





Ne; Karadzic,oggi prima comparizione davanti a giudice dell'Aia
Udienza fissata alle 16. Gli saranno letti i capi d'accusa
© APCOM
Roma, 31 lug. (Apcom) - E' prevista alle 4 di oggi pomeriggio la prima comparizione di Radovan Karadzic davanti al giudice del Tribunale penale internazionale dell'Aia (Tpi), Alphons Orie. In questa prima udienza, il giudice leggerà a Karadzic gli 11 capi d'accusa; poi, gli chiederà di dichiararsi innocente o colpevole.
L'accusato, che ha annunciato l'intenzione di difendersi da solo, non dovrà rispondere subito alla domanda del giudice Orie: avrà a disposizione 30 giorni per preparare la sua risposta.
Karadzic - recluso in una cella del carcere di Scheveningen - sarà processato "per crimini contro l'umanità, per genocidio, per aver terrorizzato la popolazione dell'ex Jugoslavia, per l'assedio di Sarajevo e per i fatti di Srebrenica" ha spiegato il procuratore generale del Tpi, Serge Brammertz, aggiungendo che anche da sola l'ultima imputazione garantirebbe il massimo della pena. "Il processo sarà impegnativo - ha ribadito più volte Brammertz - e la Procura vuole istruirlo nella maniera più efficiente e nel rispetto del diritto internazionale".
I giudici del processo saranno l'olandese Alphons Orie, la collega belga Christine Van de Wyngaert e il sudafricano Bakone Moloto. Nei mesi scorsi, Orie si è occupato del processo all'ex primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj, conclusosi il 3 aprile con un'assoluzione in primo grado di giudizio.
Pca-Red
http://notizie.it.msn.com/topnews/ar...mentid=9075541


31.07.2008,110 - Dopo Karadzic, vi sarà Mladic e poi Kovacevic
L’Ambasciata americana di Belgrado ha inviato una formale nota di protesta al Governo scrivendo che "il caso di Kovacevic è della massima importanza per il Governo americano", e che lo studente dovrà essere consegnato entro il 1 agosto. Continuano così le pressioni degli Stati Uniti che dopo circa due mesi di trattative diplomatiche chiedono a gran voce la consegna di Kovacevic, lo studente serbo accusato di aver ferito un collega universitario statunitense durante una rissa, nonostante la Serbia abbia ripetuto più volte che la consegna dei cittadini serbi e contro l’Atto Costitutivo. ( Foto:SenatoreCharles Schumer)
Dopo la consegna di Karadzic, si aspetta e si cerca Mladic, poi rimarrà Hadzic e tutti i ricercati come criminali di guerra, sino ad arrivare persino allo studente Miladin Kovacevic. Infatti, dopo circa due mesi di trattative diplomatiche le pressioni degli Stati Uniti non si fermano e chiedono a gran voce la consegna di Kovacevic, lo studente serbo accusato di aver ferito un collega universitario statunitense durante una rissa, nonostante la Serbia abbia ripetuto più volte che la consegna dei cittadini serbi e contro l’Atto Costitutivo. Questo non ha fermato la famiglia dello studente americano, Brian Stajnhauer, causando l’intervento addirittura di Hillary Clinton che ha chiamato personalmente il Ministro degli esteri Vuk Jeremic per chiedere la consegna di Miladin Kovacevic. Da parte di sua, Vuk Jeremic ha garantito la piena collaborazione con l'ambasciata americana, ma ha precisato che l’estradizione è contraria alla legge della Serbia. Come sempre Jeremic rivela la sua doppia faccia, perché gli piace rimanere seduto su entrambe le poltrone: la Serbia non può estradare, ma può collaborare e, alla fine forse arriverà a consegnare, come è stato per Karadzic. Tutto si riduce infatti alla politica, mentre si dimentica la giustizia e la legge.
Ecco che infatti interviene Condoleezza Rice, poi Hillary Clinton e una serie di deputati che si espongono per un caso di cronaca, del quale non sono stati chiariti ancora bene i dettagli, lasciati così nell’ambiguità proprio per aprire nuovi spiragli di ricatti nei confronti della Serbia. Infatti l’Ambasciata americana di Belgrado ha inviato una formale nota di protesta al Governo scrivendo che "il caso di Kovacevic è della massima importanza per il Governo americano", e che lo studente dovrà essere consegnato entro il 1 agosto. Anche il Senatore Charles Schumer ha ripetuto di aver parlato con Condoleezza Rice affermando che "sia il Senato che il Governo non si fermeranno fin quando lo studente non sarà estradato negli Stati Uniti dove verrà processato".
Un vero e proprio ricatto alla maniera americana che non si ridurrà solo alle parole, e infatti Schumer continua dicendo che "vi sono tantissimi modi per influenzare il Governo serbo, e se sarà necessario, si potranno anche interrompere le donazioni di 53 milioni di dollari che il Govenro Americano trasferisce alla Serbia per lo sviluppo della democrazia". Sapevamo che gli Stati Uniti non si fermano dinanzi a nulla, ma arrivare ad affermare di voler interrompere degli aiuti "per la democrazia" è davvero ridicolo, considerando l’uso che fanno di quei fondi, destinati a finanziare la propaganda e le campagne mediatiche contro la corruzione per controllare privatizzazione o concessioni. I serbi ancora ringraziano per la "democrazia americana", per i soldi che supportano le ONG per lo sviluppo democratico come quelle di Natasa Kandic e Sonja Biserko, per l’informazione "democratica" della Tv americana B92 e FOX. Ma bisognerebbe ricordare a Mr. Schumer che la democrazia esisteva in Serbia ancor prima che venisse scoperta l’America, che gli yankees cominciassero a distruggere le etnie dei nativi d’America, ad alimentare le tratte degli schiavi e a rubare petrolio e oro. Forse la Serbia sarà un po’ più democratica proprio se il Senatore Schumer ritirerà quei 53 milioni di dollari.
Ad alimentare ancora di più la polemica contro il popolo serbo, rincara Richard Stainhauer, padre dello studente colpito, che afferma: "Credo che anche il popolo serbo sarà per la consegna di Kovacevic se questa servirà per sapere la verità". Il popolo serbo risponde però all’invito affermando invece di essere sempre stato dalla parte della verità e dei processi giusti, anche se la storia insegna che i tribunali vengono creati per nascondere le ingiustizie e che la guerra propagandistica servono solo per condannare una nazione prima di un giusto processo negandogli la possibilità di difendersi. È evidente che la Serbia non si fida più di nessuno, quanto meno della giustizia americana che non si ferma davanti a nulla, persino dinanzi alle Costituzioni. Non si fida di quella giustizia che ancora continua a provocare guerre, che con ricatti pensa di avere tutti i diritti al mondo, di gestire la vita e la morte di interi popoli. Dopo Karadzic, dunque, vi sarà Mladic e Hadzic, poi Kovacevic, e così tutti i serbi che intralceranno l’escalation della Grande America. Questo è il futuro della Serbia fin quando vi saranno Vuk Jeremic e Boris Tadic.
