Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: www.lastampa.it

  1. #1
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
    Data Registrazione
    10 Jan 2008
    Messaggi
    726
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito www.lastampa.it

    24/8/2008La Russia e la pace sbagliataCome abbiamo perso la Russia? La domanda non è nuova - sono vent’anni che gli studiosi la ripropongono - ma non ha ancora messo radici nelle menti dei responsabili occidentali. Le domande che mettono radici sono innanzitutto quelle che rivolgiamo a noi stessi, e non si limitano a denunciare il brutto mondo che ci s’accampa davanti sorprendendoci come qualcosa d’inaspettato. Quel che non abbiamo voluto, non necessariamente è inaspettato. Quel che ci sorprende, non sempre è sorprendente e forse neanche del tutto indesiderato. Interrogarsi è fecondo se si esaminano i propri atti mancati, la propria impreparazione. Se si usa una memoria lunga, non la memoria breve che è comoda nell’immediato e conforta opinioni confezionate che adoriamo. È quello che l’Occidente non sa fare, e per questo gli è così difficile fronteggiare il dramma d’uno Stato - la Russia - che ha scelto di tornare potenza bellicosa infiammando la guerra in Georgia.

    Si è parlato molto dell’aggressività sovietica risorta, di una Russia che per malefico istinto ripete, quarant’anni dopo, l’estrema violenza che fu l’invasione sovietica a Praga.

    Ma l’interrogarsi vero non s’accontenta di queste spiegazioni, va più a fondo, non si rallegra di essersi fabbricato un nuovo mostro utile alle campagne elettorali. Se in Europa si riaccende la questione russa è perché la guerra fredda è stata conclusa malamente, nell’89-’90: senza la saggezza che edifica invece di sfasciare. Quel che chiamammo pace, allora, non fu percepita come pace in Russia ma come duplice minaccia: psicologicamente un umiliante declassamento, politicamente uno squilibrio e accerchiamento. È vero, il passato riaffiora a Mosca sotto forma di tentazione: ma un passato vasto, sia sovietico sia russo. È vasto anche per l’Ovest, dove a riaffiorare sono le guerre europee del ’900 e i modi più o meno intelligenti con cui se ne uscì.

    Anche qui la memoria serve, se non la si usa per confortare idee già fatte. E la memoria rimanda alla prima guerra mondiale più che all’ascesa di Hitler, agli errori del 1919 più che ai cedimenti delle democrazie nel ’38. C’è un libro che aiuta a comprendere il presente meglio di tante analisi sull’orso resuscitato: fu scritto nel ’19 da John Maynard Keynes e s’intitola Le conseguenze economiche della pace. È una denuncia, severa, dell’insipienza dei vincitori nel trattare la Germania vinta. Un vinto che doveva, soprattutto secondo il francese Clemenceau, essere umiliato, stremato. Il trattato di Versailles «non fu una pace magnanima o semplicemente giusta», ma la moderna «riedizione della pace cartaginese»: più precisamente quella che seguì la seconda guerra punica, e che impose a Cartagine di versare ingenti indennità, e di rinunciare a tutti i territori d’oltremare (Spagna in particolare), a parte del territorio africano, alla flotta di guerra inclusi gli elefanti. Alla fine la città fu distrutta, maledetta. Cartagine delenda est - Russia delenda est. Gli occidentali non userebbero tali parole, ma per la Russia è come se le avessero dette. Dice ancora Keynes che le guerre hanno conseguenze inevitabili: veramente malefiche sono le «sciagure evitabili della pace».

    La lezione fu appresa dai vincitori della seconda guerra, che ebbero un atteggiamento radicalmente diverso verso il vinto. La Germania non fu umiliata ma trasformata in partecipe e avente interesse (stakeholder) della pace. L’unità europea fu questo: la riduzione di tutti gli Stati-nazione e non di uno soltanto, e la messa in comune delle due risorse belliche che erano il carbone e l’acciaio (Ceca). Lo stesso potrebbe avvenire oggi sull’energia tra Europa e Russia, come proposto da Sergio Romano («I russi hanno petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la cultura economica di cui la Russia ha bisogno», Corriere della Sera 20-8).

