NOTE SULL’IDENTITÀ
di Claudio Bonvecchio
tratto da Metabasis.it
I. L’INVENZIONE DELL’IDENTITA’
Il termine “identità” (e il relativo concetto) sono, oggi, di gran moda. Tutti ne parlano: a proposito e a sproposito, con competenza e a vanvera. Tutti discettano sul suo significato, sul suo “spettro” semantico e sulla sua valenza politica: chi per esaltarne il valore chi per vituperarne l’utilizzo. Chi per proclamare l’identità come l’ancora di salvataggio di un Occidente disastrato e “alle corde”, chi per giudicarla la pietra tombale di un mondo oramai tramontato e che deve essere, definitivamente, “sepolto”. Pochi, però, cercano senza auto-infingimenti, enfatizzazioni e proiezioni ideologiche di comprenderne la reale portata, consentendone con ciò un uso più appropriato e pertinente.
Su questa linea corretta ed intelligente, la riflessione più importante è, sicuramente, quella che attiene alla sua genesi concettuale. Genesi che, per altro, è relativamente recente: almeno nella sua accezione non filosofica ma politica(1). Si inizia, infatti, a far riferimento con sempre maggior frequenza ad una identità perduta e, perciò, da recuperare a far tempo dalla fine del settecento e dai primi anni dell’ottocento. Ossia pochi anni dopo che la tempesta rivoluzionaria del 1789 si era abbattuta sull’Europa, sconvolgendola dalle fondamenta. In buona sostanza, si inizia ad agitare romanticamente lo spettro dell’identità pochi anni dopo che la Rivoluzione Francese aveva prima messo in crisi, poi destabilizzato ed infine distrutto le certezze politiche, religiose ed istituzionali su cui si fondava l’Europa e l’Occidente: la millenaria ed indiscussa identità dell’Europa e dell’Occidente. D’altronde, quando un individuo o un popolo conserva le sue radici non si pone il problema di discuterne l’esistenza. Gli appartengono: punto e basta. Parlarne è inutile e retorico: e così è avvenuto per un tempo pressoché infinito.
Questo non significa che nulla era mai accaduto che sconvolgesse l’animo e lo spirito dell’uomo dell’Occidente. Più di una volta, avvenimenti politici o religiosi si erano abbattuti sull’Europa come una sorta di gladius dei super terram. Più di una volta, accadimenti di vario tipo ne avevano scosso la fiducia, turbato la tranquillità ed inquietato animi e coscienze: anche con forza dirompente. Così, ad esempio, era stato per la Riforma Protestante che aveva, colpevolmente, infranto l’armonia e l’unità della fede cristiana e della chiesa universale. Armonia ed unità che nessuno mai prima aveva osato mettere in discussione. Così era stato per la Rivoluzione Inglese che oltre ad aver osato decapitare, legalmente, il legittimo sovrano aveva modificato l’assetto feudale dell’Inghilterra, aprendo la strada alla Rivoluzione Industriale. Tuttavia nessuno aveva osato porre in discussione i presupposti stessi il Grund, il fondamento o meglio i fondamenti identitari su cui si articolava il pensiero e l’esistenza dei popoli che, dopo l’Impero Romano, avevano abitato l’Europa governato il mondo conosciuto. Sotto il tacco dissacratore del deputato alla Convenzione che infrange la Sacra Ampolla con il cui crisma venivano consacrati, a Reims, i re di Francia o sotto la lama della ghigliottina che cui viene giustiziato in nome di un “sedicente” popolo sovrano Luigi XVI scompare un mondo e un “modo essere”. Contemporaneamente, viene meno quel senso di appartenenza, quel senso di identità emotivo, affettivo, sentimentale ma anche razionale, politico, religioso ed istituzionale che rappresentava il tratto comune e l’elemento unificante della realtà europea(2). E di cui nessuno si era mai preoccupato di proclamarne o di giustificarne la esistenza e la necessità, in quanto era “lapalissiano” che così fosse: da sempre.
