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    European Socialist
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    Congresso PS - Relazioni congressuali

    Relazione
    Riccardo Nencini


    (Bozza)


    Giusto iniziare il nostro congresso ricordando la campagna italiana contro la pena di morte e due storie del Novecento che hanno conculcato la libertà e l’indipendenza di due nazioni.
    Di fronte al sopruso del diritto internazionale non esiste ragion di Stato. Candidammo allora Jiri Pelikan alle elezioni europee. Chiediamo oggi al governo italiano di non essere presente alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino.

    - Primo congresso vero da molti anni. Giusto così. E’ bene che un partito nuovo nasca da un confronto politico forte e ricerchi le ragioni dell’unità nella sua sede nazionale. Qui.

    - Apriamo il congresso sotto un segno felice: la rielezione di Pia alla guida dell’Internazionale Socialista Donne.

    - E’ anche il primo congresso di partito che si tiene coinvolgendo gli iscritti. Potrà apparire un paradosso ma nessuno dei congressi di altri partiti, né a destra né a sinistra, ha seguito questo schema. Una tradizione da riprendere anziché affidarsi ad assemblee di un giorno che battezzano il leader.

    - Sarà un congresso rivolto al futuro e interamente dedicato all’Italia. Parleremo poco degli altri e molto di noi, dell’orizzonte nel quale intendiamo collocarci.

    Viviamo in un tempo infisso nella spirale dell’angoscia, alimentata da un timore reale sulla perdita del nostro benessere. Percepiamo la globalizzazione come un evento eversivo e ci chiudiamo in comunità delle quali ci fidiamo, diffidenti verso tutto ciò che è diverso.
    L’Italia è ferma: meno lavoro, in forte ribasso i consumi e l’incubo della quarta settimana che si allarga ormai sul 34% delle famiglie, la previsione dell’invarianza sulle buste paga prossime venture, un reddito pro capite crollato del 13% rispetto ai Paesi UE.
    L’Italia non è un’eccezione ma qui il fenomeno di una povertà diffusa è più rilevante che altrove. Il segno pubblico ne sono le mense della Caritas e delle parrocchie, affollate di italiani, e la distribuzione dei prodotti sugli scaffali dei supermercati.
    La paura sta diventando compagna di vita, colpisce i ceti più popolari e l’antico ceto medio, naviga tra gli scogli appuntiti della insicurezza personale
    Il nesso tra politica e paura è l’impronta del tempo.

    Berlusconi ha ridisegnato il suo partito per interpretare al meglio questo binomio. Ha sostituito l’ottimismo delle origini, l’azzurro pacificatore dei toni con tinte più fosche, con il motto ‘Dio, Patria, Famiglia’. Al contrario, nel centro sinistra è prevalsa l’incapacità di sintonizzarsi con il pessimismo diffuso, l’incertezza nel proporre un’agenda adeguata a bisogni vissuti come impellenti. Una visione burocratica ed elitaria, di una autoreferenzialità supponente, sconfitta dagli elettori con un voto – una punizione - che mai l’Italia aveva conosciuto, nemmeno nel ’48 degasperiano.
    La fine dei grandi partiti ha acuito debolezze storiche le cui origini recenti risalgono all’unità d’Italia, ad un conflitto mai risolto tra Stato e Chiesa, tra nord e sud. Faglie profonde sorte per assenza dello Stato, divenute squarci nei quali lo Stato spesso si è perso, tagli che poteri mai eletti hanno coltivato come una benedizione.
    Eppure la sicurezza nelle società contemporanee sta aumentando. E’ un altro il fenomeno che si staglia come un fantasma di fronte a noi: una divisione diseguale delle ‘ sicurezze conquistate’, la certezza che il ricco sarà più ricco ed il povero più povero, la consapevolezza che le conquiste del ventennio scorso stiano sprofondando in una voragine che toglie aria a chi sta nel mezzo e a chi si dibatte sul fondo.
    Più del malcontento dichiarato dovremmo temere l’apatia, il ripiegamento della speranza, l’indifferenza.
    La crisi della nostra democrazia è tutta in questo timore che annichilisce i sogni, nell’usura di istituzioni mai riformate in maniera risoluta dopo anni ed anni di transizione, negli errori – gravi – che la politica ha commesso, e nelle risposte cui in troppi si sono affidati.
    Sostituzione della partecipazione con la delega ai ‘nuovi pastori delle plebi’ ed a tribuni dell’antipolitica profumatamente pagati da enti pubblici alla ricerca dell’audience, cure parziali – dalle ronde dei volontari, all’esercito nelle città, alla Carta prepagata ( dei 4,6 miliardi dalla Robin Hood tax solo 260 milioni andranno ad alimentarla!) che allevierà i primi bisogni ma sa tanto di filantropia caritatevole – anziché un progetto di riscatto e di rinnovamento.
    In questo connubio tra nuova destra e soluzioni transitorie contro la paura, nel trapassato connubio tra questioni irrisolte e una turba vociante di partiti di governo, la parola ‘libertà’ ha perso diritto di cittadinanza e il bisogno è rimasto orfano.

    DOBBIAMO RICOMINCIARE DA QUI PERCHE’ QUELLE PAROLE TORNINO NELLA LORO CASA NATURALE, PERCHE’ VENGANO CONIUGATE CON SPERANZA E FUTURO, PERCHE’ LA STORIA CHE PER PRIMO SCRISSE ANDREA COSTA NELLE AULE DEL REGNO – ‘ Io sono qui, da solo, ma la mia voce non accompagnerà i vostri baratti ‘ – SIA ANCHE LA STORIA DI UN’ITALIA DIVERSA.

    Per farlo dobbiamo avere un partito. E quel simbolo, quel colore e quel nome ci bastano e ci basteranno.

    Il Partito che nasce oggi sarà un partito nuovo, destinato all’Italia del futuro.
    Se dobbiamo intraprendere un cammino avventuroso, conviene distogliere lo sguardo dai confini che ci hanno visto nascere.
    Le radici del socialismo italiano saranno il salvadanaio dei nostri valori perché il passato non è mai stato per noi una terra straniera.
    E’ la buona storia dell’Italia che lavora, è il secolo delle conquiste dei diritti sociali e delle libertà individuali di chi è sempre stato dalla parte giusta.
    E’ l’Italia della maestrina di ‘Cuore’, del Metello di Vasco Pratolini e delle SMS, delle Cooperative e del primo sindacato, di Mara protagonista della ‘Ragazza di Bube’ – Nada Giorgi nella vita, che solo ieri ci ha ricordato come questo sia l’unico partito in vita tra quelli che scrissero la Costituzione.
    E’ l’Italia dei buoni sentimenti e della dignità, l’Italia di Annina nel ‘Dolore perfetto’, che aspetta la morte serena, felice di aver vissuto e di aver combattuto al pari di donne e di uomini che hanno rischiato la vita nella Resistenza, votato per la Repubblica, spinto il boom economico, sostenuto i socialisti al governo quando proposero scuola pubblica, statuto dei lavoratori, divorzio, il Trattato europeo in un continente liberato dove gli Stati fossero sovrani e l’Unione Sovietica un ricordo lontano.
    E’ l’Italia che ha sofferto in silenzio, l’Italia della famiglia Calabresi dopo la perdita del padre, di Mariella Magi Dionisi che piange sulla bara del marito ucciso da Prima Linea con una figlia che cresce dentro di lei – domani sarà con noi -, di Tobagi e di Aldo Moro e di tutti quelli che hanno servito una Repubblica zoppicante.
    E’ l’Italia del ‘made in Italy’ prodotto da una miriade di imprese, del ‘piccolo è bello’ e della fatica quotidiana.
    Non era, quella, un’Italia buonista. Non c’è mai stata conquista di civiltà senza una lotta, senza un forte impegno morale e civile, senza ‘prendere parte’.
    ‘ Il coraggio è merce più cara del petrolio, la viltà invece si vende per poco ‘. Lo disse a un collega che non amava la vita di trincea in Vietnam Oriana Fallaci, socialista a modo suo.
    Non è mai stata, la nostra, un’Italia al tramonto, impaurita e incerta.
    Di questa Italia siamo cittadini orgogliosi ma di questo travaglio non portiamo responsabilità.
    Un unico ministro socialista in quindici anni. Bravo ma non il Re Mida della mitologia.

    SENZA I SOCIALISTI, UN’ITALIA PIU’ POVERA.

    Dobbiamo pensare a un partito che sia un modello di partecipazione aperta, un partito che dia la sua risposta alla crisi della democrazia italiana ed al conformismo delle idee costrette in un pericoloso pensiero unico da quando i partiti hanno cessato di esistere.
    Un partito che sia un ‘modello’ anche per gli altri partiti.
    Il Partito Socialista, proprio perché erede della cultura laica europea, avrà una forte identità nazionale, sarà il ‘partito dei cittadini’ e della democrazia repubblicana.
    Il Partito sarà federale, avrà un corpo leggero e intelligente al centro, articolazioni forti nei municipi e nelle regioni cui verranno delegate funzioni di rilievo.
    Avrà gruppi dirigenti profondamente rinnovati, sarà aperto ad associazioni e club, avrà iscritti e coinvolgerà in circoli tematici le donne e gli uomini che vorranno condividere la nostra storia futura.
    Si avvarrà di esperti per definire le sue iniziative, tornerà ad essere il luogo prediletto della cultura e delle libere intelligenze e coinvolgerà nelle singole campagne pubbliche Associazioni dei Consumatori e Comitati Civici.
    A congresso concluso inizieremo un percorso che ci porterà ad una Convenzione Programmatica ed agli Stati Generali del Lavoro e della Conoscenza.
    Organizzerà ‘Primarie delle idee’ sulle questioni che stanno nel cuore dei cittadini. E quanto prima un referendum aperto a tutti gli elettori di una sinistra ondivaga nelle sue collocazioni per capire se la famiglia del socialismo europeo sia divenuta d’un tratto – e noi non ce n’eravamo accorti - la famiglia Addams.
    Sorgerà una nostra ‘Fondazione’, non un museo di magnifiche icone ma uno strumento di lavoro che, con ‘Mondoperaio’ e con ‘ l’Avanti della Domenica ’, si bagni nella società italiana, coinvolga intellettuali e giovani universitari e dia loro voce, faccia esprimere ‘idee anomale’ anziché offrire l’ennesima tribuna ai santi protettori del conformismo imperante.