Biljana Vukicevichttp://radovanlibero.splinder.com/


da Belgrado
Dal cielo sopra Belgrado…..
Il popolo serbo e il nuovo Cile di Boris Tadic
E’ molto difficile fare un resoconto di quanto avvenuto mantenendosi autonomi e indipendenti nei giudizi, sapendo anche che quella di ieri era l’ultima giornata in cui il Serbo Radovan Karadzic si trovava in patria. Anche se è ormai la Serbia di Dacic e Tadic-Pinochet…..
Dalla mattina Belgrado è invasa da simboli, bandiere, immagini di Seselj e Karadzic. Ovunque uno si giri, vede persone di ogni età (comprese molte ragazze) con indosso magliette con il volto di Radovan Karadzic.
L’associazione OBRAZ distribuisce dei poster molto belli con l’immagine di Radovan e la soprascritta “SERBO”; già i camerati di OBRAZ fecero il medesimo poster nel corso di una manifestazione indetta dal SRS per Mladic due anni fa, naturalmente allora con il volto del Generale.
Mi unisco inizialmente ad alcuni camerati che provengono dalla Srspka, precisamente da Bijelina. Con loro ci sono i patrioti che vengono con diversi pulmann da tutta la Srspka.
Come d’accordo, mi vedo anche con altri patrioti serbi con i quali, ben prima che abbia inizio la manifestazione, ci rechiamo a Piazza della Repubblica in un ordinato corteo.
C’è un clima di grande tensione, si percepisce subito. C’è un’aria di tristezza unita a rabbia che si respira nell’aria.
Mi colpisce la fierezza e la dignità degli uomini anziani, molti hanno il tradizionale vestito Cetnico, sicuramente alcuni di loro hanno combattuto nella precedente guerra bosniaca, altri forse anche durante la seconda guerra mondiale.
In più di un’occasione, come già era avvenuto altre volte, mi sorprendo a fissarli perché mi affascina nel profondo quella loro inespressiva, del tutto impersonale, marzialità. Come fossero votati in eterno a qualcosa di invisibile.
Si vedono gli uomini del servizio d’ordine disposti ordinatamente in fila con le magliette blu del Partito Radicale Serbo.
Era stato ribadito più volte che non era assolutamente intenzione degli organizzatori che la situazione degenerasse, ma anzi che la manifestazione doveva avere appunto un carattere pacifico e tollerante.
Ma comprendo immediatamente, osservando il metodo di azione della polizia, il motivo per cui Tadic ha dato il permesso dello svolgimento della manifestazione. Non è il “trionfo” della democrazia serba, come diceva da giorni. No, a mio avviso, i poliziotti erano addestrati a provocare e ad accendere la scintilla per poi, una volta scoppiati i disordini, far ricadere la colpa sui “violenti” nazionalisti serbi!
Quanto poi avverrà e sta avvenendo……
Quando iniziano a scorrere i discorsi degli uomini del fronte patriottico serbo, rimbomba in tutto il centro di Belgrado il coro potente: “Radovan Karadzic! Radovan Karadzic!”.
Dura molto, è molto potente, forse lo ha sentito lo stesso Radovan.
Molto forte anche un altro coro scandito che dice “Andiamo in Kosovo”, un chiaro invito a togliere la terra sacra serba dalle mani dei terroristi internazionali.
Da notare la presenza del fratello e del nipote di Radovan.
Ci si stringe nella piazza, non c’è lo spazio di un centimetro. Secondo i miei amici, ci saranno 30-40 mila persone, addirittura 50 mila, secondo i giornali 15-20 mila……
Il tono dei discorsi si sussegue. Una violenta requisitoria verso Tadic.
Vengono lette le dichiarazioni che Vojislav Seselj invia per l’occasione, con calore e amore, al vero popolo serbo, il popolo del SRS, il popolo di Radovan Karadzic.
Alexander Vucic parla di “tirannia serbofoba”, di “dittatura anticristiana” instaurata dal duo Tadic e Dacic. Il potere planetario del dollaro (o dell’euro) mondialista deve definitivamente spegnere ogni anelito morale o sacrale del popolo serbo.
Si prospetta – da parte di tutti i relatori – la tragica prospettiva dell’impossibilità di difendere i serbi e l’identità serba in Serbia, poiché i politici asserviti all’America e all’Unione Europea vorranno cancellare anche il ricordo dell’1389, ossia del martirio e dell’eroismo serbo.
Intervengono poi – presenti già tra la folla – alcuni Serbi di Bosnia che sottolineano il coraggio sacrificale del DR. Karadzic, un grande medico che ha lasciato la propria attività e la propria tranquillità famigliare per difendere la sua comunità serba assediata da molteplici fronti.
Molto forte la testimonianza di Slobodanka Sanojevic, il quale tuona, in un silenzio assoluto:
Radovan Karadzic è un grande uomo.
Contro tutto il mondo, è riuscito a creare uno stato per i Serbi in Bosnia.
Ha salvato i bambini serbi dal genocidio.
Dopo circa 1,30 dall’inizio della manifestazione le provocazioni poliziesche divengono insopportabili.
La gente è pressata oltre modo, basta poco per accendere la scintilla.
Capisco che la situazione sta degenerando ed inizio con due camerati a distaccarmi dalla folla, uscendo il più possibile dal centro della piazza.
Mi accorgo dopo appena una decina scarsa di minuti di aver fatto bene. Senza motivo alcuno, la polizia inizia a manganellare e picchiare i manifestanti assiepati nella Piazza.
E’ evidente a quel punto che si scatena la legittima reazione di molti ragazzi che non possono tollerare un simile comportamento da parte di coloro che dovrebbero essere deputati alla salvaguardia dell’ordine pubblico. Va anche considerato che vi sono molti bambini tra la folla.
La situazione precipita, ormai gli scontri con i poliziotti passano al corpo a corpo.
Nessuno ha più tempo di ascoltare i discorsi dal palco, bisogna portare a casa la pelle, come si suol dire….
Molti ragazzi, gettati per terra, vengono finiti dalle manganellate della polizia di Boris Tadic, che agisce in perfetto stile cileno. Ne avranno per parecchi giorni… D’altronde servo di Usa e Sionisti era Augusto Pinochet, servo di Usa, Israele ed UE è Boris Tadic…….
Gli scontri durano ormai ore, ancora verso le 2 di notte buona parte del centro di Belgrado è illuminata a giorno dalle barricate e dalle fiamme appiccate dai Resistenti serbi per farsi valere di fronte ai metodi cileni della nuova polizia democratica di Boris Tadic…..
Proprio in quei momenti, Radovan se ne andava via dalla Serbia…..
Dal cielo sopra Belgrado - dove appena 9 anni fa le forze Nato seminavano “chirurgicamente” morte e distruzione - Radovan Karadzic, mentre i “nuovi cileni” lo portavano via per sempre, vedeva i fuochi che tanti figli della Serbia avevano acceso in suo omaggio.
Radovan significa “essere lieto”, ma non c’è nessuna letizia in questa notte serba. Le tenebre ormai si sono impossessate della Serbia. Il destino dell’Occidente sembra ormai tracciato. La Russia è sempre più lontana e dal cielo anche Karadzic non vede più alcuna Terza Roma. Secondo un sondaggio diramato in questi giorni a Belgrado il popolo russo non riesce a capire come i serbi possano aver tradito così un “eroe nazionale”. Forse, da Mosca, dalla patria di Dimitrij Donskoj e di Georgij Zukhov, anche la Serbia sembra ora molta “italiana” e badogliana…..
Ma i fuochi continuavano a rilucere nella oscura notte di Belgrado.
E Radovan, dal cielo di Belgrado, li vedeva ancora brillare potenti.
Forse aveva una piccola stretta al cuore. Traditori, democratici, sinedri: non potevano più nulla ormai su di lui. Luce nelle tenebre. Il fuoco brucia tutto. Estingue e ricrea…. Ma poi chiudeva gli occhi….
Pensava quindi che un’altra battaglia lo attende ora. L’ultima, LA DECISIVA.
RADOVAN KARADZIC EROE SERBO
SIMBOLO DI RESISTENZA AL MONDIALISMO ANGLOAMERICANO!
PRESIDENTE SIAMO TUTTI CON TE
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RADOVAN KARADZIC HA POCO DICHIARATO AL TRIBUNALE GENOCIDA MONDIALISTA DELL'AJA DI AVERE "UN CONSIGLIERE INVISIBILE" E PER QUESTO DI DIFENDERSI DA SOLO.
i GAZZETTIERI MONDIALISTI NON HANNO SPECIFICATO SE "INVISIBILE" DOVESSE ESSERE INTESO IN SENSO SPIRITUALE.....


Kosovo: una partita truccata:::: 14 Giugno 2008 :::: 149 T.U. :::: Analisi :::: Stefano Vernole di Stefano Vernole
Dopo aver resistito per alcuni mesi alle pressioni provenienti da Bruxelles e Washington, infuriate per il mancato dispiegamento della missione Eulex in Kosovo a causa del veto russo presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon sembra ora aver ceduto il passo.
L’annunciata “riconfigurazione” di Unmik, che delinea il progressivo depotenziamento del ruolo delle Nazioni Unite e il suo passaggio di competenze all’Unione Europea, ha aperto così la strada all’ennesima violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU, scatenando le ire del Ministro serbo per il Kosovo e Metohija, Slobodan Samardzic.
La decisione assunta da Ban dovrebbe infatti salvaguardare sia l’indipendenza operativa di Eulex rispetto alle strutture dell’ONU sia negare la scissione amministrativa del Kosovo a maggioranza serba nel nord, secessione che è già stata attuata sul terreno.
La Russia, per bocca del Ministro degli Esteri Sergei Lavorv, ha nuovamente tuonato contro la “linea occidentale” sul Kosovo, rilanciando l’appello alla ripresa dei colloqui tra Belgrado e Pristina, anche perché la dichiarazione d’indipendenza del 17 febbraio scorso non ha portato la provincia serba alla stabilità.
L’obiettivo europeo-statunitense consiste però nel discutere la “riconfigurazione” di Unmik in Consiglio di Sicurezza la prossima settimana, studiando il modo di evitare un voto o una nuova risoluzione e aggirando così il potere di veto a disposizione di Mosca e Pechino.
La strategia messa in cantiere dai paesi occidentali sarebbe quella di intensificare le pressioni sui vari paesi delle Nazioni Unite che finora non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia (ad oggi solo 42 Stati su 192 l’hanno fatto), in virtù del processo di accelerazione che l’adozione della nuova Costituzione del 15 giugno dovrebbe mettere in moto.
Se ad ottobre almeno i 2/3 degli Stati rappresentati all’ONU dovessero riconoscere l’autoproclamazione del Kosovo, non solo Pristina potrebbe ambire ad ottenere un seggio all’interno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma i 1.900 uomini che compongono la Missione Eulex potrebbero essere dispiegati senza più tante preoccupazioni di carattere diplomatico.
Aldilà delle battaglie giuridiche e mediatiche che Belgrado e Mosca stanno conducendo nell’arena internazionale (in particolare la dichiarazione congiunta russo-cinese-indiana del 15 maggio scorso che confermava l’impossibilità di riconoscere l’indipendenza del Kosovo e chiedeva la continuazione dei negoziati per una soluzione condivisa tra le parti), il vero problema che si pone di fronte agli obiettivi occidentali è quello rappresentato dalla presenza nel nord del Kosovo e Metohija di una forte e agguerrita minoranza serba, estremamente decisa a mantenere la sua sovranità e i suoi legami organici con la madrepatria.
A questo proposito, va ricordato che i Serbi del nord del Kosovo, in pieno accordo con il governo di Belgrado, hanno eletto alle elezioni politiche ed amministrative dello scorso 11 maggio i propri rappresentanti ed annunciato che, contemporaneamente all’adozione della costituzione kosovara del 15 giugno, verrà creata un’assemblea indipendente per sancire il boicottaggio del nuovo Stato guidato da Thaci e “supervisionato” dalla NATO.
Il progetto, elaborato probabilmente dallo stesso Ministro Samardzic, stretto alleato dell’ex premier Vojislav Kostunica, vorrebbe indurre le Nazioni Unite a concedere una larga autonomia alle istituzioni serbe nel nord del Kosovo per quanto riguarda il controllo della polizia, delle dogane, della giustizia, dei trasporti, delle telecomunicazioni e del confine con la Serbia, inclusa la protezione delle chiese e dei luoghi sacri per i cristiano-ortodossi.