    Fino a oggi tuttavia è la strada del ’19 che è stata imboccata, con incompetenza e straordinaria leggerezza. Un’incompetenza di due amministrazioni (Clinton, Bush), tanto più impressionante se si pensa che l’America non manca di conoscitori della Russia. Ma l’Europa non era da meno: ottusa, immemore della propria fondazione, è stata al tempo stesso incapace d’inventare una pace con la Russia, di capirne le paure, e di tutelare i nuovi venuti dell’Est. Inizialmente gli sviluppi furono promettenti: a Gorbaciov fu garantito, durante la riunificazione tedesca, che la nuova sicurezza europea sarebbe stata davvero comune, e che la Nato non si sarebbe estesa. Ma la concordia fu breve: la distruzione della Cecenia fu ingoiata ma in cambio ogni idea di ordine comune svanì e alle inquietudini russe si reagì con disinteresse sbadato. La Russia soffriva di confini labili e di un’immensa diaspora (16-17 milioni negli Stati indipendenti dell’ex Urss) ma questa realtà fu ignorata quando Clinton decise il primo allargamento Nato, nel ’94-’95.

    L’allargamento rispondeva a paure est-europee che Bruxelles non sapeva attutire, ma Clinton creò il fatto compiuto. Decise senza discutere con Mosca, trattandola come vinta. Non ebbe fiducia in essa, e al contempo ne sottovalutò enormemente i pericoli: ragionò su tempi corti, guidato da lobby e calcoli elettorali. Credette in un’immutabile egemonia mondiale Usa. Non immaginò che Mosca avrebbe recuperato potere economico, politico. Quando Bush prospettò l’allargamento a Ucraina e Georgia, il risentimento russo raggiunse l’acme.

    Mosca non ha disseppellito da sola la guerra fredda. Secondo il Cremlino è stata Washington, quando ha ridelineato un muro in Europa spostandolo addirittura a Est. Altre provocazioni seguirono. Nel 2001 Bush si ritira dal trattato Abm - che per 29 anni aveva vietato gli antimissili balistici per frenare le atomiche offensive - e promette antimissili a Varsavia e Praga. Nel 2003 interviene unilateralmente in Iraq e moltiplica basi militari in Asia centrale, sfasciando la solidarietà creatasi con Mosca dopo l’11 settembre. Nel 2008 approva la secessione etnica kosovara. Da anni arma il nazionalismo irredentista in Georgia, fino a usarlo, come fa McCain, per vincere Obama alle elezioni. La pace dopo il ’90 non è forse contro la Russia, ma di certo non è stata fatta con la Russia.

    Non sono mancate in America le voci critiche. Il più esplicito fu George Kennan, teorico del contenimento durante la guerra fredda, che ammonì Clinton contro la Nato allargata: «Sarebbe il più fatale errore Usa nel dopo-guerra fredda. La decisione infiammerà le tendenze nazionalistiche e antioccidentali nell’opinione russa, avrà effetti dannosi sullo sviluppo della democrazia russa, restaurerà un’atmosfera di guerra fredda nelle relazioni Est-Ovest, spingerà la politica estera russa in direzioni decisamente contrarie ai nostri interessi» (New York Times, 5-2-97). Con Kennan si schierarono studiosi niente affatto filosovietici, in passato: il negoziatore per il disarmo Paul Nitze, il giornalista Thomas Friedman, lo studioso Michael Mandelbaum, lo storico dello stalinismo Robert Conquest. Non furono ascoltati perché la politica Usa sente oggi più le lobby etniche che i veri esperti: il loro parere fu occultato quasi fosse il minority report di Steven Spielberg. Poco prima della guerra georgiana, Kissinger ha riesumato il minority report, disapprovando l’allargamento Nato all’Ucraina (Herald Tribune, 1-7-08).