    Il Partito Socialista sarà un partito laico ma alieno dall’ortodossia dell’opposto e fermo nella difesa dei diritti civili. Manifesti con il simbolo socialista affiancato al posteriore di una starlette non li vedrete più affissi in nessuna città. Sappiamo ancora distinguere tra provocazione e cattivo gusto!
    All’ondata neoguelfa che percorre l’Italia, resa palese nel ‘bacio dell’anello’ del pontefice da parte del Capo del Governo, occorre rispondere non solo presidiando il confine tra legge e fede, tra etica pubblica e moralità privata, ma soprattutto arricchendo la politica di contenuti etici forti e vincolanti.
    Dobbiamo essere consapevoli che la separazione tra Stato e Chiesa ha assunto contorni imprevisti e terre ignote ci aspettano. Riconoscere alla Chiesa il diritto di intervenire su bioetica, libertà di ricerca, diritti di terza generazione non significa attribuirle un primato. Sono i silenzi dei partiti ciò che dovremo sfidare nel nome del primato dello Stato e dei suoi legittimi poteri nel trattare questi temi.

    Il Partito Socialista sarà un partito garibaldino e corsaro, attento a ciò che avverrà fuori dal suo perimetro.
    Ricordate la vignetta di Altan : ‘Alle volte mi vengono idee che non condivido’?. Le sue idee saranno le nostre, quelle che la sinistra conservatrice accantona prima ancora di pensarle.

    Staremo sulla frontiera che separa le sfide del futuro dalla conservazione, come facemmo negli anni ’80 quando il partito di Craxi impose il rinnovamento e si immerse in una società radicalmente cambiata, e faremo della INCLUSIONE, del MERITO, del RISCATTO DELLA LIBERTA’ la bussola per orientarci e per tracciare il profilo di un’Italia diversa.


    Da tempo il ‘presente è il futuro’ anche se l’Italia stenta ad accorgersene.
    Il presente è futuro nelle trasformazioni rutilanti, nella corsa della società della conoscenza, nell’urlo disperato di una generazione alla ricerca di un destino migliore.
    Diritti sociali e libertà civili si intrecciano senza chiedere il permesso né alle ideologie né alle gerarchie ecclesiastiche e le nuove ‘politiche della rassicurazione’ corrono lungo confini inconsueti.
    O accettiamo questa sfida o il mondo che ci circonda ci sembrerà irriconoscibile.
    In tre ambiti spendiamo la nostra esistenza ed è lì che i socialisti staranno per ristabilire un clima di fiducia che favorisca merito, talento, inclusione, sicurezza, a partire dal lavoro, dalla scuola, dal funzionamento degli istituti della democrazia.
    Fra l’Italia di ‘un Dio, una patria, una famiglia’ e quella dei capipopolo che invocano mussolinianamente i magnaccia da un trattore c’è una terza Italia, operosa, creativa, sbandata.
    E’ un’Italia che ha un nome, colori, passione civile. E’ lì che dobbiamo andare per farci sentire.

    A. Uno dei sette operai deceduti alla Thyssen di Torino non era sposato. Conviveva e aspettava un figlio. La legge non prevede nessun beneficio per la sua compagna, per l’amore di una vita.
    E’ la storia, aggravata, di una delle vedove di Nassiriya cui non fu consentito di partecipare ai funerali dell’uomo amato perché convivente. Una ingiustizia suprema che non fa onore all’Italia.
    Ingiustizia che si somma al dramma: un operaio ed un servitore dello Stato che muoiono durante il loro lavoro. Donne che soffrono abbandonate fuori della porta. Salvo che nelle norme in vigore nel Parlamento Italiano. Lì il vitalizio gode di reversibilità ben oltre il matrimonio! O si toglie o lo si allarga!
    Il riconoscimento delle UNIONI CIVILI da tempo rappresenta una questione sociale. Non siamo solo noi e gli amici radicali a sostenerlo.
    Ci si sposa più tardi soprattutto per insicurezze maturate nel mondo del lavoro, per i 18/30enni spesso lavoro precario. Si aspetta a ‘formalizzare’ una storia, si esce più tardi dalla famiglia. Eppure nascono figli cui non possiamo riconoscere un ‘diritto minore’ nell’accesso alle scuole materne, nella gratuità dei libri di testo, nella possibilità di vivere in una casa acquistata dai genitori ricorrendo a mutui agevolati. In Italia è successo anche questo! Rappresentano, questi figli, il 18,6% dei nati (fonte ISTAT) e sono in aumento.
    Se guardiamo all’istruzione e agli ammortizzatori sociali per i giovani, l’Italia occupa un disarmante ultimo posto in Europa.
    Solo un italiano su sei ha meno di trent’anni. Gli under 35 al potere rappresentano lo 0,1% del totale (in Germania il 14%, in Cina il 29%). Tre giovani su dieci hanno un lavoro a un anno dalla fine degli studi. Di questi, tre su quattro – almeno 3.200.000 - sono precari, irrigimentati in 48 diverse tipologie di contratto atipico. In taluni casi, merce lavoro scambiata come fosse materia prima.
    I nostri ragazzi non sono i ‘bamboccioni’ descritti da Padoa Schioppa.
    ‘Se potessero – ha scritto il sociologo Marzio Barbagli – fuggirebbero da case vuote e da famiglie spesso distrutte ‘.
    Uno spreco di talenti, di creatività, un’Italia più povera, con politiche sociali compatibili con una società industriale e con nuclei familiari-tipo degli anni Sessanta: padre occupato, madre casalinga, figli che lavorano subito dopo l’adolescenza. Una fotografia sbiadita di un’Italia che non c’è più.
    O ci guadagniamo la fiducia di un’intera generazione restituendole speranza o non avremo né le donne né gli uomini per governare gli straordinari cambiamenti che ci aspettano.

    Chiederemo a un pugno di giuslavoristi di scrivere le fondamenta di un PATTO TRA GENERAZIONI che prenda vita da una ridefinizione profonda del più consuetudinario degli stati sociali, inadeguato a fronteggiare le domande che la globalizzazione impone.

    Proporremo al Governo l’adozione di un ‘CONTRATTO DI CRESCITA’ vincolato alla formazione per quanti cercano occupazione, forme di sostegno temporaneo al reddito per quanti devono passare da una professione ad un’altra e l’attivazione di programmi per l’edilizia residenziale pubblica (40.000 alloggi in Francia, poco meno in Spagna, 1800 in Italia).
    Insomma, il profilo di una WELFARE COMMUNITY che associ alla flessibilità la gestione del rischio investendo di più sui servizi di base, sulle politiche del lavoro e sulla formazione.

    Chiederemo ai parlamentari riformisti di adottare le nostre proposte.
    E chiederemo al sindacato di sostenerci in questa campagna, di osare di più, di tornare ad essere il sindacato delle origini – quello che tutelava i più deboli – e non solo il rappresentante di legittimi diritti acquisiti le cui scelte siano determinate da una maggioranza di pensionati e di potenti categorie organizzate.

    La PRIMA CAMPAGNA PUBBLICA sarà questa. Estendere libertà civili e diritti sociali a tutte le famiglie, nulla di più, nulla di meno da quanto prevede la ‘Carta di Nizza’.

    La SECONDA CAMPAGNA PUBBLICA investirà ‘flessibilità e mobilità del lavoro’, non per rimuovere la Legge 30 ma per applicare a tutti gli occupati le protezioni previste dal diritto del lavoro. Pensiamo, insomma, ad un articolo 18 Bis chiamato a tutelare chi rischia di sprofondare in un precariato permanente.
    In una Italia che vanta bassi indici di natalità, bassi livelli di istruzione, il minor numero di donne occupate e il più tardivo ingresso nel mercato del lavoro conviene battere fino in fondo questa strada, la stessa sulla quale i brigatisti hanno incontrato la pervicacia innovativa di Marco Biagi e D’Antona.