Le conseguenze sul piano psicologico e dell’immaginario collettivo sono state catastrofiche. La radicale distruzione dell’antico regime e il venir meno dell’assetto gerarchico-istituzionale diedero il senso, apocalittico, di un “finis historiae”. Ma ancora maggior danno lo procurò la rottura di una secolare quotidianità in cui procedure, usi, costumi, tradizioni praticati da tempo immemorabile vennero sacrificate sull’altare del nuovo che avanzava e che non sembrava certo essere all’altezza di ciò che tramontava.
Come ricorderà, ironicamente, Carl Schmitt, l’aristocrazia del denaro prendeva il posto di quella del sangue con esiti ben più nefasti e rovinosi per l’uomo: come oggi ancora sperimentiamo.
Conseguente temporalmente, culturalmente e politicamente a questo mutamento epocale fu, poi, l’esperienza napoleonica. Fu una esperienza (per l’Europa) di distruzione e di inutile violenza che mostrò come in nome dell’ideologia del progresso e della ragione si potesse, impunentemente, rapinare, uccidere, saccheggiare. All’antica protervia degli uomini che si sperava un Dio avrebbe punito, si sostituiva la disinvolta convinzione che l’ideologia poteva fare aggio su tutto e che il (mal compreso) regno della ragione aveva il diritto naturale di affermarsi: a qualsiasi costo. Ne conseguì un clima di delusione, di attesa, di nervosismo e d’incertezza che pareva porsi come il prodromo di un caos incombente. Caos che si presentava con le stimmate della divisione e del frazionamento e che vedeva contrapporsi con una durezza mai prima sperimentata e con una violenza destinata a lunga perduranza due contrapposte visioni del mondo.
La prima postulava anche sull’onda della nostalgia romantica e neo-romantica una realtà “a tinte rosee” contraddistinta dalla convinzione che prima della Rivoluzione Francese si desse “il migliore dei mondi possibili” e che questo mondo potesse tornare, auspice la religione, tramite l’alleanza tra aristocrazia e mondo contadino. La seconda si proponeva di realizzare ponendosi come la naturale continuatrice del razionalismo illuminista una società dominata, in nome del progresso, dall’alleanza tra l’intelligenza della classe imprenditoriale-borghese e la forza-lavoro del proletariato urbano. Tale contrapposizione agli osservatori politici più acuti e disincantati dell’epoca si presentava per quello che era: cioè foriera di nuove divisioni, di un ulteriore, profondo disagio e della volontà di sgretolare quello che rimaneva della oramai fragile realtà dell’Europa. Una realtà che – già allora – più che ad una concreta ed operante condizione politica tendeva a somigliare ad una categoria dello spirito, ad un moto dell’animo, ad una istanza morale, civile e religiosa: ad una idea, insomma. D’altronde, se era oramai impossibile identificare concrete categorie politiche, geografiche, economiche e culturali con cui circoscrivere l’Europa più facile ed immediato era “percepire” – in qualche modo – la loro presenza spirituale. Si trattava di una presenza in cui storia, tradizioni o, più semplicemente, lo stare insieme avevano, da tempo, circoscritto in una assoluta diversità morfologica il pensiero di un comune sentire, di un comune modo di essere e di vivere. Era un modo di essere e di vivere che faceva dei suoi abitanti che ne fossero consci o no degli europei. Era la loro identità, l’identità dell’Europa: una idea che bisognava ri-tradurre in realtà.
Ora, questa categoria dello spirito, questa idea di casa comune, certamente più virtuale che reale, verrà fatta valere contro ogni volontà di disgregazione come un forte principio di appartenenza. Si trattava di un principio pensato o forse soltanto la sua nostalgia nel cui nome dimenticare rinunce e disagi, nel cui nome nutrire speranze, nel cui nome raccogliersi per pensarsi, uovamente, come un tutto (sia individuo che collettività) coeso, organico ed omogeneo. Era, soprattutto,un principio in cui specchiarsi e in tale rispecchiamento ri-trovare una immagine di se stessi: una immagine in grado di colmare il vuoto indotto dagli avvenimenti esterni. Coincideva con quello che oggi viene definito come principio di identità. Principio cha da quel momento in poi (e sino ai giorni nostri) si tenterà – da parte degli uomini e dei popoli europei – di rendere attuale in comportamenti individuali, azioni collettive e in programmi politici: sarà il cruccio di ogni coscienza europea.
