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Discussione: Rossoacciaio!!

  1. #1
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Predefinito Rossoacciaio!!

    Stalin il rivoluzionario
    Il significato della battaglia contro gli antistalinisti


    A proposito del libro di Ludo Martens "Stalin: un altro punto di vista", edito da Zambon
    Nel corso degli ultimi tempi abbiamo sentito più volte l’esigenza di rispondere in maniera organizzata alla campagna anticomunista condotta non solo dalla destra, ma anche dalla sinistra anticomunista decisa a liquidare il novecento comunista, a partire da Stalin, inglobandoci gli ‘errori e orrori’ di tutti i protagonisti dell’epoca.
    Purtroppo, come è già accaduto con gli avvenimenti del 1989 e seguenti, il terreno su cui viene seminato l’anticomunismo era stato ben arato e non solo dalla propaganda borghese, ma da quel radicalismo di sinistra che anticipa, da Trotskj in poi, le controrivoluzioni.
    Ricordate Solidarnosc e gli esiti della vicenda polacca fino all'elezione di Giovanni Paolo secondo? E la rivoluzione di ‘velluto’ in Cecoslovacchia che ha portato al dissolvimento dello stato unitario e al governo di Havel? E i vari movimenti arancione sostenuti da Bush in nome della democrazia, che hanno allargato l’area di influenza dell’imperialismo USA nel mondo, in particolare ad est e in Asia centrale? Negare oggi il nesso tra certe critiche di ‘sinistra’ e campagne anticomuniste pilotate dall’imperialismo diventa sempre più difficile, anche se l’enorme apparato propagandistico e culturale dell’occidente capitalistico cerca di nascondere costantemente i fatti e rendere confusi i contorni di questi nessi.
    Seppure con un certo ritardo sui tempi ‘italiani’ della discussione, ci si ripresenta l’occasione di replicare alle più recenti campagne anticomuniste con l’uscita del libro del compagno Ludo Martens, Stalin un altro punto di vista, edito in Italia da Zambon con la prefazione di Adriana Chiaia.
    Il libro di cui stiamo parlando non è un libro’storico’ sull’epoca di Stalin, magari più benevolo degli altri, bensì un libro politico che mette in luce le questioni essenziali su cui fino ad oggi è basata la campagna anticomunista e le capovolge dandone, appunto, un altro punto di vista.
    Fino ad oggi l’offensiva della borghesia e della sinistra anticomunista ha costretto i compagni a rifugiarsi in nicchie nostalgiche dalle quali non si è partiti quasi mai per una controffensiva politicamente forte e capace di imporsi nel dibattito. L’elogio emotivo di Stalin, da una parte, e la timida ammissione controcorrente che in fondo c’era del buono anche nell’URSS di Stalin dall’altra, non potevano sbloccare la situazione e riavviare un serio dibattito.
    Il libro di Ludo Martens sblocca questa situazione, impone subito una scelta di campo basata sui fatti e offre al lettore un’ipotesi su cui muoversi nello scontro con l’anticomunismo di sinistra. Le questioni scabrose, quelle su cui in genere si stende un velo anche da parte dei più volonterosi difensori del movimento comunista, vengono rilanciate non come ‘orrori’, ma come meriti di Stalin e della sua linea rivoluzionaria. Una tesi questa che prenderà allo stomaco le ‘anime belle’ e le scandalizzerà al punto di produrre magari qualche conato di vomito.
    Ma come, Ludo Martens riprende la tesi del connubio Trotskj-nazisti? Come, in questo suo libro si esalta la collettivizzazione delle campagne e il socialismo in un solo paese? Possibile che la storia di Bucharin sia ricondotta a cospirazione e tentativo di restaurare il capitalismo nell’URSS? E la grande purga che ha preceduto l’attacco dei nazisti è davvero una scelta obbligata per serrare le file? Infine la grande guerra patriottica è stata o no una grande affermazione dell’URSS di Stalin e della sua capacità di direzione politica e militare?
    Il filo rosso che lega tutti questi interrogativi dà il senso all’epoca di Stalin e la definisce come un grande tentativo rivoluzionario per consolidare la Rivoluzione d’Ottobre e darle una prospettiva mondiale. Le ragioni per cui questo tentativo si è interrotto sono oggetto di discussione, ma non ne inficiano la validità, come il bonapartismo e la restaurazione non possono mettere in discussione la grande rivoluzione francese. Questo spiega perché da decenni va avanti con tanto accanimento l’attacco e la demolizione a Stalin e in questo attacco svolge la sua opera l’anticomunismo di sinistra, in modo che ne sia dimostrata l’'oggettività’. Se destra e sinistra sono d’accordo chi può contestare il giudizio su Stalin?
    Avvertiamo i compagni e le compagne che il libro di Ludo Martens non è un libro facile, nonostante la sua chiarezza e semplicità di esposizione. La lettura di questo libro presuppone che ci si sappia orientare su che cos’è un processo rivoluzionario e sui mezzi con cui una rivoluzione si possa portare avanti. E in questo bisogna utilizzare le categorie di Marx e di Lenin e non la ciarlataneria bertinottiana. Ovviamente questo si contrappone sia alle tesi evoluzionistiche e parlamentariste della sinistra riformista sia ai sogni rivoluzionari dei radikalen piccolo borghesi. La rivoluzione comunista è scontro di classe e trasformazione rivoluzionaria. Questo la borghesia e l’imperialismo l’hanno perfettamente compreso. La sinistra no!
    I compagni e le compagne che hanno di fronte l’odierna campagna contro l’impero del male possono fare un parallelo tra passato e presente e rendersi conto del perché va avanti la canea antistalinista. Noi non intendiamo fare apologie, ma collocare l’era di Stalin nella sua dimensione storica e rivoluzionaria. Marx ha scritto, a proposito della Comune di Parigi, che essa vive nel grande cuore della classe operaia. Così noi dobbiamo affermare che l’esperienza sovietica sotto la direzione di Stalin il rivoluzionario è saldamente impiantata nel cuore dei comunisti.
    R.G.

  2. #2
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    Il testamento filosofico e politico di Stalin