    B. Promuovere il merito, il talento, la creatività non è di destra. Una certa tendenza all’egualitarismo – che non è l’uguaglianza - è stata ed è propria di una certa sinistra.
    La meritocrazia è un sistema di valori che promuove la qualità delle persone indipendentemente dalla loro provenienza (art. 34 della Costituzione).
    In una società dove le gerarchie sociali si formano e si stabilizzano grazie alla famiglia (i 4/5 dei figli non si spostano dallo stato sociale dei padri, soprattutto nel mondo delle professioni) e la mobilità sociale è pressoché nulla, il merito individuale, la responsabilità, le eccellenze devono essere valutate, rispettate, premiate. A cominciare dalla scuola e per finire con il mondo del lavoro.
    Corsi con valutazione finale anziché semplici attestati di frequenza per i docenti, maggiore autonomia per gli istituti scolastici, riconoscimenti economici ai migliori tra i docenti, investimenti nelle discipline scientifiche e nella ricerca (‘libera ricerca’ come statuisce l’art.33 della Carta), costituzione di università di eccellenza al posto della miriade di piccole università disseminate lungo la penisola, restituzione ai corsi di laurea di un senso compiuto ( esami di ‘cucito’ e ‘progettazione dell’evento finale’ lasciamoli fuori dalle aule universitarie), famiglie che investano nell’istruzione per migliorare la vita dei figli.
    La scuola deve premiare gli studenti migliori. Se i risultati sono uguali per tutti saranno sempre i figli di chi ha già conquistato una posizione a prevalere.
    Anziché marciare verso Barbiana, anzichè sollevare il vessillo di Don Milani, che riteneva la bocciatura scolastica un atto di discriminazione e il merito uno strumento per perpetuare le differenze, conviene andare nei laboratori del LENS, non lontano da qui, dove un gruppo di precari ha aperto la via ai PC del futuro.
    Nell’Italia agraria e provinciale degli anni Cinquanta faceva bene il prete eretico a rivendicare il diritto all’istruzione per i ceti meno abbienti, donne e uomini che – spesso studiando e lavorando assieme – uscirono da un destino segnato. L’ascensore sociale iniziò a funzionare così e l’Italia conobbe la più grande trasformazione della sua storia. Poi, dopo il 1968, l’ascensore ha via via rallentato fino a fermarsi completamente. L’annullamento della selezione per merito ha generato diplomi come ‘pezzi di carta’ e lauree con il ‘voto politico’.
    Noi non amiamo la retorica, nel nostro pantheon manteniamo Codignola – che la scuola la cambiò davvero – e ci apprestiamo a combattere su un altro fronte.
    Da sempre i più forti fanno ‘fortino’: rallentano il ricambio (l’età media della classe dirigente è di 62 anni), confidano su conoscenze e cooptazione e così facendo ingrigiscono un panorama correttamente definito del ‘familismo amorale’.
    Il ministro Brunetta intende assumere il merito quale criterio di valutazione. Bene. Anzi, molto bene. Si affidi allora ad organismi indipendenti anche la valutazione dei servizi a rilevanza pubblica, a cominciare dagli erogatori di beni necessari alla vita di ogni giorno: energia, telefonia, acqua, e ne vedremo delle belle. Si pensi solo alle voci improprie che moltiplicano il peso delle bollette!

    Sarà questa la TERZA CAMPAGNA PUBBLICA: il merito coniugato alla responsabilità.

    C. L’Italia nella quale vogliamo vivere è l’Italia repubblicana della Costituzione.
    La corsa infinita nel testimoniare fedeltà ai dettami ecclesiastici ci ha fatto dimenticare la causa prima di un conflitto combattuto da pochi in difesa dello spirito costituzionale: la considerazione che il magistero della Chiesa sia il fondamento vincolante della civiltà, che la radice di ogni male consista nel rifiutarlo, che la democrazia delle maggioranze, la scienza, la libera ricerca e la libertà di coscienza appartengano al regno dell’errore. Secondo questo pensiero, soltanto gli uomini di fede sarebbero capaci di dare un senso alla vita. In alternativa, indifferenza, relativismo, egoismi, l’epitaffio di Dostoevskij ‘Senza Dio tutto è permesso’.
    E invece esiste nella libertà una ricerca morale altrettanto forte, degna almeno quanto lo sia la via della fede.
    Nel nome dell’ossequio, la passata legislatura lascia un’eredità pesante quanto al destino dei diritti di terza generazione.
    Testamento biologico, unioni di fatto, fecondazione artificiale sono lì a ricordarci l’impotenza dell’Unione. Non si è tenuto conto che si trattava di materie riguardanti la vita dei cittadini senza altro aggettivo, decisioni che non meritavano l’angustia di un cassetto ma l’obbligo per i parlamentari di assumersi una responsabilità pubblica, quella per la quale sono stati eletti.
    La messa in discussione della Legge 194 ha avuto una forte evidenza fin dalla campagna elettorale e nell’incontro tra Capo del Governo e Pontefice l’autorità dello Stato ne è uscita ferita.
    Queste considerazioni non hanno niente a che fare con l’anticlericalismo o con un laicismo di maniera. Hanno molto a che fare, invece, con la tenuta della fragile democrazia italiana e con conquiste di civiltà già infisse nell’ordinamento europeo.

    D. La sovranità ‘perfetta’ dello Stato e l’autorevolezza delle sue istituzioni sono la condizione perché la lunga traversata del deserto della democrazia italiana si concluda presto ed in modo condiviso. Sapevamo che ‘non era camminata di palagio’ eppure, a partire dall’inizio degli anni Novanta, poco è stato fatto per riformare istituzioni logorate dall’incuria, da decisioni opinabili, dal vento impetuoso del capitalismo finanziario e dei mercati globalizzati.
    Ilvo Diamanti ha definito questa Italia ‘una repubblica inventata da Berlusconi, fondata sul berlusconismo e sull’antiberlusconismo’; un modello che ha fatto rapidamente strada, emulato com’è dal suo maggior antagonista politico.
    Si è tentato insomma di superare la crisi della Prima Repubblica consegnando le decisioni e la loro attuazione a leadership costituzionalmente non configurabili, confidando in una ‘democrazia fiduciaria’ fattasi forte con il linguaggio dell’antipolitica e presto infrantasi sugli scogli.
    Negli ultimi quattordici anni si sono succeduti nove governi e si sono sfarinate maggioranze all’interno della stessa legislatura (nel 1994-96 ed in quella successiva) nonostante i vertici della classe politica avessero festeggiato il raggiungimento dell’approdo ad un bipolarismo di stampo europeo.
    L’annuncio della nascita della Seconda Repubblica sorprese gli italiani alle soglie della campagna elettorale del 1994. Ancora oggi stiamo discutendo se esista davvero o se non sia stata un’invenzione giornalistica.
    La riforma del Titolo V della Carta costituzionale siede da tempo in un traballante limbo.
    Sono cresciuti a dismisura gli istituti pubblici con funzioni di governo del territorio. Anzichè unificare le competenze e sciogliere gli enti divenuti inutili, l’unica operazione conosciuta è stata la somma, mai la sottrazione.
    Difficile districarsi tra consorzi, autorità, circondari, circoscrizioni, città metropolitane e province, comunità montane e società della salute, comuni, regioni, Spa pubblico-private dove spesso il pubblico è controllore e controllato.
    E’ stato con il cambiamento della legge elettorale e non con la via maestra della riforma della Costituzione che il sistema parlamentare scelto dal costituente è stato modificato in profondità.
    In ultimo, il federalismo fiscale, usato dalla Lega come una clava e raramente posto in sinergia con un accrescimento dell’efficacia dell’azione pubblica.
    Partiti liquidi, istituzioni flessibili, ripetute invasioni di campo tra i tre poteri sovrani, trionfo del trasformismo e un ‘tirare a campare’ all’insegna di un nuovismo che non è mai stato consapevole revisionismo.
    Lo sforzo si è concentrato interamente sulle leggi elettorali. Si è partiti dalla fine anziché dall’inizio con il risultato che la crisi di sistema è irrisolta nonostante siano cambiati i governi.

    Urge una GRANDE RIFORMA che spinga la democrazia fuori da una crisi troppo lunga e la rinnovi profondamente. Istituzioni riformate cui affiancare una democrazia economica vera, occidentale.
    Impossibile difendere il potere d’acquisto se lasceremo banche, assicurazioni, aziende dell’energia e il primo operatore della telefonia fare cartello e perpetuare monopolio.
    Impossibile tutelare i diritti dei risparmiatori se l’intreccio di interessi tra aziende, banche e società di consulenza persiste fino a rendere possibile casi come quelli di Cirio e di Parmalat.

    Urgono leggi che favoriscano la partecipazione dei cittadini prima che i governi locali assumano decisioni definite su questioni che ipotecano il futuro. Ne esistono in Francia e nel nord Europa e funzionano.
    Urge riconsegnare agli elettori il potere di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento.
    Alle liste di candidati compilate dai vertici dei partiti deve pur esserci un’alternativa. Una si chiama ‘voto di preferenza’.
    E’ una riforma necessaria chiamare i sedicenni alle urne per eleggere il livello di governo a loro più vicino – quello comunale. In Austria hanno già osato di più.
    Urge un federalismo fiscale dove chi riceve fondi dia conto del loro utilizzo, dove il sistema dei trasferimenti abbandoni il criterio della spesa storica che premia l’inefficienza, dove vi sia corrispondenza tra esborso e tassazione.

    Dedicheremo al tema più di una giornata di lavoro e pretenderemo che venga concesso a chi non siede in parlamento di godere del ‘DIRITTO DI TRIBUNA’ sulle questioni istituzionali e costituzionali.
    Regole nuove da scrivere assieme, maggioranza ed opposizioni, dal centro alle regioni, secondo uno spirito costituente cui affidare la definizione dei poteri del premier, il bilanciamento tra i tre poteri, il ruolo degli organismi di controllo, fino alla stesura di statuti regionali compatibili con i maggiori poteri attribuiti alle Regioni.


