Ho trovato un articolo molto interessante sulla questione scuola. Pur non condividendo alcuni punti del pensiero di questa Chiara Acciarini, vedo finalmente un articolo in cui si parla di cose sostanziali, si citano numeri e fonti non a sproposito, e si ha il coraggio di attaccare frontalmente la questione "meritocrazia".

http://sinistra-democratica.it/uccid...zione-pubblica

I grassetti sono miei.

Si saturino pure le pagine dei giornali con le discussioni sul grembiule e sul voto di condotta. Si discetti ovunque sull’opportunità di reintrodurre i voti al posto dei giudizi nella scuola elementare e media. Si discuta diligentemente della “novità” costituita dall’ora settimanale dedicata alla materia “Cittadinanza e costituzione”(con particolare riferimento all’educazione stradale). Il governo non può che rallegrarsene. Perché l’attenzione verso questi provvedimenti (sia ben chiaro: certamente quasi tutti importanti e destinati a rimettere indietro l’orologio della scuola italiana di alcuni decenni), distoglie l’attenzione dalla vera e ben più grave operazione che Berlusconi e soci vogliono mettere in atto: l’attacco decisivo alla loro grande nemica, l’istruzione pubblica.
Cerchiamo di capire come questo attacco può essere concretamente messo in atto. Non è certo ininfluente, innanzitutto, che a Viale Trastevere sieda una persona che sulla scuola non può vantare la minima competenza, tranne quella personale - rispettabilissima, ma assolutamente limitata - di alunna disciplinata e attenta. Si può osservare che non è la prima volta che accade, ma ci sembra che l’estraneità di Gelmini rispetto al dicastero affidatole costituisca un vero primato. E, forse anche per questo, per la prima volta c’è un responsabile della pubblica amministrazione che plaude ai tagli di risorse al proprio ministero. Neanche la Moratti – è doveroso riconoscerlo – era giunta a tanto. Anzi, una volta era arrivata, persino, a ventilare le proprie dimissioni di fronte ad una finanziaria in cui la scure di Tremonti su scuola, università e ricerca si faceva particolarmente sentire. Anche se successivamente Berlusconi era riuscito a rimetterla in riga un moto di protesta l’aveva tentato. Ora, invece, “il continuo braccio di ferro fra Economia e Istruzione, che ha caratterizzato gli ultimi decenni, è ormai solo un ricordo” (“Il Sole 24 Ore”, 29/08/2008). Sì, il ministro Gelmini si è messa il grembiulino e disciplinatamente sta eseguendo gli ordini del professor Tremonti, sperando di ottenere ottimi voti finali, in particolare un dieci di condotta.
Gli effetti di tanto zelo si faranno sentire subito. La prima parte dei compiti sarebbe svolta attraverso la stesura del piano che il ministro Gelmini deve approntare entro 45 giorni dall’emanazione del decreto 112/2008. Decreto – non dimentichiamolo - che fissa in 7 miliardi e 800 milioni il risparmio della Pubblica Istruzione nei prossimi quattro anni. Pare che si accinga a stilarlo chiudendo le scuole che hanno meno di 500- 600 studenti. Si rischia – nell’ipotesi più ottimistica - la chiusura di più di mille scuole: i piccoli comuni, quelli di montagna o delle isole minori sarebbero i primi a subire le conseguenze della riduzione. Ma i numeri potrebbero essere anche più elevati e la chiusura – che è stata definita un vero e proprio cataclisma – potrebbe riguardare più di 4.000 istituti. Sparirebbe così il 10% di quelli oggi esistenti. E non dimentichiamo che negli ultimi anni il numero delle scuole è costantemente diminuito, seppure ad un ritmo ben più contenuto da quello proposto da Gelmini, e il numero degli alunni è costantemente aumentato. Per farsi un’idea più precisa: nell’anno scolastico 2007/2008 le scuole funzionanti sono state 41.879 a fronte di un totale di 7.751.356. allievi. Dieci anni fa erano 42.830 a fronte di 7.540.183 studenti. Se c’erano sprechi, l’intervento per ridurli è già stato compiuto. Nessuna cura da cavallo può essere messa in atto senza modificare sostanzialmente il sistema scolastico italiano e pregiudicare il diritto all’istruzione in modo irrimediabile.
Parallelamente si tagliano 150.000 posti nella scuola. E per attuare il progetto si sta pensando, infatti, ad un taglio delle ore di lezione. Un taglio non motivato da esigenze didattiche, che potrebbe anche essere possibile ed opportuno, ma esclusivamente dalla necessità di “fare cassa”.