    Intervento presentato al convegno da Hans Heinz Holz

    Lenin ha sempre affermato che il marxismo non è un sistema dogmatico di proposizioni rigide: al contrario, il marxismo, nella sua riflessione teorica, segue il mutamento dei rapporti reali e ne ricava conseguenze mirate alla prassi. La dialettica è quella forma di teoria che descrive, nella varietà dei suoi elementi e momenti, la connessione dell’insieme, che muta nel tempo, quale fondamento del loro svolgimento regolare. Il materialismo dialettico, per i suoi presupposti ontologici generali, è necessario per produrre interpretazioni nuove della realtà. Ogni teoria, infatti, è l’interpretazione di uno stato di fatto descritto (1).
    I due scritti tardi di Stalin, compresi tra il 1950 e il 1952, ("Il marxismo e i problemi della linguistica" - "Problemi economici del socialismo nell’URSS") vanno esaminati appunto in questa prospettiva: dalla riflessione contemporanea su uno stato di fatto reale, quegli scritti elaborano una nuova situazione, sia economico-sociale che ideologica e storico-scientifica. Poichè poco dopo morì, Stalin non ebbe la possibilità di tradurre nella prassi il suo pensiero e così gli scritti in questione risultano essere, per così dire, il suo testamento teorico.
    Nella critica controrivoluzionaria di Kruscev contro Stalin e nel periodo di stagnazione che ne derivò (2), le sollecitazioni che venivano da quegli scritti furono rimosse e restarono prive di conseguenze nello svogimento della teoria marxista. Tuttavia sono del parere che in quegli scritti vi sia un patrimonio teorico non smentito, che vale la pena di riattivare. In questa occasione mi limiterò alle iniziative scientifiche e ideologiche che, circa i problemi riguardanti il marxismo, rimandano alla scienza linguistica (3).
    Mi sembra che le proposizioni di Stalin si muovano in uno spazio definito da tre punti:
    in primo luogo, la precisazione della descrizione strutturale del rapporto tra essere e coscienza - dunque un’espressione dell’ontologia marxista;
    in secondo luogo, la critica distruttiva di certe proposizioni scolastiche, dominanti nella linguistica e proprie della Scuola di Marr; il rilancio della discussione circa i fenomeni, vale a dire un segnale nel senso della ripresa della ricerca scientifica in materie controverse;
    in terzo luogo la messa alla berlina dell’atteggiamento burocratico, di cui è affetto ogni sistema di comando, nonchè l’impulso ad imprimere una svolta organizzativa sia all’attività di partito che a quella statuale.
    In relazione a questi tre aspetti, accetto come giustificata la supposizione che fosse intenzione di Stalin, dopo la vittoria nella Grande Guerra patriottica e dopo la stabilizzazione realizzatasi nei primi anni post-bellici, di guidare l’Unione Sovietica a una nuova fase di costruzione del socialismo. La morte di Stalin fece cadere nel dimenticatoio questo processo, che certo solo pochi avevano intuito.
    In seguito al XX Congresso del PCUS, le opere di Stalin furono gravate da un tacito tabù, che contribuì allo scadimento teorico delle scienze sociali sovietiche rilevanti dal punto di vista ideologico.
    Ma passiamo ora ad esaminare nei particolari questi aspetti della discussione sul marxismo e le questioni relative alla linguistica.
    Il modello fondamentale dei rapporti dell’essere con la coscienza è rappresentato nella filosofia marxista mediante lo schema della base e della sovrastruttura.
    La proposizione fondamentale "l'essere determina la coscienza" è spiegata dal materialismo storico nel senso che i rapporti economici (ovvero i rapporti di produzione in cui l’uomo realizza il proprio "scambio organico con la natura", cioè la riproduzione della sua vita come individuo e come specie) costituiscono la base, la cui determinatezza formale produce le forme sovrastrutturali che le sono adeguate - l’ordinamento giuridico, i contenuti della visione del mondo, l’arte, la morale, la religione, ecc. - in quanto rispecchiamenti ideali, i quali a loro volta possono obiettivarsi in istituti e processi materiali (per esempio opere d’arte o, rispettivamente, ricerca scientifica, gare sportive, ecc.). Attraverso questa mediazione si realizza anche un effetto di ritorno della sovrastruttura sulla base: infatti la sovrastruttura è condizionata dalla base, cambia con essa e in dipendenza da essa nei diversi stadi storici (4).
    Per la fondazione di una teoria dell’ideologia questo schema è sufficiente e tollera di differenziarsi in misura sufficiente a poter pensare la molteplicità dei fenomeni storici (5).
    In connessione con la crescente importanza della scienza come forza produttiva, doveva divenir problema il fatto che i contenuti e le forme di coscienza - ad esempio le conoscenze naturali, le relazioni matematiche, i presupposti logici del pensiero - che nascono nel contesto delle attività sovrastrutturali, pur risultando spesso contaminate da rappresentazioni ideologiche, conservano tuttavia il loro valoro, indipendentemente dai mutamenti della base.
    Il rapporto tra verità assoluta, relativa e ideologia in molti casi non deve essere determinato mediante confini univoci. Lo status ontologico di un principio logico - come ad esempio quello di identità - , di una regolarità matematica - ad esempio quella della somma degli angoli di un triangolo -, o di una costante naturale, deve ricevere in un sistema materialistico una sua spiegazione: per tutti questi problemi, lo schema del rapporto base / sovrastruttura non può bastare ad una elaborata filosofia del materialismo dialettico.
    In relazione a questi problemi che si erano andati accumulando, un passo decisivo nello sviluppo teorico del marxismo fu compiuto da Stalin quando - in relazione a un caso paradigmatico - egli mise in questione la linearità dello schema del rapporto base / sovrastruttura.
    In effetti, la lingua offre di primo acchito l’immagine di una variabilità storica e di una dipendenza dalle circostanze sociali. I vocabolari esibiscono mutamenti di significato, che stanno a indicare variazioni nei processi di lavoro, innovazioni tecniche o modificazioni sociali. Per esempio in tedesco il senso della parola rete, da rete da pesca si allarga a network di flussi interattivi di informazioni, mediante un precedente passaggio a rete telefonica; o ancora il termine Frau, dall’originario significato di domina passa a quello di femmina, ovvero persona di sesso femminile.
    Vi sono gerghi, legati a specifici ambienti o professioni, ovvero linguaggi speciali. Vi sono modi di parlare strettamente legati a brevi momenti temporali e destinati a morire con essi. C’è la lingua colta accanto alla lingua parlata e ai dialetti regionali. In breve, abbiamo molteplici fenomeni linguistici che possiamo contare tra i fenomeni sovrastrutturali e che si lasciano mettere in relazione con specifici sviluppi dei rapporti di produzione: è questa la base fenomenica delle concezioni linguistiche della Scuola di Marr, ovvero la concezione secondo cui la lingua va studiata in quanto manifestazione della sovrastruttura.
    Per tutto ciò è assai significativo dal punto di vista teorico che, proprio nel caso della lingua Stalin abbia rimarcato l’insufficienza dello schema base / sovrastruttura. Egli afferma in modo lapidario: "Ogni base ha la propria sovrastruttura, a essa corrispondente [...] Se la base si modifica e se viene messa da parte, allora si modifica anche la sua sovrastruttura e così nasce anche una sovrastruttura corrispondente alla nuova base. Sotto questo rispetto, la lingua si differenzia nella sostanza dalla sovrastruttura" (6). Per esemplificare ciò, Stalin ricorre alla lingua russa.
    "In una parte determinata del suo vocabolario, la lingua russa si è modificata e lo ha fatto nel senso di arricchirsi di una accertabile quantità di nuove parole ed espressioni, che sono nate in relazione all’avvento della nuova produzione socialista, alla nascita del nuovo Stato, della nuova cultura socialista, della nuova vita sociale, della nuova morale e, infine, in connessione con lo sviluppo della tecnica e della scienza. Si è modificato il senso di una serie di parole ed espressioni le quali hanno acquistato un nuovo significato; un certo numero di vecchie parole è scomparso dal vocabolario. Tuttavia, per quanto riguarda il fondamentale patrimonio terminologico e la costruzione grammaticale della lingua russa, che rappresentano insieme la parte sostanziale di una lingua, non solo con l’accantonamento della base capitalistica non sono stati anch’essi messi da parte nè sostituiti da nuove strutture grammaticali o da un nuovo patrimonio terminologico, ma, ben al contrario, si sono mantenuti sani e salvi, nè hanno sperimentato qualche altra rilevante forma di mutamento" (7).
    Stalin fissa quattro caratteristiche che differenziano la lingua dalla sovrastruttura:
    - costanza del patrimonio terminologico fondamentale e della fondamentale struttura grammaticale, che va al di là dei limiti della base economica;
    - origine della lingua non da una base bensì dall’intero procedere storico di una comunità linguistica;
    - funzione di una lingua quale strumento di comprensione, al di là delle distinzioni di classe;
    - legame immediato della lingua con la produzione.
    Da ciò si ricava che, con il linguaggio, non solo ci troviamo di fronte a un ambito che si differenzia dalla base e dalla sovrastruttura, ma anche che questo ambito - dal punto di vista logico e ontico - va presupposto al costituirsi di una formazione storica determinata e al suo svolgersi.
    "Lo scambio di pensieri è una necessità di vita costante e di innegabile importanza, poichè in sua assenza [...] non sarebbe possibile la persistenza della produzione sociale. Senza una lingua che sia comprensibile alla società e a ognuno dei suoi membri, crollerebbe la produzione e la società cesserebbe di esistere in quanto tale [...] La lingua appartiene a quei fenomeni sociali che sono operanti fin tanto che persiste la società" (8).
    Lo schema base / sovrastruttura è un modello strutturale delle relazioni sociali. In accordo con Marx, Engels e Lenin, Stalin dimostra che la metafora spaziale non può essere intesa nel senso di una relazione unidirezionale tra i livelli, del tipo della relazione causa / effetto, in quanto essa include, in realtà, anche una relazione di reciproca influenza (9).
    "La sovrastruttura è creata dalla base, ma in nessun modo questo significa che si limiti semplicemente a rispecchiare quest’ultima [...] Al contrario, una volta venuta al mondo, la sovrastruttura diviene una forza attiva, nel senso che contribuisce attivamente a che la base assuma la sua specifica forma e si consolidi [...] D’altronde, non potrebbe essere altrimenti. La sovrastruttura è prodotta dalla base affinchè le serva, perchè l’aiuti attivamente, perchè ne assuma la forma e la consolidi e attivamente contribuisca a combattere la sopravvivenza della vecchia base e della sua sovrastruttura" (10).
    In questa semplicità, con la quale viene sostenuta l’attiva reazione della sovrastruttura sulla base, sembra nascondersi una banalità. Ma chi conosce i controversi dibattiti circa il ruolo della sovrastruttura, dovrà riconoscere che nelle proposizioni staliniane è enucleata la quintessenza dello schema, contro tutti gli sbandamenti della discussione. Canonico è ciò che si comprende da sè. Ma la tesi di Stalin va oltre.
    "In breve, la lingua non può essere accolta nè entro la base nè entro la sovrastruttura; nè può essere considerata una categoria intermedia tra base e sovrastruttura, per il semplice motivo che tale categoria non esiste" (11).
    Dunque nè base, nè sovrastruttura e neppure categoria intermedia - ciò non può significare altro se non che vi è un reale il quale non è adeguatamente messo a fuoco da una metafora che nasce dall’architettura. La lingua come strumento di scambio va vista in analogia con gli strumenti di produzione. In quanto presupposto della produzione sociale, la lingua come un tutto è una forza produttiva (mentale), che consente di volgere la scienza in forza produttiva e di funzionare come medio dei fenomeni strutturali, in quanto portatrice di pensieri ("realtà del pensiero").
    Intrecciata a ogni altro ambito dell’essere sociale, la lingua è una costruzione ideale nella quale si rappresentano rapporti materiali e, d’altronde è essa stessa un rapporto materiale, perchè processo di costituzione dell’universale-reale (12).
    Nella descrizione funzionale della lingua, ogni realtà, che Hegel chiamava spirito obiettivo, vien colta come "rapporto materiale" e il materialismo meccanicistico dall’inizio non le riconose un’attività materiale (attività oggettiva): In relazione alla lingua si mostra una essenziale condizione costitutiva della dialettica.
    A questo punto s’impone stabilire un legame indiretto con la critica di Gramsci a Bucharin.
    La parte dell’undicesimo Quaderno dal carcere dedicata al "Saggio popolare" costituisce una requisitoria, penetrante e per molti aspetti riuscita, contro il meccanicismo causalistico; ma nello stesso tempo rappresenta un’orazione a favore della dialettica in quanto forma dela processualità storica reale.
    La questione che, centralmente, Gramsci pone è la seguente: "Come nasce il movimento storico sulla base della struttura?" (13).
    E’ appunto in questo senso che Stalin sottrae la vita della lingua al rapporto meccanico base / sovrastruttura e sottopone il rigido schema alla dinamica del movimento storico (senza, con ciò, diminuire in nulla la funzione esplicativa dello schema, in relazione alla costruzione dell’edificio sociale).
    Gramsci critica Bucharin sottolineando come al "Saggio popolare" manchi "una trattazione qualsiasi della dialettica" (14).
    Il marxismo esibisce una filosofia "in quanto supera (e superando ne include in sè gli elementi vitali) sia l’idealismo che il materialismo tradizionali, espressioni della vecchia società" (15). Al contrario, Bucharin si pose in continuità col vecchio materialismo metafisico.
    A me sembra che gli enunciati di Stalin, nello scritto sul "marxismo in linguistica", si collochino nel contesto dell’elaborazione di una concezione filosofica dialettico-materialistica, la quale ha gli altri suoi punti nodali nel leniniano "prospetto della Scienza della logica di Hegel" e nella gramsciana "Introduzione alla filosofia" (16).
    Ciò è sufficiente, ma un’adeguata concezione della dialettica, che non la tratti come un caso particolare della logica, bensì piuttosto come principio costitutivo di una visione del mondo, secondo la giusta e chiara concezione gramsciana, è l’equivalente teorico di un corretto agire politico; e in questo senso dobbiamo intendere anche le riflessioni di Stalin sulla dialettica, giusta le Questioni del leninismo.
    Malgrado il significato ideologico dei problemi linguistici, ci si potrebbe meravigliare del fatto cheStalin metta in gioco la sua autorità a proposito di un argomento tanto periferico da un punto di vista politico. D’altronde lo stesso Stalin dimostra di non avere affatto l’intenzione di entrare nel dominio della linguistica, per il quale certamente non aveva competenze; piuttosto, ciò che a Stalin interessava erano certe questioni fondamentali del marxismo.
    "Io non sono uno studioso di linguistica e naturalmente non posso soddisfare pienamente i compagni. Invece, per quanto riguarda il marxismo nella linguistica e anche in altre scienze sociali, sono direttamente chiamato in causa". (17).
    Con ciò fa evidente riferimento alla sistematica filosofica, che abbraccia più che un solo ambito. Tuttavia, mediante questa osservazione non appare pienamente chiarito il perchè delo spettacolare intervento del capo del partito in una discussione scientifica.
    Le proposizioni di Stalin, in realtà, non rimandano solo alla sistematica ontologica, ma rappresentano anche una critica diretta alla pratica della ricerca scientifica in URSS e, così, riguardano anche temi dell’organizzazione sociale.
    Per comprendere l’intenzione che sta dietro l’intervento nella discussione linguistica, va tenuta presente anche l’opera successiva Problemi economici del socialismo.
    Si può facilmente convenire che il problema posto a Stalin era stato concordato con lui (come d’altra parte accade, quando si tratta di interviste a personalità che occupano posti di responsabilità). La domanda intorno all’adeguatezza della discussione - controversa - sulla Pravda, dà a Stalin l’opportunità di spiegarsi con indubbia nettezza: "Prima di tutto la discussione ha reso del tutto chiaro che negli organi linguistici, al Centro e nelle Repubbliche, domina un regime che non va bene nè per la scienza nè per gli scienziati. Anche la più lieve critica allo stato di cose esistente nella linguistica sovietica, anche il più timido tentativo di una critica al cosiddetto "nuovo sapere" in ambito linguistico, risultano impedite e perseguitate dagli ambienti dirigenti in ambito linguistico. Per un atteggiamento critico nei confronti dell’eredità di N. J. Marr, per la più lieve disapprovazione nei confronti della dottrina di N. J. Marr, hanno perso il loro posto in ambito linguistico ricercatori competenti, oppure sono stati retrocessi a incarichi meno importanti. I linguisti vengono chiamati a posti di responsabilità non per la loro competenza, ma sulla base del pieno riconoscimento dela dottrina di N. J. Marr. E’ universalmente noto che nessuna scienza può svilupparsi e giungere a buoni risultati senza scontro fra opinioni e senza libertà di critica (sott. mia H.H.H.). Ma questa regola universalmente riconosciuta è stata sfrontatamente ignorata e calpestata. Si è costituito un gruppo chiuso di personalità dirigenti infallibili che, dopo essersi messi al sicuro da ogni possibile critica , hanno cominciato arbitrariamente ad amministrare, provocando però disordini" (18).
    Citare integralmente questo passo era necessario per rendersi conto di quale fosse l’impulso che Stalin cercava di dare alla vita pubblica. Le situazioni da lui giudicate tutt’altro che in ordine, non erano certo specificità di una determinata disciplina scientifica, piuttosto si erano diffuse in ogni ambito della società in seguito al processo di burocratizzazione dell’attività dello Stato e del Partito. Nel corso della costruzione dell’economia socialista, che si andava completando in modo centralizzato e sotto la pressione del tempo, verosimilmente un tale processo di burocratizzazione era in una certa misura inevitabile. Il fatto che esattamente questo processo assumesse dimensioni ipertrofiche era da ascriversi alle condizioni particolari in cui la costruzione del socialismo avveniva in URSS - i problemi legati a ciò certamente non potevano essere discussi in questo testo, tuttavia abbisognavano di un’analisi (19).
    La durezza con cui Stalin si espresse sta a significare che aveva compreso l’urgenza del problema e che giudicava venuto il tempo di intervenire a modificare la situazione. La stessa scelta che Stalin fece delle parole sta a dire che non si trattava solo dello scontro tra scuole scientifiche. Stalin parlò di sistema-Araktsceev (20). Araktsceev fu un uomo di Stato russo reazionario al tempo della Santa Alleanza, il quale - analogamente a Metternich ma in modo ancor più duro - costruì un regime militare e di polizia dispotico senza alcuna remora. Si vede bene che sarebbe stato del tutto sproporzionato usare simbolicamente il nome di Araktsceev se la questione si fosse limitata ai rapporti tra istituzioni universitarie.
    Per dar conto, con una parola, del tono provocatorio quasi esacerbato e del paradosso, osserviamo ciò: Stalin dette il segnale a favore di un processo di cambiamento sociale che, se volessimo ricorrere al gergo giornalistico promosso dal XX Congresso, potremmo denominare destalinizzazione - termine, peraltro, falso e deviante.
    L’intervento su strutture organizzative e personali consolidate, nonostante il pericolo di scosse profonde dell’ancora debole società sovietica del dopoguerra, era tuttavia qualcosa di auspicabile per spianare il passaggio a un’altra fase della costruzione del socialismo. La discussione in un ambito scientifico, marginale dal punto di vista politico-sociale, poteva dare un segnale di inizio per preparare, con cura e consapevolezza, un cambiamento nei rapporti e dare spazio a nuove concezioni nel lavoro collettivo.
    Sono consapevole che la prima obiezione è che con le fonti date non poteva esser fatto nulla che avesse un’effettiva valenza dimostrativa. Le maggiori ipotesi storiche hanno appunto questo status congiunturale. Ma il testo su marxismo e linguistica va visto in relazione alla Costituzione del 1936 e con ciò acquista plausibilità l’ipotesi che dopo le tensioni del periodo della guerra, le forme imposte dal periodo eccezionale dovessero essere abbandonate e che si ricercasse l’inizio di un terreno caratterizzato da minore conflittualità sociale (21). Una tale interpretazione autorizza una spiegazione differenziata del periodo, più di quanto non avvenga con l’usuale pubblicistica, che tutto tratteggia in bianco o nero, dunque con rigide opposizioni.
    Per concludere, dobbiamo ancora stabilire il parallelo tra questo scritto e quello, di due anni successivo, sui problemi economici dell’URSS. Naturalmente, non mi interessa fare un confronto col contenuto economico-politico, perché sarebbe un’indagine del tutto particolare. Tuttavia vi sono segni chiaramente riconoscibili che opera un nuovo stile nelle controversie pubbliche e nella maturazione dei giudizi. Il tema in primo piano è la redazione di un manuale di economia politica: ciò che si esprime nelle tesi dello scritto sono le concezioni e le strategie economiche e socio-politiche. Ma ora il problema non è più rompere forme istituzionalmente irrigidite della stagnazione per potersi guadagnare il premio del giudizio critico (22). Piuttosto, ora, si tratta di formulare un progetto, teoreticamente più corretto e limpido concettualmente, per la pratica di costruzione del socialismo.
    Il tono polemico, che nello scritto sulla linguistica a volte fa capolino, manca totalmente nella trattazione economica. D’altra parte Stalin dice espressamente: "Alcuni compagni, nel corso della discussione, hanno con troppo zelo analizzato criticamente il progetto del libro e mosso rimproveri agli autori per le loro mancanze e i loro errori, decretando così il fallimento del progetto. Naturalmente è vero che nel manuale esistono errori e lacune - ma questo capita per ogni grossa opera" (23):
    Solo rispondendo a Jaroscenko, Stalin si mostra ironico e violento, rimproverandogli duramente di aver riproposto alcuni errori buchariniani. (Chi, con l’occhio rivolto al successivo sviluppo storico, legge questo Stalin, può intravedere nella ripulsa di Jaroscenko un anticipo della critica a Kruscev). La constatazione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione anche nel socialismo implica l’apertura verso la cancellazione delle differenze - e nella discussione vi è anche un’aperta critica a Stalin. Ma questi osserva espressamente: "Io penso che per la correzione del progetto di manuale, era necessario costituire una commissione numericamente non grande, della quale facessero parte non solo l’estensore del manuale e i suoi sostenitori, in maniera tale da avere essi la sicura maggioranza nelle discussioni, ma anche loro avversari che fossero critici aspri del progetto" (24).
    Una società diretta dalla conoscenza che il socialismo scientifico consente, non nasce d’un colpo. Essa presuppone uomini che amplino e approfondiscano costantemente il loro orizzonte culturale, per potere avere interessi generali e prendere nelle loro mani la storia. Questa sarebbe, sì, democrazia autentica e per la prima volta effettiva. In proposito citiamo ancora Stalin.
    "E’ necessario pervenire a una crescita cultrurale della società capace di assicurare uno sviluppo multilaterale delle sue capacitià fisiche e mentali; crescita mediante cui i membri della società abbiano la possibilità di ottenere una formazione in grado di trasformarli in attivi coattori dello sviluppo sociale [...] Si potrebbe pensare che non è possibile raggiungere una simile crescita culturale dei membri della società senza seri cambiamenti nell’attuale condizione del lavoro. A questo scopo è infatti prima di tutto necessario ridurre la giornata lavorativa fino a sei ore e, in seguito, fino a cinque. Ciò è necessario per dare a ogni membro della società sufficiente tempo libero per costruirsi una cultura multilaterale. Per questo scopo è infine necessario introdurre, come obbligatoria, una educazione universale politecnica, in maniera che ogni membro della società abbia effettivamente la possibilità di scegliersi liberamente il lavoro e che neppure un attimo della sua vita sia dedicato a un lavoro pur che sia. Inoltre, a ciò è necessario, anche, migliorare profondamente il regime degli alloggi e aumentare almeno del doppio, se non di più, i salari di lavoratori e impiegati: lo scopo è accrescere la capacità d’acquisto di beni necessari alle masse anche attraverso una diminuzione dei prezzi. Queste sono le condizioni fondamentali per operare il passaggio al comunismo" (25).
    Con l’occhio rivolto a una società socialista sviluppata, da cui possa generarsi il comunismo, termina l’opera teorica di Stalin. Non dobbiamo lasciar disperdere questa eredità, esattamente se vogliamo onorare quanti sono caduti nella lotta per questo obiettivo.
    Hans Heinz Holz
    Note