    - La domanda che i socialisti devono porsi non è dunque dove si sta ma come ci si sta e per fare che cosa.
    A chi vuole schedare i bambini rom bisogna rispondere con indignazione e basta. Non si tratta, come sostiene il Ministro degli Interni, di ‘moralismo ipocrita’. I dizionari della lingua italiana non hanno incertezze: è razzismo senza altri aggettivi!
    Altra cosa è consentire a tutti i cittadini la sicurezza necessaria applicando la formula: ‘buoni con i buoni, cattivi con i cattivi’, ospitali con chi è in regola, duri con chi delinque.
    Nel 2007 vi sono stati quasi 200.000 arresti, il 50% dei nuovi detenuti è straniero. Solo 1 su 4 resta in carcere per più di dieci giorni. Dov’è la certezza della pena?
    A pena accertata e dunque da scontare, invece, il vecchio Parlamento ha risposto con un provvedimento sul quale si dilungano le ‘ Avventure di Pinocchio’.
    Il giovane imperatore, reduce da una grande vittoria, volle che fossero aperte le carceri. ‘Se escono gli altri, voglio uscire anch’io’ – disse Pinocchio. ‘Voi no perché non siete del bel numero’ – rispose il carceriere. ‘Domando scusa ma sono un malandrino anch’io’.
    L’indulto non era proprio il primo dei provvedimenti che un governo avrebbe dovuto assumere.
    Politica dell’accoglienza non significa spalancare le porte a tutti sapendo di poter soddisfare soltanto i bisogni di pochi. Vi è al fondo un buonismo peloso, spesso un solidarismo borghese che pensa di risolvere la questione immigrazione con il paternalismo ottocentesco.
    Ospitare chi è nella condizione di pericolo, accogliere quei migranti che possiamo far vivere dignitosamente, combattere in modo uniforme fenomeni dilaganti quali la prostituzione, l’abusivismo, lo spaccio, rivitalizzare i centri storici, potenziare i mezzi delle forze dell’ordine. Queste sono le priorità.
    Il vecchio modello multiculturale era basato sul riconoscimento dei gruppi e dei loro diritti, secondo un malinteso senso di rispetto per le differenze che si è rivelato talvolta letale.
    La nostra democrazia, invece, non può essere neutrale dal momento che si ispira a valori fondati sulla uguale dignità delle persone. E’ ai diritti delle persone che occorre guardare non alle consuetudini delle comunità immigrate quando quei costumi sono lesivi delle libertà individuali (caso infibulazione in Toscana).
    La strada maestra è coniugare la tutela dei diritti della persona con una posizione ferma contro il permissivismo ecumenico.

    L’orgogliosa rivendicazione della nostra autonomia va messa al servizio di alleanze compatibili con un’idea nuova dell’Italia e con un’idea nuova del riformismo, non può essere testimonianza, bandiera infissa sulla torre della solitudine, vessillo di una superbia sterile.
    L’evoluzione bipartitica del sistema politico italiano è tutt’altro che conclusa. Anzi. Pare stanca ed afflitta. E questa evidenza ci consegna una seconda opportunità.
    Nasce simbolicamente circa sei mesi fa con una serie di comunicati congiunti – concordati? – cui si associa in ultimo il Presidente della Camera. La Triplice inneggiante al bipartitismo coatto sanciva in un colpo non l’inizio di una guerra vittoriosa ma la Caporetto della sinistra italiana.
    Si trattava di una semplificazione imposta, del tentativo di riesumare il mito sconfitto del centauro per trasferirlo nell’Italia delle istituzioni, una semplificazione che si cercherà di riproporre manipolando le leggi elettorali per Europee e Regionali. Leggi ‘ à la carte’, ormai , come i piatti della ‘Trattoria di Rumorino’. Alla richiesta del menù l’oste rispondeva: ‘Non ce n’è bisogno. Faccio tutto ‘. Apriva l’Artusi e s’arrangiava. Già: si arrangiava. Il ristorante chiuse per mancanza di clienti.
    Europee e Regionali non sono il campo di gioco ideale per un campionato a due squadre. Parlo di partiti che abbiano storia, identità, futuro, non di partiti usaegetta.
    Se è vero che gli italiani non amano il proliferare dei partiti e le coalizioni litigiose è altrettanto vero che hanno bocciato il progetto politico che si proponeva quale alternativa al centro-destra sia per il giudizio sferzante sul Governo Prodi sia per non aver ritenuto quella proposta adeguata a disegnare un futuro credibile.
    In effetti, è difficile trovare una sola corrispondenza tra ciò che è stato detto alla fine dell’inverno e ciò che è avvenuto nel cuore della primavera, a urne ancora calde.
    Coalizione unita, omogeneità programmatica, gruppi unici. Tutto scomparso, come la Sinistra dal Parlamento italiano.
    Ricorderò soltanto la solennità delle dichiarazioni rilasciate da di Di Pietro il giorno di San Valentino: ‘ L’I.d.V. sottoscriverà il programma che ha come candidato premier Walter Veltroni. Subito dopo, i due partiti daranno vita ad un unico gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato ‘. Amen.
    Meglio un sistema bipolare, coeso nelle due parti in competizione grazie alla condivisione di un progetto, di un programma di governo, di un leader scelto di comune accordo anche attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini.

    In democrazia, più del dialogo, serve il riconoscimento legittimo, la consapevolezza che chi ha vinto le elezioni ha titolo per governare.
    Noi non abbiamo mai considerato Berlusconi una sorta di Lucifero in doppio petto. Altri rischiano di cadere, seguendo la strada del ’94, in un baratro, fornendo al Presidente del Consiglio una illimitata assicurazione sulla vita.
    Troppe oscillazioni in un tempo troppo breve tra opposizione morbida e richiamo alla piazza, tra accordo generalizzato sui massimi e sui minimi sistemi e una rottura implacabile.
    Se nei mesi scorsi l’agenda politica veniva fissata dal leader dell’opposizione, oggi le priorità vengono indicate dal capo del governo e dal capo dell’opposizione meno rappresentativa. Brutta storia!
    Brutta storia che nell’Italia in crisi si discuta da sedici giorni sedici di giustizia e solo di giustizia.
    Brutta storia il tentativo di bloccare 100.000 processi.
    Brutta storia la deriva forcaiola che come un’ombra si sta allungando su gran parte della sinistra.
    In tutti questi anni non abbiamo mai cambiato idea.
    Non rinunciamo alla responsabilità civile dei giudici, al risarcimento integrale dei cittadini ingiustamente danneggiati da sentenze inique, a ripensare l’obbligatorietà dell’azione penale.
    Non rinunciamo a sostenere come buona la separazione delle carriere.
    Giuseppe Ayala ha di recente ricordato sul punto il pensiero di Giovanni Falcone, aprendo una finestra su chi lo osteggiò nella nomina alla Superprocura e sui socialisti che lo difesero, Claudio Martelli in testa.
    ‘Una indubbia anomalia – è Falcone che parla - l’unicità delle carriere, estranea, non a caso, a tutti gli ordinamenti dei più importanti paesi occidentali’.
    ‘E’, insomma, indispensabile avviare un percorso riformista per riconquistare la denominazione di Stato di diritto, ognuno con le sue responsabilità perché occuparsi di giustizia significa occuparsi di igiene sociale’. Le parole sono di Enzo Tortora. Le ha scritte la sua compagna, Francesca Scopelliti, in una lettera inviata al congresso.
    Ciò che i socialisti non faranno è associarsi ad una condotta ondivaga che sostiene la magistratura quando colpisce gli avversari politici e si indigna quando si ritiene abbia leso i propri diritti.
    Il caso ‘intercettazioni’ è lì a dimostrarlo.
    La Repubblica del 29 luglio 2007. Un ministro: ‘ Ci sono stati episodi scandalosi in cui materiali senza nessuna attinenza con l’inchiesta Unipol sono andati sui giornali ‘. E un altro ministro: ‘ Non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba’.
    Perché cambiare idea, allora, quando si pubblicano le intercettazioni relative a veline ed attrici?
    Se si trattava di uno scandalo due anni fa, lo scandalo delle intercettazioni e della loro pubblicazione rimane due anni dopo. Tertium non datur.
    Avremmo invece preferito conoscere nei particolari, allora non ora, come Parmalat rifilò un bidone senza uguali a 85.000 famiglie, una stecca di 17 miliardi di euro – con la complicità di un pezzo del mondo creditizio – che ha messo in ginocchio migliaia di piccoli investitori.
    Converrebbe adottare fuori dalle aule giudiziarie il monito di San Buonaventura: ‘La giustizia si pasce di silenzio ‘.

    La strada maestra dell’opposizione al Governo è quella che lo incalza sui fatti, sui provvedimenti annunciati e sulle decisioni assunte, sulle tasse che dovevano essere ridotte e invece saranno aumentate nei prossimi cinque anni.
    Si chiama ‘ riformismo pragmatico ‘.
    Difficile realizzarlo quando convivono almeno sei diverse opposizioni, tre delle quali implose nello schieramento che candidava Walter Veltroni alla guida del Paese.
    Nonostante gli impegni formali assunti di fronte a un’Italia perplessa, dopo le elezioni i Radicali hanno mantenuto una loro delegazione autonoma e non hanno sciolto il partito, l’Italia dei Valori ha costituito i suoi gruppi parlamentari dopo aver goduto del ‘voto utile’ e ha rafforzato il partito, il PD ha formato un governo ombra monocolore.
    Un quadro scoraggiante, l’ulteriore dimostrazione del fallimento di un bipartitismo forzato.
    Le uniche alternative possibili ad una convergenza tra le forze riformiste di opposizione di ispirazione democratica, cattolica e socialista sono il rifugio nell’angolo dell’antagonismo radicale o uno sterile richiamo alla piazza.
    C’è da chiedersi quanta credibilità conservino ancora la salma di Lenin che si vorrebbe trasformare in amuleto per il futuro, il pacifismo a senso unico scagliato perfino contro le missioni di pace e l’ennesima riedizione di un giustizialismo sconfitto per tre volte dagli italiani.
    La prima mossa spetta al PD. E non c’è molto tempo per farla.
    In questo mese si terranno tutti i congressi dei partiti della Sinistra Arcobaleno, il capo del Governo terrà aperto il fronte ‘giustizia’ con la testa degli italiani impegnata a far quadrare i conti della famiglia e martedì 8 luglio non sarà soltanto Santa Priscilla.
    Veltroni ha dichiarato che non sarà della partita. Ha fatto la scelta giusta. Colga allora l’occasione per sciogliere un apparentamento che altrimenti si rivelerà letale.
    Tra una opposizione matura e responsabile che spinge il governo ad occuparsi di un’Italia in difficoltà e cortei che fanno del lodo Alfano e delle intercettazioni telefoniche, delle critiche al Presidente della Repubblica e dei mal di pancia nel P.D. il sogno estivo degli italiani, non è possibile sbagliarsi.
    La piazza dell’8 luglio, a leggere le adesioni pervenute, non sarà quella della sinistra sociale né quella dei precari e degli studenti.
    Sarà la piazza di chi ha già prenotato lunghe vacanze esotiche senza l’ingombro di ombrellone e ciambella gonfiabile. Auguri.
    Noi, invece, ci riserveremo per martedì una bella sorpresa!

