





Ed invece voce in capitolo ce l'hanno eccome, visto che sono la variabile principale dei volumi.
Quando i volumi generano profitti questi ultimi vengono distribuiti al padronato, quando si generano perdite i primi a pagare sono i lavoratori.
A differenza degli impianti e macchinari, pero', i lavoratori sono anche pensanti...
I lavoratori in esubero, hai ragione, possono lottare quanto vogliono ma non avranno (poichè in esubero) una reale capacità contrattuale se la loro lotta rimane circoscritta nelle contingenze della particolare vertenza sindacale.
Io pero' auspico un diverso piano di conflitto...io penso ad un sindacato che persegua la solidarietà proletaria.....perchè se la maggior parte dei lavoratori Alitalia incrociasse le braccia....magari accompagnati da lavoratori di altri comparti in crisi...
Se il sindacato propone un piano industriale alternativo, compatibile con i trend di crescita attesi dal padronato ma a basso impatto in termini di licenziamenti, perchè non si dovrebbe lottare?
Mi dai una ragiopne plausibile dal tuo punto di vista (che presumo non essere marxista)?


Il mio punto di vista non so cosa sia, per alcuni elementi è aderente al pensiero marxiano, per altri è ricco di velleità.
Pur ovviamente provando orrore per i licenziamenti (e questo non per le pur vere balle sull'umanesimo del lavoro quanto per il fatto che gettano nella miseria più nera cinquemila famiglie) affermo che se tutti i lavoratori Alitalia incrociassero le braccia l'azienda andrebbe a rotoli.
E insieme con l'azienda andrebbero a rotoli anche le sorti lavorative di tutti gli altri dipendenti, oltre a quei cinquemila.
Credi forse che apprezzi quei tagli?
Fortunatamente sono figlio di due lavoratori con il posto blindato, ma non fatico ad immaginare la situazione di miseria (sia morale che materiale) in cui verseranno quelle cinquemila famiglie (= almeno 20mila persone, forse anche di più).
Però è evidente che sono duramente necessari e che tutti i lavoratori, fammelo dire, benedetti dal mantenimento del posto di lavoro hanno il dovere, non solo nei confronti di loro stessi e delle loro (eventuali) famiglie, ma anche nei confronti di coloro che, licenziati oggi, potranno essere riassunti in futuro.
Il vulnus principale che riscontro nella tua argomentazione è la mancanza di consapevolezza che in assenza di rivoluzioni all'orizzonte, oggi come ieri, le sorti del padronato sono intimamente connesse con quelle del lavoro dipendente.
Un sindacato che persegua non il mutuo soccorso ma la mutua lotta in questi casi fa molto peggio che un sindacato che si rassegni.
Perchè il sindacato è ridotto a dover fare questa scelta?
Secondo me ci sono due ragioni.
La prima e la più evidente è perchè nonostante il loro effettivo apporto alla produzione di ricchezza dell'azienda attualmente, al momento decisivo, i lavoratori dipendenti non hanno assolutamente voce in capitolo nell'effettiva gestione dell'impresa, a differenza di quanto accade, ad esempio, in Germania.
La seconda e forse più scomoda è che fin dall'inizio della fase acuta della crisi i sindacati si sono disposti nelle trattative con l'idea di riuscire a salvare contemporaneamente l'azienda e le sorti dei lavoratori.
Certo, i sindacati hanno il preciso compito (è la loro natura o dovrebbe esserla) di salvaguardare il lavoro salariato.
Ma qui si ritorna al punto di partenza: e cioè l'obsolescenza delle strutture sindacal-aziendali.
La soluzione, escluse le vuote formule di parte, è (ovviamente a mio inesperto parere) la "cogestione" di teutonico-federale provenienza, da parte di capitale e lavoro dell'azienda.
Ma la cogestione prevede di per sè la forte elasticità dello stipendio, che non so quanto in Italia possa essere accettato.
«Non ti fidar di me se il cuor ti manca».
Identità; Comunità; Partecipazione.


