Il partito vive una lacerazione profonda, ormai in ogni parte d’Italia e perfino nelle federazioni
estere. Compagne e compagni che decidono di abbandonare la militanza, che spesso decidono di
abbandonare anche il partito, in alcuni casi governato da gruppi dirigenti incapaci di ascoltare, meri
esecutori di una linea nazionale non discussa, replicata pedissequamente nei territori. Spesso il
ruolo del centro è stato quello di occuparsi burocraticamente delle questioni aperte sui territori,
scegliendo di stare con la maggioranza, prescindendo dal merito delle questioni, usando in qualche
caso la Commissione Nazionale di Garanzia come uno strumento lacerante per tagliare i ponti con i
compagni che proponevano punti di vista critici nei riguardi dei gruppi dirigenti territoriali.
Si è cercato negli ultimi anni di esorcizzare il dibattito, di allontanare il confronto, quasi questo
potesse amplificare la fragilità della nostra organizzazione e del nostro progetto. Si è avvertita una
prassi organizzativa e politica tendente più alla lotta interna, intesa come consolidamento del
controllo del partito ed appropriazione fideistica dei gruppi dirigenti territoriali, invece di
privilegiare l’azione politica esterna che, nei fatti, è stata limitata, resa meno credibile proprio da
questi fenomeni.
Si sono selezionati i gruppi dirigenti più sulla base di un principio di fedeltà che di effettiva e reale
capacità, si è scelto l’elemento auto-conservativo per garantire un’applicazione acritica di una linea,
che come dimostrano le ultime scelte, era più evocata che concretamente praticata.
Coloro che ritenevano centrale il tema delle relazioni a sinistra e della costruzione territoriale delle
condizioni per unire la sinistra sono stati spesso marginalizzati, indicati come coloro che volevano
sciogliere il partito, come i nemici del partito. I veri nemici del partito sono coloro che vogliono
tenerlo recluso nell’isola deserta, pensando che si possa continuare una guerra che è conclusa ormai
da anni.
Il nostro partito deve essere aperto, deve investire sulle nuove generazioni, deve educarle alla storia
dei comunisti italiani, del loro senso pratico, della loro alta concezione delle istituzioni
democratiche, di quel profondo rispetto per il pluralismo ed il confronto democratico, per quel
senso di appartenenza alla comunità nazionale, che ha permesso, con un’opera attenta anche di
educazione e di apertura a tutte le culture del mondo, di trasformare militanti in classe dirigente per
il Paese. È triste vedere la rappresentazione in sedicesimi di modelli culturali e di pratiche organizzative politiche, che il Partito Comunista Italiano aveva abbandonato dalla fine degli anni
’50.
Il Partito Comunista Italiano non è mai stato né corsaro né giacobino, ha sempre valutato le proprie
azioni e le proprie scelte politiche con un unico metro: se queste erano o no utili alla classe
lavoratrice di questo Paese e se ne avrebbero o meno portato un beneficio.
Noi vogliamo un partito che rispetti le compagne ed i compagni, che li faccia sentire a casa propria,
che consenta loro di poter fare ciò che ritengono più giusto per il raggiungimento degli obiettivi che
insieme ci si dà. Vogliamo un partito che sul piano territoriale apra una fase di collaborazione e di
lavoro comune con le altre forze della sinistra, che partecipi alla costruzione delle case della
sinistra, che ne stimoli la creazione, invece di mandare circolari che prescrivono l’esatto contrario.
Vogliamo un partito che pratichi ciò che afferma, una qualità fondamentale nel metro di giudizio
delle donne e degli uomini della sinistra italiana nei confronti dei loro partiti. Noi, in quest’ultima
torsione identitaria, non siamo stati diversi dagli altri, abbiamo per anni proposto un progetto per
poi pensarne e praticarne uno opposto, usando la giustificazione della sconfitta elettorale e non
vedendo la sconfitta del gruppo dirigente.
Vogliamo un partito che sia comunità, che stimoli le persone ad aderire sulla base di un progetto
politico che favorisce l’elaborazione politica teorica e pratica, che esce dai tatticismi e produce
cultura, cultura popolare, che sta nei quartieri, nelle periferie, nei paesi, non per fare azione di agitprop,
ma per aiutare le persone a risolvere i problemi concreti, quelli quotidiani, un partito che cerca
di colmare i vuoti e le solitudini di questa nostra società parcellizzata.
Questo nostro Congresso deve essere chiaro, senza infingimenti ed evitare che la nostra discussione,
legittima, che espone finalmente le nostre diversità all’interno del nostro partito, di tutti e non di
qualcuno, possa essere causa di ulteriori lacerazioni o ancora peggio motivo scatenante di
strumentali accuse di frazionismo. Il Congresso deve poter garantire una discussione franca tra le
compagne e i compagni senza che nessuno ne strozzi il dibattito, che dovrà essere serio e
costruttivo, rinsaldando l’unità di azione delle comuniste e dei comunisti, in un quadro finalizzato
all’azione per la costruzione di una sinistra più larga e plurale.
Il futuro gruppo dirigente deve essere scelto per capacità e non per fedeltà, a tutti i livelli, a partire
da quello centrale. Dovrà essere un gruppo dirigente che raccolga gli appelli che da ogni parte
d’Italia sono arrivati, spesso inascoltati, al centro perché si affrontino le questioni non tagliando i
ponti verso le compagne ed i compagni, includendo e legittimando il dissenso, le diversità.
Un gruppo dirigente che pratichi il principio dell’incompatibilità etica e politica tra incarichi politici
ed istituzionali, dividendo nettamente il ruolo del controllato dal controllore, spezzando le logiche
fideistiche che spesso si creano sul piano territoriale.
In quest’ottica, in quella di un partito che cambia le proprie modalità di convivenza civile e politica,
pensiamo vada superato il centralismo democratico perché portatore di logiche che mortificano la partecipazione dei compagni alle fondamentali decisioni che devono accompagnare un processo
politico ed organizzativo, oltre che alla formulazione di una proposta programmatica per il nostro
Paese. Riteniamo che l’opinione delle compagne e dei compagni non debba essere oggetto di
delibere di partito, di torsioni organizzative del dibattito.
Quello che noi proponiamo è un partito che vuole evitare l’ulteriore errore di mitizzare i leader,
anche perché non c’è più nulla da mitizzare. Vogliamo un partito comunità, di tutte e di tutti.
Ci auspichiamo che questo sia il congresso della riappropriazione: perché è di questo che abbiamo
bisogno, perché la sinistra deve riappropriarsi del suo ruolo in questa società, a difesa del lavoro e
degli ultimi ritornando ad una presenza di massa nei territori.
Perché i comunisti devono anch'essi riappropriarsi del loro ruolo fondamentale nella costruzione di
una nuova Sinistra unita e di governo e non unita per il governo
Perché noi dobbiamo riappropriarci del nostro partito che ha perso nel tempo la sua caratteristica di
essere luogo della discussione libera e a volte aspra, ma sempre vera.
Perché una volta la politica coltivava grandi progetti di cambiamento sociale e oggi si fa dettare
l’agenda dalla pancia della società.