    (1) Su questo, cfr. le notazioni programmatiche di A. Hüllinghorst, in TOPOS 22 "Lenin" [in corso di pubblicazione].
    (2) V. K. Gossweiler, Die Taubenfuss-Chronik oder Die Chruschtschowiade, Monaco 2002.
    (3) Josef W. Stalin, Werke, vol. XV, Dortmund 1979: "Il marxismo e i problemi della linguistica", pp. 163ss. - "Problemi economici del socialismo nell'URSS", pp. 292 ss.. Per gli echi internazionali di questi scritti, è importante notare l'immediata e spontanea reazione positiva dei linguisti; riguardo alla Germania, va rimarcata la reazione positiva di Werner Krauss, insigne studioso della civiltà romana, la cui competenza di merito, chiarezza filosofica e sensibilità politica, certo sono fuori discussione. Cfr. Werner Krauss, Das wissenschaftliche Werk, Berlino 1984. Cfr. anche H.H.Holz, Werner Krauss' sprachphilosophische Standortbestimmung, in Hermann Hofer, Thilo Karger, Christa Riehn (editori), Werner Krauss, Tübingen e Basilea 2003, p. 143 ss.
    (4) Sui rapporti tra base e sovrastruttura, cfr. Kuusinen et alii, Principi elementari del marxismo, Roma, 1969 vol. 2, pp. 18ss.; A. Sceptulin, La filosofia marxista-leninista, Mosca 1977, pp. 271 ss.; Friedrich Tomberg, Basis und Uberbau, Darmstadt e Neuwied 1974; Istituto per le scienze sociali presso il CC della SED, Grundlagen des historischen Materialismus, Berlino 1976; Autori vari, Marxistisch-leninistische Philosophie, Berlino e Francoforte sul Meno 1979, pp. 446 ss.
    (5) Sul tema di una teoria dell'ideologia, cfr. A. Mazzone, Questioni di teoria dell'ideologia, Messina 1981; Autori vari, Erkenntnis und Wahrheit, Berlino 1983; TOPOS 17, "Ideologie", Napoli 2001.
    (6) Stalins Werke, Band 15: 165.
    (7) Op. cit. p. 165s.
    (8) Op. cit. p. 186.
    (9) Cfr. ad esempio, nel'ambito della filosofia borghese, il modello dei livelli quale appare in Der Aufbau der realen Welt, Berlino 1940 di N. Hartman; ma anche dello stesso autore Neue Wege der Ontologie, Stoccarda 1947.
    (10) Stalin op. cit. p. 166.
    (11) Stalin op. cit. p. 203.
    (12) H. H. Holz, Lingua e mondo, Francoforte sul Meno 1953 pp. 30ss.
    (13) A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino 1977 p.1422.
    (14) Gramsci, op. cit., p. 1424.
    (15) Gramsci, op. cit., p. 1425
    (16) Su Lenin cfr. H. H. Holz, Einheit und Widerspruch, vol. 3, Stoccarda 1997, pp. 361 ss. Per Stalin, cfr. H. H. Holz, "Stalin als Theoretiker des Leninismus", in Streitbarer Materialismus 22, maggio 1998, pp. 21 ss.
    (17) Stalin, op. cit., p. 164.
    (18) Stalin, op. cit., p. 197.
    (19) Su questo cfr. H. H. Holz, Sconfitta e futuro del socialismo, Milano 1994.
    (20) Stalin, op. cit., p.198.
    (21) Sulla Costituzione sovietica del 1936 cfr. il mio contributo al Convegno dell'Associazione Culturale Marchigiana (31 maggio 2001).
    (22) Concludendosi il dibattito,Stalin attenuò la critica a Marr e dette prova del proprio rispetto nei confronti del grande ricercatore (cfr. Stalin, op. cit. p. 209). Inoltre Stalin attribuì la responsabilità della stagnazione al regime-Araktsceev, nominandolo per la seconda volta (cfr. Stalin, op. cit. p. 210).
    (23) Stalin, op. cit., p. 337.
    (24) Stalin, op. cit., p. 338.
    (25) Stalin, op. cit., p. 359.

  3. #3
    Dalla parte del torto!
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    A proposito del dibattito stalinisti/antistalinisti(un dibattito che deve essere però esclusivamente storico,inquadrato nella contingenza,e senza dogmatismi da una parte o dall'altro) posto un interessante articolo che tra l'altro riprende,in forma più sintetica, le tesi espresse da Valentino Gerratana nell'introduzione a "Stato e Rivoluzione".


    Come noto, Lenin è stato il più grande interprete dei fondatori del marxismo, Marx ed Engels, anche se ai tempi in cui scriveva questa fama apparteneva a Plechanov in Russia e soprattutto a Kautsky in Germania, il più autorevole esponente della II Internazionale.La vera importanza di Lenin emerse dopo la rottura con la suddetta Internazionale, seguita dalla Rivoluzione d'Ottobre, per la cui realizzazione il libro-opuscolo Stato e Rivoluzione, dell'agosto-settembre 1917, contribuì, dal punto di vista dei principi generali dell'organizzazione dello Stato e della società civile, in maniera decisiva. Soltanto dopo la fine della guerra civile e dell'interventismo straniero, cioè con l'introduzione della Nep, poi negata dallo stalinismo, Lenin cominciò a rivedere la fondatezza di alcune sue tesi o almeno i tempi previsti per la loro attuazione. Ebbene, se c'è però un libro dove la fama di Plechanov e soprattutto quella di Kautsky appaiono in tutta la loro limitatezza, è proprio Stato e rivoluzione, dove il genio interpretativo di Lenin fa emergere in ogni riga del testo l'esigenza di "realizzare" una rivoluzione sulla base dei principi di Marx ed Engels, allo scopo di eliminare, in un colpo solo, le ultime tracce del feudalesimo russo e quelle del capitalismo nascente. E' così forte questa esigenza che il libro rimase incompiuto dell'ultimo capitolo, quello sulle rivoluzioni russe del 1905 e del febbraio 1917, proprio perché si era nell'imminenza del fatidico "Ottobre", e Lenin, in un Poscritto, si diverte a dire che è stato ben contento d'averlo lasciato incompiuto, poiché "è più piacevole e più utile" fare la rivoluzione che parlarne.
    [...] La grandezza di Lenin stava proprio nel tenere costantemente legate teoria e prassi, nel dimostrare, sulla base di tale legame, le manchevolezze nelle analisi dei teorici e dei politici del marxismo a lui contemporanei e soprattutto nel saper trarre dalle esperienze concrete (la più importante delle quali per lui fu la Comune di Parigi) quegli insegnamenti utili a far progredire la teoria rivoluzionaria.
    Lenin non ha mai rimandato a un futuro indefinito o imprecisato il superamento del capitalismo, ma ha sempre cercato, con grande determinazione, di risolvere nel presente gli antagonismi creati da questo sistema. E in tale ricerca dei mezzi e dei modi egli ha sempre evitato di cadere nei facili estremismi di chi vorrebbe (oggi come allora) "tutto e subito", preoccupandosi invece di stabilire delle tappe progressive.
    In tal senso Stato e rivoluzione non è solo un'ampia critica delle posizioni opportunistiche in seno al marxismo della II Internazionale, ma anche una presa di distanza dalle posizioni anarchiche, ch'erano non meno risolute di quelle marxiste nel volere la fine irrevocabile dello Stato borghese.
    Più sopra si è detto che lo stalinismo rimosse con violenza la Nuova Politica Economica voluta da Lenin; in realtà fece di peggio: diede di questo opuscolo di Lenin un'interpretazione riduttiva e per molti versi falsata. In Questioni del leninismo(Editori Riuniti, Roma 1952), Stalin dà per scontato, peraltro giustamente, che i fondatori del marxismo non potevano assolutamente prevedere il tempo in cui, a rivoluzione compiuta, lo Stato avrebbe dovuto cominciare a estinguersi. Ma in nome di questa preoccupazione anti-dogmatica, Stalin aggiunse poi che le tesi marxiste sullo Stato dovevano in sostanza essere accantonate, risultando praticamente inutili per la situazione contingente della Russia rivoluzionaria, che in quel momento per di più si trovava circondata da paesi capitalistici aggressivi. Questo lo disse nel 1939, per poter giustificare le repressioni di massa iniziate due anni prima, a loro volta frutto di una tesi, tutta staliniana, secondo cui la lotta di classe si acuisce proprio in rapporto all'edificazione del socialismo. Col che, in un certo senso, si ipostatizzava lo scontro permanente tra le classi, pur nell'ambito del socialismo, e in fondo si finiva col mascherare gli insuccessi che questo sistema registrava dopo la fine della Nep. Liquidato Engels con molta disinvoltura, che con la sua "astratta" tesi sulla "estinzione dello Stato" non aiutava a interpretare il presente, a Stalin non restava che liquidare il continuatore di quella stessa tesi, e cioè il Lenin di Stato e rivoluzione. E lo fece con astuzia, proponendosi come realizzatore di quel capitolo che Lenin era stato costretto a lasciare incompiuto.
    La presunta "eredità teorica" del leninismo da parte dello stalinismo si dipanò, in quell'occasione, nei termini seguenti:
    1. dopo la Costituzione del 1936 sarebbe scomparsa ogni repressione statale interna (e invece accadde proprio il contrario);
    2. nonostante l'accerchiamento capitalistico (e la vigilia del secondo conflitto mondiale) l'Urss sarebbe passata alla fase superiore del comunismo, grazie alla forza del proprio Stato (cosa che in realtà non avvenne mai, in quanto il "socialismo reale" fu in realtà un sistema repressivo e burocratizzato).
    Ciononostante, dal giorno in cui è nato il socialismo scientifico, che è l'analisi dell'inevitabile crollo del capitalismo, da rendere il più possibile indolore con una rivoluzione che ne acceleri il momento, tutta la storia mondiale ruota, ne sia il genere umano consapevole o meno, attorno a questo evento, poiché il socialismo scientifico può in sostanza essere considerato come il primo tentativo di realizzare praticamente un'alternativa non solo al sistema capitalistico, ma anche a tutte le civiltà antagonistiche della storia.
    Essendo il primo tentativo, non potevano non essere fatti degli errori, anche gravissimi, da parte dei suoi protagonisti. Questi errori tuttavia non dimostrano la superiorità economica o la giustezza politica del capitalismo, che continua a porsi come sistema di vita le cui contraddizioni vengono pagate soprattutto dai paesi del Terzo Mondo, i quali garantiscono all'occidente la possibilità di vivere un benessere di molto superiore non solo alle sue possibilità ma anche alle sue stesse necessità.Dimostrano soltanto, questi errori, che la strada per arrivare a un socialismo autenticamente democratico è lunga e difficile, per ogni singolo individuo.
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  4. #4
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    La preparazione del termidoro nell'URSS