    O ci si allontana, subito e con nettezza, dagli estremismi o ne resteremo travolti.
    Il punto è che Di Pietro non gioca per vincere. Gioca per crescere.
    Un esercito composito fatto di alabardieri, picche e mezze picche raccolto da un conestabile in nulla diverso dai suoi predecessori, maestri nel vezzeggiare Comuni e Signorie.
    Si rilegga Machiavelli: ‘ Chi tiene lo Stato suo fondato sulle armi mercenarie non starà mai sicuro perché sono ambiziose e senza disciplina. Dei loro capitani non te ne puoi fidare perché sempre aspireranno alla grandezza propria ‘.
    Una opposizione credibile ha titolo per costringere la maggioranza ad affrontare in urgenza il tema delle riforme istituzionali.
    Le continue tensioni tra vertici della Repubblica, le incursioni su singoli articoli della Carta, il superlavoro cui è chiamato il Capo dello Stato – che abbiamo saggiamente proposto e votato due anni fa – non aiutano l’Italia a rimettersi in piedi.

    Accanto alla stagnazione economica c’è questa seconda emergenza.
    Sulla prima aspettiamo che il Governo mantenga gli impegni; sulla seconda concordino invece un percorso costituente tutte le forze politiche che hanno a cuore il destino della Repubblica.


    In luglio si concluderanno i congressi di tutti i partiti della Sinistra Arcobaleno.
    Con quanti, in quell’area, intenderanno avviarsi sulla strada della costruzione di una sinistra di governo, pragmatica e riformatrice, cercheremo di condividere le nuove battaglie politiche.

    Chiuso il Congresso, ci impegneremo a tessere rapporti, anche federativi, con i movimenti ed i partiti liberaldemocratici che condividano con noi programmi di lavoro, idee ed obiettivi.

    La sinistra avrà bisogno di un asse riformista attorno al quale riconoscersi, rinnovarsi, ritrovarsi, un pacchetto di mischia forte che si richiami alle esperienze socialiste e laburiste vincenti in Europa.
    E’ una questione antica e mai del tutto risolta.
    Una delle ragioni delle grandi sconfitte della sinistra italiana al termine delle fasi di transizione è sempre stata la presenza di un forte tasso di massimalismo. Potremmo addirittura risalire al 1860, alla debacle del repubblicanesimo democratico di fronte all’incipiente moderatismo sabaudo, per tracciare una parabola ancora in vita.
    1948, 1994, 2008, ma non tra il 1963 ed il 1964 né all’inizio degli anni Ottanta.
    Nel 1948 De Gasperi trionfò sul Fronte Popolare. Priva di Saragat, l’alleanza socialcomunista venne vissuta dagli italiani per quello che era: un’alleanza tra partiti estremi. Sinistra battuta.
    Nel 1994 la ‘meravigliosa macchina da guerra’ alimentata da giustizialisti e rifondatori dà inizio ai successi del Polo del Buongoverno. Sinistra battuta.
    Nel 2008, un centro sinistra logorato dalla finta vittoria del 2006, da litigiosità e contrasti permanenti lungo l’asse riforme-conservazione e da una leadership coabitante e in conflitto subisce una disfatta senza uguali. Sinistra battuta.
    I riformisti si impongono, invece, quando affrontano la transizione con idee innovative, coraggio e disegnando un futuro condiviso.
    Esaurito il centrismo, la svolta che porta al centro sinistra porta il nome di Pietro Nenni, di Riccardo Lombardi, di Ugo La Malfa, di Fanfani e di Aldo Moro. Una scelta coraggiosa che fece bene all’Italia.
    Esaurita la fase del compromesso storico, quindici anni dopo, è il nuovo corso imposto da Craxi a dettare i tempi nella politica italiana.
    Scelte coraggiose cui sono seguiti governi efficaci.
    Questo asse riformista, oggi, ancora non c’è.



    Anche noi abbiamo fatto errori.
    Non avevamo la forza per impedire la rottura della federazione dell’Ulivo, vincente nelle europee del 2004 e nelle regionali dell’anno successivo, ma dovevamo sottolineare di più i limiti programmatici dell’Unione, l’equilibrio instabile costruito da Prodi per non scontentare la sinistra radicale e ogni genere di potere forte, la soave leggerezza di Padoa Schioppa, il ministro per il quale – con le famiglie alle prese con la quarta settimana - ‘pagare le tasse è bello’.
    Non dovevamo, quando è iniziata la dissoluzione del quadro politico, rifugiarsi in un attendismo inerte nella speranza che Prodi ‘ce la facesse’.

    Non è stato, invece, un errore presentare il nostro simbolo alle elezioni politiche. Enrico Boselli e i compagni della Costituente hanno fatto la scelta giusta, un atto di dignità politica e di coerenza.
    Sconfitto alle elezioni, Enrico si è assunto la sua parte di responsabilità dimettendosi. Un gesto coraggioso e insolito nella politica italiana. L’aver tenuto in vita una storia in un mare periglioso è già di per sé un atto di coraggio. Io c’ero, noi c’eravamo e non dimentichiamo.

    Nella recente assemblea nazionale del PD, Veltroni ha dichiarato: ‘ Noi rispettiamo l’autonomia che i socialisti rivendicano e pensiamo che sia non solo interesse ma valore comune creare le condizioni per ritrovarci apprezzando reciprocamente l’identità di ognuno’.
    AUTONOMIA e IDENTITA’ sono per noi condizioni irrinunciabili! Valevano ieri, valgono oggi!
    Nenni, 3 gennaio 1923: ‘ Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile ‘.
    E’ da questa considerazione elementare che dobbiamo ripartire, dalla consapevolezza che esistono riformisti organizzati in partiti diversi.
    Uno scenario non lontano da quello che governa città e regioni in larga parte d’Italia.

    Molti tra i leaders di partito interverranno domani. Li ascolteremo con rispetto ed attenzione e valuteremo come si conviene le parole del segretario del PD.
    Ascolteremo e lo inviteremo a stare con noi sulla frontiera dove si incrociano diritti sociali e libertà civili.

    Tre scadenze ci aspettano nei prossimi due anni e le affronteremo allo stesso modo: iscrivendo nel futuro il partito che nasce ed affidandoci ad un progetto durevole.

    - Un asse riformista, primarie di coalizione per scegliere i vertici di Comuni, Province e Regioni, programmi condivisi e sottoscritti, ‘Primarie delle idee’ per individuare le questioni calde in ogni città. Con l’obiettivo di tornare a farsi riconoscere per le cose che facciamo e rafforzare la rete della nostra presenza locale.
    - Prevediamo fino da ora qualche puntata oltre la frontiera. Nessun comandamento autorizza i grandi a parlare con tutti e vieta ai piccoli di intrattenere relazioni politiche. Andremo a guardare cosa succede nei partiti ‘regionali’ nella loro evoluzione municipale e apriremo la strada ad un dialogo con l’UDC che non si fermi alle riforme istituzionali.

    Stringeremo ancora di più i legami con il PSE in vista delle Elezioni Europee.
    Nella primavera del 2009 gli italiani troveranno sulle schede elettorali il simbolo socialista. E non si cerchi di barattare lo sbarramento elettorale del quale si discute con esigenze di governabilità e stabilità. Con il P.E. non hanno niente a che fare.
    Sarebbe un errore se il PD si associasse ad una operazione di basso profilo, maldestra e ingiustificata.
    Quanto alla polemica sull’appartenenza al PSE, non l’abbiamo avviata noi. Si tratta di un fatto che abbiamo commentato, ponendo un paio di domande, quando Francesco Rutelli ha reso nota la sua opinione in merito.
    L’appartenenza ad una delle famiglie europee non è questione afferente l’ideologia e i sacri testi. Più semplicemente è una questione politica e come tale va affrontata.
    E’ un problema che si è posto anche A.N. che aderirà al PPE in men che non si dica.
    Sappiamo bene – fu Craxi a porre la questione nel 1990 – che di fronte a ciclopici mutamenti si rendono necessarie opportune revisioni. Ma una cosa è farlo da una collocazione indefinita, altro aderendo ad un programma, ad un gruppo, ad una storia non desueta per poi allargarne i confini.
    Tony Blair, il più lontano dalla tradizione del socialismo continentale, non ha mai pensato di far uscire i laburisti dall’alveo storico della sinistra inglese ed europea.