    Per questi motivi oggi è il momento dell’Unione Europea: sapiente come lo fu agli esordi, essa sa quel che è evitabile nelle sciagure della pace. Gli spaventati europei orientali non potranno essere ignorati, urge una comune difesa che li tuteli, ma una cosa andrà chiarita con essi. Le politiche fin qui seguite hanno creato caos, non pace. Proprio per avere più sicurezza, l’Europa deve oggi inventare la pace con la Russia anziché contro di essa, e accrescere l’autonomia dagli Usa anziché diminuirla.Barbara Spinelli
    24-08-2008

  2. #2
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
    Data Registrazione
    10 Jan 2008
    Messaggi
    726
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito www.lastampa.it

    23/8/2008"L'Occidente non ci rispetta"<A href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4916&ID_sez ione=&sezione=#" target=_blank>GORBACIOVLa fase acuta della crisi provocata dall’assalto delle forze georgiane su Tskhinvali è ormai superata. Ma il dolore rimane. Come si fa a cancellare dalla memoria le orribile scene di un attacco missilistico notturno su una città pacifica, interi quartieri rasi al suolo, gente che moriva nascosta nelle cantine, la barbara distruzione di monumenti antichi e delle tombe degli avi?

    La Russia non voleva questa crisi. La leadership russa è internamente in una posizione abbastanza forte, non ha bisogno di una «piccola guerra vittoriosa». La Russia è stata trascinata nello scontro dall’avventatezza del presidente georgiano Mikhail Saakashvili, che non avrebbe mai osato lanciare l’attacco senza appoggio esterno. La Russia non poteva permettersi di non agire. La decisione del presidente Medvedev di fermare le ostilità è stata la mossa giusta di un leader responsabile. Chiunque si fosse aspettato confusione a Mosca è rimasto deluso. Il presidente russo ha agito con calma, sicurezza e fermezza.

    Chi ha progettato questa campagna chiaramente voleva che la Russia venisse accusata per aver peggiorato la situazione nella regione e nel mondo, indipendentemente dai risultati dello scontro. Con l’aiuto di queste forze l’Occidente ha montato un attacco propagandistico contro la Russia, soprattutto nei media americani. La copertura mediatica non ha avuto nessuna equità ed equilibrio, soprattutto nei primi giorni della crisi. Tskhinvali era in rovine fumanti e migliaia di persone stavano scappando dalla città nella quale non erano ancora entrate le truppe russe, ma la Russia era già stata accusata di aggressione, e si ripetevano le sfacciate menzogne del leader georgiano che si sentiva incoraggiato a pronunciarle.

    Non è ancora chiaro se l’Occidente fosse al corrente dei piani di Saakashvili, ed è una questione seria. Quello che è chiaro è che l’assistenza occidentale nell’addestramento delle truppe georgiane e il massiccio invio di armi hanno spinto la regione non verso la pace, ma verso la guerra. Se questa disavventura militare è stata una sorpresa per i protettori stranieri del leader georgiano, peggio per loro. Saakashvili era stato ripetutamente lodato per essere un fedele alleato degli Usa e un autentico democratico, e anche per aver fornito aiuto in Iraq. Oggi tutti, gli europei e, soprattutto, gli innocenti abitanti civili della regione, devono raccogliere le macerie di quello che è stato distrutto dal miglior amico degli americani.

    Coloro che danno giudizi affrettati su quello che succede nel Caucaso, oppure cercano influenza in quella zona, dovrebbero prima farsi almeno una vaga idea della complessità di quella regione. Gli osseti vivono sia in Georgia che in Russia. E’ così ovunque, un mosaico di gruppi etnici che vivono l’uno accanto all’altro. Perciò è meglio dimenticare frasi come «questa è la nostra terra», «stiamo liberando il nostro Paese». Dobbiamo pensare ai popoli che abitano quella terra. Il problema del Caucaso non può essere risolto con la forza. Ci hanno provato più volte, e si è sempre rivelato un boomerang.

    Quello che serve è un accordo legalmente vincolante a non ricorrere alla forza. Saakashvili si è più volte rifiutato di firmarlo, per ragioni che ora diventano assolutamente chiare. L’Occidente farebbe una cosa buona se aiutasse a raggiungere tale accordo adesso. Se, invece, l’Occidente sceglierà di accusare la Russia e riarmare la Georgia, come ipotizzano gli esponenti americani, una nuova crisi sarà inevitabile. Se andrà così, aspettiamoci il peggio.

