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    Predefinito 31 agosto 2008: XVI Domenica dopo Pentecoste - San Raimondo Nonnato, confessore

    CARI AMICI,

    ECCO IL CALENDARIO LITURGICO IN VIGORE PER LA CHIESA CATTOLICA: AUGURI A TUTTI UN SANTO E BELLISSIMO MESE D'AGOSTO.

    GUELFO NERO

    1 NONA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE
    SAN PIETRO IN VINCOLI
    SANTI MACCABEI MARTIRI
    2 SANT'ALFONSO MARIA DE' LIGUORI, VESCOVO, CONFESSORE
    DOTTORE DELLA CHIESA E FONDATORE DEI REDENTORISTI
    SANTO STEFANO I, PAPA E MARTIRE
    3 INVENZIONE DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE
    4 SAN DOMENICO DE GUSMAN, CONFESSORE, FONDATORE DEI DOMENICANI
    5 DEDICAZIONE DELLA MADONNA DELLA NEVE
    6 TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE GESù CRISTO
    SANTI SISTO II, PAPA, FELICISSIMO E AGAPITO, MARTIRI
    7 SAN GAETANO DA THIENE, CONFESSORE, FONDATORE DEI TEATINI
    SAN DONATO, VESCOVO E MARTIRE
    8 DECIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE
    SANTI CIRIACO, LARGO E SMARAGDO, MARTIRI
    9 SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY, CONFESSORE
    VIGILIA DI SAN LORENZO MARTIRE
    SAN ROMANO, MARTIRE
    10 SAN LORENZO, MARTIRE
    11 SANTI TIBURZIO E SUSANNA, MARTIRI
    12 SANTA CHIARA, VERGINE, FONDATRICE DELLE CLARISSE
    13 SANTI IPPOLITO E CASSIANO, MARTIRI
    14 VIGILIA DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
    SANT'EUSEBIO, CONFESSORE
    15 ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
    (UNDICESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE)
    16 SAN GIOACCHINO, PADRE DELLA BEATA VERGINE MARIA
    (SAN ROCCO)
    17 SAN GIACINTO, CONFESSORE
    18 SANT'AGAPITO, MARTIRE
    19 SAN GIOVANNI EUDES, CONFESSORE, FONDATORE DEI SACERDOTI DI GESù E MARIA E DELLE SUORE DI NOSTRA SIGNORA DELLA CARITà
    20 SAN BERNARDO, ABATE DI CLAIRVEUX, CONFESSORE, DOTTORE DELLA CHIESA (CON COMMEMORAZIONE DELL'OTTAVA DELL'ASSUNZIONE)
    21 SAN GIOVANNA FRANCESCA FREMIOT DI CHANTAL, VEDOVA
    22 DODICESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE
    OTTAVA DELL'ASSUNZIONE
    FESTA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA SANTISSIMA
    SANTI TIMOTEO, IPPOLITO E SINFORIANO MARTIRI
    23 SAN FILIPPO BENIZI, CONFESSORE
    VIGILIA DI SAN BARTOLOMEO, APOSTOLO
    24 SAN BARTOLOMEO, APOSTOLO
    25 SAN LUIGI IX, RE DI FRANCIA, CONFESSORE
    26 SAN ZEFIRINO, PAPA E MARTIRE
    27 SAN GIUSEPPE CALASANZIO, CONFESSORE, FONDATORE DELLE SCUOLE PIE
    28 SANT'AGOSTINO, VESCOVO DI IPPONA, CONFESSORE E DOTTORE DELLA CHIESA
    SANT'ERMETE, MARTIRE
    29 TREDICESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE
    DECOLLAZIONE DI SAN GIOVANNI BATTISTA
    SANTA SABINA, MARTIRE
    30 SANTA ROSA DI SANTA MARIA, VERGINE, DOMENICANA DI LIMA
    SANTI FELICE E ADAUCTO, MARTIRI
    31 SAN RAIMONDO NONNATO, CONFESSORE, DELL'ORDINE DI NOSTRA SIGNORA DELLA MERCEDE



    "SANCTA MARIA ET OMNES SANCTI INTERCEDANT PRO NOBIS AD DOMINUM UT MEREAMUR AB EO ADIUVARI ET SALVARI. PER CHRISTUM DOMINUM NOSTRUM. AMEN"



    DOMENICO MARATTA "L'ASSUNZIONE DELLA VERGINE E I DOTTORI DELLA CHIESA" (1689)

    ATTENZIONE: LE VOCI IN CORSIVO SULLE VITE DEI SANTI SONO TRATTE (PREVIO CONTROLLO DA PARTE DELLA MODERAZIONE DI QUESTO FORUM) DAL SITO MODERNISTA E SEDEPLENISTA WWW.SANTIEBEATI.IT

  2. #2
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    Predefinito 1 AGOSTO: SAN PIETRO IN VINCOLI

    Nella Chiesa di San Pietro all'Esquilino si venerano ancora oggi le catene che gli strinsero polsi e collo.
    La festa di San Pietro in Vincoli sostituì e provvidenzialmente cancellò la festa di inizio agosto che nella Roma pagana era dedicata all'imperatore Augusto.



