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    Predefinito Il Cristianesimo e il Celeste Impero

    Vorrei iniziare questo thread di discussione, che mi auguro proficuo, ma mi auguro altresì che incominci e rimanga libero da ogni partigianeria apologetica e mancanza di rispetto reciproco.
    Che sia pura discussione nel più puro segno dell'intellettualità, con una disamina dei fatti contingenti come se stessimo parlando degli accadimenti tra due razze dei romanzi tolkeniani, per non sollevare gli umori e i calori della competizione ...

    Buona discussione.

    Inizio con un articolo appena trovato sul sito http://www.ilpalo.com/storia/inviate...ore-cinese.htm

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    Predefinito

    Il cristianesimo non si deve adattare alla Cina: il Papa condanna i Gesuiti, che vengono cacciati dall’Imperatore cinese


    Caduta nel 1644 la dinastia Ming, avevano preso il potere i Qing venuti dalla Manciuria. Secondo imperatore di tale dinastia, Kangxi era salito al trono all’età di otto anni nel 1662, e dal 1668 reggeva direttamente le sorti della Cina. Spirito aperto, curioso e versatile, si era interessato a ogni forma di conoscenza, teorica e pratica. Apprezzava il contributo offerto dai gesuiti e si era circondato dei loro uomini migliori, per rinnovare e consolidare arti, scienze e tecnologie della Cina. Nella corte erano accolti astronomi e cartografi, fisici e medici, ingegneri, pittori e musici che continuavano e approfondivano il lavoro di scambio e integrazione culturale avviato da Matteo Ricci. In considerazione dei grandi contributi che essi avevano offerto, nel 1682, esattamente un secolo dopo l’arrivo di Ricci a Macao, Kangxi aveva emanato un decreto di libera predicazione del cristianesimo. Le prospettive di fecondo dialogo e di costruttiva integrazione tra civiltà del tutto estranee fino a cento anni prima apparivano concrete e incoraggianti.
    Tuttavia, appena un anno dopo l’editto imperiale, il vicario apostolico della provincia del Fujian, il francese Charles Maigrot, aveva emanato un decreto di condanna dei "riti cinesi". Egli proibiva che i cinesi convertiti al cristianesimo continuassero a praticare culti in onore degli antenati e di Confucio, che Ricci e i gesuiti avevano permesso, considerandoli esclusivamente civili, non religiosi. La questione, in verità, non era nuova. Era stata sollevata quasi subito dopo la morte di Ricci, tra gli stessi gesuiti, insieme a due altri problemi: la traduzione in cinese del termine latino Deus e il giudizio di sostanziale conformità tra morale cristiana e confuciana dato da Ricci.
    La disputa si era aggravata con l’arrivo in Cina di altri ordini religiosi: domenicani, francescani, agostiniani, dotati di minore preparazione culturale, di scarsa conoscenza della lingua e della civiltà cinese e, soprattutto, fautori di una strategia di evangelizzazione opposta a quella promossa da Ricci e Valignano. Ignari e incuranti della specificità cinese, pretendevano di adottare anche qui il metodo ovunque praticato delta tabula rasa: cancellare dapprima i caratteri e i segni distintivi della cultura del popolo da evangelizzare, per impiantarvi la religione e la civiltà cristiana. Lo scontro tra le due concezioni e i due metodi era già in corso in seno alla Chiesa cattolica: tra i gesuiti, chiamati a difendersi, e gli altri ordini religiosi che li accusavano. In mezzo, la Curia romana, che si pronunciava con commissioni di cardinali privi della conoscenza e dell’esperienza necessarie per giudicare.
    Nel 1697 Maigrot aveva sollevato di nuovo la questione a Roma. I gesuiti, informati, fecero pervenire alla Santa Sede una testimonianza dello stesso imperatore Kangxi, sul valore civile del culto di Confucio e degli antenati. Il nuovo papa Clemente XI volle presiedere personalmente la commissione incaricata di decidere. Accortosi della difficoltà, decise di inviare in Cina una delegazione guidata da Charles Maillard de Tournon.