    Temo però che il punto sia non solo nella impossibilità di chi proviene da esperienze cattoliche organizzate a convivere con sigle che si richiamano al socialismo ma anche nell’imbarazzo di dirigenti che furono diessini a ritenere naturale e vincolante l’approdo socialista.
    Quanto pesi il passato è evidente.
    Qualche giorno fa Piero Fassino, in viaggio verso il Congresso dell’Internazionale Socialista, ha dichiarato che ‘ad Atene vi sarebbe stata una delegazione dei DS per non disperdere l’enorme patrimonio di collegamenti internazionali che offre quella sede ‘. D’altra parte – ha aggiunto – è una scelta simile a quella della Margherita che mantiene la propria affiliazione al Partito Democratico Europeo ‘. Ma non erano diventati un partito solo?
    La certezza della collocazione internazionale non è un accidente.
    Implica indirizzi di voto condivisi nel Parlamento Europeo, programmi elettorali cui attenersi, strategie comuni per leggere l’Europa allargata, misure e provvedimenti da assumere.
    Quanto la conferma di Massimo D’Alema alla Vice Presidenza dell’Internazionale Socialista inciderà lo vedremo presto. Non si spiega facilmente ad una massaia e ad un politologo come si possa stare con ruoli dirigenti nell’Internazionale Socialista e, al contempo, evitare di sedersi tra pari nel Gruppo del P.S.E.


    Per disegnare questo futuro, compagne e compagni, non basta ricomporre una diaspora.
    Servono libertà delle idee, passione politica e civile, una organizzazione autonoma, ed una scommessa senza rete. Senza rete per tutti.
    Qualità che non abbiamo mai dimenticato in anni tanto difficili.
    Oggi la Costituente Socialista si scioglie in un partito nuovo.
    Oggi è un giorno felice.
    Via le etichette di provenienza, via le appartenenze partigiane.
    E’ il nostro dovere, è il vostro dovere: spingere la nostra storia nel futuro prossimo rinnovandola completamente dandoci intanto l’obiettivo di concludere in modo unitario il congresso.
    E’ il coraggio che Vasco Rossi riversa negli occhi chiari di Sally: ‘ Sally ha già visto che cosa ti può crollare addosso / ed un pensiero le passa per la testa / forse la vita non è stata tutta persa ‘.

    Buon inizio compagni.

  2. #2
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    Relazione
    Pia Locatelli



    (Bozza)

