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Discussione: Bibì e Bibò

  1. #1
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    Predefinito Bibì e Bibò

    In qualche nazione europea il negazionismo è reato. Ci si va in galera.
    Una misura che indigna tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero e di parola, su questo non ci piove.
    Però in certi casi risulterebbe una mano santa.
    Servirebbe, intanto, per dare una calmata a Tonino Di Pietro e a Marco Travaglio, negazionisti cocciuti e protervi.

    È morto Antonio Gava. Morto innocente - tale riconosciuto con sentenza definitiva - dopo anni di tormente giudiziarie che non gli risparmiarono carcere e gogna mediatica. Così incolpevole che lo Stato verserà, agli eredi, 200mila euro «per il danno subito dall’ordinanza cautelare e dal processo per concorso esterno in associazione camorristica conclusosi con l’assoluzione».
    E quei Bibì e Bibò delle manette, niente.
    Insistono nel negare l’innocenza di Gava. «Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la camorra - scrive Di Pietro a cadavere ancora caldo - non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della stagione del giustizialismo».

    E per dimostrare che così non è, che Gava non fu vittima del giustizialismo, ma un delinquente comune, un camorrista della peggior risma, l’ex magistrato, che con la penna poco ci va d’accordo, lascia il campo a Marco Travaglio riportando per filo e per segno l’articolo scritto da questi - a cadavere ancora caldo - per l’Unità.

    Parrebbe strano, quasi contro natura, che sia Bibì sia Bibò, sempre a ripetere che le sentenze sono sentenze, che dura lex sed lex, che chi non prende rispettosamente atto del verdetto di un Tribunale compromette la dignità, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, facciano carta straccia della sentenza Gava.
    Ma il negazionista non si ferma neanche davanti alla propria coscienza e gli viene spontaneo, naturale, affermare che l’assoluzione per non aver commesso il fatto non conta. Non fa testo. Fanno testo, invece, le motivazioni di quella sentenza che è sì di assoluzione, ma nei fatti di condanna.

    Le così dette «sentenze creative», quelle cioè che insinuano la colpevolezza dell’imputato finito assolto per assoluta mancanza di prove o indizi a carico, sono il pane per i manettari e negazionisti alla Di Pietro e alla Travaglio.
    Con la complicità - certamente involontaria, ci mancherebbe - del magistrato possono infatti seguitare a scaricare palate di sterco giustizialista sulle loro vittime, e ridersela.
    Scrive Travaglio. Bravi, voi, che credete innocente Gava solo per quella bagatella dell’assoluzione. Sentite cosa si legge, nella motivazione, aprite le orecchie:
    «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo».
    Compenetrazione, ovvero complicità.

    Dunque, Antonio Gava era un camorrista.
    Consapevole (al pari di Travaglio e di Di Pietro, ben al corrente ed anzi, consapevoli che così stanno le cose) dell’infiltrazione camorrista nella politica campana.
    Ergo, camorrista. Però assolto, proprio da colui che ne sottintenderebbe la colpevolezza, per-non-aver-commesso-il-fatto.
    È la giustizia che piace ai manettari, ai Travaglio e ai Di Pietro, la giustizia fai da te.

    M.M.Veronese www.ilgiornale.it 12 08 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Così si manda in fumo....

    ....il decreto sicurezza

    Torino - Catturati e poi rimessi in libertà, fermati dai carabinieri con l’accusa di aver fornito un nome e un cognome di fantasia e quindi scarcerati da un giudice perché quel nome e quel cognome potrebbero anche essere veri.
    Non c’è certezza sull’identità dei clandestini - è il ragionamento fatto dal giudice -, ma non c’è neppure certezza sul fatto che abbiano mentito ai militari durante il controllo. E dal momento che il nuovo reato di false generalità prevede l’arresto solo in flagranza di reato, allora tanto vale rimettere gli stranieri in libertà.