    Dotato di amplissimi poteri, il legato pontificio partiva per la Cina il quattro luglio 1702, giungendo a Guangzhou l’otto aprile 1703. Intanto, a Roma, il tribunale dell’Inquisizione aveva pronunciato un giudizio di condanna nei confronti dell’operato dei gesuiti. Si decretava che, per indicare Dio, si permettesse soltanto l’espressione Tianzbu (Signore del Cielo), con la proibizione dei termini Tian e Shangdi; che i cristiani si astenessero dall’assistere o partecipare ai sacrifici in onore di Confucio; che venissero aboliti nelle case private tutti i segni e i riti di culto degli antenati, facilmente confondibili con pratiche superstiziose.
    Kangxi aveva accolto il legato pontificio a Pechino con grande onore. Si attendeva che portasse da Roma direttive non contrastanti con la pratica tradizionale dei riti cinesi. Non tardò ad accorgersi che l’orientamento della corte pontificia era opposto alle sue attese e vide, soprattutto, che i membri di quella delegazione, specialmente il suo presidente, ignoravano del tutto la lingua e la civiltà della Cina. Le trattative erano già proseguite per alcuni mesi senza risultati. Infine Kangxi aveva accettato, sorprendendo ministri e consiglieri, di affrontare nuovamente il problema con un uomo che gli veniva presentato come buon conoscitore della lingua e della cultura cinese, risiedendo nel Paese già da diciotto anni: si trattava proprio del vescovo Maigrot. Diversi verbali in latino ci trasmettono gli atti di quell’incontro.
    L’imperatore siede in trono, con gli abiti da cerimonia. La delegazione presta il saluto di rito e si dispone su sedie collocate di fronte. L’imperatore si dice lieto di accogliere gli uomini inviati dal papa di Roma e fiducioso che i colloqui possano appianare le contese sorte dopo la morte di Ricci su tre punti principali:
    1. la traduzione del nome "Dio" con il termine cinese Tian, che significa "Cielo";
    2. il valore civile del culto di Confucio e la concordanza della morale cristiana con quella confuciana;
    3. il permesso concesso ai cinesi convertiti al cristianesimo di continuare a praticare i riti in onore degli antenati.
    L’imperatore si rivolge al vescovo Maigrot: «Tu comprendi i libri cinesi?».
    «Abbastanza».
    «Hai letto il Si Shu?».
    «Sì».
    «Ne puoi recitare qualche parte?».
    «No».
    «Hai letto e non hai imparato a memoria? In Europa non si apprendono le scienze a memoria? Se sai leggere i nostri libri, leggi questi quattro caratteri scritti sopra il mio trono!».
    «La prima lettera è Hoa, la seconda yn, la terza non la conosco, la quarta ngo».
    «Non sbagli forse? La prima è giusta, la seconda è yen, non yn, la terza è yiin, la quarta è go, non ngo. Dimmi ora il significato di queste lettere».
    «Non lo capisco».
    «Se non sei in grado di intendere quattro caratteri, come puoi comprendere i nostri libri, che noi cinesi, anche dopo cinquant’ anni di studio, abbiamo difficoltà a intendere in alcuni passaggi ? Come puoi pretendere di dimostrare la contrarietà tra la dottrina di Confucio e la vostra religione? Come hai potuto decidere e condannare, nel tuo decreto sui riti confuciani, cose che neppure intendi? Che c’è di male nell’espressione "onora il Cielo" ? Non significa forse "onora il Signore del Cielo"?».
    «No, non significa questo; ma soltanto "cielo materiale"».
    I ministri guardarono preoccupati l’imperatore. Il quale, con voce calma, continuò:
    «Le discordanze tra la nostra e la vostra religione quando sono cominciate? Forse dalla morte di Matteo Ricci ad oggi? Hai letto questo libro di Ricci intitolato Vera spiegazione del Signore del Cielo?». L’imperatore ha in mano il libro di Ricci e lo mostra a Maigrot.
