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Discussione: Ossezia

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    Il Bossi di Tbilisi
    Maurizio Blondet
    10 agosto 2008



    Quando si distruggono gli imperi - anche cattivi - quel che riempie il loro vuoto è sempre peggio. La scomparsa di un impero lascia sempre una zona di instabilità, a volte per secoli (il Medio Oriente in fiamme è un esito della scomparsa dell’impero ottomano) e il motivo è ovvio. Al posto del «comando» imperiale, che è sempre in qualche misura responsabile, pretendono di «comandare» capi locali, provinciali o addirittura tribali, retrogradi, avventuristi e irresponsabili fino all’infantilismo. I nuovi «comandanti» salgono in cattedra di fronte al mondo, fanno la voce grossa, si sentono finalmente «liberi» e «sovrani». In realtà, sono solo vermi che pullulano dentro la grande carcassa dell’impero morto.

    Mikhail Saakashvili, portato al potere da una «rivoluzione delle rose» interamente pagata dalla CIA (il fatto è ampiamente documentato) è stato votato dai georgiani - cinque milioni in tutto, una provincia - perchè era il più nazionalista di tutti loro. Immediatamente, aizzato da Washington, costui ha chiesto l’adesione alla NATO. Altrettanto immediatamente, ha vietato la lingua russa ed ha abolito da tutte la scritture pubbliche e private i caratteri cirillici; ma non per sostituirli coi caratteri latini che si usano alla NATO, bensì con un alfabeto georgiano arcaico, prima reperibile solo in qualche antica lapide e decifrabile solo da qualche archeologo specializzato, e quasi certamente sconosciuto alla maggioranza assoluta dei georgiani stessi.

    Dunque, se il mondo deve occuparsi della Georgia, che impari la lingua e l’alfabeto kartuli (si chiama così, dal nome di un eroe mitico-capostipite). Saakashvili è riuscito a dare realizzazione al sogno o delirio che Bossi si limita covare, restituire i lombardi all’alfabeto celtico, un alfabeto magari di sua invenzione durante una notte di sbornie? I secessionismi e i particolarismi si nutrono sempre di qualche delirio arcaico.

    Siccome quello di Saakashvili è un secessionismo compiuto - un modello - sarà dunque istruttivo anche per i lombardi studiarne l’esito.

    A pochi mesi dalla sua elezione trionfale, Saakashvili ha trasformato la «democrazia» pagatagli dalla CIA in una dittatura personale; più precisamente, nella dittatura della sua tribù materna - letteralmente, il clan tribale di sua madre - ai cui membri ha distribuito cariche, favoritismi e mazzette della corruzione dilagante.

    Nel novembre scorso, ci sono state dimostrazioni di piazza contro il dittatore tribale; i neo-cittadini già ne hanno abbastanza del Gran Kartulo; ma Saakashvili ha scatenato contro i concittadini kartvelebi (così d’ora in poi si devono chiamare) le sue guardie pretoriane, dotate di inusitata ferocia e di armamento e addestramento pagato da Washington. Tipico dei vermi che pretendono di «comandare» agitandosi nella carcassa di un impero putrefatto è dichiararsi vittime storiche dell’impero defunto: benchè abbia dato la nascita a Stalin, ed abbia sempre avuto georgiani nel CC del PCUS, la nuova Georgia si dichiara innocente del sovietismo. Non c’entra, non c’è mai entrata, l’ha sempre combattuto scrivendo di nascosto in kartuli.

    Naturalmente, i vermi prediligono la storia antica (specie quella così antica da non aver lasciato tracce, come i Celti in Lombardia) rispetto a quella recente. Così, la Georgia nuova ha deciso di ignorare il fatto che 70 anni di unità sovietica hanno mescolato popolazioni e ha creato - soprattutto - una essenziale dipendenza economica delle piccole regioni dell’impero dalle più grandi.

    La Georgia contribuiva all’impero sovietico con due prodotti di cui non sfuggirà l’importanza strategica: una produzione di vini di seconda qualità che solo il cittadino sovietico trovava bevibili (sempre meglio dell’antigelo per motori), e una certa acqua minerale Borzhomi. Saakashvili ha preteso che Mosca continuasse a importare i suoi vini e la sua acqua minerale, allo stesso tempo dichiarandosi indipendente dalla Russia da cui importava tutto il resto, a cominciare dal petrolio con cui riscalda le case georgiane nei rigidi inverni. E pretendeva che i cittadini di lingua russa, messi in Abkhazia e in Ossezia nel grande tragico rimescolamento di popoli staliniano, imparassero il kartuli e inneggiassero al clan di sua mamma.

    Su un altro punto il Bossi kartuli è molto più concreto del nostro Saakashvili «padano»: il nostro straparla di «fucili» e «proiettili», il georgiano ha speso il 70% del prodotto interno lordo del suo Paese di 5 milioni di abitanti in miseria, in armamento pesante (1). Si è fatto un esercito di 17 mila uomini; ne ha mandati 2 mila in Iraq a fianco dell’Alleato Americano; ciò allo scopo di trascinare, poi, l’Alleato Americano nella guerra che intende sferrare contro la Russia, perchè questo è il suo scopo ultimo.