    Il «pacchetto sicurezza» approvato dal Parlamento a fine luglio subisce così un primo, duro attacco in un’aula di tribunale.
    L’aula è quella del tribunale di Torino, il giudice che ha aggirato il decreto legge numero 92, quello convertito in legge il 24 luglio scorso, si chiama Gloria Petrini.
    C’era lei, sabato mattina, nell’aula delle udienze di convalida.
    Di fronte a lei erano seduti tre imputati, tutti e tre clandestini e provenienti da Paesi dell’Africa centrale.
    Erano stati fermati il giorno prima dai carabinieri della Compagnia Oltredora nell’area di Tossic Park. Addosso non avevano sostanze stupefacenti, anche se il sospetto che fossero pusher è forte. Il campanello d’allarme, tuttavia, suona nel momento in cui gli stranieri forniscono le proprie generalità.
    Il primo afferma di chiamarsi Pape Lo, di avere 21 anni e di provenire dal Gabon. Anche il secondo uomo arriva dal Gabon, dice di chiamarsi Maurice Delvaro e di avere appena compiuto 27 anni. Infine, ecco Djibril Diop: è senegalese e ha 31 anni.
    La banca dati dell’Arma scopre però l’inganno: Pape, Delvaro e Diop erano stati fermati altre volte in passato e ogni volta avevano fornito nomi e cognomi differenti. I rilievi dattiloscopici non lasciano dubbi: sono clandestini e le loro generalità false.
    Scatta l’arresto.

    Un arresto che diventa adesso possibile grazie al “pacchetto sicurezza” del governo approvato a fine luglio dal parlamento. Quel pacchetto, infatti, contiene il nuovo articolo 495 del codice penale: la «falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o qualità personali proprie e di altri». Un reato che prevede l’arresto immediato in flagranza di reato. E per i carabinieri della Compagnia Oltredora la flagranza di reato, in questo caso, c’è: le generalità fornite dai tre clandestini, infatti, sono false.
    Ma per il giudice Gloria Petrini non è proprio così. I nomi forniti dai tre centrafricani potrebbero infatti essere reali, non c’è certezza del contrario.
    È vero che in passato i tre clandestini avevano fornito altri nomi e cognomi, ma ciò che conta durante l’udienza di convalida sono le generalità indicate dagli stranieri al momento del fermo: questi nomi sono diversi da quelli forniti in passato, forse proprio per questo motivo potrebbero essere reali.
    Il passato non conta, i precedenti neppure. Conta solo la flagranza di reato. E su questo punto, per il giudice, non ci sono certezze.
    È la flagranza di reato il cavillo che consente al giudice Petrini di non convalidare il fermo.
    «Una decisione incomprensibile, contro la quale ricorreremo in Cassazione»: sono state queste le prime parole pronunciate dal procuratore capo reggente Raffaele Guariniello dopo aver saputo della mancata convalida dei tre fermi. Il magistrato ha riconosciuto che esiste un problema che va affrontato in tempi rapidi e ha auspicato la presenza di un organo che indichi ai giudici una linea comune da seguire.
    Non è possibile, è l’opinione condivisa in Procura, che gli esiti delle udienze di convalida cambino a seconda del giudice.
    «È assurdo - ha commentato Guariniello - che un giudice convalidi il fermo e che un altro giudice rimetta invece in libertà il clandestino di turno». Scelte incomprensibili che rendono vani gli sforzi compiuti ogni giorno da carabinieri e polizia.

    G.F. www.ilgiornale.it 12 08 08

    saluti

  3. #3
    filibustiere del web
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    i komunisti hanno ammazzato gava

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    In qualche nazione europea il negazionismo è reato. Ci si va in galera.
    Una misura che indigna tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero e di parola, su questo non ci piove.
    Però in certi casi risulterebbe una mano santa.
    Servirebbe, intanto, per dare una calmata a Tonino Di Pietro e a Marco Travaglio, negazionisti cocciuti e protervi.