    «Non l’ho letto».
    «Matteo Ricci e i suoi compagni vennero in questa terra più di cento anni fa. Prima di quel tempo, la Cina non sapeva nulla dell’incarnazione e del termine "Signore del Cielo" che attribuite a Dio, il quale non si è incarnato nella nostra terra. Perché prima dell’arrivo di Ricci non ci sarebbe stato lecito chiamare Dio con il termine "Cielo"? E perché sarebbe proibito chiamare Dio nella nostra Cina anche oggi con lo stesso termine?».
    «Perché "Cielo" non è il "Signore del Cielo", ma è il "Signore del Cielo" che ha fatto il "Cielo"».
    L’imperatore, con tono severo e a voce più alta: «Ti ho già detto che "Cielo" in lingua cinese significa la stessa cosa che "Signore del Cielo"!».
    Poi, con tono più basso, ma fermo:
    «Noi onoriamo Confucio unicamente come nostro maestro, per mostrargli gratitudine per gli insegnamenti che ci ha lasciato; ma dinanzi al suo altare non chiediamo né salute, né ricchezza, né onore né felicità. Ecco! Se non vi piacciono i tre punti che avete chiesto di discutere, meditateli lasciando questa terra! E se quelli che hanno abbracciato la vostra religione si accorgessero che tra voi non vi sono che divisioni e lotte, comincerebbero subito a dubitarne e nessun altro l’abbraccerebbe. Io stesso vedo che siete venuti non a rafforzare, ma a distruggere la vostra religione. E dunque ascrivete a voi stessi la responsabilità del pessimo esito di questa trattativa»
    In viaggio verso Macao, divenuto ormai noto il decreto dell’Inquisizione di tre anni prima, De Tournon fece stampare disposizioni ancora più restrittive, minacciando di scomunica chiunque non vi si fosse attenuto. Appreso ciò che lo straniero aveva osato nel suo regno, Kangxi lo fece arrestare e consegnare alle autorità portoghesi di Macao. Qui il cardinale fu tenuto in una sorta di libertà vigilata, si ammalò e mori.
    Nel 1713 Clemente XI pubblicò la costituzione "Ex illa die", nella quale si ribadiva la condanna dei riti cinesi e a tutti i missionari residenti in Cina s’imponeva una formula di giuramento da firmare e inviare a Roma.
    Due anni dopo, il tribunale dei riti rispondeva alla intollerabile ingerenza con un decreto di espulsione di tutti i missionari presenti in Cina, obbligando ad abiurare coloro che avevano accettato il cristianesimo. Kangxi mitigò la sentenza permettendo soltanto ai gesuiti che avessero ottenuto il biao, una speciale licenza, di restare nella corte. Non voleva privarsi del servizio di pittori come Giuseppe Castiglione e Matteo Ripa, o di uno straordinario musicista come Teodorico Pedrini, dell’Ordine dei Lazzaristi. Non tollerava, tuttavia, che autorità straniere turbassero il secolare equilibrio tra potere civile e religioso che si incarnava nella persona del "Figlio del Cielo". Leggendo il decreto papale che il nuovo legato Carlo Ambrogio Mezzabarba gli aveva recato sul finire del 1720, Kangxi commentava:
    «Tutto quello che si può dire di questo decreto è che bisogna chiedersi come gli europei, ignoranti e spregevoli come essi sono, ardiscano dare un giudizio intorno all’eccelsa dottrina dei cinesi, dal momento che essi non conoscono né i loro costumi né i loro usi né le loro lettere. Oggi il legato porta un decreto che insegna una dottrina uguale a quella delle sette senza Dio, dei Hoxans e Tassus, i quali si sbranano con crudeltà inaudita. Non conviene concedere agli europei la predicazione della loro religione in Cina. Bisogna proibir loro di parlarne e con ciò saranno risparmiati molte noie e imbarazzi». Ormai la porta della città proibita, che Wanli aveva aperto a Ricci - il "Maestro del Grande Occidente" - e che lo stesso Kangxi, nel nome di Ricci, aveva cercato in ogni modo di non chiudere, era stata di nuovo serrata.
    Mignini F., "Matteo Ricci", Il Lavoro Editoriale, pag. 256