    Giudicate voi: è o non è una Grande Politica Mondiale? Il particolarista perfetto, per quanto provinciale e tribale sia, ha infatti ambizioni mondiali. Nel caso, scatenare la guerra atomica fra due superpotenze. E’ così che i vermi secessionisti si sentono grandi; provocando grandi disastri.

    Il guaio è che Saakashvili ha trovato l’appoggio dell’altra demenza, quella che impera a Washington. La quale ha usato la Georgia come zona di transito del petrolio del Caspio, che non vuol far passare dalla Russia: le condutture della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, finanziate da BP, Total ed Eni, servono allo scopo, e dovevano fornire al capo kartuli un flusso di royalty un po' più sostenuto dell’export di vinello e acqua minerale, da distribuire alla tribù materna.

    Washington preme per far entrare la Kartulia nella NATO; l’Europa non dice di no, ma nicchia, e trascina i piedi; Washington brucia le tappe e organizza una esercitazione militare congiunta con truppe americane e truppe kartuli in territorio kartuli, a ridosso della Russia; questa esercitazione è avvenuta ed è finita solo il 31 luglio, dunque pochi giorni fa (2) e si è chiamata, per volontà del Pentagono, «Immediate Response» (vedi «Provocazioni contro Mosca», EFFEDIEFFE.com, 21 luglio). Una chiara provocazione ai russi, dopo il piazzamento dei missili in Polonia e la minaccia di espellere la Russia dal G-8.

    Ciò ha chiaramente incoraggiato nei suoi progetti il Gran Kartuli. Saakashvili ha preso l’iniziativa dell’aggressione: ha mandato le sue truppe a bombardare l’Ossetia russofona, ed è apparso in TV tenendo dietro le spalle la bandiera stellata dell’Unione Europea di cui non fa parte, con accanto il vessilo della NATO di cui non è membro. Ha fatto tappezzare Tbilisi, la sua capitale, di manifesti dove appare a fianco di George W. Bush.

    Come tutti i Bossi, anche lui vive in un mondo di fantasia, di ampolle sacre su sacri fiumi, di antichi eroi kartuli del 12mo secolo o dell’età della pietra. Saakashvili si frega le mani: adesso gli americani interverranno a fianco del loro più forte alleato, Mosca ha i giorni contati. Ordina a Washington: rimandatemi i 2.000 uomini che vi ho spedito in Iraq, ora mi servono per marciare su Mosca.

    Probabilmente nessuno ha tradotto in caratteri kartuli una frase di Kissinger, che dovrebbe essere invece scolpita molto in grande a Tbilisi: «Nessuna grande potenza si suicida per un alleato minore» (a meno che non si chiami Katz). Anzi, due frasi di Kissinger. La seconda è: «Nessuna grande potenza si ritira per sempre». Parecchie decine di carri armati russi occupano la Sud Ossezia. Navi russe nel Mar Nero si predispongono a chiudere Kartulia in un blocco navale (3).

    Saakashvili è scomparso in un bunker. L’aiuto che riceve è un po' di propaganda: ecco, vedete com'è cattivo Putin, dice Bush, e ripetono i Frattini europoidi, e tutti i media coi loro camerieri e ragazzi-spazzola.

    Devo dire che la propaganda non resta senza effetto sulla stupidità egemone. Una mia amica altolocata, che lavora per l’ONU, mi telefona tutta indignata: Putin ha bombardato Tbilisi, una capitale straniera di uno Stato sovrano, violando il diritto internazionale; mentre Saakashvili, facendo strage in Sud-Ossezia, ha agito nel suo diritto, perchè il Sud-Ossezia è territorio georgiano, un «affare interno».

    Provo a rinfrescarle la memoria: ha presente che gli USA hanno invaso e stanno occupando due Paesi che non gli hanno mai dichiarato guerra nè mai costituito una minaccia per Washington? Riesce, con uno sforzo, a ricordare che solo due anni fa, Israele ha bombardato la capitale di un Paese sovrano che pare chiamarsi Libano, devastandolo dalle fondamenta, con la scusa che doveva liberare quattro (dicesi quattro) soldatini israeliani catturati mentre penetravano in territorio libanese? E’ in grado di ricordare che un Paese che non ha mai aggredito nessuno, di nome Iran, è perennemente minacciato di attacco preventivo perchè sta sviluppando un’industria nucleare civile, cui ha diritto come firmatario dei Trattati di Non-Proliferazione? Viene forse invocato in questi casi il diritto internazionale?

    La risposta è: «Scusa, devo lasciarti perchè ho ospiti». Le signore dell’ONU hanno sempre ospiti nelle loro ville con piscina. Aperitivi, rinfreschi, alta società.

    Così, non riesco a cominicarle la mia ultima frase: dall’11 settembre 2001, la società Bush & Katz ha inaugurato una nuova fase storica globale. La fase in cui la violenza «è» il nuovo diritto internazionale. E' una fase nuova ma anche un grande ritorno dell’arcaico, la forza che crea il diritto.