    Stalin aveva preparato la successione - Kruscev se ne sbarazzò

    La casa editrice "Patriot" ha pubblicato il libro di V.Dobrov intitolato"L’assassinio del socialismo ovvero come furono esautorati i successori designati da Stalin (Libera ricostruzione dei verbali di una serie di tavole rotonde)". Riportiamo uno stralcio dell’opera relativo ad uno dei momenti più tragici della nostra storia
    "Georgij, che è successo? Credevo che fossi un vero amico... Da dove sono spuntati questi personaggi? Avresti potuto almeno avvertirmi dei cambiamenti". Nikita Chruscev, segretario del Comitato Centrale e capo del comitato di Mosca del partito, era davvero preoccupato. Ma anche il suo interlocutore Georgij Malenkov, membro di lunga data del Politburò come responsabile del lavoro con i quadri, era rimasto fortemente sorpreso dalla promozione di uomini nuovi ai vertici del partito in base alle decisioni del XIX Congresso appena conclusosi. Stalin di solito si consultava con loro e con gli altri suoi più stretti collaboratori prima di effettuare cambiamenti di quadri. Stavolta, invece, aveva tenuto segrete le sue intenzioni fino all’ultimo momento. Fu un duro colpo e Malenkov lo confessò apertamente a Nikita, cui non nascondeva nulla, considerandolo dei "suoi". Malenkov, come anche gli altri componenti dell’Ufficio Politico, guardava Chruscev dall’alto in basso, tanto limitato e mediocre gli sembrava questo protetto di Stalin. Egli, infatti, conosceva bene l’atteggiamento reale del "capo" nei confronti di Nikita, cooptato nel Politburò solo per i suoi meriti "di attendente", capace di eseguire con rapidità e risolutezza ogni disposizione di Stalin, senza fermarsi di fronte a nulla e mostrando a volte un’inaudita crudeltà... Stalin, da parte sua, non dava alcun credito a Chruscev come uomo politico, memore evidentemente del suo passato trozkista e della sua inclinazione all’avventurismo di sinistra. Pertanto, anche gli altri membri dell’Ufficio Politico, che con gli anni avevano imparato ad afferrare al volo gli umori prevalenti del leader, manifestavano nei suoi confronti un atteggiamento a dir poco paternalistico...
    Comunque, lo stesso Malenkov e gli altri esponenti dell’olimpo del partito erano preoccupati non meno di Chruscev dalla piega presa degli avvenimenti dopo il XIX congresso e ne avevano fondato motivo.
    Il XIX congresso del partito, svoltosi nell’ottobre 1952, iniziò come di consuetudine nel modo più tranquillo: dopo il tradizionale rapporto al Comitato Centrale si susseguirono gli interventi, simili l’uno all’altro e tutti sulla falsariga delle ultimissime tesi espresse dal "grande leader e maestro", ma ad un tratto si profilò una autentica rivoluzione dei quadri! Stalin, che sembrava avere la massima fiducia nei suoi più vicini collaboratori, improvvisamente sferrò contro di loro un colpo micidiale... Propose, infatti, al congresso di votare per una composizione del Comitato Centrale fortemente allargata e rinnovata con l’ingresso di elementi pressoché sconosciuti. Al Plenum, inoltre, convocato subito dopo, venne aumentato di 2,5 volte il numero dei membri del Presidium del Comitato Centrale. In seguito a questo massiccio afflusso di giovani quadri, provenienti soprattutto dalle strutture locali, e di giovani studiosi di scienze sociali la "vecchia guardia" si ritrovò sostanzialmente in minoranza. Se si tiene presente che in quel plenum Stalin criticò apertamente Molotov e Mikojan, che sembravano essere i dirigenti a lui più vicini, escludendoli in tal modo dalla rosa dei suoi possibili successori, appare chiaro che la "vecchia guardia" aveva i giorni contati e stava per essere sostituita dalle nuove leve.
    Il colpo fu davvero inatteso, anche se era stato preparato molto prima del congresso e Stalin non aveva neppure nascosto le sue intenzioni. Tuttavia i suoi collaboratori, giudicando evidentemente sulla base della loro indole, ritenevano che il leader ormai ultrasettantenne e in condizioni fisiche precarie difficilmente avrebbe osato effettuare drastici cambiamenti. Tanto più scioccanti e dolorosi risultarono per loro le sue ultime decisioni sull’avvicendamento dei quadri.
    Chruscev, che aveva capito esattamente gli umori della maggioranza, non si recò per caso dall’influente Malenkov. Con la sua visita Nikita voleva far capire senza ombra di dubbio che nell’inevitabile scontro con i candidati di Stalin egli sarebbe stato dalla parte della "vecchia guardia". E il suo appoggio faceva comodo a Malenkov, visto che al congresso c’era stato un segnale allarmante e non reagire avrebbe significato l’accettazione delle decisioni assunte dalla "guida dei popoli" e la perdita imminente delle proprie cariche da parte di Malenkov e degli altri alti dirigenti della "vecchia guardia".
    Nel maggio del 1948, dopo che Zhdanov aveva lasciato per motivi di salute la direzione della Segreteria del Comitato Centrale, furono nominati segretari del CC due rappresentanti della nuova generazione: A. Kuznecov, capo del comitato del partito di Leningrado, e P. Ponomarenko, primo segretario del CC del Partito Comunista Bielorusso. Al primo fu affidata la cura dei problemi dell’industria, al secondo quella dei problemi della pianificazione statale, delle finanze, del commercio e dei trasporti. Durante la discussione svoltasi nel Politburò su questo punto, Stalin affermò che occorreva cooptare nella Segreteria del CC del partito alcuni giovani dirigenti delle organizzazioni locali e repubblicane forniti di un’adeguata istruzione e della necessaria esperienza di lavoro. "Debbono far tesoro della nostra esperienza, finché siamo vivi noi, - sottolineò - e imparare a lavorare nella direzione centrale". Apparve evidente che Stalin intendeva candidare uno di loro alla sua successione. Molotov, il più vicino a Stalin ai vertici del partito, veniva escluso di fatto dalla cerchia dei pretendenti. Egli aveva sostituito la "guida dei popoli" durante la sua malattia e non si era dimostrato all’altezza di dirigere il partito e lo stato, la qual cosa segnò il suo destino politico. E non era in gioco solo la successione del leader. In una riunione ristretta Stalin propose senza mezzi termini a tutti i membri della direzione politica di selezionare fra i loro funzionari cinque o sei persone in grado di sostituirli quando il CC l’avesse ritenuto opportuno. Stalin rinnovò altre volte ancora questa sua richiesta, insistendo sulla necessità di soddisfarla. Naturalmente, queste proposte non piacevano ai membri del Politburò, abituati al potere, legati ad esso dagli onori e dai privilegi. Perché avrebbero dovuto essere messi in soffitta, proprio loro che avevano assolto compiti difficilissimi? Avevano forse lavorato male? E poi anche la gioventù è un concetto relativo. La maggior parte dei membri del Politburò aveva meno di cinquant’anni, ad eccezione di Molotov, che aveva pur sempre ben undici anni meno di Stalin. In molti paesi questa età rappresentava il livello minimo per l’inizio della carriera politica e alle cariche più elevate si arrivava tra sessanta e settant’anni.
    Si cominciò allora a mormorare che il compagno Stalin fosse diventato eccessivamente "cavilloso" e "sospettoso" e ad ostentare preoccupazione per la sua sempre più cagionevole salute. Ma nessuno sollevò apertamente il problema, né avrebbe potuto sollevarlo. Non solo perché tutti avevano una paura mortale del leader, che anche alla sua veneranda età sapeva tenere in pugno la situazione e negli affari statali superava di parecchie volte i suoi collaboratori. In realtà, nel profondo del loro animo, questi ultimi riconoscevano la correttezza delle richieste di Stalin anche se, come succede a tanti, non volevano trarre da ciò le necessarie, e volontarie, "conclusioni organizzative". E’ difficile rinunciare alle alte cariche, agli onori e ai privilegi.
    L’età e le malattie non potevano non influire sul comportamento di Stalin. Però egli avvertiva più acutamente e profondamente degli altri la necessità di un cambiamento del gruppo dirigente. Si trattava, del resto, di salvaguardare gli interessi supremi del partito e dello stato e a questo riguardo per lui non contavano nulla i rapporti di amicizia con le persone più vicine. Qualora l’avesse ritenuto necessario, Stalin non avrebbe esitato a dichiarare "nemici del popolo" i suoi collaboratori, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate.
    Il vecchio leader aveva capito che la situazione nuova venutasi a creare all’inizio degli anni cinquanta richiedeva nuovi approcci e nuovi uomini capaci di adottarli nella realtà. L’era delle "emergenze" e dei "grandi leader" apparteneva al passato. L’utilizzazione dei vantaggi oggettivi del sistema socialista esigeva ormai metodi del tutto diversi da quelli del passato e soprattutto il coinvolgimento dell’intelletto e della volontà collettivi dei dirigenti e di tutto il partito nell’elaborazione e attuazione delle scelte strategiche. In altri termini, si trattava di passare a un’ampia democratizzazione della vita del partito e della società, a una forma collettiva di direzione, di passare ad esempio a quel sistema venutosi a creare in Cina dopo la morte di Mao Tse tung, che consente di operare in questo paese un ricambio efficace e indolore dei vertici politici.
    Proprio questo tema, il tema dell’impegno dei comunisti per la difesa delle libertà democratiche, la cui bandiera era stata gettata per sempre nella pattumiera della storia dalla classe borghese, fu sviluppato da Stalin nel suo canto del cigno, l’intervento al XIX Congresso del partito, l’ultimo della sua vita. E nel Plenum del CC convocato subito dopo il congresso egli indicò chiaramente la necessità che la "vecchia guardia" passasse il testimone del potere alle nuove leve dei comunisti. Il lavoro di ministro, disse egli in quella sede, è un lavoro duro e richiede un tributo enorme di tensione ed energia, quale gli esponenti della vecchia generazione non sono più capaci di dare e per questo hanno dovuto essere liberati dai loro incarichi. Stalin parlò anche di mancanza di unità ai vertici del partito, cosa alla quale ormai difficilmente si poteva porre riparo. L’unica via d’uscita reale era il passaggio del timone dello stato a una nuova generazione di dirigenti, e il Congresso era stato chiamato a favorire questo passaggio. In effetti ancor prima dell’inizio del Congresso tutti i membri del Politburò o avevano perduto i loro importantissimi incarichi statali o avevano ottenuto in cambio incarichi di prestigio, ma di scarsa influenza. Molotov, ad esempio, era stato esonerato dalla carica di ministro degli esteri e nominato per un certo tempo vicepresidente del Consiglio dei Ministri, responsabile dell’Ufficio per la metallurgia e la geologia. Successivamente gli era stata affidata la supervisione del Ministero degli Esteri, guidato da Vishinskij che tuttavia non ammetteva sopra di sé nessun supervisore. Voroshilov fu incaricato di occuparsi della cultura, della sanità e dell’Associazione dei volontari per il sostegno dell’esercito, dell’aviazione e della marina. Kaganovic occupava la carica non molto importante di presidente del Gossnab (Sistema statale di approvvigionamento). Andreev era stato completamente estromesso dall’olimpo del potere, nonostante poco prima gli fossero stati affidati gli importanti problemi dell’agricoltura.
    Malenkov, Beria e Chruscev non erano stati ancora toccati dai cambiamenti. Stalin riteneva che fossero all’altezza dei loro incarichi. Per Beria anzi, di gran lunga superiore agli altri membri del Politburò quanto a capacità pratiche e organizzative, si profilava persino un forte ampliamento dei poteri, poiché avrebbe dovuto guidare il Ministero unificato della Sicurezza dello Stato e degli Interni. Tuttavia, l’avvento di giovani dirigenti a posti cruciali rendeva anche la sua posizione abbastanza incerta: non si poteva sapere fino a quando le nuove leve avrebbero mostrato riverenza verso i vecchi quadri e quali sarebbero state le loro esigenze
    Il governo era già controllato dai giovani promossi da Stalin. Tutti e tre gli Uffici del Consiglio dei Ministri che curavano i ministeri e gli enti decisivi erano nelle loro mani. Con Malyshev, Pervuchin e Saburov, vicepresidenti del governo e responsabili dei tre uffici, Stalin si incontrava pressoché quotidianamente per discutere dei principali problemi economici di cui fino allora s’erano occupati i suoi vecchi compagni del Politburò. Al XIX Congresso lo stesso Ufficio Politico era stato sottoposto a una radicale riorganizzazione e ribattezzato Presidium del Comitato Centrale: erano stati chiamati a farne parte 36 dirigenti, compresi i segretari del CC. Rimaneva la composizione ristretta del massimo organo, il Burò del Presidium di cui facevano parte i rappresentanti della vecchia guardia, inclusa la collaudata e "battagliera" trojka formata da Malenkov, Beria e Cheruscev, ma ora i nuovi quadri avevano chiaramente la prevalenza. Inoltre, il passaggio dallo stato de iure a quello de facto era imminente, anche perché il corso degli eventi lo rendeva necessario...