    La "querelle dei riti": una vera e propria tragedia della storia missionaria in Cina
    Circa il messaggio della nostra mailing list del 12 Ottobre 2005 "Il cristianesimo non si deve adattare alla Cina", ci è arrivato questo contributo, segnalato da Raffaello Minimi rafminimi@infinito.it
    La "querelle dei riti" è stata una vera e propria tragedia della storia missionaria in Cina.
    È scoppiata nonostante le direttive della Congregazione che aveva dato ai suoi Missionari nell’Estremo Oriente, inculcando loro con parole inequivocabili il rispetto per la cultura dei popoli, la stima per i loro costumi, comprensione per la loro mentalità, come necessarie e insostituibili premesse di una sana ed efficace evangelizzazione di quei popoli.
    Di che cosa si trattava?
    In Cina si trattava di riti o ceremonie che si compivano nei templi, nelle scuole ed in case private, dagli ufficiali dello Stato e dai letterati, dagli alunni e dai membri della famiglia, in onore di Confucio e degli antenati della famiglia. La cerimonie in onore degli antenati si compivano nelle case dinanzi alle tavolette con i nomi degli antenati, o dell’ anniversario della morte. Si accendevano candele, si bruciava incenso, si facevano inchini e genuflessioni (il kotou), ecc. Le cerimonie in onore di Confucio erano prescritte dallo Stato, in occasione del giuramento degli ufficiali statali, di una promozione accademica e in certi giorni dell’anno civile. In Giappone invece si trattava soprattutto del cosidetto culto all’Imperatore ed ai Grandi della patria, da praticarsi nei Jinja, cioè templi o meglio monumenti nazionali.
    La liceità o meno di tali riti, ceremonie ed usanze per un cristiano dipendeva dal loro significato. Se si trattava solamente di riti civili, cioè di cortesia e di gratitudine per Confucio, il grande maestro del popolo cinese, per l’imperatore giapponese o per gli antenati della famiglia, un cristiano poteva senz’altro svolgere tali riti o parteciparvi. Se invece i riti e cerimonie avevano un significato religioso, si trattava di superstizione ed un cristiano non poteva in nessuna maniera fare questi riti. La questione era tanto più grave inquanto si trattava di riti e cerimonie che stavano molto a cuore a quei popoli ed erano parte integrante della loro cultura, cosicché proibendoli ai cristiani, non era possibile inculturare il cristianesimo. C’erano in Cina dei Missionari, anzitutto i Gesuiti, in relazione con la classe colta dei Mandarini, che giudicarono quei riti puramente civili, ed altri, specialmente gli Ordini mendicanti – Francescani e Domenicani - in contatto prevalentemente con la gente incolta, che li qualificarono religiosi e quindi superstiziosi, vedendo il comportamento e la mentalità della gente nello svolgimento delle cerimonie. Similmente contrastante era lo "status quaestionis " presentato dai Missionari a Roma, e quindi apparentemente contraddittorie le decisioni del Santo Ufficio che, nel 1645, proibeva ai cristiani la partecipazione ai riti, nel 1656, invece, la permitteva.
    Per mezzo secolo ogni Missionario seguiva l’una o l’altra decisione, secondo il suo giudizio intorno al significato dei riti, finch´all’inizio del secolo XVIII le autorità romane, provocate dalla lettera pastorale del vicario apostolico Carlo Maigrot MEP, si videro costrette a riesaminare la questione dei riti. Con un rigoroso decreto del 1704, la Santa Sede proibì ai cristiani i riti. In seguito alle turbulente conseguenze di tale decreto in Cina, Clemente XI pubblicò, il 19 marzo 1715, la costituzione apostolica "Ex illa die", confermando in forma solenne i decreti anteriore e imponendo a tutti i Missionari il giuramento di osservarli. Finalmente Benedetto XIV pubblicò, l’11 luglio 1742, la famosa costituzione apostolica "Ex quo singulari", con l’intenzione di far finire una volta per sempre la questione. D’ora in poi era pure proibita ogni discussione intorno a questo tema.
    Bisogna aggiungere che la questione sul significato dei riti cinesi, già in sé molto grave, fu aggravata ancora di più dalla rivalità tra gli Ordini religiosi che si adoperavano nell’evangelizzazione della Cina e, peggio ancora, dalle rivalità politiche delle due grandi potenze del Patronato Missionario, Portogallo e Spagna, che mandarono il maggior numero di Missionari in Cina. E - last not last - la lotta giansenistica in Europa inasprì la querela dei riti. I giansenisti, infatti, ne fecero un nuovo campo di battaglia nella loro accanita lotta contro i Gesuiti, rinfacciando le loro idee eretiche ed evidenziando la propria fedeltà alla Chiesa e la propria ortodossia.
    Anche le Università europee si immischiarono indebitamente nella questione dei riti. Il problema, all’inizio puramente missionario, divenne così sempre più un groviglio di problemi politici, di dispute e lotte religiose e ideologiche europee ed internazionali e di bisticci universitari.
    La costituzione "Ex quo singulari" aveva proibito ogni discussione intorno a riti cinesi.
    Ma nel 1934 il Prefetto della Congregazione, Fumasoni-Biondi (1933- 1960) permise in una lettera ai vicari apostolici, di riesaminare e di discutere la questione. Era un permesso coraggioso.
    In seguito la Congregazione scrisse, con l’espressa approvazione di Pio XI, la lettera del 28 maggio 1935, con la quale si permetteva ai cattolici il culto civile confuciano e di appendere anche nelle scuole cattoliche l’immagine di Confucio e renderle gli onori prescritti dallo Stato.
    Negli stessi anni trenta la Congregazione esaminò pure la questione dei riti giapponesi, che, già all’inizio del secolo furono oggetto di molta discussione. Ora, sotto l’influsso della mentalità occidentale, né il governo né il popolo giapponese attribuivano più alcun senso religioso ai riti e cerimonie per l’Imperatore. Perciò, la Congregazione, in una Istruzione del 1936 permise ai cattolici la partecipazione alle celebrazioni shintoistiche, convinta, che si tratta soltanto di riti civili e patriottici, con cui i Giapponesi esprimono il loro amor di patria. Celso Costantini, il Segretario della Congregazione (1935-1953), andò con questa Istruzione dal Papa e la fece approvare.