Temendo l’apertura di una separazione di fatto dal resto del paese, il capo dell’Unmik, Joachim Ruecker, ha deciso di estendere il mandato dei sindaci uscenti nei comuni serbo-kosovari che avevano eletto i loro nuovi rappresentanti l’11 maggio, togliendo legittimità alla validità delle consultazioni tenutesi nel nord del Kosovo.
Questo ennesimo sopruso, volto ad ignorare come la Risoluzione 1244 ancora attualmente in vigore attribuisca la sovranità sulla provincia alla Serbia, ha scatenato le ire della Russia, che attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Andrei Nesterenko, ha chiesto le dimissioni di Ruecker, criticando “lo sfacciato arbitrio, a cui bisogna decisamente porre fine”.
Almeno su questo punto, le manovre di Mosca sembra aver avuto buon esito e hanno convinto Ban Ki Moon a “licenziare” Ruecker dal suo incarico di capo missione.
Su questa scelta del Segretario generale dell’ONU pesano comunque anche altri fattori, ovviamente non rivelabili al grande pubblico e in particolare lo scontro di poteri relativo alla gestione del cd. “Fondo di difesa a favore di Ramush Haradinaj”, l’ex comandante dell’UCK recentemente assolto dal Tribunale dell’Aja nonostante le pesantissime accuse che gravavano sul suo conto (il governo di Belgrado aveva predisposto contro di lui 108 capi d’accusa e la stessa Carla Del Ponte lo indicava quale esecutore materiale di almeno 40 omicidi contro i civili serbi, nel solo 1998).
Haradinaj è infatti considerato insieme all’attuale capo del governo di Pristina, Hashim Thaci, uno degli “intoccabili”, in quanto è a capo di uno dei più importanti clan mafiosi kosovari.
Egli è recentemente tornato alla ribalta, grazie all’impunità concessagli dal Tribunale dell’Aja, accusando lo stesso Thaci di utilizzare lo Shik, ossia il “Servizio d’informazioni del Kosovo” (una sorta di servizio segreto albanese-kosovaro, formato da ex membri dell’UCK e in passato specializzato nella caccia ai Serbi) a beneficio del suo partito politico.
Proprio pochi giorni fa, la stessa abitazione di Thaci è stata attaccata con armi da fuoco, un episodio che la polizia ha liquidato come un gesto improvvisato di due giovani ladruncoli, mentre vicino a Skopje è stato arrestato, in quanto protagonista degli incidenti scoppiati durante le elezioni macedoni, Agim Krasniqi, ex comandante dell’UCK ed ex socio del premier kosovaro.
Tra gli stretti collaboratori di Ramush Haradinaj, accusati di utilizzare il suo cospicuo fondo di difesa (almeno dieci milioni di euro) per riciclare denaro sporco, l’Unmik ha posto agli arresti Jahja Lluka, al momento uno dei consiglieri di Agim Ceku, che ricordiamo ex capo del governo di Pristina, ex comandante dell’UCK ed ex comandante dell’esercito croato durante l’epurazione dei Serbi dalle Krajine.
Insieme a Lluka è stato messo in galera il direttore della banca “Kasabanka”, Milazi Abasi, su cui sarebbero stati effettuati i versamenti di denaro, tutti inferiori ai diecimila euro, limite al di sopra del quale chi deposita è obbligato a specificare l’origine del denaro utilizzato nella transazione.
Casualmente, pochi giorni dopo l’arresto di Abasi, la maggiore banca slovena, “Nova Ljubljanska Banka” (NLB), ha acquistato il 50,14% della “Kasabanka”, entrando perciò direttamente nel mercato bancario del Kosovo.
La retata ha però risparmiato gli “uomini ombra” dell’affare “Fondo di difesa Haradinaj”, che potrebbero individuarsi negli stessi personaggi sui quali, alcuni mesi fa, si erano concentrate le attenzioni dell’ex funzionario Unmik, James Wasserstrom, poi costretto ad abbandonare il Kosovo con l’accusa di conflitto d’interessi.
Il dirigente americano, che aveva l’incarico di supervisionare il processo di privatizzazione delle pubbliche imprese, avrebbe siglato un contratto di 160.000 euro (fonti albanesi parlano di 220.000 o 460.000 euro) come “special advisor” nell’appalto riguardante l’aeroporto internazionale di Pristina (PTK).
Pur avendo l’Unmik confermato le indagini e pur essendo stato bloccato per un controllo di polizia al posto di frontiera di General Jankovic, il valico che separa il Kosovo dalla Macedonia, James Wassertrom non è stato arrestato ma semplicemente invitato a togliere il disturbo.
I pochi mezzi d’informazione che hanno seguito la vicenda si sono concentrati sullo scontro che egli avrebbe avuto con tre pezzi da novanta dell’amministrazione internazionale in Kosovo, cioè l’ex generale statunitense e vice di Unmik, Steven Schook, il capo dell’Ufficio Legale dell’Unmik a Pristina, Alexander Borg Olivier e non ultimo, il Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG), Joachim Rucker.
Motivo del contendere, le diverse interpretazioni sui criteri di privatizzazione delle imprese kosovare, che Wasserstrom avrebbe denunciato sotto il controllo dei partiti politici kosovari e in particolare di quello del premier Thaci.
Su “depistaggio” di alcune ONG legate a George Soros, si era accreditata anche la pista relativa al mega appalto per la costruzione della centrale elettrica “C”, un affare che vede in pole position una multinazionale ceka-statunitense, insidiata da altri tre gruppi economico-finanziari europeo-americani, tutti interessati a ricevere i fondi assegnati per il bando ma non realmente intenzionati ad investire in un progetto che potrebbe trasformare il Kosovo in un grande esportatore di energia.
Il nodo della questione riguarderebbe, invece, le indagini che Wasserstrom stava effettuando sui “suggerimenti” elargiti da Rucker, Borg Olivier e Schook a Lluka, al fine di ottenere vantaggi fiscali nella costituzione del “Fondo di difesa Haradinaj” (per quali tornaconti è facilmente immaginabile).
Non è quindi un caso che Steven Schook sia partito in tutta fretta su un aereo privato da Pristina nel dicembre 2007, appena giunta la notizia dell’apertura di un’inchiesta per il suo comportamento non professionale nel su-indicato progetto “Kosovo C”.
Il vero motivo per cui Ban Ki Moon in persona lo avrebbe richiamato riguarda piuttosto la propensione di Schook ad “attingere” ai conti correnti del “Fondo difesa Haradinaj”, operazione alla quale aveva preso attivamente parte.