    A parte le evidenti tendenze all’allargamento dei vertici del potere partitico, la "vecchia guardia" appariva minacciata anche da un altro pericolo. Negli ultimi anni il Consiglio dei Ministri aveva via via assunto il ruolo determinante. I comitati di partito mettevano semplicemente in pratica le decisioni del governo e dei ministeri. Poi dopo la morte di Stalin fu esattamente il contrario: il diktat del partito, spesso inappropriato e incompetente, decise lo sviluppo dei settori reali dell’economia. Durante l’ultima fase della dirigenza di Stalin il ruolo degli specialisti che conoscevano bene la propria materia era stato determinante, mentre il partito si limitava a stabilire le linee di sviluppo strategiche della società e si occupava del lavoro ideologico e dei quadri. Stalin considerava naturale una siffatta "divisione del lavoro", la riteneva conforme agli insegnamenti di Lenin e invitava i bonzi del partito ad ascoltare gli specialisti preparati e intelligenti, a imparare da loro. Tra questi specialisti prevalevano gli esponenti delle giovani generazioni che, forti delle loro conoscenze e della loro preparazione moderna, non tenevano in gran conto i meriti dei veterani del partito. E per questi ultimi il pericolo maggiore derivava dalla probabilità che Stalin proponesse come suo successore un uomo appartenente ai vertici del partito, ma capace nel contempo di stabilire solidi contatti con questa gioventù "tecnocratica".
    All’inizio il dialogo tra Chruscev e Beria non andò molto bene. Abituato a trattare i problemi in modo pratico, Beria non amava i discorsi vaghi e allusivi. E Chruscev non ebbe il coraggio di affrontare subito il nocciolo della questione. Ma alla fine, accortosi dell’irritazione del suo interlocutore, passò ai fatti: "Lavrentij, non mi piace la nomina di Ponomarenko. Certo, sa fare il proprio lavoro. Ma ad un posto come il suo ci vuole esperienza e capacità di legare con le persone. Bisognerebbe conoscerlo un po’ meglio. Il compagno Stalin forse ha avuto troppa fretta".
    Chruscev aveva messo il dito sulla piaga. Secondo la prassi consueta (che chiedeva a ciascuno di esprimere per iscritto e separatamente il proprio parere sulle proposte di nomina), i membri del Presidium del CC avevano apposto il loro visto sul documento per la designazione di Pantelejmon Kondratevic Ponomarenko a presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS. Stalin aveva fatto la propria scelta: in quel momento, oltretutto, il posto del capo del governo era decisivo, poiché qui si concentrava la gestione effettiva dello sviluppo economico e sociale del paese. Non a caso il presidente del Consiglio dei Ministri in carica era lo stesso Stalin.
    Una volta assunta la carica di capo del governo, Ponomarenko sarebbe diventato di fatto il successore di Stalin, pur non essendo al primo posto nella gerarchia del partito. Anche perché i posti chiave nel governo erano già nelle mani della giovane generazione e in una situazione del genere la "vecchia guardia" non aveva più alcuna possibilità di difendere le sue posizioni. Ponomarenko, infine, aveva lavorato a lungo nell’apparato del partito, disponeva di leve sufficienti per influenzarne le scelte e non avrebbe permesso che fosse utilizzato per allontanare dal timone i dirigenti giovani e capaci. Chruscev capì tutto ciò prima degli altri e cominciò a tramare una perfida congiura contro il successore di Stalin. Egli, d’altronde, sapeva bene che anche Beria, Malenkov e gli altri veterani del partito, avvertivano il pericolo. Tanto più che Ponomarenko in passato, quando ancora occupava cariche secondarie, era riuscito a prevalere su di loro, potenti membri dell’Ufficio Politico.
    Nel 1938, mentre era istruttore del Comitato Centrale, Ponomarenko non ebbe alcun timore di entrare in conflitto non soltanto con il suo capo diretto, il potente Malenkov, responsabile del lavoro con i quadri in seno al Politburò, ma anche con Beria, subentrato a Ezov nella guida del NKVD. Inviato a Stalingrado per verificare la fondatezza delle accuse mosse a un gruppo di nemici del popolo, egli le giudicò una montatura dopo accurati controlli e, ottenuto l’appoggio del segretario del comitato regionale Chujanov, ordinò la scarcerazione immediata di quasi tutti gli arrestati. E continuò ad insistere sulle sue posizioni persino quando Malenkov e i dirigenti del NKVD lo minacciarono di severi provvedimenti per abuso di potere. Stalin venne a conoscenza del fatto e inaspettatamente, dopo una tiratina di orecchie a Malenkov, diede ragione al giovane istruttore indicando persino la sua condotta come esempio di "fedeltà bolscevica ai principi".
    Già negli anni della guerra Ponomarenko era uscito vincitore da alcuni scontri con Beria e Chruscev. Il primo voleva porre il suo vice Sergeenko alla testa del Comando del movimento partigiano. Il secondo, essendo alla guida dell’organizzazione del partito in Ucraina, voleva modificare a vantaggio della sua repubblica i confini con la Bielorussia. Invece fu Ponomarenko ad ottenere la direzione del Comando del movimento partigiano dopo aver presentato all’Ufficio Politico un programma di attività ben più ponderato e ponderoso di quello proposto dal favorito di Beria. Chruscev, da parte sua, non riuscì ad ottenere la modifica dei confini ucraini, poiché gli argomenti di Ponomarenko, difensore degli interessi della Bielorussia, risultarono assai più convincenti e Stalin lo disse senza mezzi termini a Chruscev, già sicuro di spuntarla. Da allora il vendicativo Nikita provò solo odio per quel "novellino", così poco importante a suo avviso, ma verso il quale la "guida dei popoli" si mostrava assai ben disposto. Poco istruito e incapace di mettere insieme due righe, egli era infastidito soprattutto dalla vasta cultura e dalla preparazione del dirigente politico bielorusso, che insieme a Zhdanov passava per uno dei pochi "intellettuali" nella direzione del paese. Brezhnev, che conosceva bene entrambi, definì Ponomarenko l’antitesi di Chruscev. Ed effettivamente i due erano per molti versi antitetici.
    Prima di recarsi alla conferenza di Potsdam, Stalin fece tappa a Minsk, dove ebbe con Ponomarenko, capo del partito in Bielorussia, una lunga conversazione al termine della quale gli chiese di accompagnarlo. Questi però declinò l’invito a causa di importanti impegni nella sua repubblica e promise che l’avrebbe raggiunto più tardi. Sebbene Stalin lo avesse atteso e avesse preparato persino una casetta per lui accanto alla propria residenza, Ponomarenko non arrivò. La situazione in Bielorussia era a suo parere molto più importante. Chruscev, al contrario, si sarebbe precipitato da Stalin all’istante, accantonando qualsiasi impegno...
    Il risultato della conversazione tra Chruscev e Beria fu una reciproca intesa per contrastare l’arrivo al timone dello stato dei candidati di Stalin, innanzi tutto di Ponomarenko. L’astuto Chruscev, favorito in ciò dalla sua carica di capo del comitato moscovita del partito, raggiunse la stessa intesa, tacita ma chiara, anche con Malenkov.
    La morte di Stalin giunse inattesa. Sulle eventuali cause sono state fatte numerose e diverse supposizioni. Resta comunque poco credibile l’ipotesi di una eliminazione violenta del leader da parte dei suoi collaboratori spaventati dall’imminenza dell’epurazione. Stalin era un "dio", ciascun dirigente aveva nel sangue, nel DNA, una sorta di venerazione e anche un senso di paura nei suoi confronti. Soltanto un pazzo disperato avrebbe osato alzare la mano contro di lui. E di pazzi disperati non ce n’erano nella direzione del paese. Però il ricambio ai vertici del partito e dello stato avviato dal leader avrebbe potuto certamente indurre la "vecchia guardia" ad accantonare le divergenze, le simpatie e le antipatie personali, ed a fare fronte unico contro le sue ultime decisioni. Così avvenne: essa si unì e si giocò il tutto per tutto.
    Com’è noto, Stalin si spense nel corso di alcuni giorni. Il 5 marzo 1953, quando secondo i comunicati ufficiali era ancora vivo, ma in condizioni disperate, al Cremlino fu convocata una riunione congiunta del Plenum del CC del PCUS, del Consiglio dei Ministri e del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS. La "vecchia guardia", preparata alla battaglia contro i candidati di Stalin dalle fitte e occulte manovre di Chruscev, attivamente appoggiato da Malenkov e Beria, si prese lì una completa rivincita. Il Presidium allargato del Comitato Centrale venne soppresso, con il conseguente esautoramento dei giovani quadri e gli esponenti della giovane generazione furono cacciati anche dalla segreteria del CC. Al contrario, Molotov e Mikojan furono riammessi nell’Ufficio del Presidium del CC. Naturalmente, nessuno si ricordò della decisione di Stalin di designare Ponomarenko capo del governo. Questi fu addirittura espulso dal vertice del partito e condannato al declino: prima fu nominato ministro della cultura, poi spedito nel lontano Kazachstan e infine collocato politicamente a riposo in un’ambasciata all’estero. Persero le loro cariche decisive anche Malyshev, Pervuchin e Saburov, spostati in ministeri di poco conto.
    Si trattò di un golpe nello stato e nel partito. La "vecchia guardia" era riuscita ad evitare la perdita imminente delle proprie alte cariche, in pratica già decisa. L’ascesa di uomini come Ponomarenko, Saburov, Pervuchin e Malyshev rappresentava la sua condanna politica, le ricordava che aveva fatto il suo tempo e, senza nulla togliere ai suoi meriti, doveva farsi da parte. Ma i dirigenti del partito abituati al potere, agli onori e al rispetto non seppero rassegnarsi a questo destino. E così al timone dello stato tornarono i rappresentanti del passato, uomini ormai incapaci di dirigere il paese con competenza e cognizione di causa. Alle base di uno stato potente e in fase di sviluppo dinamico si aprì la prima falla che, via via estendendosi, avrebbe portato in alcuni decenni al crollo dell’intero edificio. Ma i collaboratori di Stalin, a differenza del leader scomparso, pensavano al paese e al popolo in ultima istanza.
    Il successo delle trame per l’eliminazione dei candidati di Stalin consentì a Chruscev di conquistare posizioni politiche cruciali, che mai si sarebbe potuto sognare. Nella battaglia sotterranea per le più alte cariche, fatta di oscuri intrighi e colpi bassi, l’energico, astuto e spregiudicato Nikita si sentiva perfettamente a suo agio e si imponeva con facilità sui suoi colleghi più goffi per l’annosa abitudine all’osservanza dei principi elementari della vita del partito e dello stato. Sulla via dell’instaurazione del potere personale rimaneva solo un ostacolo: la contrarietà di Beria. Ma nei confronti di costui, che eccelleva per le qualità pratiche e conosceva i lati oscuri dell’attività di molti membri del Politburò, la maggior parte della "vecchia guardia" nutriva sentimenti poco amichevoli. Chruscev, naturalmente, ne approfittò, ricorrendo al metodo sperimentato della "chiamata a raccolta delle forze sane". E dopo Beria venne il turno degli altri ex collaboratori di Stalin che volevano frenare l’ambizioso Nikita nella sua corsa alla dittatura personale: nella nuova situazione essa sarebbe stata dannosa per lo sviluppo del paese. Ma ormai a questo non si prestava alcuna attenzione, gli interessi di gruppo, di clan e di élite avevano preso il sopravvento su quelli dello stato e della società. Ai massimi livelli della dirigenza del paese si erano imposte quelle "forze e tradizioni della vecchia società" contro cui Stalin aveva lottato spietatamente.
    Dopo aver fatto fallire il progetto di Stalin per un passaggio "morbido" del potere alla nuova generazione, la "vecchia guardia" con le sue stesse mani si scavò la fossa nella quale presto Chruscev l’avrebbe seppellita senza particolare fatica. E così un grande stato si avviava ineluttabilmente alla fine, dopo che al suo timone era giunto un avventuriero ignorante, incapace di liberarsi dei metodi trozkisti e di comando di gestione del paese.
    Fonte: "Zavtra", n. 12 del 16.3.2003.
    http//: zavtra.ru/cgi//veil/data/zavtra/03/487/61.html
    Traduzione: Stefano Trocini