    Care compagne e cari compagni,

    Presento qui oggi a voi una mozione politica, e una candidatura, nel modo più normale del mondo: avendo chiesto ai nostri iscritti di scegliere, democraticamente, una proposta politica di fronte ad altre proposte. Era dal 1981, al congresso socialista di Palermo, che i socialisti non erano chiamati a scegliere in questo modo: da allora, il richiamo all’unità era stato per noi un imperativo, prima in nome della difesa dell’autonomia del partito dalle opposte pressioni della Democrazia Cristiana e del Pci. Dopo la crisi di Tangentopoli, i dissensi sono diventati non dialettica ma diaspora: ogni dissenso terminava in una divisione, in un altro partito o gruppo che innalzava una bandierina socialista. Oggi, noi cerchiamo di fare qualcosa di normale, di chiamare il congresso ad una discussione politica trasparente, magari accesa, in una situazione storica straordinaria. E non mi riferisco qui soltanto alla situazione del nostro partito, di una comunità di uomini e donne legata da comuni ideali e aspirazioni che versa in una condizione difficile, se non drammatica.
    Mi riferisco alla situazione del Paese, che vive una situazione di crisi democratica, politica, sociale ed economica. Se perdiamo di vista il Paese, la nostra vicenda diventa secondaria, e una discussione intorno al nostro ombelico davvero poco interessante. Non solo: non capiremmo cosa è accaduto, in termini di perdita di consensi elettorali e di radicamento elettorale, senza guardare fuori da questo palazzo dei congressi.
    Una crisi di democrazia: una condizione di bipartitismo imposto, a causa di una legge elettorale che deforma in maniera notevole la volontà popolare, sia in maniera preventiva, penalizzando e scoraggiando il voto per i partiti non coalizzati, sia a consuntivo, con un doppio sistema di premio di maggioranza e sbarramento inaudito nelle democrazie occidentali.
    Una crisi politica: l’opposizione parlamentare sembra incapace di sviluppare una credibile alternativa al terzo, e brutto, governo Berlusconi. Dopo aver lavorato più alla distruzione degli alleati del centrosinistra che alla vittoria sul centrodestra, dopo aver legittimato una partnership con Berlusconi certo non dichiarata ma evidente agli occhi degli italiani, il Partito Democratico si trova privo di un’agenda di opposizione. Dopo aver cercato l’inciucio sulla legge elettorale per le europee, scopre improvvisamente che Berlusconi, fa i suoi interessi e governa da solo. E comunque governa da solo. E dopo questa bella scoperta, si annuncia…una grande manifestazione di piazza per settembre ! Apprezziamo che dopo tante primarie all’americana si riscoprano i buoni, vecchi cortei, ma una volta i cortei si convocavano sull’onda di una grande indignazione. La manifestazione di piazza dopo Ferragosto rappresenta purtroppo molto bene un’opposizione che tornerà dalle vacanze forse abbronzata, ma completamente inefficace. Meno male che c’è il Socialismo europeo: le migliori iniziative di opposizione sono venute dalla coscienza morale della vicepremier spagnola Teresa De la Vega, dal nostro capogruppo Martin Schulz, che hanno discusso e denunciato la demagogia e la tolleranza complice con il razzismo e la xenofobia del governo italiano, che non ha in questo paralleli con gli altri gabinetti di centrodestra europei.
    Una crisi sociale: Berlusconi, Fini e Bossi hanno vinto manipolando un disagio profondo della Nazione, che ha poi trovato nello sfruttamento delle ansie e della paura sulla sicurezza il suo sfogo, e negli stranieri il capro espiatorio. Noi dobbiamo tornare a parlare alla persone, offrendo fiducia, speranza, e naturalmente idee e progetti. Quello che ha vinto in queste elezioni è un sistematico, cinico sfruttamento dell’ansia e dell’insicurezza: in un Paese che ha paura del futuro. L’Italia non ha paura perchè sottoposta ad un’invasione barbarica, ha paura perchè invecchia, e troppi anziani soli, e soprattutto anziane sole, si sentono vulnerabili. Venute meno le reti familiari e di quartiere, poco adeguati i servizi sociali, a volte con l’unica compagnia della badante, una donna di quell’esercito senza volto di “stranieri” descritto minaccioso e inquietante, che si trasforma in una presenza amica quando assume una fisionomia, un nome e una storia. Il Paese ha paura perchè i giovani temono di non avere lo stesso futuro decente e sicuro dei loro genitori, che avevano la loro età negli anni 70 e 80, quando una laurea era una certezza di scalata sociale e il lavoro, una volta ottenuto, durava tutta la vita. Il Paese ha paura perchè non fa figli, e non c’entra il relativismo morale nè l’edonismo dei laici, c’entra il tardivo ingresso delle donne nella carriera, la necessità di lavorare in due, la carenza di servizi per l’infanzia e sostegno alla maternità. In un paese che si proclama cattolico e attento ai valori della famiglia, si spende un’energia enorme per impedire le famiglie gay, ma il sostegno alle cure parentali, per i padri e per le madri, l’apertura delle scuole materne, non suscita lo stesso entusiasmo. Le famiglie, in genere, hanno la sensazione di dovercela fare da sole, senza poter contare sull’aiuto dello Stato. C’è da stupirsi che le tasse, questo fondamentale vincolo di lealtà e solidarietà comunitaria, siano contestate apertamente o evase nascostamente ? Il problema non è, per la gran parte dei nostri concittadini, di sottrarsi ai loro doveri, ma della delusione e della frustrazione per un carico fiscale che sembra offrire un’adeguata contropartita nè in servizi nè in infrastrutture.
    E qui veniamo alla crisi economica: che è in primo luogo crisi e spreco della principale risorsa del nostro Paese, l’intelligenza. Giovani cervelli in fuga, spreco di risorse umane nel mancato accesso delle donne al lavoro. Spreco dell’intelligenza è anche il carico burocratico e la difficoltà quotidiana tra imprese, famiglie, cittadini e apparato amministrativo lento e inefficiente. Occorre una grande iniziativa di semplificazione burocratica, e di trasparenza fiscale, che ripristini la fiducia tra Stato e cittadini, secondo criteri europei di sostenibilità finanziaria. Penso soprattutto al Nord, a quelle regioni padane che hanno i più alti indicatori non soltanto di reddito ma anche di associazioni della società civile, di volontariato, di partecipazione civica. Non è, il Nord, una landa desolata di capannoni, anche se il disordine urbanistico, viario ed ambientale di una crescita non ecologicamente sostenibile pesa in termini di qualità della vita: è la culla del riformismo, del movimento cooperativo, è Turati, Prampolini, Matteotti. Se non abbiamo il Nord, se non interveniamo nel divario che si è aperto tra il Nord e il resto della Nazione, le radici del riformismo italiano sono tagliate. E’ a rischio il progetto nazionale ed è a rischio il progetto europeo.
    Io credo che per tutto questo la classe dirigente del partito, il PD, che si dichiara partito unico del riformismo italiano sia inadeguata. I riformismi italiani sono plurali, devono essere riconosciuti e rispettati. Per questo, abbiamo proposto la Federazione dei riformisti, per questo nel 2004 mi sono candidata nell’Ulivo. Non volevamo essere settari, non abbiamo mai pensato di essere autosufficienti. Ma quel partito unico che è stato creato, questo partito che “vuo’ ffà l’americano”, non è la federazione dei riformisti, non l’Ulivo che avevamo pensato, anche con Romano Prodi, l’unico leader del centrosinistra che abbia mai saputo vincere, e non a caso non un ex-comunista. Io non vedo uno sforzo di comprensione del paese, nel gruppo dirigente del PD, ne temo l’ostentata volontà di stare alle regole del gioco, agli accordi con i grandi gruppi industriali e con la Chiesa, nella convinzione, davvero un po’ togliattiana, che la politica sia stringere patti tra poteri. Non vedo vera partecipazione, vedo un partito di plastica, tutt’intorno a un leader, che segue i sondaggi invece di proporre scelte alle persone. Insomma, sì, mi pare una ForzaItalia di centrosinistra. Guardate, pur avendo ben chiari tutti i nostri, i miei limiti, anzi proprio perchè li ho ben chiari, dico che non vedo come la nostra debolezza organizzativa, e il contenuto dei nostri valori e programmi, potrebbe trovare spazio nel PD. E non vedo davvero come si possa estendere il campo riformista fino a Casini, stirarlo dall’altro lato fino a Di Pietro. No, per unire occorre prima sapere di chi e con chi stiamo parlando, per federare occorre prima distinguere. Una cosa sono gli accordi, di governo o elettorali, altra cosa sono i pateracchi che mescolano identità, storie, programmi e scelte diverse, gabellando per grandi sintesi ideologiche e svolte epocali il piccolo cabotaggio di giornata, per cui ogni accordicchio diventa un compromesso storico. Questo non è laico, e non è trasparente. Occorre che le idee tornino ad avere più valore degli equilibri, che si abbia il coraggio e la volontà di fare la differenza con il proprio essere sinceramente, laicamente diversi !
    In Europa e nel mondo, il Partito del Socialismo Europeo e l’Internazionale Socialista sono già oggi i fori globali del riformismo. C’è da lavorare, con “amore ai problemi concreti”, come diceva Rosselli: cambiamento climatico, pace in Medio Oriente, relazioni con i nuovi giganti economici Cina e India. Io apprezzo di condivire un posto nel Presidium dell’Internazionale Socialista con Massimo D’Alema, ma rimane il fatto che Massimo D’Alema rappresenta lì la sola componente diessina del PD. Non è una soluzione che possa reggere a lungo, non possiamo pretendere che l’Internazionale cambi nomi e statuti perchè Rutelli non litighi con Fassino o Castagnetti non faccia un altro comunicato stampa…Veltroni dovrà decidersi. Noi che la scelta di campo l’abbiamo fatta, da cento anni. Il socialismo europeo non è soltnato una memoria storica, è ancora il più moderno dei progetti di riforma, di modernizzazione e di giustizia. E di giustizia: la modernità senza giustizia sociale non è Progresso. E qui vedo invece molti progetti moderni, post-moderni, “nuovi” e “nuovissimi” che perdono di vista la giustizia: un riformismo di nome, un riformismo senz’anima non ci serve. E non serve alla gente. Per questo ci siamo noi socialisti. Dobbiamo andare alle elezioni dell’anno prossimo con un programma, quello comune del Partito del Socialismo Europeo, al quale abbiamo lavorato, e con il suo simbolo. Dobbiamo fare una lista con tutti quelli che sono d’accordo: parleremo con tutti i socialisti e le socialiste senza tessera e senza partito, e con quelle formazioni politiche, quali Sinistra Democratica, che al socialismo europeo vogliono richiamarsi. Parleremo certo con il Partito Democratico, ma, attenzione, perchè vedo tra noi una voglia di protezione e di sicurezza, che spinge per entrare nel PD. Lo capirei di più, se si volesse entrare nelle fila democratiche per affermare con forza i valori socialisti, e contestare l’attuale stato di quel partito. Ma se invece si va per cercare la protezione, non si ha nè il coraggio nè la possibilità di parlare liberamente. Si entrerebbe da ascari, preoccupati ogni giorno di comprovare la propria fedeltà !
    Noi dobbiamo essere all’altezza del nostro tempo, con tutte le sue difficoltà. Per questo abbiamo detto e scritto “Prima la politica”. Non solo non è più tempo di “primum vivere”, ma occorre dirci che il richiamo all’emergenza non ha garantito la nostra sopravvivenza, ma l’ha ancor più minacciata.
    Il nostro socialismo è socialismo dei cittadini: la nostra idea di universalità dei diritti parla a tutti e a ciascuno, nel rispetto delle differenze, dei meriti e dei bisogni. Se noi guardiamo alla nostra storia del 900, quella dei socialisti e dei laici italiani, abbiamo avuto il socialismo “di marca nuova e pericolosa” di Rosselli, socialismo liberale, e la ricerca liberalsocialista di Calogero, Bobbio, Capitini. Quando si parla di superamento delle identità politiche del 900, come fa oggi Veltroni, non si può dimenticare che non tutte le identità del 900 sono state uguali, e che il tema della modernità, dell’innovazione, della libertà dei singoli è già pienamente coerente con il dna del revisionismo socialdemocratico (“il movimento è tutto”, diceva il vecchio Bernstein). Oggi, le politiche di Zapatero e di Blair sono un parametro di modernità e di progresso, di “movimento”. Se cerchiamo in Italia chi, almeno in maniera embrionale o parziale, possa essere l’equivalente, sia pure nella specificità del nostro Paese, di Blair e Zapatero, ebbene non vedo certo il PD. Ci sono tanti elettori e militanti che si sono impegnati nel progetto della Rosanelpugno, e bene ha fatto Lanfranco Turci a creare un’associazione che desse continuità ideale a un’esperienza che non doveva essere archiviata frettolosamente (e chi si è presentato nelle liste del PD avrà salvato lo strapuntino, ma perso un pezzo di faccia, se non di anima). C’è l’iniziativa dei Mille, di Pannella e Del Bue. C’è anche, su un altro versante, l’associazione di Salvi, il lavoro comune in Europa Pasqualina Napoletano. Occorre seguire con attenzione l’iniziativa di Vendola: tutte queste persone stanno lavorando per cogliere tempi nuovi, sarebbe un errore non cogliere che questa è una stagione di fermento e di opportunità. Sarebbe imperdonabile che in casa nostra si vivesse la sconfitta come definitiva: la resa al Partito Democratico sarebbe questo, a mio avviso: una reazione di irreparabile scoraggiamento. Io dico: su la testa ! C’è tanto da fare !
    Vorrei parlare del nostro partito, a cui sono iscritta da 34 anni.
    Siamo un paese politicamente labile, l'elettorato non è stabilizzato e il futuro, anche elettorale, è tutt' altro che scontato. Questo fatto, negativo in sé, può costituire per noi una opportunità. Abbiamo solo lo 0,97% quindi non rischiamo molto se lo mettiamo in gioco con un progetto "rivoluzionario", possiamo permetterci di stravolgere le cose visto che quello che mettiamo in gioco non è numericamente granchè.
    E affrontiamo la situazione con coraggio, anche andando contro i taboo e le ovvietà che tranquilizzano (a cominciare dal pensiero massimamente tranqulizzante, la confluenza nel PD!) contro il pensiero dominante, a partire, ad esempio, dal federalismo
    Federalismo: è parola di moda che la Lega ha saputo imporre in Italia anche alle forze che la contrastavano. Ora tutti si dicono federalisti, tanti di noi chiedono un partito federale o federato. A me pare più un'evocazione simbolica che una soluzione, anche se ovviamente noi socialisti siamo da sempre sostenitori delle autonomie locali e contrari ad una visione centralista di tipo autoritario, in tutti i campi, figuriamoci il partito. Ma se pensiamo che il nostro paese debba essere governato meglio, davvero crediamo che facendo venti stati o staterelli, che magari sono centralisti al loro interno, sia la soluzione dei problemi?
    Lo stesso discorso vale per il partito e per i partiti. Se i partiti nazionali non funzionano, crediamo che funzioneranno meglio se facciamo venti mini partiti regionali magari con gli stessi difetti, quindi con i difetti ancor più radicati?
    Se sono identici a quello di ora, che vogliamo cambiare ?
    Se la nostra Costituzione dice che tutti hanno diritto di associarsi liberamente per concorrere alla democrazia, dobbiamo ricordare che è un problema di tutti i partiti, perché senza partiti democratici non ci sono istituzioni democratiche.
    Zapatero ha vinto perché gli hanno riconosciuto di aver mantenuto la parola data: questo dobbiamo imparare a fare in Italia, e non solo noi socialisti.
    Il partito che dobbiamo ri-costruire deve cambiare la sua arcaica, organizzazione. Il sistema “orizzontale” delle sezioni e federazioni territoriali, che ancora tiene nelle realtà medio-piccole, è fallimentare nelle grandi città, dove le persone, e specialmente quelle appartenenti ai ceti produttivi, abitano in un luogo, lavorano in un altro, hanno i loro affetti in un altro ancora. L’utilizzo dei nuovi mezzi, a cominciare da Internet, è importante, anche per i suoi bassi costi, ma occorre evitare il tecnopopulismo.
    La politica richiede relazioni tra persone, oltre la virtualità.
    Mi rimane, compagni, da ringraziare quei delegati qui oggi, di tutte le mozioni, che si sono impegnati, nei congressi locali e regionali, nei dibattiti, nelle discussioni e nelle votazioni, perchè hanno creduto che questo partito dovesse vivere. Non posso certo ringraziare nè lodare, invece, coloro, e non sono stati pochi, che hanno cercato di impedire i congressi, di mettersi sotto i piedi le regole. Coloro che si credono i proprietari di un partito ridotto ad agenzia elettorale. No, il partito non è un’azienda di cui gli eletti negli enti locali o in Parlamento sono gli amministratori delegati. Il partito ha dei gruppi dirigenti a scadenza, non è identificato nei suoi gruppi dirigenti.
    Per questo, la nostra è stata anche una battaglia sulle regole, a cominciare da quella sull’incompatibilità tra cariche di partito e cariche elettive. Impegnamoci perchè diventi norma del nostro statuto. In un corpo del partito spesso disabituato alle consuetudini della democrazia interna, far tornare in vigore le regole ha significato far tornare a far circolare linfa e sangue. C’è un significato più ampio, in questo insistere sulle regole, che è stato giudicato, da qualcuno, come una prova della mia ingenuità, perchè il rispetto delle regole sarebbe secondario rispetto alle priorità della politica, dei suoi accordi, delle sue opportunità. Vedete, questo machiavellismo deteriore è forse uno dei più gravi difetti italiani: ma non vedete che è di mancanza di rispetto delle regole che moriamo, ta montagne di spazzatura, cittadini esasperati dall’uso privato di denaro pubblico, clientelismo e vallette dalle carriere fulminanti ? Non vedete che è questo sciocco machiavellismo che rovina l’Italia, che ci viene rimproverato in ogni sede internazionale, che ci fa il “malato d’Europa” ?
    Un partito prefigura al suo interno la società che propone all’esterno: un partito che non sa vivere secondo regole certe non riceve consensi, perchè non è affidabile. Delle due l’una: o non si è capito questo, e questo già da solo spiega forse tanto delle nostre recenti sconfitte, oppure, e forse è peggio, si è rinunciato a credere che il nostro partito possa influire sulla società, se ne fa un uso strumentale, per carriere e opportunità personali, in attesa forse di scioglierlo quando altre opportunità si schiudessero per Tizio o per Caio.
    No, ripeto, il partito non è mio, non è certo di qualcun altro che se ne crede il gerente perchè eletto in un consiglio comunale o regionale, il partito è nostro.
    Il nostro partito, il partito socialista, non è inutile, non è in liquidazione. Il concorso e la concorrenza delle mozioni hanno mostrato quanta passione, quanta fede, quanta voglia di fare c’è ancora tra noi. I congressi locali, quando si sono tenuti regolarmente, hanno liberato energie, e talvolta hanno mandato a casa dirigenti che si consideravano eletti a vita. Quando non si sono tenuti, e grave tra tutti è il caso della Sicilia, si è comunque potuto vedere bene perchè, e da chi, questo è stato impedito.
    Abbiamo un dovere reciproco, qui e tra noi: quello di mettere a frutto la mobilitazione congressuale di questi mesi, l’emersione di tante risorse umane, di tanti compagni che erano come nascosti. Dai conflitti di correnti, troppe volte, nella nostra storia, sono risultate scissioni e diapsore. Qui nessuno immagina, che io sappia, di abbandonare il partito. Chiunque abbia la maggioranza, dovrà prevedere che la minoranza sarà una risorsa per il partito. Se emergesse invece una gestione “proprietaria”, una gestione infastidita dal pluralismo e dal dissenso, allora sì che il partito vederebbe ulteriori abbandoni, Io, per parte mia, mi sono candidata con questo impegno esplicito: fare del ps, di nuovo, un partito di tante voci, dove tutti siamo liberi e solidali. Solidali e liberi.