    Condoleezza Rice e George Bush hanno promesso di isolare la Russia. Alcuni politici americani hanno minacciato di espellere la Russia dal G8, di abolire il Consiglio Russia-Nato o di fare pressioni per impedire l’adesione russa alla Wto. Sono minacce vuote. Da tempo ormai i russi si chiedono: «Se la nostra opinione in queste istituzioni internazionali non conta nulla, perché dovremmo averne bisogno? Solo per sederci a un tavolo ben apparecchiato e ascoltare lezioncine?».

    In effetti, la Russia per molto tempo è stata messa di fronte a fatti compiuti. Eccovi l’indipendenza del Kosovo, prego. Ecco l’abrogazione del trattato sulla difesa antimissile e la nostra decisione di piazzare difese missilistiche nei Paesi confinanti. Eccovi l’infinita espansione della Nato. Tutto questo sullo sfonde di commuoventi parole sulla partnership. A chi sarebbe piaciuto questo spettacolo?

    Oggi negli Stati Uniti si parla molto di «riconsiderare» le relazioni con la Russia. Posso suggerire un’abitudine senz’altro da riconsiderare: parlare alla Russia con condiscendenza, senza rispetto per le nostre opinioni e interessi. I nostri due Paesi possono dar vita a una seria agenda di cooperazione reale. Penso che molti americani, come molti russi, ne comprendano la necessità. E i politici? Di recente è stata istituita una commissione bipartisan guidata dall’ex senatore Gary Hart e dal senatore Chuck Hagel, per studiare le relazioni russo-americane. Il mandato è presentare «raccomandazioni politiche alla nuova amministrazione per promuovere gli interessi nazionali americani in rapporto alla Russia». Se l’obiettivo è solo questo, dubito che ne verrà fuori qualcosa di particolarmente buono. Se invece ci sarà anche una considerazione degli interessi dell’altra parte, e della sicurezza comune, si potrebbe aprire una strada verso la ricostruzione della fiducia e l’inizio di un utile lavoro, insieme.

    Copyright 2008 Mikhail Gorbaciov
    Distributed by The N. Y. Times Syndicate

  3. #3
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
    Data Registrazione
    10 Jan 2008
    Messaggi
    726
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    23 agosto 2008
    AREA RASSEGNA STAMPA | Opinioni | Rassegna stampa
    Il ritorno dello Stato



    Mario Deaglio - La Stampa
    In una recente intervista a Le Monde, Jacques Attali, economista e pensatore francese, ha paragonato la crisi economica americana a uno tsunami: il terremoto finanziario iniziato un anno fa ha infatti scatenato una grande ondata recessiva che sta lentamente girando per il mondo. Nessuno è oggi in grado di dire esattamente quale Paese sarà colpito, quando, con quale intensità e per quanto tempo, ma i primi grandi spruzzi hanno cominciato ad arrivare sull’Europa e soprattutto sulla Gran Bretagna, generalmente ritenuta una felicissima isola, destinata a una crescita perpetua, immunizzata contro la recessione dalla cura liberista di Margaret Thatcher e dal decennio del liberismo appena un po’ attenuato di Tony Blair.

    La crescita zero nel secondo trimestre 2008, annunciata ieri dall’ufficio statistico britannico, interrompe quindici anni, ossia ben sessanta trimestri, di crescita ininterrotta e corregge una prima valutazione debolmente positiva, effettuata dall’Eurostat la settimana scorsa.
    Anche la Gran Bretagna, insomma, mostra alcuni sintomi analoghi a quelli dell’Italia, un Paese economicamente assai meno brillante, ossia produzione industriale in caduta marcata e consumi delle famiglie in ritirata.
    A questi sintomi occorre aggiungere altri indicatori preoccupanti che in Italia non si sono, almeno per ora, manifestati, come la disoccupazione in forte salita e il prezzo delle abitazioni in forte discesa.