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    da http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/20163

    Ruini guarda avanti, e lancia l’allarme Cina

    Più che l’islamismo e il laicismo, dice il cardinale vicario del papa, i maggiori pericoli per il cristianesimo sono le bioscienze e le civiltà asiatiche. Consiglia due letture: Habermas e Fukuyama

    di Sandro Magister






    ROMA – A ricordo della sua prima messa celebrata cinquant’anni fa, quand’era semplice prete ordinato di fresco, il cardinale Camillo Ruini ha fatto ritorno per un paio di giorni nella sua diocesi natale di Reggio Emilia. E lì, il 23 novembre, ha tenuto un discorso di quelli suoi capitali: una “summa” del suo attuale pensiero sulla Chiesa e sul mondo, con proiezioni sul prossimo futuro.

    Ruini è vicario del papa per la diocesi di Roma e presidente della conferenza episcopale italiana. Il suo pensiero ha quindi un peso speciale nel determinare gli indirizzi della Chiesa, anche in vista d’un cambio di papa.

    Come già in altre occasioni, Ruini ha sostenuto che l’attuale condizione della Chiesa nella storia è segnata soprattutto da due fattori: l’attentato dell’11 settembre 2001 e l’avvento di quella che egli chiama la “questione antropologica”.

    Questa volta, però, ha detto delle cose in più. Alcune delle quali contrarie all’opinione cattolica diffusa.

    Ad esempio non ha insistito sull’allarme per l’offensiva laicista. Anzi. Ha detto che il rinnovato interesse per l’identità religiosa e culturale cristiana, anche da parte di intellettuali esterni alla Chiesa, aiuta semmai a superare la fase storica del laicismo. A suo giudizio, l’idea della “laicità” è da ripensarsi anche all’interno della cultura cattolica.

    Neppure ha ingigantito la paura per la sfida islamica. Ha piuttosto richiamato l’attenzione sull’avvento da protagoniste sulla scena del mondo anche di altre civiltà e nazioni, in primo luogo la Cina. Poiché in tali civiltà la religione ha un ruolo minore e ignora la fede in un Dio personale, Ruini prevede che esse non aiuteranno, in Occidente, un rafforzamento dell’identità cristiana – come oggi avviene con l’islam – ma all’opposto un suo indebolimento.

    A proposito della “questione antropologica” Ruini ha sottolineato che l’attuale naturalismo scientifico non è solo teorico ma pratico: agisce fisicamente sul soggetto umano e cambia radicalmente l’insieme degli assetti sociali; mette fuori gioco non solo la fede cristiana ma la stessa centralità e dignità dell’uomo.

    A queste sfide ha invocato una risposta fatta anche di confronto culturale tra cattolici e non. Ha raccomandato la lettura di due libri: “L’uomo oltre l’uomo”, dell’americano Francis Fukuyama, e “Tempi di passaggio”, del filosofo tedesco Jürgen Habermas.

    L’esito di questo confronto – ha previsto – “inciderà sul futuro del cristianesimo in maniera più profonda e duratura dello stesso risveglio identitario provocato dalle minacce del terrorismo islamico”.

    Infine il cardinale ha richiamato, citando Giovanni Paolo II, il “compito speciale” che la Chiesa italiana è chiamata a svolgere – per ragioni geografiche e storiche – nella difesa del “patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo”. Ha concluso dicendo: “I cattolici delle altre nazioni guardano a noi e molto si aspettano da noi”.

    Ecco qui di seguito la parte centrale – con sottotitoli redazionali – del discorso tenuto da Ruini a Reggio Emilia il 23 novembre 2004:


    Il Vangelo nella nostra storia. Chiesa in stato di missione

    di Camillo Ruini


    Il panorama attuale [della Chiesa nella storia] è stato modificato, e sembra destinato a esserlo sempre di più, per almeno due fattori che operano a livello mondiale.

    Il primo è il cambiamento seguito all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, non solo nella politica internazionale ma anche nei sentimenti collettivi, negli Stati Uniti d’America ma anche in Europa e in Italia. La presenza tra noi degli immigrati – certo da non confondere in alcun modo col terrorismo – fa sentire vicina la questione di una diversità anche religiosa e culturale, prima remota.