  5. #5
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    La Russia della Perestrojka
    PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA
    La Russia della Perestrojka Di Roy Medvedev, Sansoni Editore, 1988

    Nel momento in cui questo libro viene dato alle stampe, il suo autore espulso dal Partito comunista dell'Unione Sovietica diciotto anni prima per aver osato riaprire il capitolo Stalin e, da allora, a seconda delle fasi e dei segretari generali del PCUS, ignorato, isolato, minacciato - ritorna alla vita pubblica. Tra giugno e luglio 1988 numerosi giornali e riviste sovietici hanno ripreso a parlare di lui, la televisione sovietica lo ha intervistato, articoli con la sua firma hanno preso ad apparire su diversi e autorevoli organi d'informazione. Nel 1989 numerose riviste sovietiche cominceranno a pubblicare a puntate i suoi libri fondamentali. Così farà «Znamja» con il volume Davanti al tribunale della storia, ribattezzato per l'occasione A proposito di Stalin e dello stalinismo. La rivista «Junost» pubblicherà Tutti gli uomini di Stalin. «Druzba narodov» darà alle stampe la biografia di Chruscev. «Rabocij Klass i Sovremennij Mir» pubblicherà una ricerca la Biografia politica di Leonid Brdnev - che la casa editrice della agenzia «Novosti» ha commissionato a Medvedev. Perfino il lungo saggio La Cina e le Superpotenze, anch'esso già pubblicato in diverse lingue all'estero, vedrà la luce per la prima volta in Unione Sovietica sulla rivista «Narodi Asij i Afriki».
    È una vittoria costata cara. A Roj Aleksandrovic Medvedev in primo luogo, costretto per anni a un esilio non dichiarato, ostacolato nei suoi contatti e nel suo lavoro, anche se il Potere non seppe decidersi a prendere nei suoi confronti misure più radicali. Ma il costo pagato dalla società e dalla cultura sovietiche è stato senza dubbio più grande. All'estero gli storici, gli specialisti di sovietologia, i politologi, hanno potuto leggere e studiare i suoi lavori. Il suo punto di vista, la sua interpretazione degli avvenimenti sovietici sono stati un riferimento importante, spesso essenziale, per centinaia di ricercatori di decine di paesi, non meno che per i milioni di lettori che hanno potuto leggere i suoi libri e i risultati delle sue ricerche. Un colossale lavoro, realizzato tra le pareti di un minuscolo appartamento alla periferia di Mosca, al quinto piano di una delle tante case «chrusceviane», in via Dybenko. I lettori sovietici, invece, non hanno potuto sapere nulla di lui, non hanno potuto conoscere la sua ricerca sullo stalinismo, il suo lavoro biografico e politico su Bucharin e Chruscev. Eppure Roj Medvedev non è mai stato un «dissidente» nel senso classico del termine. Sebbene pressioni ripetute siano state fatte nei suoi confronti, egli non ha voluto emigrare. Ha preferito restare nel suo paese, resistere sulle sue posizioni al tempo stesso critiche e indipendenti, adoperandosi per farle conoscere in tutte le direzioni possibili. Nel numeroso schieramento di coloro che, dopo la sconfitta del tentativo riformatore chrusceviano, scelsero di rimanere in Unione Sovietica, Roj Medvedev occupa un posto (del tutto particolare, unico. La sua analisi critica del «socialismo reale» brezneviano non si è mai spinta fino alla demolizione dell'idea del socialismo. Da qui anche le sue polemiche verso certi ambienti della dissidenza, dell'emigrazione, che hanno spesso concentrato su di lui gli strali critici degli slavofili, delle correnti della destra russa.
    Impossibilitato - ancor più degli storici ufficiali - ad accedere agli archivi, ha portato avanti ricerche preziose sulle fonti orali, sui documenti privati disponibili. Storico «senza accesso alle fonti», studioso escluso dalla vita pubblica, Medvedev ha tuttavia prodotto, da solo, con la sua intelligenza e il suo coraggio, quanto centinaia di storici ufficiali non sono stati capaci di fare: un'interpretazione della crisi della società sovietica che, come oggi appare con tutta evidenza, anticipava in molti suoi cardini fondamentali le linee della riflessione gorbaceviana. Cittadino di un paese che non riconosceva il diritto all'attività politica, Roj Medvedev è riuscito ugualmente a «fare politica», a esercitare un'influenza tutt'altro che trascurabile, restando dentro i confini del suo paese, costretto a un'accorta analisi, pressoché quotidiana, dei rapporti di forza, condizione necessaria per non naufragare sugli scogli di un'aperta repressione. La sua «legittimazione» odierna non è che il riconoscimento tardivo dell'indispensabilità di una riflessione realistica sulle lontane origini delle contraddizioni che hanno portato il paese nel vicolo cieco della «stagnazione» brezneviana. Roj Medvedev - che, come storico, è stato uno dei più acuti critici dello stalinismo _ può essere considerato, con ragione, una spina nel fianco del tentativo restauratore che prese avvio dopo la cacciata di Chruscev.Come egli abbia potuto esercitare, solo e isolato, una professione di storico indipendente le di raffinato politologo, senza incappare in uno scontro risolutore e impari con il Potere, può essere a buon diritto considerato una specie di miracolo di equilibrio. Quando, alla morte di Andropov, i poliziotti del KGB installarono un posto di guardia nel portone della sua casa (lo scopo dichiarato era quello di impedirgli di avere contatti con i giornalisti occidentali di Mosca), sembrò che la breve parentesi, il limbo di intoccabilità in cui Medvedev era stato lasciato, fossero ormai finiti. Nelle segrete stanze del Controllo, nuovamente mutati gli equilibri, qualcuno aveva deciso che bisognava impedire a Roj Aleksandrovic, questa volta risolutamente, di diffondere le proprie idee sulla situazione. In quelle stesse stanze, senza dubbio, altri avevano ben compreso - e non ostacolato ¬
    che proprio Roj Medvedev, profeta disarmato, era stato uno dei protagonisti dell'azione corrosiva che aveva inferto, dalla lontana Via Dybenko, colpi durissimi alla figura e al prestigio cadente di Leonid Breznev. Morto Andropov, eletto Konstantin Cernenko, alla suprema carica, gli zelanti funzionari non potevano correre il rischio di consentire altre pacate interviste di Medvedev ai corrispondenti occidentali, che avevano l'effetto, ricadendo sul pubblico sovietico, di potenti colpi di maglio sulla figura del «moribondo» neosegretario generale. Così ricominciarono le intimidazioni, le convocazioni di Roj; Aleksandrovic davanti ai magistrati che minacciavano sanzioni e che chiedevano il «silenzio stampa». Ma Cernenko era davvero moribondo. Chi avrebbe potuto giurare sulla sua «durata»? L'incertezza dei tempi non poteva non penetrare in profondità anche dentro gli apparati del controllo.
    In effetti gli anni di cui si parla in questo volume, anni di una complessa battaglia per la successione che, dal 1982 al 1985, vide scomparire, uno dietro l'altro, Breinev, Andropov e Cernenko, furono il punto terminale, e più basso, di una parabola discendente che mise a nudo tutte le tare di un sistema politico ormai decrepito e privo di meccanismi di autoregolazione. Gli ultimi mesi di vita di Breinev, tra il gennaio e il novembre 1982, furono teatro di una lotta drammatica «sotto il tappeto» la cui posta in gioco era non soltanto la successione al vecchio leader. Nel gruppo dirigente sovietico - di fronte all'evidente paralisi politica che bloccava ogni iniziativa e ogni decisione sia in campo interno che internazionale - si era fatta strada un'ipotesi (e una coalizione) di indispensabili cambiamenti strutturali e politici. La situazione reale, nonostante le menzogne delle cifre ufficiali, non lasciava margini di equivoco. I tassi della crescita economica - in costante contrazione negli ultimi tre quinquenni - avevano raggiunto ormai la stagnazione. Tra il 1980 e il 1982 l'Unione Sovietica aveva raggiunto la «crescita zero». Tutti gli sforzi per rimettere in moto il meccanismo anchilosato si infrangevano di fronte a un campo di forza di interessi che la direzione politica del paese non era in grado di dominare. Il pantano della corruzione aveva invaso - come Gorbacev rivelerà gradualmente negli anni successivi - gli stessi vertici supremi del partito e dello Stato sovietico. Nessuno, in alto e in basso, era in grado di assumere decisioni di sorta. Tanto meno di controllare che le decisioni venissero messe in pratica. Lo stato della vita culturale, delle strutture sociali fondamentali, dell'assistenza sanitaria, dell'edilizia abitativa, degli istituti di formazione professionale non soltanto non registrava miglioramenti: si stava andando indietro in tutte le direzioni. Il regime alimentare del paese peggiorava a vista d'occhio, la catastrofe agricola si accentuava di anno in anno. L'Unione Sovietica, unico paese industrializzato del mondo, registrava ormai da alcuni anni una riduzione dell' «aspettativa media di vita alla nascita» dei suoi abitanti. Insomma nel paese del «socialismo reale in via di perfezionamento» si viveva sempre meno a lungo, con tassi di mortalità infantile tra i più elevati del mondo civilizzato. La piaga dell'alcoolismo, ben lungi dal ridursi, aveva ormai infettato settori rilevanti della società sovietica. Il «bilancio ubriaco» superava largamente i 30 miliardi di rubli all'anno, divenendo ormai una delle componenti principali della politica finanziaria statale, uno strumento di governo - non solo come ipnotico sociale per grandi masse di uomini delusi, alienati, mantenuti in uno stato di forzosa emarginazione dalla vita politica - che consentiva di occultare la carenza .di beni di consumo.
    Fu in quei primi mesi del 1982 che Jurij Andropov - capo del KGB, il Comitato per la sicurezza nazionale - intraprese le prime mosse per avviare la successione a Breinev. Alla morte di Suslov, l'ideologo del regime - in un clima da basso impero, dominato dagli scandali che sfioravano ormai da vicino lo stesso clan brezneviano - fu Andropov ad assumere la carica di numero due del partito, scavalcando il candidato alla successione che il clan brezneviano aveva predisposto da tempo: Kostantin Cernenko. Dal gennaio al novembre 1982 fu lotta senza esclusione di colpi, in cui non piccola parte svolsero i dossier della polizia politica, sulle vite private dei dirigenti più corrotti. Arresti, destituzioni improvvise - come quella del primo Segretario del partito di Krasnodar, Medunov avvicendamenti al centro e alla periferia del partito, segnalavano, senza indicare i retroscena, che la fine di un'epoca stava approssimandosi. Il suicidio del vicepresidente del KGB, Tzvigun, la destituzione del ministro degli Interni Sciolokov, l'arresto del direttore del circo di Mosca, Kolevatov, erano elementi sparsi di un mosaico complicato che non poteva essere composto se non dai pochi «manovratori» in lotta tra di loro. Chi erano questi uomini? Perché cadevano, sparivano? Da dove venivano coloro che li sostituivano? La glasnost' non era ancora stata inventata. Era una parola che giaceva nei vocabolari, sconosciuta. Naturalmente Mosca era attraversata dalle voci, dalle indiscrezioni, da una miriade di racconti la cui attendibilità era oltremodo difficile verificare. E altre «voci» - quelle delle radio occidentali, ascoltatissime - si sovrapponevano a raccontare ai cittadini sovietici ciò ch'essi non potevano sapere, leggere sui giornali, apprendere dalla televisione. Se mi soffermo su questa convulsa fase della politica sovietica è perché, a suo modo, essa costituisce uno dei paradigmi più illuminanti della crisi che attanagliava il paese. E anche perché il lettore possa esaminare la raccolta degli scritti di Medvedev alla luce e tenendo conto del contesto e dei motivi per cui furono scritti.
    Spesso, per chi vive all'interno del sistema informativo occidentale, è difficile cogliere tutte le implicazioni e le conseguenze di un sistema informativo rigidamente controllato da un unico centro. Le regole del gioco, quando accade che si manifestino i sintomi di una crisi all'interno del gruppo dirigente, rimangono in vigore soltanto formalmente. Può determinarsi - e, infatti, si determinò - una serie di situazioni in cui le fazioni in lotta tra di loro hanno bisogno di rendere note le proprie posizioni, ovvero di creare difficoltà allo schieramento avverso. Ciò non può essere realizzato, se non in piccola misura, attraverso il sistema informativo in vigore. Viene allora in soccorso, paradossalmente, l'esistenza del «mondo esterno» con altre regole. Ciò che il sistema informativo sovietico non poteva fare fu fatto invece dai potenti mezzi del sistema informativo occidentale. Naturalmente la logica di questi ultimi, i fini che perseguono, non sono necessariamente ispirati all'obiettività e alla completezza informativa. Ma anche così come sono essi hanno egregiamente svolto il ruolo che, volta a volta, veniva loro indirettamente affidato. Se mi è permessa una stravaganza termino logica, direi che l'elezione di Jurij; Andropov a Segretario generale del pcus è stata preceduta da una «campagna elettorale» in piena regola, tra i cui attori principali vanno, a buon diritto, iscritte le numerose radio occidentali che trasmettono esclusivamente per i cittadini sovietici.
    Naturalmente non sono stati i cittadini sovietici a eleggere Andropov segretario generale del partito. Né sono stati i circa diciotto milioni di membri del partito comunista. Altrettanto naturalmente si deve aggiungere che gli orientamenti dell' opinione pubblica sovietica hanno inciso ben poco sulle decisioni che, alla metà di novembre del 1982, portarono l'ex capo del KGB alla testa del partito e dello Stato sovietico. E, tuttavia, un leader consapevole - come certo fu- Andropov - della grave situazione economica, sociale e morale del paese, non poteva non porsi, fin dall'inizio della sua ascesa al potere, il problema di un diverso rapporto tra leadership e grandi masse popolari, tra potere e cittadini. Ma, su quelle basi di partenza, caratterizzate da una completa sfiducia della popolazione verso il potere e' i suoi sistemi di comunicazione, non era certo la stampa sovietica lo strumento per affrontare il difficilissimo compito di ristabilire i collegamenti.
    Sarà infine utile non trascurare anche altre circostanze decisive. Tra queste il fatto che l'Unione Sovietica era ed è una grande potenza mondiale, seconda per ora soltanto agli Stati Uniti d'America. Essenziale, per un leader di questo calibro, un'immagine mondiale accettabile. Tanto più che i diciotto anni di Breinev, sotto il paravento di una «gestione collegiale» che costituiva in gran parte una finzione, avevano impedito l'emergere di personalità di rilievo su scala internazionale. Infine: se la statura culturale e politica di Andropov era di gran lunga superiore a quella degl'«ingegneri» del clan brezneviano era altrettanto vero che l'ex capo del KGB aveva un particolare bisogno di depurare preventivamente - a fini interni non meno che internazionali - la propria immagine dai connotati polizieschi e repressivi. Non stupisce dunque che Andropov avesse bisogno di una «campagna elettorale». Né che egli sia stato in grado di realizzarla con tanta efficacia. E noto che, in Unione Sovietica, non c'è organizzazione che, quanto a conoscenza del mondo esterno, possa competere con il KGB: Tuttavia, fino a quel momento, nulla ancora lasciava presagire - almeno ad un osservatore esterno - quali fossero i connotati politici della svolta. Neppure poteva esserci alcuna certezza che una svolta politica vera e propria fosse alle porte. Visibile era, certo, l'orientamento moralizzatore del nuovo leader, un progetto che prendeva le mosse dalla constatazione evidente a chiunque - della necessità di ripristinare una minima disciplina, di riportare la società all'ordine, di ridare capacità di decisione e di scelta allo stesso partito. Troppo poco per poter parlare di riforma, o anche soltanto di modifiche sostanziali alle strutture economiche e politiche. Occorreranno altri quattro anni di convulsa battaglia per poter ascoltare dalla voce di Michail Gorbacev, alla tribuna del XXVII Congresso del PCUS, la parola «riforma». Eppure non mancarono i segni che il nuovo leader aveva occhi per guardare al di là dell'immediato. Fin dal Plenum del giugno 1983, dedicato ai problemi dell'ideologia, Jurij Andropov aveva lasciato chiaramente intendere che la riflessione sulle cause della crisi non poteva limitarsi ai fenomeni superficiali. Nel febbraio 1983, pochi mesi dopo la sua elezione, aveva scritto sul «Kommunist» parole anticipatrici: «E impossibile non accorgersi che siamo in ritardo rispetto alle esigenze avanzate dall'attuale livello di sviluppo materiale, tecnico, sociale, culturale della società sovietica». Aveva aggiunto che «bisogna sbarazzarsi di ogni tentazione di gestire l'economia con metodi che le sono estranei». Aveva ingaggiato un'aperta polemica con le tendenze egualitaristiche che penalizzavano le competenze, contro gli aumenti salariali svincolati dalla crescita della produttività del lavoro, contro le impostazioni irrealistiche di coloro che pensavano di poter realizzare «forme comuniste di ripartizione del reddito» senza una valutazione attendibile del contributo di ciascuno alla creazione della ricchezza sociale. Erano le premesse, soltanto accennate, di una nuova politica economica che avrebbe dovuto porre termine alla demagogia di aumenti salariali erogati a casaccio, per vincere o ridurre la dilagante disaffezione al lavoro, per disinnescare i rischi crescenti di tensioni sociali, ma che erano fondate sull'inganno (o, ancor peggio, sull'autoinganno) più clamoroso, poiché a quella massa monetaria in aumento non corrispondeva affatto un paragonabile aumento delle merci disponibili.
    Andropov non poteva ancora usare al parola giusta per definire quella politica economica: inflazione. Si dovrà attendere la fine di giugno 1988 per sentire Michail Gorbacev pronunciare, dalla tribuna della XIX Conferenza pansovietica del partito, la parola fatidica fino ad allora circolante, ancora con cautela, nei saggi degli economisti. I meccanismi inflativi così innescati davano luogo, a loro volta, a una ininterrotta catena di elementi di squilibrio. Nelle casse di risparmio i depositi delle famiglie si andavano ingigantendo fino a raggiungere cifre astronomiche di centinaia di miliardi di rubli. I tassi di crescita ufficiale del reddito nazionale (per altro in gran parte falsi, come fu poi impietosamente rivelato da autorevoli economisti come Aganbeghian, Abalkin, Seliunin, Shmeliov e altri) della produzione industriale, della produttività del lavoro, degli investimenti avevano ormai toccato i minimi assoluti di tutta la storia sovietica. La
    produzione agricola - che nel quinquennio 1976-1980 aveva segnato un
