Perdere le "proprie radici" non significa "dimenticare" usi e costumi tradizionali della propria terra, per quanto antichi, ma non avere più un Centro interiore da cui far discendere questi costumi, e a cui ricondurne il reale significato simbolico. Come ci ricorda molto bene il Guénon, l'attuale concezione di folklore riposa sulla falsa idea che vi siano delle "creazioni popolari", ovvero prodotti spontanei dalla massa del popolo, mentre "tutto ciò, lungi dall’essere d’origine popolare, non è persino nemmeno di origine semplicemente umana".
In altre parole, l'uomo non "produce" proprio nulla, non "crea" da sé stesso l'"idea" alla quale rinvia il simbolismo del folklore nelle sue diverse sfumature popolari; la Verità infatti sussiste indipendentemente dalle creazioni dell'uomo, il quale può afferrarne l'essenza solo con uno slancio spirituale, al di là cioè delle fissazioni individuali o collettive.
Perdere il senso della Tradizione significa dunque perdere questo collegamento con ciò che è eterno. Gli usi, i costumi, le forme e le religioni cambiano nel tempo e nello spazio, la Verità no: essa ricorre trasversalmente nelle idee dell'uomo attraversando le diverso epoche, manifestandosi sempre uguale nelle più svariate produzioni artistiche, architettoniche, culturali e politiche di ogni tempo, talvolta illuminando l'esistenza di coloro che la sappiano scorgere al di là delle apparenze, talvolta obliandosi alla vista di coloro che, disorientati, non ne sono degni.
Attualizzando e contestualizzando, in Italia, la principale degenerescenza causata da un'errata interpretazione del carattere spirituale della Tradizione è resa ancor più evidente dalla recente consacrazione elettorale di tutti quei movimenti locali autonomisti che, a fronte della crescente immigrazione, fanno del nazionalismo (quando non del comunitarismo) spicciolo e collettivizzante la loro bandiera. Le loro "tradizioni" sono solo propaganda retorica fondata su facili miti di massa da dare in pasto alla gente, bisognosa d'individuare un capro espiatorio appartenente alla cosiddetta fascia "debole" (in questo caso il "terrone", o l'immigrato) sul quale scaricare tutte le colpe della crisi morale ed economica. Ma, ahimè, la "cultura locale" che essi difendono è proprio quella volgarità plebea alla quale spesso ci si dovrebbe ribellare.
"Vedere" le proprie radici, conoscerne l'ordine trascendentale, è compito assai difficile per coloro che non abbiano il coraggio di osare, l'ardire di bussare, la pazienza di cercare. Chi non chiederà mai otterrà null'altro che la ripetizione del proprio vuoto interiore, senza verità, solo menzogna.
Ilkebukkake




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