Che anche Rucker, ora, sia stato rimosso, indica evidentemente l’intenzione di nascondere il vespaio di conflitti d’interesse che legano a doppio filo i clan mafiosi albanesi e i principali responsabili dell’amministrazione internazionale del Kosovo.
I casi di Bernard Kouchner e Marti Athisaari insegnano.
Ma quello della corruzione non rappresenta, in questo delicato momento di passaggio, il principale problema nella provincia serba.
Profondamente indignati per il parziale successo che la Russia aveva ottenuto nella sua battaglia diplomatica di difesa del diritto internazionale sulla questione kosovara, gli Stati Uniti e i loro alleati britannici sono passati al contrattacco.
Non bisogna dimenticare che le cupole atlantiste stanno spingendo, in maniera sempre più vigorosa, per la realizzazione del tanto a lungo annunciato “Nuovo Ordine Mondiale”, rallentato in questi ultimi anni proprio dalla resistenza messa in campo dalle principali potenze eurasiatiche, favorevoli invece ad un sistema multipolare di relazioni internazionali.
Dalla dichiarazione di 5 ex generali della NATO per una nuova architettura internazionale guidata da Stati Uniti ed Unione Europea ma volta a “superare” le Nazioni Unite, si è passati alla recente proposta dell’ “alleanza delle democrazie”, accettata da entrambi i candidati presidenziali USA Obama e Mac Cain, significativamente indicata come l’unica soluzione per superare il veto russo-cinese nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e poter “intervenire” in teatri come il Darfur, il Myanmar e l’Iran.
Il caso del Kosovo assurge quindi a simbolo di queste intenzioni e proprio per tale motivo gli apparati strategici di Washington si sono messi all’opera al fine di aggirare tutti gli ostacoli al dispiegamento della Missione europea Eulex, i cui uomini incaricati – è bene ribadirlo – sono di assoluto gradimento statunitense (quando non nominati direttamente dal Dipartimento di Stato USA).
Ciò chiarisce perché il 10 giugno 2008, europei e nordamericani abbiano annunciato di voler cooperare insieme per garantire “una transizione morbida” dei poteri tra la missione di Unmik e quella di Eulex, che saranno probabilmente destinate a convivere per alcuni mesi.
Quanto “morbida” si preveda, al contrario, debba essere questa transizione, lo ha ben sottolineato il portavoce della Missione ONU in Kosovo, Alexander Ivanko, che ha parlato di “cambiamenti drammatici dopo il 15 giugno … Capiamo che il nord rappresenta un problema e ci è chiaro che questo problema non sarà risolto né domani né dopodomani. Sarà necessario del tempo e speriamo che le istituzioni kosovare e gli altri attori internazionali siano molto cauti nel risolvere questo problema”.
Secondo Ivanko, la priorità dell’Unmik è quella di riprendere il controllo doganale dei posti di frontiera settentrionali di Brnjak e Jarinje, perché l’alternativa sarebbe quella di chiuderli.
Sulla “prudenza” che gli “altri attori internazionali” dovrebbero mantenere in questa fase considerata a rischio, è evidente il riferimento di Ivanko alle forze dell’Alleanza Atlantica.
Questa settimana la NATO ha alzato il livello di guardia nella provincia, parlando di “allarme rosso” e ha messo a punto il piano operativo (Oplan) delle truppe Kfor, che include il compito di addestrare il nuovo esercito kosovaro previsto dal piano Athisaari.
In base all’intesa raggiunta, i portavoce dell’Alleanza hanno dovuto ammettere che Spagna, Slovacchia e Romania, nazioni che non riconoscono l’indipendenza di Pristina da Belgrado, non parteciperanno all’assunzione dei nuovi compiti (Madrid avrebbe minacciato, in caso contrario, il ritiro dei suoi 640 soldati dal Kosovo).
Un’altra grana è costituita dall’atteggiamento della Turchia, che non vuole approvare alcun passo in avanti rispetto ai meccanismi di cooperazione limitata previsti dall’accordo “Berlino Plus” del 2002, perché non intende fornire il via libera a Cipro all’interno dell’Unione Europea (a sua volta Cipro blocca l’ingresso di Ankara nell’Agenzia di Difesa europea).
Per questo motivo era rimasta in sospeso la revisione del piano operativo, necessaria anche per regolare il coordinamento tra Kfor e la nuova missione di polizia e giustizia europea, Eulex.
Quello che più inquieta è che gli apparati di sicurezza dei vari paesi sono in queste ore estremamente tesi, in quanto per risolvere “definitivamente” il problema della secessione nel nord del Kosovo, sarebbe stato approntato un ulteriore piano operativo e ufficialmente segreto, in base al quale le SAS, le squadre speciali dell’esercito inglese con licenza di uccidere (la guerra contro l’IRA insegna), sarebbero a breve inviate nella zona di Kosovska Mitrovica, allo scopo di eliminare i capi serbi ribelli.
L’Italia, ovviamente, darebbe il suo contributo “passivo” all’operazione, stante l’annuncio del neo Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per cui è stato messo a disposizione un battaglione di riserva “pronto a dispiegarsi in Kosovo entro 4 giorni in caso di tensioni legate al passaggio di poteri”.
Il 15 giugno, adozione della nuova Costituzione del Kosovo e il 28 giugno, anniversario della battaglia nel Campo dei Merli, quando migliaia di Serbi proveranno a calare su Gazimestan, sono i due giorni in cui l’adrenalina dovrebbe salire alle stelle.
Si tratta di una partita giocata con carte truccate, è importante, allora, che siano almeno carte scoperte.
– 14/06/2008
http://www.eurasia-rivista.org/cogit...GkINpnNw.shtml


Kosovo e Metohija: un mito che si rinnova:::: 4 Luglio 2008 :::: 71 T.U. :::: Analisi :::: Stefano Vernoledi Stefano Vernole*
Mai come quest’anno il giorno di Vidovdan (San Vito) per i Serbi assumeva un’importanza particolare.
La secessione del Kosovo, attuata per mano della dirigenza albanese il 17 febbraio scorso e frutto delle pressioni occidentali, in spregio a tutte le regole del diritto internazionale, non è stata minimamente digerita.
Sia il governo di Belgrado sia la minoranza serba della provincia non ne intendono riconoscere la legittimità e grazie all’appoggio russo nemmeno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha potuto finora avallare alcunché, suscitando al contrario le ire di Washington, patrocinatrice dell’ennesimo spezzettamento balcanico.
Nonostante le varie difficoltà e i mille impegni, decido quindi di mettermi in viaggio verso Belgrado, nella speranza di trovare un modo per poi raggiungere il Kosmet e m’imbarco sull’ultimo volo disponibile il 26 giugno.