Il prevalere della logica meramente economica nella gestione della scuola pubblica va di pari passo al rilancio in grande stile delle ipotesi di privatizzazione del nostro sistema di istruzione. Il progetto è semplice e brutale. Il ministro Gelmini l’ha detto con chiarezza di fronte all’uditorio a lei più congeniale: quello del meeting di Comunione e Liberazione che si è svolto a Rimini alla fine di agosto. Il progetto ha un nome preciso: fondazioni. Le singole scuole, depauperate delle risorse pubbliche, cariche di problemi determinati da una razionalizzazione selvaggia, sarebbero così “ricompensate”. Divenute fondazioni potrebbero mettersi a caccia di risorse private per fare fronte ai buchi di bilancio determinati dalla riduzione del finanziamento pubblico per acquisire strumenti scientifici e materiale didattico, alle difficoltà indotte dal drastico decremento degli insegnanti. Idea non del tutto nuova, perché anche a Fioroni, l’idea delle fondazioni scolastiche non dispiaceva. Idea che, tuttavia, fu giustamente attaccata come uno snaturamento della scuola pubblica e statale e, pertanto, rimase lettera morta. Ora la presenza di una differente maggioranza e la debolezza dell’opposizione parlamentare potrebbero portare alla rinascita del progetto.
Un progetto che non ha nulla a che vedere con l’autonomia didattica e organizzativa delle scuole. Quella c’è da tempo. Qui si vuole invece favorire la privatizzazione dell’istruzione, molto cara del resto anche alla parte del mondo cattolico di cui Gelmini fa parte. Da tempo le alte gerarchie cattoliche, non paghe di quanto viene già dato, rivolgono pressanti richieste di sostegno alla scuola confessionale. Non dimentichiamo che lo storico confronto tra scuola statale e scuola privata si è ormai concluso con la decisa vittoria della prima. Sui circa nove milioni di allievi che frequentano le scuole italiane – da quelle dell’infanzia alle superiori – più dell’85% frequenta un istituto statale. Nonostante i costanti finanziamenti alle scuole non statali previsti dalle leggi vigenti, nonostante l’uso ideologico del buono scuola compiuto da una parte delle regioni italiane. Con tutti i suoi indiscutibili e gravi limiti, la scuola statale continua ad essere scelta dalla maggioranza delle famiglie italiane, che dimostrano di avere fiducia – tutte le indagini lo confermano - in questa bistrattata istituzione. Un’ istituzione per la quale si dovrebbe avere cura, attenzione e le cui risorse dovrebbero essere commisurate al grande compito che le assegnano gli articoli 3 e 34 della Costituzione. Rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza di fatto fra i cittadini, garantire l’istruzione obbligatoria, assicurare ai capaci e meritevoli l’accesso ai più alti livelli del sapere.
E su come si diventa capaci e meritevoli che c’è, tra l’altro, molto da discutere. In un equilibrato intervento sul confronto fra i risultati scolastici nel Nord e Sud (“La Repubblica”, 31/08/2008) il professor Nicola Ostuni cercava di ricordare al ministro, che sta facendo del generico concetto di meritocrazia la sua bandiera, l’influenza degli squilibri socioeconomici sulle performance degli studenti. A sostegno della sua tesi, d’altronde, citava una fonte autorevole: un recente studio di Montanaro pubblicato dalla Banca d’Italia, in cui si afferma che “una parte significativa dei divari è attribuibile agli studenti provenienti dalle famiglie svantaggiate. In particolare, le condizioni economiche della famiglia di provenienza esercitano un forte impatto sulla preparazione scolastica, specialmente negli anni dell’obbligo”. Il superamento dei divari fra Nord e Sud, ma anche dei divari fra differenti zone della stessa regione geografica, e, più in generale, la trasformazione della scuola in un effettivo strumento di democrazia richiedono risorse umane ed economiche, programmazione degli interventi e un’autentica volontà di progettare, attuare, valutare le riforme. Non serve a nulla riesumare strumenti del buon tempo antico e dare degli incapaci agli insegnanti meridionali.
Tuttavia la scuola statale, anche in queste condizioni non certo ottimali, è per il governo di centrodestra un’avversaria da abbattere (e per la Chiesa cattolica – è bene sottolinearlo - una concorrente irraggiungibile). Un’avversaria che può compromettere l’affermazione di una società omologata alle idee individualiste e conservatrici instillate quotidianamente nelle menti delle donne e degli uomini da un sistema d’informazione ormai quasi completamente controllato da Berlusconi. Un’avversaria che, pur con differenze e squilibri, offre ogni giorno, per più di duecento giorni l’anno, una proposta culturale alternativa a quella del “Grande fratello”.
A quest’avversaria occorre sferrare il colpo mortale. E forse Berlusconi e Tremonti stanno preparando l’alunna Gelmini a lanciare la pietra in occasione della prossima finanziaria.
Occorrerà una grande mobilitazione delle forze laiche e progressiste del paese per cercare di fermarla in tempo.
*della Direzione di Sd