    L’invasione non provocata e non motivata legalmente di Afghanistan (occupato da sette anni) e Iraq (occupato da quattro), come il bombardamento del Libano hanno creato un precedente giuridico internazionale. Di cui anche all’ONU si dovrebbero soppesare tutte le conseguenze.

    Naturalmente, la risposta di Mosca al Gran Kartuli - risposta adeguata nel quadro della nuova legalità internazionale - apre una fase pericolosa. Per noi europidi, che riceviamo dalla Russia il 25% del nostro fabbisogno energetico, per i nostri serbatoi e per i nostri riscaldamenti invernali: perchè noi europei abbiamo lasciato che la ditta Bush & Katz ci separassero fisicamente dal fornitore russo, lasciando che costituissero Stati-cuscinetto come l’Ucraina, la Polonia, e la Kartulia.

    Pericoloso per l’Iran (e dunque ancora per i nostri serbatoi e caloriferi), visto che la confusione nell’area di instabilità avvicina la tentazione di Katz di attaccare Teheran approfittando della confusione stessa. Negli scorsi giorni, due nuove portaerei USA, e un altro cacciatorpediniere americano «accompagnato da due navi israeliane» (4) non identificate sono entrati nel Golfo Persico, ad aggiungersi alla densa zuppa di flotte da guerra che Bush & Katz mantengono da mesi davanti alle coste iraniane; c’è da chiedersi come riescano a manovrare nello stretto di Ormuz.

    Mai siamo stati così vicini ad un gravissimo conflitto. Di cui non dobbiamo dimenticare di ringraziare i Solana, i Barroso, i Frattini, che si tengono stretti all’«alleato» che congiura alla nostra rovina come europei, anzichè formare una solida partnership europea con Mosca, dettata dal nostro reciproco destino manifesto. La guerra fredda non è stata mai così vicina a diventare rovente dai tempi della crisi di Cuba; allora l’impero sovietico si mostrò responsabile; oggi l’impero non c’è più, e nemmeno lo stesso grado di responsabilità. E' questo il vuoto che lasciano gli imperi spaccati.

    Di una sola cosa siamo (quasi) certi: la guerra non si espanderà partendo dalla Georgia. Lì, ha ragione Lavrov, il conflitto è e resta «limitato». Bush & Katz non alzeranno un dito per il loro servo Saakashvili. E' limitato in tutto e per tutto (5).

    Almeno una consolazione ci resta: quest’inverno, nel gelo del razionamento, non dovremo studiare al lume di candela l’alfabeto kartuli. Forse gli stessi georgiani tornerannno ai caratteri cirillici.



    1) Mark Almond, «Plucky little Georgia? No, the cold war reading won’t wash», Guardian, 9 agosto 2008. Mark Almond è docente di storia ad Oxford.
    2) Tea Kerdzevadze, «International Large-scale military exercise», Georgia Today, 1 agosto 2008. The International Training «Immediate Response 2008» conducted with the joint efforts of the USA and Georgian Armed Forces was held at Vaziani Military Base on July 15-31. The mission of the training was to improve combined capabilities and strengthen regional cooperation. The exercise involved the conduction of a combined brigade-level CPX exercise with Georgian Armed Forces to develop a common understanding of coalition staff planning procedures; combined live-fire FTX/STX to train on tactics, techniques and procedures for the conduct of coalition security and stability operations and to deploy the 21st TSC EECP and exercise limited theater opening capabilities. (…) The Deputy Chief of the Joint Staff of the Georgian Armed Forces LTC Alexander Osepaishvili and SETAF Brigadier General William B. Garrett delivered speeches. BG Garrett stated that he welcomed the exercise Immediate Response 2008 saying it was an honor and a privilege to be in Georgia. «Over the next several weeks, we will live together, work together and train together. This is an invaluable opportunity to get to know and understand one another, to learn about different cultures and to build enduring relationships between professional militaries,» said the Brigadier General. He also expressed particular gratitude towards the Georgian Armed Forces for the strong support not only for the exercise but also for continuing service with the American forces, allies and partners».
    3) «Russia prepares for naval blockade of Georgia», Kommersant, 10 agosto 2008.
    4) William Cormier, «The Russian conflict in Georgia could make war with Iran more probable», Op.Ed.Nes, 10 agosto 2008. «The Arabic news agency Moheet reported at the end of July that an unnamed American destroyer, accompanied by two Israeli naval vessels traveled through the Suez Canal from the Mediterranean. A week earlier, a US nuclear submarine accompanied by a destroyer and a supply ship moved into the Mediterranean, according to Moheet».
    5) Ecco cosa dice e pretende Temur Iakobashvili, ministro di Kartulia: «E' compito dell’Unione Europea sostenere la Georgia; stiamo parlando della Politica Europea di Vicinato (?) della Politica Europea di Sicurezza Energetica e di tutte le altre politiche che sono importanti per l’Europa. Ciò che avviene in Georgia è un chiaro tentativo da parte della Russia di ridisegnare l’Est-europeo. Ecco perchè l’Unione Europea non può restare neutrale». (It is the EU's job to support Georgia because we are talking about the European Neighbourhood Policy, the European Energy Security Policy and all other policies that are important for the EU. In this regard, what is happening in Georgia is a clear attempt by Russia to redesign Eastern Europe. This is why I think the EU cannot remain neutral on the sidelines). Barroso Solana e gli altri servi europei di Katz hanno preso degli impegni verso Shakasvili? Dovremo morire per Tbilisi?