  3. #3
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    molto più sintetica Pia e,in questo caso,più vaga rispetto al primo firmatario della mozione 3,Riccardo Nencini.

    a dire il vero non osservo nessuna conflittualità fra le due relazioni,anzi denoto un certo sintomo di rinnovamento diffuso nel partito e nelle relazioni con i movimenti che più si avvicinano al nostro modo di concepire la politica e le sue finalità.

    in alternanza entrambi evidenziano,chi con maggiore vigore chi meno,la necessità di aprirsi ad un progetto plurale ma rispettoso delle identità e coerente con un programma riformista,non improvvisato dalle contraddizioni fra cattolici e laici all'interno di un partito,bensì ricercato nelle forme organizzative,di partecipazione attiva,di presenza sul territorio e di libero e ampio confronto fra i diversi movimenti del centro-sinistra,qualora questa circostanza si presenti e sia presentabile alla gente.

    nei due candidati (Sollazzo sostiene Nencini) cambia il modo di concepire il RUOLO del Partito Socialista,ma non muta certamente la voglia di ricominciare e di rivedere le scelte del passato considerando il nuovo assetto politico e l'inedita collocazione dei Socialisti,guardando pur sempre Avanti.

    ritengo senz'altro positiva questa Forza di guardare al futuro,di rimetterci radicalmente in gioco e di rimettere in discussione delle questioni che purtroppo in Parlamento non ci sono più.

    mi piacerebbe intanto che se ne parlasse nelle strade e sono fiducioso che questo accadrà dopo la chiusura del Congresso,ascoltando le parole di Nencini e la sua idea di dar vita ad un partito di mobilitazione,flessibile,sensibile e ricettivo.

    io sostengo la "visione" di Locatelli in merito al progetto di PS come forza cardine di un movimento plurale,più autonomo dal PD e più aperto nella ricerca di un terreno ferile in cui piantare il seme della sinistra europea,eventualmente collaborando in seguito con il PD.

    tuttavia non osservo un contrasto di fondo con il modello organizzativo nenciniano,se non nell'evitare il servilismo ad un partito non autosufficiente e schiavo delle sue contraddizioni.

    il richiamo al passato e alla tradizione riformista,all'identità socialista e all'autonomismo mi rassicura non poco,per questo sono fiducioso che il partito nasca più unito di prima,con una linea coerente e utile per le sorti di una Sinistra vera,contemporanea e dei cittadini.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Demi Romeo Visualizza Messaggio
    molto più sintetica Pia e,in questo caso,più vaga rispetto al primo firmatario della mozione 3,Riccardo Nencini.

    a dire il vero non osservo nessuna conflittualità fra le due relazioni,anzi denoto un certo sintomo di rinnovamento diffuso nel partito e nelle relazioni con i movimenti che più si avvicinano al nostro modo di concepire la politica e le sue finalità.

    in alternanza entrambi evidenziano,chi con maggiore vigore chi meno,la necessità di aprirsi ad un progetto plurale ma rispettoso delle identità e coerente con un programma riformista,non improvvisato dalle contraddizioni fra cattolici e laici all'interno di un partito,bensì ricercato nelle forme organizzative,di partecipazione attiva,di presenza sul territorio e di libero e ampio confronto fra i diversi movimenti del centro-sinistra,qualora questa circostanza si presenti e sia presentabile alla gente.

    nei due candidati (Sollazzo sostiene Nencini) cambia il modo di concepire il RUOLO del Partito Socialista,ma non muta certamente la voglia di ricominciare e di rivedere le scelte del passato considerando il nuovo assetto politico e l'inedita collocazione dei Socialisti,guardando pur sempre Avanti.

    ritengo senz'altro positiva questa Forza di guardare al futuro,di rimetterci radicalmente in gioco e di rimettere in discussione delle questioni che purtroppo in Parlamento non ci sono più.

    mi piacerebbe intanto che se ne parlasse nelle strade e sono fiducioso che questo accadrà dopo la chiusura del Congresso,ascoltando le parole di Nencini e la sua idea di dar vita ad un partito di mobilitazione,flessibile,sensibile e ricettivo.

    io sostengo la "visione" di Locatelli in merito al progetto di PS come forza cardine di un movimento plurale,più autonomo dal PD e più aperto nella ricerca di un terreno ferile in cui piantare il seme della sinistra europea,eventualmente collaborando in seguito con il PD.

    tuttavia non osservo un contrasto di fondo con il modello organizzativo nenciniano,se non nell'evitare il servilismo ad un partito non autosufficiente e schiavo delle sue contraddizioni.

    il richiamo al passato e alla tradizione riformista,all'identità socialista e all'autonomismo mi rassicura non poco,per questo sono fiducioso che il partito nasca più unito di prima,con una linea coerente e utile per le sorti di una Sinistra vera,contemporanea e dei cittadini.
    Io invece ritengo che sia Nencini ad essere più vago della Locatelli, e che ci sia una differenza fondamentale.

    Nencini parla come se il PS avesse non l'1, ma il 10 o il 30 per cento dei voti. Tutto va bene, madama la marchesa. Finalmente ci ritroviamo, e questo è stato un congresso vero (ma sappiamo tutti, caro Demi Romeo, che in tante, troppe parti d'Italia così non è stato, e questo quasi sempre per colpa dei sostenitori di Nencini). Che bello, siamo tutti insieme, guardiamo avanti. In fondo basta fare dei piccoli aggiustamenti.

    La Locatelli, invece, parte da un'idea di partito nel quale si discute, si vota, e soprattutto da un'idea di partito che fa una politica di movimento.

    Sono due concezioni che, lungi dall'essere simili, sono del tutto antitetiche.

    La mia previsione?

    Vincerà Nencini (anche perché, dove avrebbe perso, i suoi sostenitori hanno mandato a monte i congressi, come nelle province di Roma, Brescia e Mantova; ma non solo per questo).

    Il tempo di arrivare alle prossime elezioni europee, alle quali o ci presentermo da soli, ottenendo al massimo 1 seggio (ammesso e non concesso che ci arriveremo: nei sondaggi siamo in caduta libera rispetto al pur disastroso risultato di aprile, e i dati delle tornate di elezioni amministrative che si sono tenute lo confermano), oppure piazzeremo qualche nostro candidato nelle liste del PD.
    Il che, indipendentemente dal risultato, equivarrà ad un'estinzione di fatto.

 

 

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