Arrivato nella capitale serba, le mie prime ricerche si rivelano vane ma quando sto ormai per recarmi verso la stazione dei bus e visionare gli orari di partenza in direzione Kosovska Mitrovica arriva la telefonata di uno dei miei contatti.
Ho un posto prenotato sul pullman organizzato dall’ ”Accademia Ivo Andric” e dall’ “Unione degli Scrittori” serbi, il ritrovo alle ore 21.00, presso una delle loro chiese favorite, è fissato per la sera del 27 giugno.
Avviso altri miei amici residenti nella capitale, raduno un po’ della roba lasciata a casa di un conoscente che aveva generosamente deciso di ospitarmi e mi presento all’appuntamento fissato.
I pullman sono addirittura tre, cerco di capire la tipologia di coloro che hanno deciso ancora una volta di mettersi in marcia verso la “Terra sacra” e capisco subito di non essere capitato solo in mezzo ad un ritrovo d’intellettuali.
Per la maggioranza si tratta di donne, quasi tutte vestite modestamente o addirittura in maniera tradizionale, perlopiù giovani, qualche ragazzo appartenente ai circa 12 gruppi nazionalisti sorti in Serbia negli ultimi mesi e protagonisti dei cortei che hanno infiammato la nazione dopo il 17 febbraio.
Molti sono stupiti di vedere un giornalista italiano in mezzo a loro, essendo abituati agli inviati embedded non capiscono perché un europeo laico voglia partecipare alla loro esperienza che, comprenderò subito, è essenzialmente di tipo religioso.
Troppi sono ancora i ricordi della criminalizzazione attuata contro la Serbia negli anni Novanta, acuiti ora dalla questione del Kosovo e Metohija.
Diverse persone mi chiederanno durante il viaggio i motivi di questa persecuzione che ancora non riescono completamente a spiegarsi, ma se le mie motivazioni tutte basate sulla geopolitica realista sono certo apprezzate, la maggior parte di loro rimane intimamente convinta di un disegno premeditato ed attuato in maniera diabolica contro quelli che si considerano gli ultimi difensori della cristianità europea.
Tra i partenti, due persone in particolare mi rimarranno impresse.
Un uomo di mezza età sulla sedia a rotelle e senza una gamba, che non accenna al minimo atteggiamento di pietismo ma anzi ci sprona ad intraprendere il viaggio utilizzando qualche parola d’italiano.
Una bellissima ragazza, di origini russe, che vediamo piangere mentre saluta i genitori rimasti a Belgrado; solo a Pec capiremo il motivo di questo atteggiamento, quando invece di proseguire verso Decani la vedremo sistemarsi al Patriarcato, con l’obiettivo di divenire assistente dell’Igumena.
Dopo oltre 24 ore di caldo torrido, appena il nostro pullman si mette in moto scoppia un temporale violentissimo, il quale associato ad un incidente stradale che rallenta notevolmente la nostra andatura, mi fa pensare al solito scherzo del destino, non sempre favorevole a coloro che vogliono sfidare la sorte (atteggiamento al quale i Serbi sono abituati da tempo).
Nessuno dei partecipanti comunque si scoraggia, le musiche mistiche che ci accompagneranno per tutto il percorso vengono intonate in coro e conferiscono solennità alla serata.
Prendere sonno diventa perciò difficile e in una sorta di dormiveglia, alle prime luci dell’alba, intravediamo il confine del Kosovo e Metohija, il quale, per chi proviene da nord, assomiglia ormai ad una groviera bucata.
I segni dei posti di dogana bruciati a Leposavic sono ancora evidenti, i rari soldati della KFOR lì piazzati hanno poca voglia di controllare chi siamo e dopo una dichiarazione verbale di voler proseguire e raggiungere Gracanica ci lasciano passare.
Tutti i paesi che attraversiamo sono un tripudio di bandiere serbe, come a ribadire che lì il confine non è ancora stato spostato, tutti si stanno evidentemente preparando per l’annunciata proclamazione del Parlamento serbo del Nord, in programma per le ore 16 del 28 giugno.
Giunti di fronte alle miniere di Trepca, poco distanti da Kosovska Mitrovica, finalmente la polizia kosovara e le truppe della KFOR compaiono all’orizzonte, fermano i pullman e li perquisiscono.
Delusi per non aver trovato armi, alcuni “soldatini” della NATO cercano soddisfazione bloccando le ragazze, chiedendo loro di aprire gli zaini ma ottenendo in cambio solo degli sguardi ironici, tipici della fierezza femminile serba.
Possiamo allora ripartire verso l’enclave di Gracanica e stavolta salgono insieme a noi due energici ma discreti uomini in “borghese”, probabilmente esponenti del MUP serbo che vigilano sui nostri spostamenti e vogliono assicurarsi che a nessuno venga in mente di attaccarci.
Arrivati di fronte allo stupendo Monastero, in perfetto orario per l’inizio della Messa, improvvisamente tutte le donne presenti iniziano ad indossare il foulard per coprirsi la testa e l’atmosfera diviene sempre più mistica.
Su un palco improvvisato e protetto dal torrido sole che illumina la nuova giornata, in un tripudio di bandiere serbe e di ritratti di Santo Re Lazar e di San Sava, il vescovo di Raska-Prizren, Artemije, dà vita alla liturgia cristiano-ortodossa, affiancato dal metropolita montenegrino e inviato speciale del patriarca Pavle, Amfilohije, dal capo del Monastero di Visoki Decani, Teodosije, ma soprattutto sotto la spinta incessante dei fedeli, che non smettono di baciare icone ed inginocchiarsi di fronte ai simboli religiosi più cari.
Tra i numerosissimi presenti che riempiono le strade di Gracanica, notiamo anche i giovani del gruppo “1389”, autori della Vidovdanski Mars, una discesa a piedi verso il Kosovo iniziata il 14 giugno da Belgrado.
Sono riconoscibili sia per le magliette sia per i capelli corti, il loro aspetto rende bene l’idea della stanchezza accumulata nelle ultime due settimane, tuttavia sembrano soddisfatti dell’impresa compiuta e più che alla cerimonia del Monastero s’interessano ai caffé e ai ristoranti dislocati all’interno dell’enclave.
Sentendoli parlare, veniamo a sapere della presenza anche di ragazzi francesi, russi e tedeschi, che simbolicamente hanno voluto portare la loro solidarietà di europei, aderendo all’iniziativa dei “marciatori”.
