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Ma di chi sono le "mani" che mancano?
Fulvio Carro
Una volta ogni tanto, facciamo anche noi un po' di retroscena, categoria di cui di solito ci occupiamo poco ma che in questa circostanza ci sta tutta. Il tema: il Pdl dopo la tempesta. Mentre i quotidiani di area incardinano l'esito della votazione in direzione in un mirabolante 93,02 per cento contro 6,39, in realtà è partita ai vertici la "caccia agli assenti". E sì, perché ha un bel dire l'ufficio stampa del Pdl che ci sono stati 158 voti a favore del documento finale, ma tante mani alzate nessuno le ha viste. Tantoché giovedì, mentre Verdini aveva cominciato a contarle («Uno, due...»), un brusco movimento al tavolo della presidenza lo ha interrotto: «Non c'è bisogno, non c'è bisogno». Giù le tessere, «ora voti chi è contro». Se la prima conta fosse proseguita si sarebbe arrivati a quarantacinque, forse cinquanta, non di più. Un parlamentare di formazione Dc, che di congressi veri ne ha visti tanti e ha "il colpo d'occhio", giura sulla prima cifra. Sia come sia, ora la domanda (irritatissima) è: chi se ne è andato, chi è uscito un attimo, chi non ha alzato la mano? Sotto osservazione il gruppo degli amici di Gianni Alemanno, non è un mistero per nessuno che alla riunione di corrente che ha preceduto la direzione, martedì scorso, se i fedelissimi del Nord erano sparati contro Fini, l'enclave dei romani aveva espresso forti perplessità sullo strappo. Perfidamente, La7 ieri ha rimandato in onda un discorso di qualche anni fa del sindaco di Roma, dove gli accenti "finiani" erano così evidenti e distanti dall'intervento all'Auditorium da lasciare sbalorditi. In quella distanza c'è, probabilmente, la cifra di molti disagi, e forse anche di qualche corsa in bagno al momento giusto. Anche nella corrente di Maurizio Gasparri al momento della votazione le cose sono andate in modo strano. Il gruppo più "berluscones" della ex An durante il dibattito si era stretto sotto il palco, tutti insieme, applaudendo e commentando. Ma quando Berlusconi ha fatto la chiama degli ultimi tre interventi prima del voto la formazione si è pian piano sgretolata un po' di qua e un po' di là, più d'uno ha sentito il bisogno di fare due chiacchiere con l'amico dall'altra parte della sala, fumare una sigaretta sul ballatoio, sgranchirsi le gambe nell'atrio per poi tornare a sedersi da un'altra parte.
Qui i contenuti magari c'entrano meno. Sulla "linea Fini" i gasparriani non si sono mai ritrovati, ma soprattutto nei più giovani c'è un sentimento di lealtà personale duro a morire: per un ventennio Fini è stata "la Cassazione" di tante aspirazioni politiche mortificate dai capicorrente, ha determinato carriere, candidature, nomine e voltargli le spalle per alcuni risulta davvero difficile.
Sia come sia, è tutto un tam tam di telefonate. «Ma Tizio, tu l'hai visto votare?», «Sicuro che Caio ci fosse, vicino a chi era seduto?». La regia di Roberto Gasparotti, lo scenografo del Pdl, non ha oltretutto aiutato. C'erano le luci molto basse all'Auditorium, e i fari sul palco risultavano accecanti per chi era seduto lì. Difficile riconoscere le facce. Se sui numeri "secchi" si è riparato evitando di contare le mani alzate (50 a 13, il risultato più probabile, avrebbe significato accreditare a Fini il 25 per cento), adesso si mette in moto la macchina della memoria. E non si guarda soltanto agli ex di An. Non è un mistero per nessuno che l'"ala politica" del Pdl, quella che viene dai partiti, dalla tradizione democristiana e socialista anziché dall'entourage imprenditoriale del premier, da anni soffre il modello dell'uno-che-pensa-per-tutti. Sono quelli che, come ha ammesso francamente il ministro Brunetta nell'esordio del suo intervento, quando c'è da far politica non si tirano indietro, anzi addirittura «si divertono». Quanti sono? Quali sono? E adesso che il centralismo carismatico si è rotto, ora che si vota, ora che qualcuno vota contro, come si comporteranno? E soprattutto, come si sono comportati in direzione, perché quelle tessere alzate per il sì erano così poche? Ogni smorfia, ogni sbuffo, ogni gomitata diventa un indizio per farsi un'idea del vero stato d'animo del "popolo dei dirigenti" che di queste partite, nella "second life" determinata dalla nascita di una minoranza interna, dovrà giocarne molte altre. Anche perché tutti sanno che i centralini della presidenza della Camera trillano incessantemente da due giorni, e chissà chi sono quelli che, concesso il minimo sindacale all'assemblea dell'Auditorium, si sono attaccati al telefono per spiegare, spiegarsi e capire riservatamente come evolveranno le cose, chissà cosa si muove - appunto - nel retroscena. Anche lì, come sulla scena pubblica dell'Auditorium, gli schemi dell'appartenenza originaria (ex An, ex FI, ex Dc) sono tutti saltati e bisognerà attrezzarsi per individuare i nuovi.
Fulvio Carro




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