Parallelamente, prendeva sostanza la convinzione che solo nella riscoperta della propria disaggregata e negata identità fosse possibile sopravvivere, evitando di precipitare nell’informe e nel caotico. Per questo la parte più sana e vigile dell’Europa si propose di recuperare in tutte le sue espressioni culturali, ambientali, comportamentali l’immagine perduta di se stessa. Una immagine che non poteva certo risolversi come auspicava il trionfante pensiero borghese nel concetto di nazione, nella assoluta centralità della storia, nella “divinizzazione” della cultura e, come poi avverrà, nella “cupa” religione del progresso e della tecnologia. Concetti questi tutti imposti dal potere politico, sociale e culturale come i soli, indiscutibili e legittimi tratti distintivi della “società” che si stava delineando, ma che erano funzionali e strumentali, esclusivamente, ai destini della borghesia e al suo desiderio di occupare ogni spazio: sociale, politico ed economico(3). Bisognava – di conseguenza – riscoprire nella propria memoria ancestrale o, meglio, nel proprio inconscio collettivo quei sempiterni principi che motivassero popoli e individui, rendendoli in grado di riconoscersi in qualcosa che non fosse né materialmente concreta, né socialmente contingente e, neppure, temporalmente transeunte.
Si dovevano individuare quei fondamenti indiscutibili che facessero sentire partecipi popoli ed individui di una storia di “lunga durata”, di una Tradizione e di una trascendenza: da tutti condivisi. Tale fondamento identitario avrebbe dovuto instaurare quello stato d’animo che Novalis, felicemente, definirà di “infantile fiducia”(4), intendendo con essa quella eroica semplicità nel cui nome ci si doveva opporre «a insolenti sviluppi delle capacità umane a scapito della mentalità sacra e a intempestive, pericolose, scoperte nel campo del sapere»(5).
Da questa “eroica semplicità” sarebbe dovuto scaturire un senso di sentita coesione che – a sua volta – avrebbe dovuto permeare i singoli, le collettività nonché le istituzioni politiche e religiose. Esso avrebbe dovuto appianare i disagi motivazionali continuamente e quotidianamente insorgenti in virtù di un “sentire” comune e di un grande “progetto” spirituale cui tutti avrebbero dovuto essere con-partecipi. Era la visione identitaria ed indiscutibile in cui avrebbe dovuto prender corpo una comunità viva e vitale, di cui tutti gli europei avrebbero potuto sentirsi, a pieno titolo, figli e continuatori. Era la nostalgia di una autorità legittima e sapienziale antica e nuova capace di unificare gli aspetti religiosi con quelli politici, economici e spirituali. Era la speranza di condividere, nuovamente, un paesaggio famigliare. Era la memoria forse ingigantita a dismisura di un centro originario perduto Ma erano anche più banalmente i ricordi personali dell’infanzia diventati quasi archetipi del proprio essere più profondo e che avevano preso forma nella chiesa del proprio paese, nel cimitero dei propri padri, negli odori della natura e delle stagioni, nelle feste popolari, nei canti, nelle filastrocche, nelle leggende, nella lingua materna, nei sapori dei cibi e nei racconti epici su cui misurare il proprio coraggio e la propria forza.
(1) Dal punto di vista filosofico il termine e il concetto di identità risalgono alle origini della filosofia occidentale come si può desumere consultando un classico dizionario filosofico come la voce Identità in N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, UTET, Torino, 1961, p. 445.
(2) Ne è testimonianza, chiarissima, il saggio del 1799 di Novalis, La cristianità ossia l’Europa, trad. it., SE, Milano, 1985.
(3) Cfr. C. Schmitt, Romanticismo politico, trad. it., Giuffrè, Milano, 1981, p. 94 ss.
(4) Novalis, La cristianità ossia l’Europa, op. cit., p. 49.
(5) Op. cit., p. 50.
(CONTINUA)
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