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  2. #2
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    Georgia: ha perso Israele (di nuovo)
    Maurizio Blondet 11 agosto 2008



    Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».

    La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini balttici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola n. 12» (1).

    In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani...Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».

    Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto» (2).

    Eccolo:

    «Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta il gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».

    Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.

    Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiano in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».

    Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».

    Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraqe Afghanistan.

    Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, il Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?

    Invece avviene il contrario, naturalmente.

    Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche» (3).

    Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande Armata occidentale dai tempi della prima guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40 per cento delle benzine e carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».

    Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.

    Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».

    Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.

    Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.

    Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».

    Le grandi manovre giudaico-cristiane («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.

    Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.

    Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.

    • Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini (4). In base ad un accordo firmato fra i due paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
    • Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto» (5). Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
    • Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).


    Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.

    I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.

    Quanto al Papa, invoca la pace in nome delle «comuni radici cristiane», come se il cristianesimo c’entrasse qualcosa: che analisi fanno, in Vaticano? Hanno delle informazioni proprie? Che ideologia sposano? La giudaizzazione della Chiesa la porta alla rovina mentale.

    Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di tg del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.



    1) «Did mercenaries help Georgia?», Russia Today, 10 agosto 2008. Con foto di corpi dei misteriosi combattenti, che portano mimetiche NATO. il sito Russia Today è stato oscurato per diverse ore, non certo da Mosca.
    2) «Israel backs Georgia in Caspian Oil Pipeline Battle with Russia», Debka File, 8 agosto 2008.
    3) «Major Armada prepares for Iran blockade», Europebusiness.blogspot, 7 agosto 2008. «The lead American ship in these war games, the USS Theodore Roosevelt (CVN71) and its Carrier Strike Group Two (CCSG-2) are now headed towards Iran along with the USS Ronald Reagon (CVN76) and its Carrier Strike Group Seven (CCSG-7) coming from Japan.
    They are joining two existing USN battle groups in the Gulf area: the USS Abraham Lincoln (CVN72) with its Carrier Strike Group Nine (CCSG-9); and the USS Peleliu (LHA-5) with its expeditionary strike group. Likely also under way towards the Persian Gulf is the USS Iwo Jima (LHD-7) and its expeditionary strike group, the UK Royal Navy HMS Ark Royal (R07) carrier battle group, assorted French naval assets including the nuclear hunter-killer submarine Amethyste and French Naval Rafale fighter jets on-board the USS Theodore Roosevelt. These ships took part in the just completed Operation Brimstone.
    The build up of naval forces in the Gulf will be one of the largest multi-national naval armadas since the First and Second Gulf Wars. The intent is to create a US/EU naval blockade (which is an Act of War under international law) around Iran (with supporting air and land elements) to prevent the shipment of benzene and certain other refined oil products headed to Iranian ports.»
    4) «Ukraine threatens to bar Russian warships», Reuters, 10 agosto 2008.
    5) Deborah Haynes, «Georgia sends troops from Irak to South-Ossetia», Times, 10 agosto.
    6) «US arms cache found in Kyrgyzistan», Kommersant, 6 agosto 2008.

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    Perchè si parla di Ossezia
    EFFEDIEFFE.com
    10 agosto 2008

    Pubblichiamo un pezzo di un nostro importante contatto in Russia, breve perché si tratta di persona superimpegnata, che desidera inoltre l’anonimato non per eventuali pericoli in cui potrebbe incorrere in loco, ma per preservare la sua incolumità durante i suoi ritorni in un sempre più insicuro ed arbitrario «Occidente».

    La redazione



    I richiami insistenti in TV e sui giornali al risveglio delle nostre coscienze di fronte al «pericolo giallo» dell’orgoglio cinese erano ormai piuttosto monotoni.
    Era ora di parlare d’altro.
    Evitare il rischio del coma da noia, attutire fastidio dell’assuefazione nell’infoteinment è fondamentale.
    Perchè allora non ricordarsi del malvagio Vladimir Putin?
    Nulla poteva sembrare più eccitante di una nuova azione a risonanza mondiale in questo clima attuale così adatto alla disinformazione geopolitica.
    Una guerra!
    Una novità.
    Una nuova guerra, 15.000-20.000 morti!
    Una città distrutta.