Qua sta il punto nodale.
Pensa alla situazione italiana degli ultimi cinquant’anni.
Quando il capitalismo ha conosciuto fasi espansive e di sviluppo (spinto anche dal traino esercitato dall’economia statunitense che ha sempre influenzato la nostra) il sindacato ha espresso l’azione piu’ dura ed incisiva ottenendo riconosciuti ed obiettivi risultati in termini di tutela e diritti, ha generato conflitti che si potevano risolvere solo con un arretramento dell’ingordigia del capitale.
Quando, come in questo periodo, le dinamiche capitalistiche subiscono le contrazioni della crescita dovendo fare i conti con fattori di crisi esterna, il sindacato cerca di normalizzare i conflitti potenziali con azioni tese unicamente alla riduzione del danno....una sorta di tampone per le emorragie che si aprono tra il tessuto dei lavoratori e le pretese del padronato.
Il sindacato cioe’ decide di assumere un ruolo che viene accettato come compatibile dal capitalismo poiche’ pacifica il conflitto concertando un trade-off sostenibile.
Ora io non dico che e’ giunto il momento di alzare gli strumenti del lavoro contro il padrone...sarebbe o un proclama inascoltato o un suicidio collettivo...
...lo sarebbe perche’ abbiamo abbandonato l’egemonia nei luoghi di lavoro, perche’ la coscienza del proletariato vecchio e’ nuovo e’ da tempo indirizzata e veicolotata dalla borghesia funzionale al capitale.
Ma puo’ bastare questo a spegnere la prospettiva della lotta?
Puo’ bastare il rischio di abbandonare la (o il ricatto di essere abbandonati dalla) consolidata organizzazione sindacale istituzionale a fare diventare i lavoratori parte attiva nel processo di ammortizzazione del sistema capitalista proprio quando quest’ultimo viene minato da crisi che ha lui stesso generato?
Puo' bastare questo a legare di fatto ed indissolubilmente le sorti dei lavoratori e le relative speranze di riscatto alle dinamiche messe in atto dal padronato, che sono alimentate unicamente da logiche di massimizzazione del profitto e del margine?
Chi vince e chi perde, sempre, in questo legame trasversale che bypassa gli interessi di classe?








Il fatto è che tu/voi percepite non solo il sindacato ma gli stessi lavoratori come parte sostanzialmente estranea al capitalismo, il che è palesemente infondato.
Anzi, il lavoro dipendente (sottopagato rispetto al valore delle merci) è parte integrante del processo produttivo.
Il sindacato, nei tempi di grassa, rinuncia fin da subito a porre la questione della "coingerenza" (o partecipazione o socializzazione, se proprio vogliamo usare termini di leggi orrende per quanto velleitarie) "accontendandosi" di ottenere lo stipendio più alto, la mutua, eccetera.
Nei tempi di magra, una volta che il sindacato ha rinunciato in precedenza al peso decisionale non indiretto e generato dalle pressioni scioperistiche ma diretto e originato da un accordo con il suo presunto nemico di classe, lo sciopero dei lavoratori salvati in favore di quelli sommersi (e la citazione leviana è quanto mai azzeccata, purtroppo) non solo non sortisce effetti positivi ma ne causa due negativi:
il consolidamento della posizione classista, dove questa (per me sì, per voi non credo) più che ad una dittatura del proletariato davvero improbabile da instaurare ora porta ad un'alienazione dal vero soggetto dell'economia, che non è l'imprenditore, il padrone o il capitalista bensì l'impresa nel suo complesso che così come non potrebbe andare avanti senza soldi, senza forza-lavoro quei soldi marciscono e basta.
Ma il capitalismo comprende il sindacato stesso, che ne è l'organizzazione orizzontale, sia esso dei "padroni" o dei lavoratori.
Esattamente, il proletariato ha abbandonato la vostra posizione di contrapposizione orizzontale per decidere di collaborare con il capitale/datore di lavoro.
Ora, questa collaborazione è più che mai evidente che è pesantemente sbilanciata a favore del capitale, appunto perchè il sindacato, quando avrebbe potuto e dovuto, è rimasto ancorato all'idea di conflitto latente e non ha accettato di distaccarsi in definitiva dai concetti marxiani per aderire alla logica di quello che non ho altro modo di chiamarlo che "bene superiore".
«Non ti fidar di me se il cuor ti manca».
Identità; Comunità; Partecipazione.