    IL RISVEGLIO DELL’IDENTITÀ CRISTIANA

    Si sono verificati così un risveglio e una rinnovata presa di coscienza della nostra identità religiosa e culturale cristiana, a livello di popolo e anche in una parte ampia e significativa della “cultura laica”.

    All’interno della Chiesa e della “cultura cattolica” si registrano sensibilità e valutazioni differenziate. Non sempre vengono percepite le grandi opportunità, e al contempo le difficili sfide – sia culturali sia propriamente pastorali, ma che riguardano in ultima analisi la fede vissuta – poste dal riaffiorare dell’identità cristiana di fronte a una minaccia che pretende di richiamarsi a un’altra religione, per quanto in maniera impropria e illegittima. In vari ambienti cattolici è stata forte la denuncia dei rischi, certamente reali, che questa riscoperta dell’identità venga strumentalizzata e porti a uno snaturamento della fede cristiana, a una sua riduzione a ideologia.

    Se però teniamo presente che la fede cristiana stessa, fin dalle sue origini, si rivolge certo anzitutto al cuore e alla coscienza dell’uomo, ma ha anche una ineliminabile dimensione pubblica, l’atteggiamento più congeniale all’indole e alla missione del cristianesimo – oltre che meglio conforme alle necessità attuali dell’Italia, come dell’Europa e dell’intero Occidente – sembra piuttosto quello di rispondere positivamente alla richiesta implicita nel risveglio identitario.

    La richiesta è che la fede cristiana possa alimentare – in un’ottica non confessionale ma pienamente rispettosa della libertà religiosa e della distinzione tra Chiesa e stato – una visione della vita e alcuni fondamentali valori etici che forniscano la base dell’identità collettiva delle nostre nazioni. Si ha così, tendenzialmente, il superamento della fase storica del laicismo e del secolarismo, mentre anche all’interno della cultura cattolica l’idea della “laicità” appare da sola del tutto insufficiente ad affrontare la nuova fase storica.

    In una simile materia, tanto importante quanto facilmente soggetta a confusioni ed equivoci, appaiono però indispensabili due chiarimenti.

    SENZA CHIUSURE NÉ RELATIVISMI

    In primo luogo bisogna essere consapevoli che il contributo della nostra fede alla vita e all’autocoscienza dei popoli non può non andare in senso autenticamente cristiano, orientandoli quindi non a una rivendicazione chiusa e conflittuale della propria identità, ma piuttosto a conservare e valorizzare questa identità promuovendo per quanto possibile la comprensione reciproca e la pace, la riconciliazione e la collaborazione anche con popoli di matrici religiose e culturali diverse.

    In secondo luogo è ugualmente essenziale rendersi conto che la fede cristiana può svolgere in maniera efficace e duratura un simile ruolo pubblico solo se non si riduce a un’eredità culturale del passato, ma è attualmente creduta e vissuta dalle persone concrete, nella sua verità e autenticità.

    Sotto questi profili vanno prese sul serio le preoccupazioni di strumentalizzazione o snaturamento della fede. Nello stesso tempo, come Chiesa, dobbiamo essere attenti a che il dialogo con le altre religioni, e lo stesso ecumenismo con le altre Chiese e comunità cristiane, non siano fraintesi dalla gente come una minore sollecitudine per la fede cattolica, la sua verità e forza di salvezza. Perciò il papa, mentre promuove senza stancarsi il dialogo interreligioso come fattore di pace tra i popoli, riafferma contro le tentazioni relativistiche la fondamentale verità di fede che Gesù Cristo è l’unico salvatore dell’intero genere umano e che la Chiesa cattolica è indefettibilmente unita con lui (vedi la dichiarazione “Dominus Jesus”, dell’agosto 2000).

    L’AVVENTO DELLA CINA

    Vorrei aggiungere che, se il problema del terrorismo islamico pone oggi all’attenzione generale i rapporti con popolazioni come quelle musulmane, che hanno una forte identità religiosa, e quindi sollecita di rimbalzo il risveglio della nostra identità cristiana, in realtà siamo già entrati in una fase storica in cui non solo l’islam ma altre grandi civiltà, e le nazioni estremamente popolose in cui esse si incarnano, stanno rapidamente uscendo dalle condizioni di sottosviluppo e hanno ormai la capacità, e la volontà, di essere sulla scena mondiale protagoniste non più subalterne, a livello anzitutto economico ma inevitabilmente anche politico e culturale.