    Se ne può parlare.
    Le Olimpiadi creano una straordinaria occasione di visibilità tematica.
    E’ giusto approfittarne quando si può.
    Niente deve essere lasciato al caso.
    Cinicamente.
    Da mesi a lume di torcia si «fa luce» sulle questioni dei diritti umani in Cina e sui diritti di indipendenza territoriale del Tibet dopo quella affermata in Kosovo.
    Perchè, per cambiare, non ribadire allora il dovere della dipendenza territoriale dell’Ossezia del Sud dalla Georgia da sempre più russa che georgiana?
    Perchè, dopo aver sbraitato in favore della rottura dei confini da una parte, oggi, per cambiare, non sostenere con fervore telecomandato l’inviolabilità dei confini di un paese non più importante della Serbia e del Kosovo?
    Perchè non impegnare una volta in più l’attenzione ingenua e ignorante di milioni di telespettatori attaccati allo schermo delle Olimpiadi per istigarli all’odio contro Putin, simbolo operativo e incontrastato della rinascita della Russia?
    Quasi un crimine contro l’Umanità…

    Nel menu tematico spaventapasseri-spaventapopoli della grande macchina mediatica internazionale il tema Russia-Putin-Stalin-URSS-Gorbaciov, è sempre stato tra i meglio curati.
    Raramente nell’era moderna una Nazione si è trovata di fronte a un attacco così minuzioso e calcolato della sua immagine e del suo sentimento nazionale.
    E la Russia ne ha tanto.
    Sua è la colpa non solo di esistere ma anche di possedere una invidiabile intelligenza, straordinarie risorse naturali, un’indomabile e storica dignità, una tecnologia bellica sufficientemente creativa e uno spirito difensivo profondamente vitale.
    Sono questi ostacoli non da poco per chi si è messo in testa di mettere a fuoco e fiamme il mondo in nome della «democrazia» e dei «diritti umani», una via immaginata facile, quale di fatto non è.
    Il Nuovo Ordine Mondiale, un percorso obbligatorio per noi «europei» forzati volontari di un’idea alquanto stramba e tendenziosa che non fa dell’Europa nè un sogno ideologico, nè un luogo economico, ma un sempre più reale incubo politico e un futuro di sangue.
    Partecipi appassionati della «perestroika» di Gorbaciov, non avremmo mai immaginato di trovarci a fare i conti con l’altra faccia dell’entusiasmo incosciente per il passaggio al mercato dei «nemici» dell’Est, al nostro mercato, con la distruzione produttiva ed economica di più di mezzo mondo.

    Ma non basta.
    Non bastano albanesi, rumeni, cinesi, polacchi, ucraini, africani.
    Non bastano affamati, disgraziati, umiliati,mutilati, malati, feriti, morti.
    Non bastano.
    Abbiamo ancora bisogno di osseti, di georgiani, di abkhazi, di kirghisi, di azeri, di uzbeki, di moldavi, di tibetani, e ancora di tanti, tanti cinesi (56 etnie riconosciute).
    E di tanti russi poveri, disperati, che fuggiranno come gli altri da tutti quei territori in cui vengono provocati conflitti in nome della salvaguardia della libertà di chi se ne frega di noi e di loro.
    Gli elementi più forti e sani, più intelligenti ormai inutili nelle loro terre, impotenti per i loro famigliari e cari, pronti a divenire vergognosa «risorsa» in questo Occidente opulento e secco, isterico ed esausto.

    Mai, come dalla caduta del Muro di Berlino i popoli occidentali sono stati così vittime della disinformazione più profonda sul loro presente e sul loro futuro legato alla Russia e al suo ruolo geopolitico.
    Nessuna propaganda è mai stata cosi intensa e capillare nel fomentare la delusione e il disprezzo sottocutaneo
    Ieri in una riunione a Vladikavkaz Putin a detto che la Georgia con le proprie azioni nell’Ossezia del Sud ha commesso una delitto nei confronti del suo stesso popolo e ha inferto un colpo mortale alla sua stessa integrità territoriale.
    La stessa cosa fanno i popoli europei, quando oggi, aizzati dalla stampa, con inebetito convincimento si schierano contro la Russia in base a informazioni appositamente manipolate con estrema facilità.
    E’ facile manipolare l’immagine politica della dirigenza russa all’estero per una ragione tecnica.
    I caratteri cirillici rappresentano una barriera d’accesso alle fonti di stampa russe anche elettroniche per il grande pubblico occidentale che è costretto a credere a quello che viene loro comunicato da chi parla e scrive in caratteri latini.

    Raramente si trovano materiali di provenienza russa tradotti in lingue dell’Europa occidentale sui mass media europei, le informazioni d’agenzia più che mai.
    Dunque praticamente nessuna «massa» può consultare queste fonti sul luogo.
    Ecco assicurata la visione unica, della comunità internazionale, che non si sa bene cosa sia.
    Non si dice ma si fa di tutto perché si pensi e si desideri che la Russia sia distrutta.
    La Russia deve scomparire dall’immaginario individuale collettivo non per il suo passato ma per il pericolo del suo ruolo pacificatore nel futuro.
    Perchè la pace creerebbe una distribuzione dei beni e delle risorse diversa da quella a cui hanno pensato coloro che oggi armano la Georgia.

    Il bilancio per le attività militari della Georgia è di 1 miliardo di dollari.
    Gran parte degli aiuti il Paese lo riceve dall’estero, a fondo perduto.
    Gli USA, nell’ambito degli aiuti bellici a fondo perduto a Paesi stranieri hanno dato alla Georgia 40,6 milioni di dollari.
    La Turchia 45 milioni di dollari al ministero della Difesa e alla dipartimento per il controllo dei confini di Stato.
    Ankara ha in mente di fornire 100 macchine da guerra, 50 complessi razzi mobili «Ansa-2» di produzione pakistana, porta missili tipo «Dogan», 2 navi da guerra, telescopi SkyWatcher, 1.800 mitragliatrici M-72 a mano, 2.000 mitragliatori.
    La Bulgaria prevede di inviare 250 missili ed altro materiale come anche la Repubblica Ceca.
    10 aerei L-159 «Alca» e 620 tonnellate di munizioni.
    I Paesi della NATO in tutto hanno già spedito 175 carri armati, 4 aerei da combattimento, 12 elicotteri e 8 navi da guerra.