Poco prima di partire per Gazimestan, si verifica qualche momento di tensione con uomini Albanesi che passano sulla strada costellata di pullman e ci urlano qualcosa, tutto però finisce subito lì e c’imbarchiamo alla volta di Kosovo Polje, stavolta su un pullman di fedeli russi, in gran parte donne, arringati dal pope.
Il dispiegamento intorno al “Campo dei Merli” è abbastanza imponente, i militari slovacchi permettono l’accesso solo ai Serbi che li salutano con il segnale delle tre dita, simbolo (un po’ popolarizzato) della Trinità ortodossa.
D’altronde la marea di giovani che incontriamo lungo la salita che conduce al monumento di Gazimestan, nel luogo dove si combatté l’epica battaglia dei Serbi contro i Turchi il 28 giugno 1389, è formata soprattutto dai ragazzi dell’ultima generazione belgradese, in un crescendo di cori nazionalisti quasi da stadio.
Giunti in cima, il timido tentativo di alcuni soldati della KFOR per chiederci i documenti s’infrange con la determinazione del collega giornalista che ho a fianco, nema pàsos (niente passaporti) risponde e passiamo senza alcun controllo.
L’immagine del monumento di Gazimestan e dello sventolio di stendardi agitati sotto il caldo soffocante, permette di capire l’intensità dei sentimenti che le migliaia di manifestanti esprimono nella celebrazione.
Alla commemorazione assiste anche il rappresentante del governo di Belgrado, l’ormai dimissionario Ministro per il Kosovo e Metohija, Samardzic, mentre il carismatico Artemije consegna le medaglie d’oro e d’argento insieme ad un sussidio di 100 euro alle madri con più di quattro figli, come a sottolineare quanto la politica demografica abbia inciso nel corso dei secoli sulle vicende balcaniche.
Tutto si svolge senza problemi, sotto gli sguardi forse un po’ stupiti dei tanti giornalisti presenti, televisioni russe e albanesi comprese.
A questo punto chi può si dirige a Kosovska Mitrovica, dove l’esponente del Partito Radicale Serbo, Radovan Nicic, viene eletto presidente del Parlamento dei Serbi del Nord-Kosovo.
Il nome ufficiale è “Assemblea dell’unione delle municipalità della provincia autonoma del Kosovo”, si compone di 53 seggi occupati dai delegati eletti nelle elezioni amministrative serbe del maggio scorso e fungerà da organismo politico separato, in rappresentanza della minoranza serba presso il governo di Belgrado.
Unmik, UE e Pristina digrignano i denti, affermando che questo organo è solo rappresentativo e non avrà il potere di legiferare ma in realtà esso sancisce ufficialmente la secessione prodottasi sul terreno, in quanto Eulex non può operare nel Nord ed ora i Serbi controllano il 15% del territorio kosovaro.
Chi sperava in una fuga precipitosa, dopo la dichiarazione d’indipendenza letta da Thaci, si sbagliava; qui i Serbi sono addirittura aumentati e pare che in tutto il Kosmet ammontino ora a 140.000 persone.
Intanto noi proseguiamo verso il sud e giungiamo nelle enclavi serbe di Orahovac e Velika Hoca.
Qui la situazione è molto meno allegra rispetto a Gracanica, dove i soldati svedesi ed irlandesi della KFOR lasciavano una certa libertà di movimento.
Appena arrivati, dopo aver percorso una strada completamente dissestata, ci si para di fronte uno scenario di tipo palestinese.
Inizialmente vogliamo visitare uno dei tanti monasteri cristiano-ortodossi distrutti negli anni scorsi ma ricostruiti parzialmente, grazie alla pazienza della Chiesa locale; i militari austriaci hanno in mano una lista e facendo una sorta di appello chiamano nome per nome tutti i presenti, che vi possono accedere solo passaporto alla mano.
Siamo circa 150 persone, molti non hanno nemmeno mangiato dalla sera prima e la temperatura atmosferica è altissima; un amico francese inveisce contro il responsabile della KFOR, che a sua volta si giustifica parlando di “ordini superiori”, lui gli replica accusandoli di “essere tutti agli ordini degli americani”.
Il capitano austriaco ribadisce la propria nazionalità, poi finalmente si decide a concederci un pass non trovando i nostri nomi sulla lista e possiamo passare.
A Velika Hoca, forse qualche centinaio di abitanti, i Serbi giunti da Belgrado scaricano casse di materiale da destinare all’enclave, la gente ringrazia e dimostra tutta la sua riconoscenza per i “fratelli” che non li hanno abbandonati completamente, ma le loro condizioni sono apparentemente terribili, le possibilità di spostamento sono nulle e si limitano a sopravvivere in una sorta di ghetto vigilato dalla polizia.
A Orahovac, dove passeremo la notte, la situazione non è molto diversa, con la differenza che gli abitanti dimostrano un’inaspettata allegria, frutto del loro spirito indomabile.
Vista la targa serba del pullman, un gruppo di Rom ci si fa incontro sorridendo e salutandoci gioiosamente, in quanto condividono la stessa sorte dei Serbi, rispetto ai quali sono considerati “collaborazionisti”.
Notiamo gli striscioni, in inglese, dell’USAID, che annunciano la “settimana della cultura” nelle enclavi serbe del Kosmet, dal 30 giugno al 4 luglio, evidentemente CIA e Soros sperano di trovare consensi anche qui ma temo che resteranno delusi.
Dopo l’ennesima messa della giornata, veniamo assegnati, divisi in gruppi di tre-quattro persone, alle rispettive famiglie, poche decine che non hanno abbandonato il paese.
Il mio padrone di casa è un profugo della Bosnia, ironia della sorte, risistemato in Kosovo nella speranza di un futuro migliore; qui vive da assediato, con acqua e luce che arrivano ad intermittenza, mentre i sussidi di Belgrado rimangono per ora in sospeso, in attesa di ridefinire i compiti della polizia serbo-kosovara.
Non mancano però caffè turco e rakja, la sua famiglia è di un’ospitalità disarmante, in particolare i bambini stravedono per me e un collega russo, di cui ammirano i tatuaggi sul corpo, sognando forse un giorno di poterseli permettere.
Alla cena, divisa in due fasi visto che la stanza non poteva accoglierci tutti nello stesso momento, faccio conoscenza con i ragazzi più giovani giunti da Belgrado, studenti universitari che vorrebbero lavorare nei corpi speciali.
Per ora si limitano ad intonare i canti patriottici e tutta l’enorme tavolata li segue, instancabile.
E’ ancora il giorno di Vidovdan, l’orgoglio serbo non può essere accantonato e in quanto stranieri siamo costretti a tenere il rituale discorso in piedi, con il quale bisogna dimostrare di avere apprezzato l’accoglienza.
