Il
19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vive sua madre.
Una
Fiat Panda celeste imbottita di tritolo, e non una Fiat 126 come erroneamente dichiarò la stampa radicando nell'immaginario collettivo un'imprecisione che purtroppo ha trovato spazio anche nella rappresentazione televisiva e cinematografica di questo evento, parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa
100 kg di tritolo a bordo esplode, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta
Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio),
Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è
Antonino Vullo.
A detta degli agenti di scorta
via d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato anche chiesto di mettere una zona di rimozione davanti alla casa: la richiesta però
non fu accolta dal comune di Palermo.
C'è, inoltre, un particolare più inquietante di tutti gli altri: l'
agendina rossa di Borsellino non venne ritrovata, probabilmente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto.
A pochi giorni dal 15° anniversario dalla strage, la Procura di Caltanissetta ha aperto un nuovo fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati dei servizi segreti possano avere ricoperto un ruolo nella strage.
In occasione del quindicesimo anniversario della strage di Via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, grande scalpore ha destato una
lettera aperta del fratello del giudice, Salvatore, indirizzata all'ex-Ministro degli Interni Nicola Mancino. Tale lettera, intitolata "
19 luglio 1992: Una strage di stato" ipotizza che l'allora Ministro degli Interni Mancino fosse a conoscenza della causa dell'omicidio di Borsellino. In un passaggio si legge infatti,
"Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell'incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando [il pentito mafioso] Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada [ex numero tre del SISDE, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa], incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente...In quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D'Amelio."
Altri fatti, tra l'altro citati nella lettera di Salvatore Borsellino, misero in questione l'operato del Ministero degli Interni guidato allora da Mancino:
destarono scalpore, per esempio, la presenza in via D'Amelio di un poliziotto trasferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze perché colluso con un gruppo di spacciatori di droga, e la presenza in Via D'Amelio dell'allora Capitano dell'Arma dei Carabinieri
Arcangioli, visto allontanarsi dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino appena estratta dai rottami della Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante prima dell'esplosione. A detta dei familiari e dei colleghi di Borsellino, questa borsa conteneva un agenda che il giudice utilizzava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini e colloqui.
A fronte delle critiche sul suo operato all'epoca della strage di via D'Amelio, Mancino
sostenne di non ricordarsi di nessun incontro con il giudice nel mese di Luglio 1992 e mise in dubbio l'attendibilità del pentito Mutolo. Salvatore Borsellino replicò con un'altra lettera aperta:
"In merito alla persistenza delle lacune di memoria del sen. Mancino sull'incontro con Paolo Borsellino del primo Luglio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non possano assumere da solo valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come quella rossa [scomparsa in seguito alla strage di Via d'Amelio], Paolo ha annotato: '1 Luglio ore 19
0 : Mancino'. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale riferisce la frase di Paolo durante l'interrogatorio: 'devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz'ora e torno ....', devo ricordare al sen. Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dott. Contrada, funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso [procuratore aggiunto alla procura di Palermo] Vittorio Aliquò ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell'ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a complimentarsi per la sua nomina, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell'attenzione di tutti gli Italiani."
Tratto da
wikipedia
Per ricordarlo ho deciso di scrivere qui alcune delle sue frasi più celebri:
A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l'esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato.
E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.
Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.
Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.
La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità
Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.
.......la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
C'è un equivoco di fondo.
Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto.
No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali.
Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d'accordo.
Ma sopratutto:
Chi ha paura muore ogni giorno.
Io invece faccio mia questa frase:
Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe!!!
Dal mio blog: http://polinux.altervista.org/polinu...litica19-07-08
Un morto di stato, pace all'anima sua...