    Si prova a farlo politicamente, socialmente, economicamente, geograficamente.
    La guerra tra Georgia e Ossezia del Sud, e Abkhazia serve a questo.
    E’ un ennesimo tassello di questo mosaico a tema sanguinario e distruttivo.

    C. G.

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  4. #4
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    Saakashvili voleva provocare un conflitto tra l’Occidente e la Russia
    RIA NOVOSTI
    10 agosto 2008


    Markov

    Il deputato della Duma Serghei Markov, direttore dell’Istituto di ricerca politica, in occasione di una conferenza sulla politica e lo sviluppo a Rio de Janeiro ha detto che non si deve permettere che il conflitto nell’Ossezia del sud si trasformi in una confronto diretto tra Russia e Occidente.
    I soldati georgiani di notte sono entrati nel territorio della non riconosciuta repubblica della Ossezia del sud e hanno sparato su Tskhinvali.

    L’amministrazione di Tskhinvali informa di una massa di vittime tra la popolazione civile.
    Sono morti soldati delle truppe di pace russi, ci sono trenta feriti.
    In soccorso dei soldati di pace è intervenuta la 58-esima armata del ministero della Difesa russo.
    La strategia di Shakasvili sta nel provocare una conflitto tra la Russia e l’Occidente, e tramite questa crisi conquistare l’appoggio occidentale per il suo personale regime.

    Egli ritiene che la Russia debba direttamente negoziare con gli USA per evitare l’acuirsi della situazione e il coinvolgimento di forze militari russe e americane dislocate nella zona.
    Si deve evitare ciò che più di tutti vuole Saakashvili e cioè che soldati russi e americani inizino a spararsi vicendevolmente.

    Il politologo afferma anche che la scelta dell’invasione georgiana dell’Ossezia del sud non a caso è coincisa con l’inizio delle Olimpiadi.

    Saakashvili ha ben pensato che nella massima attenzione rivolta da tutti alle Olimpiadi egli avrebbe potuto inaspettatamente per tutti prendersi l’Ossezia.
    Egli spera che la Russia non si decida a spedire le proprie truppe in difesa dei propri cittadini.

    Traduzione dal russo per EFFEDIEFFE.com di C. G.

    Fonte > http://rian.ru/trend/war_reaction_Georgia_20080808/ | 08/08/08


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  5. #5
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    Chi ha ordinato alla Georgia la guerra e come comportarsi
    Contr-tv.ru 10 agosto 2008


    Saakashvili

    Assistiamo a una nuova guerra nel territorio dell’ex URSS. “La Georgia restaura la sia interezza” con mezzi bellici.
    Atti simili della Serbia in Kosovo, in Croazia e Bosnia sono stati tacciati dalla comunità internazionale come “genocidio”.
    Ma l’ONU in una situazione del genere non riesce a prendere una decisione.
    Perchè?

    La risposta non tarderà a chiarirsi se capiremo a chi conviene una nuova guerra tra Georgia e Ossezia.
    Ha bisogno della guerra l’Ossezia del sud?
    Per quale motivo?

    Nessuno ne parla.
    Sono le truppe georgiane che hanno bombaardato Tkhinvali e non quelle dell’Ossezia, Tbilisi.
    E’ Saakashvili che ha bisogno di Tskhinvali e non di Tbilisi il presidente dell’Ossezia del sud, Kokoyti.
    La guerra è necessaria alla Russia?

    Non funziona.
    La Russia è in una situazione complicata: deve aiutare i suoi concittadini ma non lo può fare, perchè essi ritrovano nel territorio di un altro Stato.
    Se li aiuta la comunità internazionale li giudica, se non lo fa sono scontenti gli abitanti del Caucaso, che si sentono traditi dal potere centrale.
    Tensione ai confini.
    Gli svantaggi sono chiari.
    Della guerra ha bisogno la Georgia?

    Morti nelle famiglie georgiane, volontari dal Caucaso, guerra partigiana nel caso di vittoria e vergogna nel caso di sconfitta.
    L’economia georgiana è molto debole, c’è miseria.
    Ma davvero una guerra con vittime e perdite permetterebbe alla Georgia di risolvere i suoi problemi economici?
    No, la guerra è una intensificazione della tensione con la Russia, dalla quale dipende una gran parte del benessere georgiano.
    Della guerra ha personale bisogno Sakashvili?

    Potrebbe essere molto probabile, ma i georgiani non sono guerrieri, sono commercianti.
    La probabilità di una vittoria militare della Georgia è praticamente nulla, mentre quella di una sconfitta è enorme.
    Perchè rischiare?
    Allora chi ha bisogno della guerra?