Date le circostanze, i legami fra tutti i presenti si stringono immediatamente e non possiamo rifiutare di proseguire la nottata nella kafana vicina, dove la musica tradizionale, alternata ai cori per il Kosovo, ci tiene svegli ancora diverse ore.
Dopo l’ennesima notte praticamente insonne, riprendiamo il viaggio alle 6 del mattino per il Patriarcato di Pec, dove le formalità burocratiche sono per fortuna meno opprimenti.
I responsabili del complesso appaiono estremamente preoccupati, in quanto sembra stia andando a buon fine il progetto di togliere alla Chiesa le terre circostanti il Monastero, che le appartengono invece da sempre.
In questo caso, la questione potrebbe arroventarsi anche nel Sud e le truppe della KFOR, con le quali adesso si collabora abbastanza cordialmente rischierebbero di essere considerate “truppe di occupazione”, con tante conseguenze poco piacevoli per gli stessi soldati italiani.
Forse l’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che giustificò il riconoscimento con la necessità di evitare rappresaglie, si era scordato che nella provincia non esistono solo gli Albanesi, molti dei quali, peraltro, iniziano ad essere stufi delle promesse di una “comunità internazionale” che regala sovranità solo di carta, come quella delineata nel “Piano Athisaari”.
Nei discorsi degli stessi Serbi, non si esclude addirittura di arrivare ad un accordo con i nazionalisti schipetari in funzione anti-NATO, alleanza che manderebbe in frantumi lo schema del divide et impera realizzato dalle lobbies occidentali nei Balcani.
Ammirate le bellezze architettoniche e spirituali del Patriarcato, c’intratteniamo a colloquio con il Metropolita del Montenegro, Amfilohije Radovic, che aggiorna sugli ultimi episodi di violenza nei confronti dei Serbi delle enclavi.
In ogni caso, tutti ripetono l’incrollabile affermazione che sento ormai da anni: “passeranno altri 500 anni ma il Kosovo e Metohija farà ancora parte della Serbia, abbiamo resistito per secoli agli Ottomani, possiamo resistere tranquillamente anche all’Alleanza Atlantica”.
Una piccola dimostrazione la verifichiamo poco dopo nella vicina Decani; i solerti militari italiani di guardia al mitico Monastero di Visoki Decani vorrebbero ripetere lo schema del giorno precedente: lista e accesso persona per persona, passaporto alla mano.
Qui cerco di fare da mediatore e la maggiore disponibilità degli ufficiali ci consente stavolta di evitare inutili controlli; un cospicuo gruppo di Serbi ha ormai raggiunto l’ingresso, superando lo sbarramento dei militari e la KFOR evita intelligentemente di utilizzare la forza.
Dopo l’ulteriore immersione in un’atmosfera di sacralità, ripartiamo con calma per Belgrado e solo nel tardo pomeriggio, nei pressi di uno splendido Monastero del XII secolo situato sopra Novi Pazar, riusciamo a bere qualcosa.
Nel frattempo giungono le notizie del probabile incarico di governo nazionale affidato all’economista Mirko Cvetkovic, a capo di una coalizione guidata dai liberali ma che gode del sostegno decisivo dei Socialisti, dell’ex Presidente Milosevic e di “Serbia Unita”, la formazione dell’ex comandante paramilitare Arkan.
“Tutto va bene madama la marchesa”, l’importante per l’ambasciata americana che ha ricominciato a distribuire i visti ai suoi connazionali è evitare un esecutivo anti-NATO, quale quello prefigurato dai Radicali e dal Partito Democratico Serbo dell’ex premier Kostunica, molto più interessati a stringere alleanze militari con la Russia.
In Europa, ovviamente, solo voci di giubilo, le privatizzazioni continueranno, la corruzione pure, la “questione morale” sui presunti crimini di guerra è ormai superata, “stabilizzazione democratica” la chiamano.
L’intesa liberali-socialisti-partito di Arkan ha ribaltato anche l’intesa che era già stata raggiunta per affidare le chiavi della municipalità di Belgrado al radicale Vucic; le firme e i trattati, si sa, sono carta straccia nell’ex Jugoslavia, Kumanovo insegna e pazienza se ora la capitale serba si è riempita di scritte in cui Tadic viene paragonato a colui che prese i famosi trenta denari …
Peccato che nel frattempo le creature occidentali inizino a mostrare i segni delle loro forzature.
Il governo di Pristina è in piena crisi, a causa della rimozione del viceministro del Commercio e dell’Industria, Naser Osmani, che lancia accuse nei confronti di Hashim Thaci per la sua propensione a piazzare i membri del proprio partito ai vertici delle aziende pubbliche.
La lotta per il potere tra l’attuale premier kosovaro e l’atro ex comandante dell’UCK, Ramush Haradinaj, sospettato dai servizi segreti tedeschi di aver rafforzato la sua rete di traffici, stringendo accordi con il re del contrabbando di sigarette Naser Kelmendi e con il signore dell’eroina Ekrem Lluka, è appena iniziata.
La Bosnia-Erzegovina si trova sull’orlo del collasso finanziario, stando alle indiscrezioni di un’imminente bancarotta della Federazione croato-musulmana, nelle cui casse sarebbero rimasti solo 221 euro.
Il ministro delle Finanze Bevanda e il capo del governo di Sarajevo, Brankovic, rifiutano di commentare, intanto vengono accusati dai giornali bosniaci di acquistare imbarcazioni extra lusso, destinate ai politici, del valore di 85.000 euro.
Il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha escluso categoricamente la possibilità di aiutare la Federazione croato-musulmana dalla crisi finanziaria in cui è piombata e, dopo aver perso l’appoggio statunitense, il suo consenso è ormai ai minimi storici tra i Serbi: la strada dell’indipendenza sembra ormai spianata, meglio tenere un basso profilo.
Mentre la Macedonia viaggia sul filo del rasoio … signore e signori, la partita nei Balcani è appena cominciata, gli amanti delle emozioni forti possono gioire, i popoli che abitano quell’area, forse no, come sempre nessuno se ne assumerà le responsabilità.
* Stefano Vernole – inviato di “Eurasia” in Kosovo e Metohija
http://www.eurasia-rivista.org/cogit...exUucTnQ.shtml


Avanti Presidente Siamo tutti con Te!
La Chiesa Ortodossa Serba Ti sta già preparando un mausoleo dove tutti i Serbi nella Storia ti venereranno come un grande Eroe Serbo!
Ogni Serbo è Radovan
Radovan Karadzic Significa Pace


Dio aiuti Radovan Karadzic