    È morto Antonio Gava. Morto innocente - tale riconosciuto con sentenza definitiva - dopo anni di tormente giudiziarie che non gli risparmiarono carcere e gogna mediatica. Così incolpevole che lo Stato verserà, agli eredi, 200mila euro «per il danno subito dall’ordinanza cautelare e dal processo per concorso esterno in associazione camorristica conclusosi con l’assoluzione».
    E quei Bibì e Bibò delle manette, niente.
    Insistono nel negare l’innocenza di Gava. «Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la camorra - scrive Di Pietro a cadavere ancora caldo - non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della stagione del giustizialismo».

    E per dimostrare che così non è, che Gava non fu vittima del giustizialismo, ma un delinquente comune, un camorrista della peggior risma, l’ex magistrato, che con la penna poco ci va d’accordo, lascia il campo a Marco Travaglio riportando per filo e per segno l’articolo scritto da questi - a cadavere ancora caldo - per l’Unità.

    Parrebbe strano, quasi contro natura, che sia Bibì sia Bibò, sempre a ripetere che le sentenze sono sentenze, che dura lex sed lex, che chi non prende rispettosamente atto del verdetto di un Tribunale compromette la dignità, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, facciano carta straccia della sentenza Gava.
    Ma il negazionista non si ferma neanche davanti alla propria coscienza e gli viene spontaneo, naturale, affermare che l’assoluzione per non aver commesso il fatto non conta. Non fa testo. Fanno testo, invece, le motivazioni di quella sentenza che è sì di assoluzione, ma nei fatti di condanna.

    Le così dette «sentenze creative», quelle cioè che insinuano la colpevolezza dell’imputato finito assolto per assoluta mancanza di prove o indizi a carico, sono il pane per i manettari e negazionisti alla Di Pietro e alla Travaglio.
    Con la complicità - certamente involontaria, ci mancherebbe - del magistrato possono infatti seguitare a scaricare palate di sterco giustizialista sulle loro vittime, e ridersela.
    Scrive Travaglio. Bravi, voi, che credete innocente Gava solo per quella bagatella dell’assoluzione. Sentite cosa si legge, nella motivazione, aprite le orecchie:
    «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo».
    Compenetrazione, ovvero complicità.

    Dunque, Antonio Gava era un camorrista.
    Consapevole (al pari di Travaglio e di Di Pietro, ben al corrente ed anzi, consapevoli che così stanno le cose) dell’infiltrazione camorrista nella politica campana.
    Ergo, camorrista. Però assolto, proprio da colui che ne sottintenderebbe la colpevolezza, per-non-aver-commesso-il-fatto.
    È la giustizia che piace ai manettari, ai Travaglio e ai Di Pietro, la giustizia fai da te.

    M.M.Veronese www.ilgiornale.it 12 08 08

    saluti
    Accostare la ricerca storica sugli anni '42-'45 a pezzenti come Travaglio mi sembra esagerato.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Accostare la ricerca storica sugli anni '42-'45 a pezzenti come Travaglio mi sembra esagerato.
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    Occhio alle date, amico!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
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    Occhio alle date, amico!

    La dibattuta Soluzione Finale venne decisa nel dicembre del 1942, in una riunione tra il Fuhrer, Heydrich e Himmler, non prima.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

  7. #7
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    Seguendo il filo logico della sentenza creativa di assoluzione di Gava ed i ragionamenti del cialtrone Travaglio (quando non in vacanza con i Mafiosi) sono camorristi anche Antonio De Curtis,Achille Lauro e,chessò,Pino Daniele...

    Non mi stupisce che siano Travaglio e l'Unità ad essere fans di questo malcostume criminale di alcune Procure che nelle Sentenze con cui assolvono qualcuno lo descrivono però come un farabutto...

  8. #8
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    Difatti quelli sono giudizi sulla moralità di una persona che un magistrato serio non dovrebbe permettersi di inserire in una sentenza.
    In un diritto penale come il nostro,oggettivisticamente orientato,la colpevolezza attiene esclusivamente al fatto di reato,non alla personalità dell'agente.

  9. #9
    Pasdar
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    Achille Lauro che non fosse mafioso c'è ancora il dubbio
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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