    Della guerra hanno bisogno gli USA.
    I vantaggi per Washington sono così lampanti e numerosi, che i dubbi su chi firma una nuova fase del vecchio conflitti si dissipano immediatamente.

    - Aumento dell’autorità degli USA agli occhi della comunità internazionale e del popolo georgiano.
    - Smembramento della Georgia dalla Russia e avvicinamento all’Occidente.
    - Creazione di tensione ai confini della Russia, per comprometterla.
    - Attrazione della Russia in un conflitto, come tanto spesso è successo nella nostra storia (il popolo non perdonerà al potere i morti).
    - Qualunque guerra porta all’acquisto di armi non solo di chi nella guerra è impegnato, ma anche di altri.

    Il venditore numero uno di armi al mondo è l’America.
    E’ ora di intendere che i conflitti ai confini della Russia sono intrapresi da forze esterne.
    Questo è stato possibile dopo la disintegrazione e l’indebolimento del nostro Paese.
    Questi conflitti continueranno con le stesse forze.
    Esse hanno bisogno della nostra instabilità esterna ed interna.

    Questo significa che è iniziata non una guerra tra Ossezia e Georgia, ma una guerra civile in cui i figli in una grande Paese si ritrovano da una o l’altra parte della barricata.
    Questo significa che il conflitto tra Georgia e Ossezia può essere spento solo con la rinascita di una unico Stato.
    In nome della pace e della stabilità, Cartagine deve essere ricostituita.

    Nikolaj Starikov

    Traduzione dal russo per EFFEDIEFFE.com di C. G.

    Fonte > Contr-tv.ru

    Originale > http://www.contr-tv.ru/common/2816/


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  6. #6
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    il tuo ultimo messaggio,tradotto dal russo da quel che vedo,è un messaggio di propaganda.
    Non posso sopportare simili messaggi anti-USA sul forum "Conservatorismo"

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Tipo Destro Visualizza Messaggio
    il tuo ultimo messaggio,tradotto dal russo da quel che vedo,è un messaggio di propaganda.
    Non posso sopportare simili messaggi anti-USA sul forum "Conservatorismo"
    come la vuoi risolvere?

  8. #8
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    beh,la fonte in fondo ad ogni articolo già dice molto sull'attendibilità dei testi.....

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da perplesso666 Visualizza Messaggio
    beh,la fonte in fondo ad ogni articolo già dice molto sull'attendibilità dei testi.....
    sì sì, posta tu il corriere o repubblica...

  10. #10
    Becero Reazionario
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    Governo georgiano, ministri israeliani
    Maurizio Blondet
    11 agosto 2008



    Si è già citato il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che l’8 agosto ha parlato alla Radio dell’Armata Israeliana per dichiarare, esultante di doppio amor patrio, che «Israele deve essere fiero» per l’addestramento che gli istruttori di Sion hanno fornito ai georgiani.Yakobashvili è ebreo, parla correntemente ebraico ed è ministro della «reintegrazione territoriale», ossia il responsabile degli atti compiuti contro le due provincie russofone dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Una posizione chiave, evidentemente.

    Non basta. Anche il ministro della Difesa georgiano David Kezerashvili è ebreo. Anzi, non solo: è «un israeliano che parla ebraico correntemente ed ha fortemente contribuito alla cooperazione fra i due Paesi». Lo afferma una fonte insospettabile, l’agenzia sionista Ynet.news, in un articolo che ha tutta l’aria di essere un tentativo di limitare i danni d’immagine provocati dal coinvolgimento israeliano nel conflitto georgiano (1). Secondo l’agenzia, il governo israeliano ha perfino cercato di moderare le richieste di armamenti ricevute da Saakashvili.

    E’ tutta colpa di David Kezerashvili: «La sua porta era sempre aperta agli israeliani (privati, si capisce) che venivano ad offrire al suo Paese sistemi d’arma fabbricati in Israele, trattative che erano molto rapide, a causa dell’interesse personale del ministro della Difesa».

    Fra gli israeliani (privati cittadini) che hanno approfittato della così buona disposizione dell’israeliano ministro della Georgia, Ynet.News enumera «l’ex ministro (israeliano) Roni Milo e suo fratello Shlomo, già direttore generale delle Military Industries, il generale di brigata (a riposo, si capisce) Gal Hirsh e il generale maggiore (in pensione, ovvio) Yisrael Ziv».

    Roni Milo occupava l’alacre vecchiaia come «rappresentante di Elbit Systems e Military Industries», due privatissime aziende di Sion, che grazie a lui hanno rifilato alla Georgia «veicoli teleguidati (RPV), torrette automatiche per veicoli corazzati, sistemi anti-aerei, sistemi di comunicazione, proiettili d’artiglieria e razzi».

    Gal Hirsh ammazzava il troppo tempo libero «fornendo consulenza all’esercito georgiano sulla formazione di unità di elite simili al Sayeret Matkal (2) nonchè sul riarmo, e tenuto lezioni sull’intelligence in zona d’operazioni e il combattimento in aree abitate», una specialità che Israele ha affinato abbattendo coi bulldozer le case palestinesi a Gaza. Hanno fatto tutto questi arzilli vecchietti, succhiando il 70% del magro PIL georgiano.

