Premetto che, vista la mia giovane età, le mie conoscenze della storia si limitano agli studi fatti al liceo e ad alcune letture fatte per interesse personale, e non saranno sicuramente esaustive come le vostre, anche perché, oltretutto, voi che vivete al Sud, avrete largo accesso nonché il desiderio di andare a conoscere i fatti della vostra storia fin nei minimi particolari, così come piace fare a me per la mia realtà locale.
Premesso questo, voglio dire che non ho mai affermato che l'unificazione sia avvenuta in modo totalmente pacifico, e i soprusi commessi dai sabaudi in terra meridionale sono piuttosto noti e studiati anche nelle scuole. Io continuo, però, a non capire come possiate affermare che il Regno delle due Sicilie fosse all'avanguardia in quanto a libertà, infrastrutture, studi scientifici, ecc... A me sembra più simile a uno degli odierni sultanati, dove le elité vivono in totale egemonia e ricchezza, mentre i poveri sono lasciati a loro stessi, privi di ogni cura(anche perché altrimenti non si capirebbe per quale motivo l'analfabetismo dilagasse tra le masse di contadini, e perché questi ultimi avessero tanto in odio i loro regnanti da promuovere ripetute rivolte) piuttosto che uno stato simil-europeo dell'epoca(la totale assenza di una classe borghese vorrà pur dire qualcosa?!).
Se avete la pazienza di leggere, vorrei porre alla vostra attenzione un testo tratto dal libro "Storia d'Italia dal 1861 al 1997" di uno degli storici più autorevoli nonché imparziali, che ha studiato a lungo la storia del nostro paese, tale Denis Mack Smith.
CONDIZIONE POPOLARE NELLA SOCIETA' BORBONICA
La differenza fra Nord e Sud era radicale. Per molti anni dopo il 1860 un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un contadino piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli diversi di civiltà. I poeti potevano pure scrivere del Sud come del giardino del mondo, la terra di Sibari e di Capri, ma di fatto la maggior parte dei meridionali vivevano nello squallore, perseguitati dalla siccità, dalla malaria e dai terremoti. I Borboni, che avevano governato Napoli e la Sicilia prima del 1860, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee ed avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori delle rivoluzioni agricola e industriale dell'Europa settentrionale. Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per viaggi entro i confini dello Stato. [pag. 5] Centinaia di migliaia di italiani vivevano in grotte, o in capanne di sterpi e di mota prive di finestre, o nelle umide cantine dei "fondaci" napoletani
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Nelle regioni agricole meridionali gli analfabeti erano la stragrande maggioranza. Vi era diffuso il detto che il mantenimento di un asino costava più di quello di un uomo, e i Mille di Garibaldi, che erano quasi tutti di provenienza cittadina, rimasero sconcertati nell'incontrare pastori coperti soltanto da pelli di capra. Le strade erano inesistenti persino fra alcune delle città principali; c'era scarso commercio, la terra era coltivata solo a tratti, il mare circostante era solcato da pirati, e il paesaggio assomigliava più a quello dell'Africa settentrionale che a quello dell'Italia del Nord. W.S. Gilbert, librettista della compagnia Gilbert e Sullivan, fu catturato da giovane dai briganti di Calabria. La malaria, i briganti e la mancanza d'acqua costringevano le popolazioni ad ammassarsi in grandi villaggi che distavano fino a una ventina di chilometri dalle zone in cui lavoravano. Ancora nel 1861 esistevano nel Mezzogiorno luoghi in cui il denaro non era necessario all'economia. L'affitto, le decime al parroco, la "protezione" offerta dai campieri dei proprietari e gli interessi dovuti agli usurai potevano tutti esser pagati in natura. In un ambiente siffatto le condizioni feudali avevano facili possibilità di sopravvivenza; l'ineguaglianza delle sostanze era grande, quasi assente invece l'idea dell'eguaglianza di tutti di fronte alla legge. Era un mondo dominato dallo spirito della Controriforma, in cui il