    incremento medio annuo ufficiale dell'uno e otto per cento, il più basso anch'esso mai realizzato - nell'ultimo anno del piano quinquennale registrava addirittura una drammatica cifra negativa: meno tre per cento. Nello stesso tempo vincoli nuovi, da gran tempo invero previsti sia dai pianificatori sovietici che da numerosi osservatori occidentali, cominciavano a esercitare in pieno e simultaneamente tutta la loro influenza. Come venne autorevolmente scritto, l'Unione Sovietica si trovava (e si trova tuttora) nella «sgradevole situazione» di avere tutti i fattori dello sviluppo fuori posto: la struttura industriale a occidente, le forze di lavoro a sud, le risorse energetiche a est e a nord, a costi di estrazione vertiginosamente crescenti. Da qui l'inevitabilità di una nuova strategia di sviluppo, qualitativamente nuova, l'impossibilità di affrontare il problema della rimessa in moto del meccanismo anchilosato soltanto con l'attivazione dei vecchi sistemi di gestione. La nuova strategia non fu - non poteva essere - un'invenzione di Andropov. Gli economisti più avvertiti, la cosiddetta «scuola di Novosibirsk», avevano da tempo riconosciuto come ormai impraticabile la linea di sviluppo «estensivo». L'analisi di quegli anni che il lettore ritroverà anche negli articoli di questo volume - era ancora in gran parte criptica. Non tutte le verità potevano essere dette. Molte erano ancora semplicemente sconosciute. Tutte le implicazioni del passaggio alla «fase intensiva» non erano ancora state individuate. Ma la necessità del cambiamento era evidente a tutti coloro che capivano ciò che stava accadendo. E che si rendevano conto che l'Unione Sovietica era alle soglie di un tornante la cui drammaticità non aveva paragoni in tutta la precedente storia post-rivoluzionaria. Eppure le cose continuavano ad andare in un'altra direzione, cioè nella vecchia direzione, come se un potente «campo di forza», più potente delle stesse indicazioni del piano, più potente dell' onnipotente Comitato centrale, dettasse le proprie leggi di movimento, contro le quali i ripetuti richiami politici non riuscivano ad avere alcun effetto.
    Solo in seguito, dopo l'arrivo al potere di Gorbacev, verrà affrontato in profondità il compito di analizzare le cause profonde di quel «meccanismo di freno» che si rivelava riottoso ad ogni riparazione. Occorreva una diagnosi capace di svelare le radici della malattia. Ma per effettuarla era
    indispensabile spezzare l'involucro «ideologico» (nel senso marxiano di «falsa coscienza») che paralizzava la società sovietica e la sua stessa leadership. Il dato forse più impressionante, infatti, era la gestione politica di quella che, al Plenum di gennaio 1987, Gorbacev definì come una situazione «pre-crisi». La direzione politica breineviana era consapevole anch'essa del tornante stretto che le si parava di fr07te. Al XXVI Congresso del pcus (febbraio 1981) sia Leonid Breinev che, l'allora presidente del Consiglio dei ministri Nikolai Tikhonov, avevano descritto la svolta del passaggio alla «fase intensiva» come una trasformazione che, «per le sue dimensioni storiche, la sua portata e le sue conseguenze», avrebbe potuto essere paragonata solo alla fase dell'«industrializzazione socialista, a seguito della quale cambiò radicalmente il volto del paese». Un riferimento che, da solo, dava l'idea della portata drammatica dei processi che avrebbero dovuto essere messi in moto. Ma che contrastava in modo clamoroso con l'assenza pressoché totale di decisioni concrete di carattere innovatore, con un clima di immobilità e di paralisi che permeava gran parte della vita sociale, economica e culturale del paese. Prigionieri degli schemi ideologici - mai sottoposti a verifica critica - fomiti dalle «leggi generali di sviluppo del socialismo» inventate da Stalin, i dirigenti sovietici rimanevano paralizzati di fronte alla vastità dei problemi. Essi intravedevano, senza saperli fronteggiare, i rischi che ogni tentativo di soluzione radicale avrebbe comportato sul piano politico. Si rendevano conto, confusamente, della impossibilità di proseguire con i metodi estensivi di gestione dell'economia, con i sistemi di comando amministrativo iper-centralizzato. Ma non riuscivano a cogliere il nesso stringente tra quelli e la «compattezza monolitica» della società sovietica. Mettere in discussione, sul serio, i primi, avrebbe comportato mettere in discussione la seconda. E ciò, a sua volta, avrebbe aperto una serie di problemi immediatamente «politici» e di riforma istituzionale. Era la struttura politica del paese a non poter reggere di fronte alle esigenze di articolazione sociale, di conflittualità, di contraddizioni (esistenti già, ma rifiutate e occultate) che una riforma economica in profondità avrebbe aperto nel breve volgere di pochi anni, addirittura di pochi mesi. Soprattutto avrebbe dovuto essere evidente - a molti lo era - che lo strumento partito, il motore indispensabile, l'unico disponibile, per ogni operazione di cambiamento, non era affatto rodato per un'impresa di questo tipo.
    Impossibilitato - per struttura, abitudini al comando senza contestazione, privilegi acquisiti, sistemi di selezione dei quadri - a gestire e controllare mediazioni sociali inedite, a lasciar esprimere interessi sociali diversificati, a studiare la società per quello che essa è in realtà e a guidarne gli sviluppi senza fare ricorso al comando e alla pura e semplice imposizione.
    Di tutto ciò vi era consapevolezza appena embrionale all'interno della leadership sovietica, nel momento in cui Leonid Breznev morì_ Ma il gruppo dirigente di cui il vecchio leader si era circondato era troppo delimitato, nei suoi orizzonti, per poter andare oltre. Per quegli uomini, legati a loro volta in mille fili ai processi degenerativi che non avevano saputo controllare e curare, il pericolo di eventi incontrollabili aveva finito per dettare la legge manzoniana del «cheta non movere, mota chetare». Negli strati immediatamente sottostanti la leadership si era ossificato un sistema di relazioni guidato dall'immobilità e d_ll'inamovibilità. L'intero apparato di conoscenza e autocoscienza sociale, di ricerca scientifica ne risultava paralizzato a sua volta. Ogni idea originale, non standardizzata dai canoni dell'ortodossia, veniva guardata con sospetto. I suoi portatori eventuali venivano allontanati dai centri decisionali. Il sistema di selezione delle intelligenze privilegiava il conformismo. La censura, la miriade di vincoli di segretezza, la chiusura rigida del paese alla circolazione delle idee dell'esterno, completavano l'opera di paralizzazione. Inevitabile che si producesse una drammatica caduta della produzione culturale e scientifica nel suo complesso.
    «Se vogliamo parlare con schiettezza, noi a tutt'oggi non abbiamo ancora studiato nel modo dovuto la società in cui viviamo e non abbiamo completamente scoperto le leggi che agiscono al suo interno, specie quelle economiche». Sono parole di Andropov. Un abisso politico e concettuale separava questa visione dei problemi dalle formulazioni che Konstantin Cernenko - il quale, come effetto del compromesso politico tra le due linee al momento dell'elezione di Andropov, aveva assunto il ruolo effettivo di «numero due», responsabile per l'ideologia - usò nella sua relazione al Plenum del giugno 1983. La sorda e implacabile lotta politica che aveva accompagnato l'ultimo anno di vita di Leonid Breinev non era riuscita che a scalfire impercettibilmente il quadro delle forze. Andropov era stato eletto Segretario generale del partito, ma gli equilibri rimanevano incerti, le resistenze ad una svolta reale restavano potenti, tutt'altro che vinte, al vertice come nella periferia. Eppure, già in quel momento, si delineavano con tutta evidenza i sintomi di una convulsione destinata a segnare la fine di un'epoca. Quando una società si trova ad un punto di svolta della sua storia, accade sempre che i suoi gruppi dirigenti, le classi che l'hanno guidata fino a quell'approdo, si dividono in due correnti fondamentali. E la regola di ogni rivoluzione e di ogni cambiamento «necessario». Coloro che, in vario modo, percepiscono la necessità del cambiamento. E coloro che rifiutano risolutamente ogni compromesso con il nuovo che sta sorgendo e difendono lo status quo ante, le loro posizioni di forza, i loro privilegi. Tra i primi, di regola (e anche questa regola è stata rispettata nelle vicende storiche che stiamo analizzando) s'inscrivono tanto coloro che comprendono e salutano la necessità del cambiamento e intendono guidarlo, per evitare che assuma caratteri tumultuosi e incontrollabili, tanto coloro che, gattopardescamente, si propongono d'impedire che esso tocchi la radice dei precedenti rapporti di potere e si adoperano per limitarlo ai ritocchi strettamente indispensabili.
    Quando, il9 febbraio 1984, muore Andropov, nel Politbjuro si ricombatta una maggioranza che chiama alla/guida del partito e del paese Konstantin Cernenko. Già malato, con i suoi settantatre anni il più anziano leader che il pcus avesse mai chiamato alla sua guida. A proporlo, davanti al Comitato centrale, si alza il settantottenne Nikolai Tikhonov. Parla di «continuità», ed è il trionfo della conservazione e della paura del nuovo. E, di nuovo, com'era inevitabile, sarà la biologia, più ancora della politica, a decider! i tempi. della quarta successione al Cremlino in poco più di tre _ anni. Cemenko impersona la farsa della coalizione conservatrice: al tempo stesso la prova della potenza e vischiosità del potere che non vuole recedere e la prova della sua mancanza di prospettive. È l'ennesima convulsione non l'ultima - di un organismo che riesce a manifestare ormai solo una vitalità primordiale, senza disegno.
    Ma sarà proprio l'«anno di Cernenko» a provocare uno choc definitivo, tanto nella leadership che nel paese. I primi segni di una ripresa economica, che 'sempre accompagnano l'arrivo di un nuovo leader, si dileguarono con la decrepitezza dell'ultimo arrivato. Le speranze accese dai primi, seppur timidi, accenni di un «nuovo corso» politico e morale, si dileguarono. Erano bastate quelle per provocare il terrore negli apparati. Ma non soltanto. Andropov aveva mosso molte pedine sulla scacchiera, quando ancora Breinev era vivo. Altre mosse decisive erano state fatte nel breve anno del suo potere. Molti nomi, tra quelli che emergeranno nella nuova leadership negli anni successivi come i portatori della linea della perestrojka (con le sue diverse anime), erano stati «selezionati» proprio da Andropov: Aleksander Jakovlev, richiamato dall'«esilio» dell'ambasciata in Canada.
    Gheorghij Razumovskij, mandato prima a commissionare il «kraj» di Krasnodar e poi collocato nel cruciale dipartimento di organizzazione; Egor Ligacev, portato nella segreteria insieme a Nikolai Ryikov, alla fine di dicembre 1983, poco prima della morte di Andropov. Entrambi balzeranno tra i membri effettivi del Politbjuro nel Plenum dell'aprile 1985, quello in cui Michail Gorbacev esporrà il suo nuovo programma politico. Gorbacev stesso, entrato nel Politbjuro come membro effettivo il 21 ottobre 1980, ben prima che si delineasse la fine del breinevismo, può essere a buon diritto considerato uno degli uomini di Andropov. Ma nel Politbjuro restava forte la componente che aveva portato al potere Cernenko, quella stessa che aveva cementato la situazione per un quindicennio abbondante. Fjppure essi non avranno la forza di bloccare il cambiamento. Alla morte di Cernenko il cinquantatreenne Michail Gorbacev, il «candidato possibile» alla successione di Andropov, il «delfino» tante volte pronosticato nei due anni precedenti, si presentava ormai come la soluzione più forte. In quel momento egli cumulava responsabilità che in precedenza - erano state appannaggio di quattro diversi membri del vertice politico del partito. Era supervisore del «complesso agro-industriale»; aveva gradualmente assunto il controllo della propaganda, scienza e educazione; aveva occupato la posizione di responsabile della politica dei quadri quando Cernenko era divenuto il capo supremo e, infine, coordinava il complesso dell'economia, con l'esclusione dell'industria pesante e dell'edilizia. Ma, contrariamente all'opinione diffusa tra molti frettolosi analisti occidentali, egli non rappresentava ancora «l'unica» soluzione possibile. A riprova che, ancora nei primi mesi del 1985, esisteva una coalizione di forze che riteneva, nonostante tutto, procrastinabile lo «stato di cose esistente». Il candidato di quella coalizione - come fu chiaro negli ultimi, allucinanti giorni dell'agonia di Cernenko --.:. era il primo segretario dell' organizzazione del partito di Mosca, Viktor Griscin. Soltanto quasi due anni dopo venne la conferma che in quel momento la lotta fu tesissima, tra due ipotesi radicalmente antagoniste, negli uomini e nelle linee politiche. Lo rivelò i pubblicamente, al Congresso costitutivo dell'Unione operatori teatrali, il 6 " dicembre 1986, lo scrittore e commediografo Michail Shatrov: «Parliamo molto di aprile (riferimento al Plenum in cui Gorbacev illustrò per la prima volta il suo programma politico, ndr), ma io voglio parlare proprio di marzo (riferimento al Plenum che elesse Gorbacev, ndr»>. Perché in quel momento si presentarono «alternative diverse». E aggiunse - in quel discorso, che fu pubblicato solo in parte dal settimanale «Moskovskie novosti» e che venne rivelato nella sua completezza da «l'Unità», qualche giorno dopo - «Noi non possiamo dimenticare quel pericolo che gravò su di noi nel marzo 1985 e che, forse non subito, avrebbe potuto sfociare nella recidiva di un potere incontrollato. Quando i problemi che soffocano il paese avrebbero potuto essere affrontati con la democratizzazione, oppure avrebbero potuto essere ricacciati indietro da una mano di ferro. Tertium non datur». Occorrerà la personale «garanzia» di Andrej Gromyko - che propone Gorbacev al Plenum di marzo con un drammatico discorso d'investitura - per far passare non solo un candidato giovane, ma «il più giovane» dei candidati possibili. Il più giovane del Politbjuro.
    Impossibile «capire» Gorbacev, il suo disegno strategico, i suoi problemi, la direzione di marcia che avrebbe impresso alla sua azione di governo, senza tenere conto tanto dei «vincoli» economici e sociali, del tutto nuovi e specifici, che egli si trova ad affrontare, quanto delle eredità politiche, psicologiche, culturali, organizzative che,- insieme, rappresentavano il potente «meccanismo di freno» (come egli stesso lo definì nel Plenum di gennaio 1987) che aveva portato il paese sull'orlo di un «situazione precisi». Esce dall'ambito di queste brevi note l'analisi dettagliata di ciò che accadde in seguito, dello sviluppo straordinario, contraddittorio e per molti aspetti sorprendente della perestrojka. Il lettore troverà in questo volume molti elementi esplicativi. Gorbacev ha dovuto, in primo luogo «disfarsi» di una parte dei più irriducibili fardelli che ostacolavano la svolta. Usciranno dal Politbjuro, nell'ordine, Grigorij Romanov, Nikolai Tikhonov, Viktor-Griscin, Dinmukhamed Kunaev, Gheidar Aliev. In soli .tre anni la composizione del vertice sovietico è stata rivoluzionata completamene. Tra i tredici membri del Politbjuro, soltanto Scerbizkij (numero uno ucraino) e Gromyko hanno anzianità di servizio anteriore al 1980. Tra i sette supplenti solo Piotr Demicev è in carica da gran tempo. Tra i tredici membri della Segreteria del Comitato centrale, solo Vladimir Dolghikh e lo stesso Gorbacev siedono da prima della morte di Breznev. Sconfitti ormai definitivamente i fautori dell'immobilismo, questi tre primi anni di perestrojka hanno visto emergere pian piano le diverse anime, ipotesi, della svolta. La squadra che la guida, relativamente compatta al XXVII Congresso del partito, ha palesato le prime incrinature solo all'inizio del 1987. In quel momento, al Plenum di gennaio di quell'anno, Gorbacev ha preso coscienza della necessità di una profonda correzione della linea di marcia. Le origini della «stagnazione» - come disse in quell'occasione, dopo ben tre rinvii di un Plenum del Comitato centrale riottoso a prenderne coscienza - debbono essere; ricercate più lontano nel tempo.
    Breinev fu semplicemente un «restattratore», non un fondatore del «meccanismo di freno». L'origine della crisi va ricercata nella svolta staliniana della fine degli anni Venti. È in quelle concezioni dello Stato, del ruolo del partito; è nelle mostruose deformazioni dell'idea del socialismo che ne seguirono, che dev'essere cercata la spiegazione profonda degli sviluppi successivi. La riforma economica non è realizzabile indipendentemente da quella politica. Da qui la svolta radicale verso la «democratizzazione» della società sovietica. Alla XIX Conferenza pansovietica di organizzazione il giudizio si è fatto ancora più esplicito: ogni tentativo di riforma è destinato al fallimento, come lo furono i precedenti, senza procedere alla creazione di uno «Stato di diritto» e senza sciogliere le due ipotesi di socialismo sostanzialmente diverse: una che propone un vero e proprio salto di qualità concettuale, che comporta la rottura completa con il modello staliniano. L'altra - impersonata in primo luogo da Egor Ligacev - che non intende rinunciare ai caratteri strutturali, istituzionali, del potere del partito.
    Tutti sembrano consapevoli che «alternativa alla perestrojka non c'è». Ma la perestrojka contiene al suo interno ipoteche diverse. Ligacev, nel suo intervento alla XIX Conferenza, lo ha fatto capire chiaramente. A coloro che lo contestavano - tra cui Boris El'cin - come uno degli ostacoli al processo di trasformazioni rivoluzionarie, il numero due del partito ha ricordato che la stessa elezione di Gorbacev non sarebbe avvenuta senza l'intervento determinante di Ligacev, Cebrikov, Solomenzev, Gromyko. La vecchia guardia scelse allora da. che parte stare. Oggi rivendica la leggittimità della propria «interpretazione» della perestrojka. Eppure la XIX Conferenza - dopo la drammatica crisi evidenziata tra marzo e aprile 1988, dalla famosa lettera di Nina Andreeva pubblicata su «Sovietskaja Rossija» - ha sancito un nuovo compromesso, indubbiamente più avanzato di tutti i precedenti. Gorbacev appare oggi inamovibile, dopo che, per ben due volte (la prima nel gennaio 1987, la seconda nell'aprile 1988) si è cercato di estrometterlo dal potere o di costringerlo a impersonare una linea di «trasformazioni cosmetiche». La perestrojka non è ancora irreversibile, ma appare sempre meno probabile l'eventualità che il processo innescato possa essere fermato, stravolto. Resta il paradosso, contro il quale Gorbaeev e Nntero gruppo dirigente sovietico dovranno confrontarsi a lungo nei prossimi anni. Il passaggio ad una nuova società dovrà essere realizzato con uno strumento, il partito - l'unico per ora disponibile.
    che in parte è sovrastato dalla rivoluzione che dovrebbe, in teoria, guidare, in parte rappresenta esso stesso l'ostacolo da sormontare. Senza perestrojka del partito non può esservi quella «riforma intellettuale e morale» del paese che è ormai inevitabile e necessaria. La svolta verso lo «Stato socialista di diritto», comunque la si voglia giudicare, è un tentativo - forse l'unico possibile - per «aggirare l'ostacolo», per «accerchiare» gli apparati, per chiamare in causa direttamente le masse popolari (e la stessa base del partito), fìnora escluse dalla vita politica.