    Infatti, assicura Ynet.News, quando «gli israeliani operanti in Georgia hanno cercato di convincere la Israeli Aerospace Industries di vendere alla Air Force georgiana varii sistemi d’arma, ne hanno ricevuto un rifiuto. Il motivo stava nella speciale relazione creata tra Aerospace Industries e Russia per l’ammodernamento di caccia sovietici, e la paura che vendendo armi alla Georgia quel contratto sarebbe stato cancellato».

    L’agenzia israeliana deve ammettere che «le attività israeliane in Georgia e i contratti relativi erano tutti autorizzati dal ministero della Difesa, che vede nella Georgia un Paese amico (con almeno due ministri israeliani in carica a Tbilisi, come non rispondere alla voce del cuore?) a cui non c’era ragione di non vendere armi simili a quelle che Israele vende a tanti altri Paesi nel mondo».

    Tuttavia, col crescere della tensione tra Russia e Georgia, «voci si sono alzate in Israele, specie nel ministero degli Esteri, per chiedere alla Difesa di essere più selettiva nell’approvazione dei contratti con la Georgia».

    Pare di sentirla Tzipi Livni, la grande amica di Kippà Fini: siate più selettivi, ci stanno guardando. «Era chiaro che troppo sistemi d’arma di inequivocabile fabbricazione israeliana in mano all’armata georgiana erano come un mantello rosso agitato davanti al toro».

    Negli ultimi tre mesi i russi avevano intercettato e catturato tre di quei veicoli teleguidati RPV (droni senza pilota della Elbit) con la sigla Made in Israel. Ciò, a parere di YNET.News, era un segnale: i russi «sono arrabbiati».

    Sicchè «in maggio si è deciso di approvare futuri contratti con la Georgia solo per la vendita di sistemi d’arma non-offensivi (sic), come sistemi computerizzati d’intelligence e comunicazione». E alla sede di Military Industries, una fonte «altissima» assicura: «Al contrario di quel che dicono certi giornali (non si riferiva a quelli italiani, ndr) l’attività di Military Industries in Georgia era molto limitata. Abbiamo fatto qualche lavoretto per loro parecchi anni fa, ma il resto dei contratti è rimasto sulla carta».

    Ciò contrasta con qualche piccolo dato di fatto. Per esempio: in Israele è nata persino un’agenzia turistica, la «Authentico», che prospera organizzando viaggi e visite alle splendenti bellezze naturali ed artistiche di Kartulia. E il proprietario della Authentico, tale Dov Pikulin, ammette: «Gli israeliani sono i maggiori investitori nell’economia georgiana. Sono tutti lì, direttamente e indirettamente». Ciò conferma l’esultanza del ministro Yakobashvili, il figlio di Yakov così fiero della sua Israele-Georgiana.

    Si può sempre sbagliare. ma secondo ogni apparenza, dietro il fantoccio di Saakasvili s’è insediato in Georgia un governo israeliano, una succursale di Sion con ministri di cittadinanza israeliana in posizioni-chiave.

    Un po’ quel che accadde in Russia dietro Lenin e dietro Stalin: il cui numero 2 e istigatore di tutte le atrocità staliniane, Lazar Kaganovic, al contrario di Stalin è morto tranquillo nel suo letto, e fece anche in tempo a parlare in yiddish, commosso fino alle lacrime, a Golda Meyr in visita (3). Un po’ come sta succedendo in USA, coi consiglieri neocon dietro a Bush.

    Un po’, se vogliamo, ciò che sta succedendo anche in Italia dove ministri fanno la fila per farsi fotografare in kippà, e il ministro degli Esteri è israeliano de jure. Anche noi siamo un po’ Kartulia. Speriamo bene.



    1) Arie Egozi, «War in Georgia: the Israeli connection», YNET.News, 10 agosto 2008.
    2) Il Sayeret Matkal, detto semplicemente L’Unità, è il gruppo di commandos specializzati in rapimenti, esecuzioni ed attentati o contro-attentati all’estero; opera per lo più in borghese in territorio «nemico».
    3) La visita di Golda Meir «suscitò grande eccitazione fra gli ebrei sovietici» al potere. «La moglie del maresciallo (Clemente figlio di Efrem) Voroshilov, nata Golda Gorbman, stupì la sua famiglia dicendo: ora anche noi abbiamo la nostra patria. Polina Molotova, la moglie di Molotov, parlò yiddish e quando la Meir le chiese come mai sapeva la lingua, disse: ‘Ikh bin a yidishe tokhter’, sono una figlia del popolo ebraico». Kaganovich - l’autore del genocidio dei kulaki ucraini - parlò yiddish con il capo della Germania comunista Ernst Thalman, ovviamente un altro ebreo.
    Da Yenrich Yagoda, il capo supremo dell’Arcipelago Gulag, a Lev Z. Mekhlis, il direttore editoriale della Pravda, tutti i potenti attorno a Stalin erano ebrei. Persino il suo sarto personale si chiamava Abram Lerner, e vestiva tutti gli altri gerarchi e le loro signore. Vedere Simon Sebag Montefiore, «Stalin - The court of the red tsar», Londra, 2003.

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