clero esercitava una forte influenza su di una popolazione di servi bigotti e la gente apprendeva soltanto in chiesa qualche elementare norma morale e qualche nozione politica, mentre i bambini non avevano occasione di frequentare la scuola. Le condizioni di vita e di lavoro portavano continuamente i contadini alle soglie della rivolta e non c'era rivolgimento politico che non li inducesse a trarne partito in un'insurrezione parallela che poteva essere di gran lunga più crudele e distruttiva. Per quanto alieni questi contadini fossero da qualsiasi simpatia nei confronti delle aspirazioni politiche del liberalismo, è certo tuttavia che senza il loro non intenzionale appoggio la rivoluzione stessa avrebbe potuto anche fallire. Ai loro occhi ogni insurrezione significava un'opportunità di saccheggio e d'incendi, un'occasione per attaccare gli scherani del padrone e la polizia, per bruciare il municipio con i ruoli delle imposte e i registri catastali che vi erano conservati, per occupare la terra del padrone e deviare le acque dal suo mulino. A volte, spinti dalla fame, erano essi stessi ad accendere la prima scintilla di quella che sarebbe diventata poi una rivolta politica, perché essi soltanto avevano tutto da guadagnare e poco da perdere da un'aperta lotta di classe. La forza motrice del Risorgimento quindi non consistette affatto soltanto nell'eroismo di Garibaldi e nell'abilità di Cavour; era rappresentata altresì, anche se in misura minore, da vendette personali o sociali e dai conflitti tra famiglie per il controllo del governo locale.
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La rivolta del 1860 nell'Italia meridionale è di grande interesse per comprendere l'atteggiamento dei contadini e la loro importanza. Una concomitanza di sommosse cittadine causate dalla disoccupazione e di jacqueries anarchiche provocò la disintegrazione dell'amministrazione locale e costrinse l'atterrita polizia borbonica a salvarsi con la fuga. Era questa una condizione imprevista ma indispensabile affinché l'invasione di Garibaldi avesse successo. Seguirono alcuni giorni d'incendi di fienili, di furti di bestiame, di occupazione di terre e di assassinii; ma ciò provocò naturalmente una enorme paura tra i proprietari terrieri, anche tra quelli ch'erano di sentimenti liberali e patriottici. Come si disse dei catanesi, i ricchi "volevano la libertà, ma solo a patto che potesse essere acquistata senza sacrifici o incomodi per loro, e senza una rivolta sociale che esponesse le loro case al pericolo d'essere saccheggiate".
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Garibaldi mutò così politica e fece giustiziare i "comunisti" nella tenuta di Bronte (Catania) appartenente alla famiglia dell'ammiraglio Nelson. Era il prezzo che i proprietari terrieri richiedevano in cambio del loro appoggio alla rivoluzione patriottica, che altrimenti non aveva grande significato per loro. Le rivolte contadine, quindi, non ebbero soltanto la funzione di minare alle fondamenta il regime borbonico in un momento decisivo ma altresì quella di spingere una parte dell'antica classe dirigente a rivolgersi al Piemonte vittorioso quale difensore dell'ordine sociale contro i suoi servi della gleba. [pagg. 50-53]
Le letture dei cosiddetti neoborbonici le trovo troppo di parte per andarle a leggere. Però leggendo in questo forum ne ho scoperto per la prima volta l'esistenza...Prima credevo che gli unici a volere la secessione fossero i leghisti, ora invece mi accorgo che i secessionisti fioccano da tutte le parti, e la cosa mi mette molta amarezza...Se errori ci sono stati in passato, e ce no sono stati tanti, poco si può fare ora, se non puntare a una maggiore integrazione, anziché commettere l'errore di fare campanilismo...
Ma pensate davvero di ottenere l'indipendenza dall'Italia con questo revisionismo della storia? E se ciò, malauguratamente, dovesse avvenire, come ve lo immaginate il futuro? Rispondete sinceramente, sono realmente interessato a sapere come la pensate!!




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