    Può darsi che in tutto il vecchio continente i bilanci famigliari ricevano un po’ d’ossigeno dalla caduta del prezzo del petrolio (che si è già tradotta in una modesta ritirata del prezzo della benzina) e dai raccolti record di cereali che si stanno registrando in Russia e in buona parte dell’Europa Orientale e che, per conseguenza, la ripresa autunnale si presenti meno brutta di quanto molti oggi temono. Il sollievo sembra però momentaneo e a Londra, così come a Roma, Parigi, Berlino e Madrid, governi di diverso colore e animati da diversi principi politici devono fare i conti con il medesimo problema.

    Si tratta di evitare che lo tsunami faccia troppi danni, di contrastare la crescita d’inflazione e disoccupazione, di rimettere l’economia sul sentiero della crescita sul quale non è in grado di tornare con i propri mezzi.
    Come fare? Se l’economia non ce la fa da sola, è necessario tornare all’intervento pubblico.
    Un intervento diverso da quelli «pesanti» del passato, basato più sugli incentivi e sulle regole e meno sull’ingerenza del giorno per giorno, ma pur sempre un intervento pubblico.

    All’intervento pubblico sono inevitabilmente obbligati anche Paesi profondamente liberisti, come la stessa Gran Bretagna, dove un governo riluttante è stato costretto a nazionalizzare la Northern Rock, ottava banca del Paese, e gli Stati Uniti, dove la Banca centrale ha orchestrato salvataggi bancari e ci si appresta a spendere somme incredibili per evitare il collasso delle due centrali del credito fondiario.

    La via maestra per un efficace sostegno pubblico all’economia non può passare né attraverso queste azioni d’emergenza, che riguardano singole imprese, né attraverso il protezionismo doganale, utilizzabile solo in maniera moderata senza distruggere le basi stesse della crescita mondiale.
    Per contrastare lo tsunami in arrivo sarebbe molto meglio per l’Europa consentire un moderato e ben indirizzato aumento dei deficit pubblici, come auspicato già a febbraio dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, il quale invitava i governi ad «aprire l’ombrello quando piove».

    Stanno arrivando le prime gocce di pioggia e non c’è tempo da perdere. L’Unione Europea, e in particolare l’area dell’euro, dovrebbe prepararsi a interpretare in maniera flessibile il patto di stabilità; un aumento del deficit pubblico nell’ordine dello 0,5-0,7 per cento del Pil sarebbe sufficiente a tener lontana la recessione senza suscitare particolari stimoli inflazionistici.

    Una parte almeno dell’aumento dovrebbe derivare da una detassazione che sostenga le categorie con bassi redditi. Si tratta sicuramente di un’azione dal risultato incerto, che richiede quindi coraggio, ma il coraggio è un ingrediente fondamentale della politica economica. Se così non fosse, invece dei ministri dell’Economia basterebbero i manuali di economia e l’ondata dello tsunami ci colpirebbe in pieno.

  4. #4
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
    Data Registrazione
    10 Jan 2008
    Messaggi
    726
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito L"anima dell"Europa

    Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi.

    Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora.

    In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato.

    Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia».

    Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata.
    Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma ­ lo si vede oggi ­ con risultati per nulla promettenti.

    Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza.
    A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan).

    L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno.

    Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue ­ Unione e Russia ­ non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli.

    Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.www.lastampa.it barbara spinelli 31 agosto 2008

 

 

Discussioni Simili

  1. Luttazzi su LaStampa: grandiosa intervista.
    Di MarcoGhiotti nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 06-11-09, 10:46
  2. LaStampa: La Guantanamo dei Piemontesi
    Di x_alfo_x nel forum Regno delle Due Sicilie
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 13-10-09, 17:16
  3. Silenzio,parla Tremonti...www.lastampa.it
    Di danko (POL) nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 30-09-08, 00:17
  4. L'accoglienza di LaStampa a Weltroni
    Di Marco Piccinini nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 37
    Ultimo Messaggio: 28-06-07, 12:05
  5. PD : interessante articolo di LaStampa
    Di Marco Piccinini nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 19-06-07, 14:17

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito