Il miracolo di don Pino Puglisi nella Brancaccio di Roberto Faenza, raccontata sulla prima rete Rai con il film “Alla luce del sole”
Avrebbero voluto chiuderlo nella sua chiesa, Don Pino Puglisi, ma non ci sono riusciuti, così hanno dovuto ammazzarlo e se lo sono ritrovati ovunque, nella sua parrocchia di Brancaccio, a Palermo, per le strade, in ogni vicolo, nelle case.
Don Pino è ancora vivo e loro sono in carcere. Vivo nel cuore della gente, vivo perché la sua storia continuano a raccontarla tutti in televisione, al cinema, nei libri.
A Monsignor Bagnasco, il capo dei vescovi italiani, che invitava i cattolici a non lasciarsi “confinare nelle chiese”, Don Pino ha dato una risposta quindici anni dopo che è stato ammazzato. La sua storia, per una singolare coincidenza, è stata raccontata sul primo canale della Rai con un film di Roberto Faenza, "Alla luce del sole".
Don Pino è stato interpretato da Luca Zingaretti. Per chi ha conosciuto il prete di Brancaccio è come se fosse tornato fra loro, per gli altri è stata l'occasione per scprire una chiesa disarmata eppure forte, determinata.
Quante volte l’abbiamo invocata questa chiesa, quante volte l’abbiamo trovata? E’ capitato, sicuramente. Per esempio nelle parole di un cardinale indignato per lo Stato assente all’indomani di una strage mafiosa, e sopratutto nelle parrocchie di periferia, dove i piccoli preti si trasformano in grandi uomini. Mai abbastanza, comunque.
Don Pino ha reso un grande servigio alla chiesa ed insieme alla sua gente.
Per farlo ha dovuto dire “no” alle piccole prepotenze, alle consuetudini dell’ossequio nei confronti dei boss; è uscito dalla parrocchia ed ha conquistato Brancaccio con le parole della ragione e della fede. Servendosi dei bambini. Ha cominciato con i ragazzi, si è conquistata la loro fiducia e li ha portati in parrocchia con l’intento di farne degli uomini liberi.
Faenza non ha costruito il suo eroe di cartapesta, ma un uomo di fede tenace, incapace di compromessi. Non era facile riuscirci, la missione di don Pino non si compiva fra i bambini denutriti dell’Africa dei derelitti, non era l’evangelizzazione degli uomini in terre sperdute, ma la salvezza in questa terra in una grande città di un Paese civile, non la redenzione dell’anima ma la liberazione della mafia, la conquista di una vita normale, in cui i bambini frequentano una scuola e hanno luoghi per giocare, e gli adulti pretendono il riconoscimento dei loro diritti.
Inevitabile che il piccolo prete diventasse un nemico della mafia di Brancaccio. Non era nessuno e non aveva niente da offrire, ma aveva guadagnato la fiducia della gente. Il controllo del quartiere sfuggiva di mano ai boss, la loro autorità era messa in forse. Un giorno dopo l’altro, invece che rispettare, i comandamenti dei capimafia, bambini e adulti imparavano ad ascoltare il piccolo prete dal carattere docile.
Il film non ci ha fatto vedere una Brancaccio di cartapesta, ma un mondo dominato da uomini violenti, che disponevano della vita e della morte della gente.
Le persiane che si schiudono quando don Pino cerca il volto della gente, la festa di quartiere dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, i graffiti “viva la mafia” all’indomani delle stragi, le mogli silenziose e succubi, erano il prezzo da pagare al “film di mafia”.
Un prezzo accettabile.
Il racconto di Faenza resta genuino quanto la vita del piccolo prete. Costruisce lo spettacolo senza spettacolarizzare gesti, episodi, atteggiamenti, parole.
Avviene di rado. Il protagonista non compie atti di eroismo, realizza un campo di calcio per i ragazzi del quartiere. Si prende cura dei bambini, non fa miracoli. Dice messa in una chiesa vuota come se avesse davanti a sé una folla di fedeli, e quando la chiesa si riempie ne approfitta per spiegare che il vangelo di Brancaccio non è lo stesso di quello di Roma o Milano, è altra cosa. Il vangelo di Brancaccio pretende che gli uomini, le donne e i bambini alzino la testa e sappiano dire di no alla prepotenza ed al crimine, sappiano conquistarsi ciò cui hanno diritto: una vita degna di essere vissuta.
Luca Zingaretti, straordinario, rende verosimile tutto questo.
Così la chiesa di Roberto Faenza può entrare nelle case della gente. Il suo ricordo non se ne andrà facilmente. E’ questo, se vogliamo, un miracolo compiuto da Don Pino a quindici anni dalla sua morte.
Salvatore Parlagreco
http://www.siciliainformazioni.com/g...-luce-sole.htm




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