    Poiché alcune di queste nazioni, ad esempio la Cina, hanno una tradizione culturale in cui la religione, nel senso di fede in un Dio personale, ha da gran tempo un ruolo assai minore che nelle tre “religioni monoteistiche”, probabilmente tra non molti anni dovremo confrontarci con nazioni e civiltà che non ci stimoleranno in maniera diretta, come l’islam, ad approfondire la nostra identità religiosa, e forse spingeranno piuttosto nel senso di una ulteriore secolarizzazione, intesa come denominatore comune di una civiltà in qualche modo planetaria.

    Per questo è ancora più importante cogliere l’opportunità attuale perché il nostro e gli altri popoli di matrice cristiana riscoprano il significato e il valore della fede che ha alimentato la loro comune cultura di riferimento.

    LA NUOVA “QUESTIONE ANTROPOLOGICA”

    Il secondo fattore che sta cambiando il quadro dei rapporti tra fede e cultura, in tutto l’Occidente e anche oltre, è quella che è stata chiamata una nuova “questione antropologica”.

    Essa è assai recente, essendo emersa progressivamente negli ultimi decenni, ma ormai non è meno rilevante e capace di incidere delle classiche “questione sociale” e “questione politico-istituzionale”, apertesi con l’avvento della democrazia e del moderno stato di diritto.

    La “questione antropologica” si sviluppa su due grandi versanti, tra loro intimamente connessi.

    NUOVI COSTUMI, NUOVE LEGGI

    Il primo è costituito dalla trasformazione e ridefinizione dei modelli di vita, dei comportamenti diffusi e dei valori di riferimento – cioè del giudizio riguardo a ciò che è bene o è male – e sempre più anche dalle scelte politiche e legislative e della stessa giurisprudenza, trasformazione ormai in corso in Europa e più o meno in tutto l’Occidente con una forza e radicalità prima sconosciute.

    Cambiano pertanto in maniera profonda gli assetti sociali e i profili di una civiltà formatasi attraverso i secoli con il contributo determinante del cristianesimo. Ciò avviene con particolare evidenza negli ambiti del riconoscimento della sacralità della vita umana, della famiglia, della procreazione e di tutto il complesso dei rapporti affettivi, che rappresentano, assieme al lavoro, al guadagno e al sostentamento, e naturalmente alla sicurezza del vivere, gli interessi fondamentali e le preoccupazioni quotidiane della gente.

    L’UOMO COME PURA NATURA

    Il secondo versante della “questione antropologica” sono gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie che riguardano il soggetto umano, in particolare il funzionamento del cervello e i processi della generazione.

    L’uomo stesso si trova così messo radicalmente in questione, nella sua consistenza biologica come nella coscienza che ha di se stesso, non solo teoricamente, come nel passato, ma anzitutto a livello pratico, del fare e dell’operare tecnologico. Parafrasando la celebre tesi di Marx su Feuerbach, potremmo dire che non si tratta soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo: non soltanto però cambiando i rapporti economici e sociali, come voleva Marx, ma in maniera ben più diretta, agendo fisicamente sul soggetto umano.

    Da qui deriva una forte tendenza a ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell’organo cerebrale, dando luogo a una concezione dell’uomo puramente naturalistica, nella quale non c’è spazio per una vera diversità qualitativa del soggetto umano, per la sua trascendenza rispetto al resto della natura di cui pure è parte, e tanto meno per una vita al di là della morte.

    La fede cristiana viene messa così “fuori corso”, ma diventa assai difficile anche dare una fondazione razionale a quello che è il quadro di riferimento decisivo della nostra civiltà, ossia al ruolo centrale e alla dignità specifica del soggetto umano, da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula dell’imperativo categorico di Kant che riassume tutta la svolta antropologica dell’età moderna: vale a dire quella tendenza a mettere il soggetto umano al centro che ha caratterizzato il nostro sviluppo storico, almeno a partire dall’umanesimo e dal rinascimento, e che ha una matrice chiaramente cristiana.

    Non discuto ora le ragioni pro e contro questa riduzione della nostra intelligenza e libertà al funzionamento dell’organo cerebrale. Mi limito ad osservare che essa implica un passaggio – scorretto già a livello metodologico – dalle scienze sperimentali alla visione e interpretazione globale dell’uomo, quindi a un approccio tipicamente filosofico, dimenticando la regola base del metodo scientifico e i limiti delle possibilità cognitive delle scienze sperimentali.