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    Stalingrado – 2 febbraio 1943

    Paolo Robotti
    Fonte: www.resistenze.org
    Link: http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust8a26-002574.htm


    Il 19 novembre 1942 mattina, l'artiglieria sovietica aprì un nutrito fuoco contro le posizioni tedesche attorno a Stalingrado e precisamente a nord nel settore di Serafimovic. Fu quello il primo atto della vasta controffensiva sovietica che doveva liberare la grande città del Volga dalla minaccia hitleriana e infliggere il primo colpo mortale all'esercito tedesco. Nei giorni successivi le operazioni offensive sovietiche vennero sviluppate dalle divisioni carrate e dai reparti motorizzati dei reggimenti della Guardia. Il nemico non fu in grado di opporre una valida barriera alle fulminee azioni dell'Esercito Rosso che, spezzate a nord e a sud di Stalingrado le linee tedesche, procedeva veloce da due parti verso sud. Il 22novembre le divisioni carrate sovietiche si congiungevano sul fiume Karpovka nel settore di Sovietskoje... La sacca era chiusa. Le armate tedesche e fasciste erano chiuse in una morsa d'acciaio che si rivelò, in seguito, infrangibile. Incominciò il grande dramma che doveva costare la vita a centinaia di migliaia di soldati tedeschi, romeni, ungheresi e italiani. Incominciò l'epopea, ormai leggendaria, di Stalingrado.
    Il comando tedesco, cocciuto come sempre, presuntuoso al massimo grado e fermamente convinto della superiorità delle sue forze su quelle sovietiche, tentò, nei giorni che seguirono, un attacco di divisioni carrate nella zona di Kotielnikov, a sud-ovest di Stalingrado allo scopo di infrangere l'accerchiamento e di portare rinforzi corazzati all'armata di Von Paulus ormai chiusa in trappola. Comandò l'operazione il generale Manstein, creduto uno degli imbattibili strateghi della guerra dei carri armati. Il suo attacco venne spezzato dai contrattacchi delle divisioni carrate sovietiche e da quel momento i tedeschi ebbero la prima sensazione che non avrebbero più potuto ripassare il Don.
    Ne fa fede il fatto che tutti gli attacchi successivamente da essi condotti, mirarono a rompere l'accerchiamento in direzione sud-ovest. Ciò è confermato anche dal fatto che, più tardi, il Comando italiano diede ordine di distruggere i depositi di vettovagliamento che si trovavano nella zona accerchiata, disposizione che venne pure emanata dai comandi romeno e ungherese che, come il comando dell'A.R.M.I.R., erano ridotti all'unico ruolo di... attendenti del comando supremo germanico.
    Consolidato l'accerchiamento, il comando supremo sovietico decise di invitare Von Paulus a capitolare per evitare un inutile spargimento di sangue e il vano sacrificio di centinaia di migliaia di soldati e di ufficiali. Va notato che nelle proposte di capitolazione non vi era nulla che potesse umiliare ufficiali e soldati delle armate di quattro paesi accerchiate. Non vi era nulla che non potesse essere accettato senza compromettere la dignità militare dei comandanti e delle truppe. Li si imitava a piegarsi, risparmiando vite preziose al loro paese, alla superiorità della tecnica e della strategia sovietica nella vasta regione. Il comando germanico rifiutò di capitolare respingendo le condizioni poste, senza neppure trattare.
    Il 15 dicembre 1942 l'Esercito Rosso iniziò le operazioni per liquidare il nemico accerchiato. Fu un susseguirsi di duri susseguirsi di duri combattimenti nei quali la caparbietà dei tedeschi e l'inettitudine e la sottomissione dei generali degli eserciti vassalli portò al sacrificio migliaia di combattenti contro forze sovietiche preponderanti, meglio equipaggiate, meglio armate e ben preparate al clima rigido dell'inverno, si batteranno disperatamente e invano soldati tedeschi, romeni, ungheresi e italiani. Non un generale - e fra essi quelli italiani - ebbe il coraggio di ribellarsi ai pazzeschi ordini del comando tedesco ordinando ai suoi uomini di deporre le armi per salvare la vita di fronte alla situazione che si presentava chiaramente senza vie di uscita. Il valore dei combattenti fu messo a dura e inutile prova. Gli alti comandi riuscirono a salvarsi, ma ufficiali e soldati no. La temperatura variava, quel periodo, dai 30 ai 40 gradi di freddo. Per il gelo si inceppavano le armi e morivano i combattenti. Il famoso "passaggio della Beresina" di Napoleone, fu ben poca cosa in confronto della immensa tragedia che si svolse fra il Volga ed il Don nell'inverno del 1942-43. Animato da un profondo e concepibile odio, contro gli invasori, entusiasmato dai suoi continui successi, l'Esercito Rosso martellò continuamente e spietatamente i nemici non dando loro tregua, giorno e notte, e non permettendo loro di sganciarsi dalle forze sovietiche incalzanti.
    Il 2 febbraio 1943 - cinque anni fa [65 anni fa – n.d.r.] – il comando supremo sovietico annunciò che l'operazione di Stalingrado era terminata con la completa liquidazione di tutte le forze nemiche accerchiate. Il freddo era ancora intenso e la neve molto alta sul teatro delle operazioni. Nella vasta steppa dal Don al Volga si ristabilì la calma. Sotto la spessa e fredda coltre bianca giacquero, per sempre, i corpi di centinaia di migliaia di soldati e ufficiali di quattro paesi europei. Fra essi decine e decine di migliaia di italiani...
    I tedeschi che speravano, attraversando il Volga, di accerchiare Mosca prendendola alle spalle e di poter dilagare verso l'India, iniziarono a Stalingrado quella lunga e ininterrotta marcia di ritorno che, senza soste, doveva terminare a Berlino e sull'Elba.
    A Stalingrado, come a Mosca, i sovietici si batterono da soli: con le loro forze, con le loro armi, con le loro macchine. Gli alleati erano veramente preoccupati, in quei giorni, ma il secondo fronte in Europa dissero che "non potevano" aprirlo. Churchill, arrivato improvvisamente e segretamente a Mosca, chiese a Stalin che si permettesse a forze aeree a forze di fanteria inglese di penetrare in territorio sovietico per difendere, presidiandola, la zona petrolifera di Baku! Stalingrado non interessava già più il vecchio dell'imperialismo inglese. L'aveva già data per perduta! A lui non costava molto questo.. sacrificio. Ma l'odore del petrolio lo attirava.
    I Sovietici sapevano e sanno che le scarpe dei soldati dell'imperialismo sono come l'edera : dove si attaccano muoiono. Perciò tennero lontane dal loro suolo, dalla loro terra, fertile e ricca, le scarpe chiodate dell'imperialismo inglese. E non si sbagliarono.
    Stalingrado è stata un grande e luminoso simbolo: il simbolo dell'abnegazione, del sacrificio, dell'eroismo e del valore di una grande famiglia di popoli liberi. Ed è anche un monito per coloro che troppo presto dimenticano che i soldati della libertà si battono con ugual valore contro tutti gli aggressori e tutti gli invasori.

  7. #7
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    Antistalinismo: un’invenzione per nascondere l’abiura rivoluzionaria

    Noi che conserviamo un forte legame con le tradizioni e la storia del comunismo siamo in genere definiti nostalgici dello stalinismo, o più semplicemente "stalinisti". Non saremmo quindi solo degli sprovveduti come tutti i "nostalgici" in generale, ma anche degli idioti, nel caso particolare, perché legheremmo i nostri idilliaci ricordi ad uno dei più mostruosi personaggi della storia dell’umanità. Alcuni compagni, facendo davvero la figura delle anime candide, si gloriano a fronte alta dell’attributo "stalinista" che gli avversari ci appioppano. Il fatto è che lo stalinismo, se vogliamo dare a questo termine un contenuto positivo, se vogliamo cioè intenderlo come stadio di sviluppo ulteriore del marxismo ufficialmente riconosciuto tale dagli stessi bolscevichi, ebbene questo stalinismo non è mai esistito. Sia detto per inciso: il comunismo dovrà pure definitivamente emanciparsi dalla pratica di ufficializzare l’elenco dei grandi pensatori marxisti: varrà meglio che i loro apporti restino nei libri e nella memoria di chi pratica il comunismo anziché effigiare i loro visi su una bandiera in un allineamento configurante le successive tappe di sviluppo ideologico-dottrinario attribuito esclusivamente a loro. Deng Xiaoping ha avuto il coraggio di dire che "il pensiero di Mao non appartiene solo a lui ma è anche il pensiero dei suoi compagni d’arme, del partito e del popolo". Ha aggiunto che "nessuno deve essere considerato un semidio" (Den Xiaoping, Socialismo alla cinese, Editori riuniti, pag. 86-87).
    Ritornando al cosiddetto stalinismo, fu principalmente Trotski (che accecato dall’odio per Stalin e la disfatta politica subita, divenne, egli sì, un controrivoluzionario) a costruire attorno a questa parola, una quantità di significati negativi e di valori abietti. L’opera di demonizzazione fu ripresa da Krusciov (con ben altro impatto mondiale rispetto a Trotski) nel suo famigerato rapporto segreto fatto conoscere alla Cia prima ancora che ai vari partiti comunisti. Dunque "stalinismo" si configura storicamente (dall’epoca del rapporto segreto ma soprattutto dopo il crollo dell’Urss) come contenitore di ogni possibile ignominia. E’ divenuto un anatema. Quando, ultimamente, Scalfari attaccò Bertinotti, Liberazione scrisse: "Perché un importante giornalista liberale finisce con l’adottare un impianto analitico violento, con torsioni francamente staliniste?… Leggere questi articoli genera, sul momento, rabbiosa preoccupazione; essa poi si stempera in malinconia; di fronte all’eclissi di un pensiero importante come quello liberale" (Liberazione, 23.1.2003). Come si vede i toni sono elegiaci: si rimpiange il liberalismo, pensiero "importante", per le contaminazioni subite dallo stalinismo…
    Voltaire, su cui evidentemente agiva ancora un forte sentimento di ripulsa per le stragi che insanguinarono l’Europa all’epoca delle guerre di religione, disse che non si poteva leggere la Storia senza provare orrore per il genere umano. Sentimenti simili, ma di sicuro più interessati e quindi meno innocenti, ispirarono gli scritti degli avversari della Rivoluzione francese che videro in quell’evento, culminato nel terrore giacobino, il semplice trionfo di un’orgia di sangue. E, naturalmente, a Robespierre toccò in sorte di essere trasfigurato in demone. Attenzione però: non solo la pubblicistica della Restaurazione, fautrice del Vecchio regime, ma anche la pubblicistica liberale dipinse il grande dirigente giacobino come una belva sanguinaria. Gli eventi sconquassanti della Storia, quelli che producono accelerazioni, quelli che danno un forte impulso in avanti al cammino dell’umanità verso l’emancipazione, spingono sempre i controrivoluzionari a celebrare, trasfigurandolo, il "bel tempo antico". E fu Hegel a polemizzare contro quella visione del mondo (sia dei fautori della Restaurazione che dei liberali) che, riducendo la storia universale ad un cumulo di rovine costituisce la più radicale confutazione dell’idea di progresso: egli si spinse addirittura, sicuramente in un clima di conformismo controrivoluzionario imperante, a tributare un riconoscimento positivo all’opera di Robespierre! (D.Losurdo: Hegel e la libertà dei moderni). I comunisti alla Bertinotti, riducendo la storia delle rivoluzioni proletarie del Novecento ad un ammasso di macerie, si inseriscono in quella tradizione di pensiero liberale contro cui polemizzò il grande filosofo tedesco. I liberal-comunisti di oggi che inorridiscono per la mancanza di democrazia dal basso nell’Urss di Stalin, dovrebbero andare a lezione da Hegel prima ancora che da Marx. Per Hegel, che guardava alle tappe storiche del processo di sviluppo della libertà, il discrimine tra rivoluzione e controrivoluzione ovvero tra progresso e reazione e persino tra libertà e oppressione non coincide affatto con il discrimine tra iniziativa dal basso e iniziativa dall’alto (Losurdo, op.cit.). Ciò che conta, nell’analisi concreta di un determinato evento, è saperne cogliere il carattere progressivo oppure regressivo, prescindendo dal dogma (populista) che solo l’iniziativa dal basso ha sempre e comunque un segno di progresso.
    Durante la rivoluzione culturale in Cina, bastò che Mao lanciasse un’accusa grave a Liu Chaoqui (definito "Krusciov cinese") perché quest’ultimo fosse oggetto di ripetuti attacchi oltraggiosi da parte delle guardie rosse. Non ebbe la possibilità di difendersi da un’imputazione mai provata (l’aver imboccato la via capitalistica) e fece la peggiore fine che si possa immaginare: morì con il marchio d’infamia di aver tradito la causa del comunismo. Viceversa, i russi Zinoviev, Kamenev, Bucharin e Rykov che dirigevano, agli ordini di Trotski, una vasta rete cospirativa presente a tutti i livelli nel partito, nell’esercito e nello stato, ebbero un regolare processo pubblico, secondo la legge sovietica, e i resoconti stenografici di quei dibattimenti furono integralmente pubblicati. Gli imputati, tranne alcune eccezioni, rinunciarono agli avvocati per loro scelta e provvidero essi stessi alla loro difesa (Aginform tradurrà in italiano gli atti di quel processo e li pubblicherà).
    Krusciov, revisionista da un punto di vista ideologico e politico, fece ricorso anche al revisionismo storico pur di dar credito - e la cosa si comprende - agli artefici del primo antistalinismo. Egli disse: "Dov’erano uomini come Molotov e Kaganovic o Voroscilov o Mikoyan mentre Zinoviev, Kamenev, Trotski, Bucharin stavano costruendo la nazione?" (Krusciov: Krusciov ricorda, Sugar editore, pag. 94). Venticinque anni prima la musica era diversa: "Il nostro Partito - egli proclamò - schiaccerà senza pietà la banda dei transfughi e dei traditori che compongono il blocco dei destri e dei trotskisti… disperderemo le loro ceneri al vento" ( cit. in: The question of Stalin, pag.9). Ma la statura morale dell’uomo emerge in tutta la sua maestosità da queste altre sublimi testimonianze: "Attorno a Stalingrado trovammo soldati tedeschi morti privi d’uniformi e seminudi, non avevano più né calzoni né stivali e questo non era certo dovuto alle esplosioni che li avevano colpiti, purtroppo era opera di ignobili saccheggiatori. Penso che con ogni probabilità avessero preso parte sia soldati che civili alla spoliazione dei cadaveri" ( Krusciov ricorda, cit. pag. 215-216). Oppure: "Stalin fece appello ad Eisenhower perché ritirasse le sue armate; gli disse che in base agli accordi con Roosvelt… i nostri soldati avevano il diritto di entrare a Berlino prima degli alleati occidentali… Eisenhower seppe dar prova di questa cavalleresca generosità" (Ibid. pag. 234). E qui Krusciov, sorta di re Mida stercorario, riesce ad imbrattare una delle pagine più gloriose della storia sovietica. Ecco dunque da quale marciume trae alimento il termine stalinismo. Non siamo né nostalgici né ‘stalinisti’: amiamo la Storia e amiamo la Verità che in essa si cela. Il crollo dell’Urss ci pone di fronte a notevoli problemi politici e teorici lasciati irrisolti dalla prima esperienza storica (vittoriosa) di edificazione socialista. Ma a parte questo ovvio riconoscimento che tutti siamo disposti a fare (tanto non costa niente), sarebbe ora che ci riunissimo da qualche parte e mettessimo un punto fermo sulla nostra storia. Come atto assolutamente preliminare per riflettere - domani - sulle leggi di sviluppo delle future rivoluzioni comuniste nell’Europa e nel mondo.
    Amedeo Curatoli

  8. #8
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    Predefinito scusate ma sono antistalinista...

    ..e sapete perche'??
    perche' al di la' di tutte le pippe ideologiche o parafilosiofiche o pseudo storiche..
    stalin ha ucciso o mandato a morire milioni di persone
    stalin ha deportato milioni di persone
    stalin ha fatto un'alleanza con adolf hitler per perseguire scopi imperialisti...

    l'antiimperialismo non vuol dire combattere un "impero" per dare potere ad un altro..senno' è solo ipocrisia politica...

    ps pensandoci bene NON mi scuso..
    f

 

 

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