ROMA (1 sttembre) - «Entro breve tempo la Libia deve essere ripulita dei residui del colonialismo italiano». Era il giugno del 1970 quando Muammar el Gheddafi pronunciò queste parole parlando con l'ambasciatore di Roma Borromeo. Un'epoca stava finendo, un altro cominciava: un lungo periodo di decolonizzazione che l'accordo firmato a Bengasi tra il presidente Berlusconi e il leader libico sta finalmente portando alla sua naturale conclusione.
«In questo storico documento - ha spiegato Gheddafi parlando dopo la firma - l'Italia si scusa per gli eccidi, le distruzioni e la repressione ai danni del popolo libico durante l'occupazione coloniale». Non è entrato nei dettagli, lasciando agli storici il compito di ricordare gli anni della conquista, del genocidio compiuto nei confronti della popolazione della Cirenaica con l'uso di gas, con i campi di concentramento, i massacri, le impiccagioni, le deportazioni nelle isole italiane. Non ha parlato nemmeno dei campi di concentramento allestiti dal regime fascista per gli ebrei libici quando intorno a Bengasi le armate dell'Asse fronteggiavano le truppe alleate. E, giustamente, non ha parlato delle altre vittime del colonialismo: molti degli italiani mandati a conquistare e poi fatti rimpatriare di corsa quando Gheddafi decise di mettere fine all'avventura prima giolittiana, poi mussoliniana.
Le tre leggi promulgate il 21 luglio 1970 dal Consiglio del comando della rivoluzione volevano tradurre in pratica il disegno del leader libico e gettare le basi per un negoziato tra Roma e Tripoli sul futuro. I giovani ufficiali volevano eliminare chi, eredi del colonialismo, controllava ancora l'economia del vasto paese nordafricano. Il negoziato non avvenne, se non molto dopo. Le tre leggi ordinavano la confisca dei beni degli italiani e degli ebrei e l'espulsione dei membri delle due comunità.
I "colonizzatori" italiani scacciati a malo modo erano ventimila e nel giro di pochi mesi arrivarono in Libia quasi altrettanti italiani "nuovi". Buona parte degli ebrei della Libia (erano trentamila in tutto), una comunità composita, era già partita dopo la creazione dello stato d'Israele. Di quelli rimasti, quasi tutti con passaporto italiano o britannico, molti raggiunsero Roma per unirsi ai loro amici e parenti emigrati o fuggiti sulla scia del conflitto tra Israele e il mondo arabo. La loro storia non va confusa con quella degli italiani reduci della Libia (gente che si è arricchita ed è riuscita a portare fuori abbastanza per compensarli per gli anni al servizio del regime coloniale, e gente "comune" che ha perso tutto) che da anni chiedono a Gheddafi la restituzione dei loro beni invece di indirizzare le loro rimostranze allo stato, l'Italia, che si era servito di loro.
Gli ebrei, salvo poche eccezioni, possono rivendicare una presenza sul litorale libico che va indietro di duemila anni. Libici a tutti gli effetti, dunque, come ha recentemente sottolineato il direttore di un importante istituto di studi libici di Tripoli.
E, negli ultimi anni, anche il leader libico ha più volte ricordato l'importanza storica della comunità. Vorrebbe vederla tornare, afferma, ma facendo riferimento al fatto che la maggioranza degli ebrei libici è oggi in Israele, «ciò sarà possibile soltanto quando saranno riconosciuti i diritti dei palestinesi».