    UNA DOMANDA ALLA CHIESA, MA NON SOLO

    Da quel che ho detto fin qui la nuova “questione antropologica”, in entrambi i suoi versanti, può comunque apparire soltanto un ostacolo al rapporto tra fede e cultura, o più francamente una spinta ad eliminare la fede dalla nostra civiltà. In realtà essa costituisce piuttosto una grande provocazione, una domanda che chiede risposta: la chiede alla Chiesa e ai cattolici, ma anche agli altri cristiani e a tutti gli uomini – credenti delle diverse religioni o non credenti – che hanno a cuore il valore unico della persona umana e il carattere umanistico della società.

    La risposta deve necessariamente articolarsi su molteplici livelli, così come tende a essere globale la “questione antropologica”. Dovrà riguardare pertanto i nostri comportamenti concreti e quotidiani come la ricerca scientifica; la fede vissuta e la pastorale della Chiesa come il pensiero filosofico e teologico; la comunicazione sociale e le creazioni dell’arte come le scelte politiche, legislative ed economiche; in una parola, tutto ciò che forma la cultura di un popolo o di un insieme di popoli.

    Questa risposta e il confronto che essa implica con coloro che su queste grandi tematiche si muovono più o meno consapevolmente in senso opposto coinvolgono già adesso – e appaiono destinati a coinvolgere sempre più nei prossimi decenni – non soltanto l’uno o l’altro paese ma l’intero Occidente e anche, sia pure con ritmi e forme diverse, le nazioni di altre civiltà.

    FUKUYAMA E HABERMAS

    A sostegno mi permetto di citare due libri assai diversi e di autori di formazione diversissima: “L’uomo oltre l’uomo” dell’americano Francis Fukuyama, edito in Italia da Mondadori, e “Tempi di passaggio” del tedesco Jürgen Habermas, edito in Italia da Feltrinelli. Naturalmente, le modalità concrete e i protagonisti di questo confronto sono e saranno diversi nei differenti paesi, a seconda della storia, della cultura, della fisionomia religiosa di ciascuno di essi, ma il confronto stesso segnerà comunque il tempo che sta davanti a noi. E molto probabilmente inciderà sul futuro del cristianesimo in maniera più profonda e duratura dello stesso risveglio identitario provocato dalle minacce del terrorismo islamico.

    Condizione perché la risposta alla nuova “questione antropologica” possa essere efficace è comunque che non ci si rinchiuda nella difesa e riproposizione del passato, ma si mettano a frutto i grandi tesori di quell’antropologia che ha le sue radici nella fede cristiana e nella cultura classica e moderna, per andare avanti sapendo interpretare e sviluppare dal di dentro quelle realtà e quelle aspirazioni che sono le grandi forze motrici della nostra epoca, come la conoscenza scientifica e l’anelito di libertà che attraversa il mondo.

    Per parte nostra, dobbiamo essere consapevoli e convinti che tutto ciò è profondamente conforme all’indole della fede cristiana, che è amica dell’uomo, della sua libertà e della sua intelligenza. [...]

    MODELLO ITALIA

    Concludo con una parola che riguarda l’Italia. Essa è e rimane una delle nazioni europee in cui la Chiesa cattolica è più viva e presente, più radicata nel popolo, nella cultura e nelle strutture sociali. Meglio attrezzata, pertanto, per affrontare i cambiamenti davvero epocali attualmente in corso, portando avanti il grande compito di evangelizzare la cultura e di inculturare la fede nel nostro tempo.

    Se saremo consapevoli di ciò e ci assumeremo le connesse responsabilità con coraggio e con umile fiducia in Dio – che non è mai assente dalle vicende della storia come dalla vita di ciascuno dei suoi figli – potremo fare un notevole servizio anche ad altri popoli, in particolare all’Europa che si va faticosamente costruendo.

    Infatti, come ha scritto il papa ai vescovi italiani il 6 gennaio 2004, “all’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo”.

    Almeno sotto questo profilo, l’Italia non è certo l’ultima delle nazioni europee e posso testimoniare per esperienza personale e diretta che i cattolici delle altre nazioni guardano a noi e molto si aspettano da noi.

    __________


    Il testo integrale del discorso del cardinale Ruini:

    > “Il Vangelo nella nostra storia. Chiesa in stato di missione”, Reggio Emilia, 23 novembre 2004

    __________


    A proposito del filosofo Habermas qui citato dal cardinale Ruini e, in altre occasioni, anche dal cardinale Joseph Ratzinger:

    > Chiesa sotto assedio. Ma l’ateo Habermas accorre in sua difesa (22.11.2004)

    __________


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    29.11.2004
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