretizzata nel 1962, e l'ipotesi di un governo di centro-sinistra che cominciava a prospettarsi. Il maturare del problema della riforma scolastica anche negli ambienti della Dc, la battaglia in corso in quegli anni per la creazione di scuole materne statali e per l'adeguamento dei vari istituti scolastici ed extrascolastici alle esigenze moderne e alle norme costituzionali da parte della sinistra, spostarono l'attenzione generale per i problemi educativi sulla scuola pubblica. Siamo al passaggio dall'ideologia dell'anti-scuola (l'Api si era sempre battuta per cambiare quest'istituzione e per integrare, supplire, contrastare la sua impostazione, le sue carenze e insufficienze) a quella della riforma della scuola, che distinguerà la sinistra negli anni sessanta. Una scuola pluralista e laica, la cui centralità venne evidenziata maggiormente dalle due aree ideologicamente contendenti, che la considerarono il luogo migliore per dare la formazione di base al cittadino.
    Mentre il Pci si rivolse ad un campo più ampio che non la singola azione dell'Api, la Democrazia Cristiana, in particolare la corrente morotea, avendo intrapreso il progetto per un governo di centro-sinistra, si trovava a dover mutare la sua stessa politica nel settore della scuola e dell'educazione. Maggior valore bisognava attribuire alle questioni poste dalla sinistra, che già dal '55 aveva dato per esempio vita ad una rivista specifica "Riforma della scuola" e si avviarono quindi le discussioni per la riforma, per la lotta all'analfabetismo, per un impegno finanziario nell'edilizia scolastica che verrà concretizzato con il piano decennale '59-'69. Da parte comunista è possibile forse una pari sensibilità all'ipotesi del centro-sinistra e quindi una maggior accondiscendenza ad eliminare quelle attività, come l'Api, ancora segnate da un violento scontro con il mondo cattolico e prerogativa di un progetto comunista. Del resto, per la sinistra, la possibilità di realizzare nel campo dell'istruzione e dell'educazione una riforma della scuola capace di proporre un insegnamento unico e uguale per tutti dai sei ai quattordici anni, delle strutture para-inter-post scolastiche, fondando tutto ciò su un'idea nuova, laica, basata sui principi di giustizia, di tolleranza ideologica, di democrazia, ispirata alla Costituzione Repubblicana, non poteva essere che la concretizzazione di alcuni propri obiettivi; ogni elemento di attrito con i cattolici doveva essere eliminato. Del resto l'Api era stata sempre caratterizzata da motivazioni politiche e ideologiche, aveva fatto parte di uno dei due blocchi in cui l'Italia degli anni cinquanta era divisa; e nel 1960 si considerò concluso sia quel periodo che quell'esperienza. La situazione politica che si avviava lentamente all'esperienza governativa del centro-sinistra, e la fine del periodo della guerra fredda, ponevano anche al Pci il problema della modernizzazione e di una nuova visione del rapporto adulti-ragazzi. L'abbandono dell'esperienza Api, caratterizzatasi sempre come attività di tipo extra-scolastico, si può forse leggere come un risultato raggiunto a livello istituzionale.
    Secondo Carlo Pagliarini, da allora, giusto o no che fosse, quell'atto segnò l'inizio di una stagione che ancora non si è conclusa e che caratterizza la sinistra e il mondo laico italiani per un loro sostanziale disimpegno rispetto a forme di organizzazione e autoeducazione dei ragazzi. Dal nostro punto di vista, il progetto Api fu abbandonato perché considerato settario e di parte, perché nei progetti della sinistra la scuola avrebbe supplito anche alla funzione dell'Api. Sicuramente l'abbandono di un progetto di associazionismo per ragazzi come quello dei pionieri ha segnato la perdita di una comunicazione diretta con i ragazzi da parte della sinistra. Questo processo di cambiamento nei rapporti tra adulti e giovani testimonia l'evoluzione dei rapporti generazionali tra un decennio e l'altro, il passaggio dei tempi e i cambiamenti di costumi come nel caso della militanza. Si attenuano l'attivismo che aveva distinto gli anni cinquanta, la partecipazione politica, e la stessa frequentazione di luoghi come le Case del Popolo, sedi di una socialità ricreativa e politica, ma grandi centri di aggregazione. Secondo Giorgio Triani, il ruolo delle Case del Popolo muta con l'arrivo degli anni sessanta: "Non più cuore e rappresentazione anche fisica del potere popolare, non più centro di elaborazione politica, non più risposta totale ai bisogni dei lavoratori, esse si trovano ad essere ridotte al rango di semplici luoghi d'incontro frequentati da una popolazione la cui età media si è notevolmente alzata e al cui interno i giovani calano vistosamente. Le cause della frattura generazionale, che impediscono il ricambio di idee e uomini, sono molteplici, ma soprattutto riconducibili alla fine – avvenuta ufficialmente nel 1960 – del movimento giovanile organizzato nell'Api, che era sorto nell'immediato dopoguerra e aveva trovato la sua sede naturale nelle Case del popolo".
    Non tralasciamo dunque il fatto che l'Api avesse rappresentato un'esperienza di militanza per genitori, lavoratori, e operatori, che fosse stata anche luogo di vita politica. Per la sinistra italiana aveva avuto più significati: era stata un'occasione per affermare il diritto di difendere la vita dei giovanissimi, per aprire le loro coscienze agli ideali della giustizia, della fratellanza, del lavoro; era stata motivo di lotta e di lavoro per dare alle famiglie dei lavoratori quell'assistenza prevista dalle leggi costituzionali; era stata la contrapposizione alla secolare e monopolizzatrice azione delle forze cattoliche per una propria linea e forma educativa; era stata infine un momento di aiuto ai ragazzi nella comprensione delle lotte condotte dai genitori.
    Con la conclusione dell'Api, occasione di lavoro politico, pratico e di contatto con i ragazzi, terminò l'unica iniziativa avviata dalla sinistra italiana nel settore infantile. Contemporaneamente continuò l'attività di studio e sperimentazione pedagogica con riviste come quella fondata nel 1960 da Ada Marchesini Gobetti "Il giornale dei genitori", strumento di battaglia educativa, propagatore di idee e temi ispirati a principi democratici. Iniziò un nuovo mercato editoriale e culturale, dovuto sia allo sviluppo dei mass-media che al mutamento della società, con la pubblicazione delle opere di Gianni Rodari presso l'editore Einaudi e uno sviluppo più ampio per tutti gli anni sessanta della letteratura di sinistra per l'infanzia.


 

 
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