    Questa bella immagine di Raffaello Sanzio mostra la liberazione di San Pietro, primo Papa, dal carcere Mamertino ad opera di un Angelo: anche il Papato è oggi moralmente (e fisicamente) prigioniero ed ostaggio di Karol Wojtyla, non può parlare, non può insegnare, non può legiferare: fatto unico nella storia della Chiesa.
    Preghiamo perchè il Papato possa essere presto liberato da questo iniquo e orribile carcere dove si trova prigioniero innocente.

    Guelfo Nero

  3. #3
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    Predefinito 1 agosto: Santi Maccabei martiri

    Al 1° agosto il martirologio romano riferisce: "Ad Antiochia, la Passione dei Sette ss. fratelli Maccabei, martiri, che soffrirono con la loro madre, sotto il re Antioco Epifane. Le loro reliquie, portate a Roma, furono deposte nella Basilica di S Pietro in Vincoli".
    La loro storia è narrata nel II Mach. 7; ai sette fratelli è dato il nome di Maccabei, soltanto dal libro che ne parla. Il II Mach. è un riassunto della storia, redatta in greco da Giasone, un giudeo di Cirene che scriveva poco dopo il 160 a. C., in cui si narra la persecuzione subita dai Giudei fedeli, ad opera di Antioco IV Epifane; in particolare, il martirio di Eleazaro (cap. 6) e quello dei nostri martiri (cap. 7). La narrazione del cap. 7 è ripresa e assai ampliata nell'apocrifo IV Mach.
    Ecco i punti salienti di II Mach. 7: "Sette fratelli, arrestati insieme con la madre si volevano costringere a prendere le carni proibite di porco... Uno di essi, fattosi portavoce di tutti, disse: "Che cosa vorresti domandare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi paterne".
    Il re, fatti arroventare i padelloni e le caldaie, comandò di tagliare la lingua, scorticare il capo e mutilare le estremità a quello che si era fatto loro portavoce, mentre gli altri fratelli e la madre stavano là a guardare. Quando quello fu cosí completamente mutilato, dette ordine di gettarlo sul fuoco, mentre ancora respirava... Condussero quindi il secondo al ludibrio; anch'egli subí a sua volta il supplizio come il primo. Giunto però all'ultimo respiro disse: "Tu, genio furioso, ci strappi dalla nostra presente vita: ma il Re del mondo farà risorgere all'eterna risurrezione di vita noi che siamo morti per le sue leggi".
    ... Alla loro richiesta, il terzo mise fuori subito la lingua e stese avanti le mani coraggiosamente, dicendo con fierezza: "Queste membra le ho ricevute dal cielo e per le sue leggi non ne faccio conto alcuno, ma spero di riaverle nuovamente da lui".
    ... Morto anche questo, martoriarono il quarto con le stesse torture. Sul punto di morire, disse: "it preferibile morire per mano degli uomini e avere da Dio la speranza di essere un giorno da lu; risuscitati. Per te certamente non ci sarà risurrezione alla vita".
    ... Il quinto condotto alla tortura, fissando il re, disse: "Tu hai un'autorità tra gli uomini e, pur essendo mortale, fai quello che vuoi; ma non credere che la nostra razza sia stata abbandonata da Dio. Quanto a te, abbi pazienza e vedrai come la sua grandiosa potenza tormenterà te e i tuoi discendenti". Similmente per il sesto... Rimanendo il piú giovane. il re Antioco non solo lo scongiurava con le parole, ma lo assicurava anche con giuramenti di farlo insieme ricco e invidiabile, di averlo come amico e di affidargli uffici governativi, aualora avesse abbandonato le patrie leggi. Siccome il giovane non gli prestava minimamente attenzione, il re chiamò la madre, esortandola a farsi consigliera di salvezza per il giovanetto.
    Dopo tanti ammonimenti, ella accettò di persuadere suo figlio. Chinatasi su di lui, per scherno del crudele tiranno, cosí disse nella lingua paterna: "Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno... che ti ho educato... Ti prego, o figlio, di osservare il cielo e la terra e di mirare tutte le cose in essi contenute e di dedurne che Dio non le ha fatte da cose preesistenti, e che il genere umano ha la stessa origine. Non temere questo carnefice, ma accetta la morte, mostrandoti degno dei fratelli, affinché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli al momento della misericordia".
    Stava ella ancora parlando, che il giovane disse: "Che aspettate? Non obbedisco all'ordine del re, ma obbedisco al precetto della legge data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu, però, che ti sei fatto inventore d'ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai certamente alle mani di Dio. Noi infatti soffriamo a causa dei nostri peccati. Se per nostro castigo e correzione il nostro Dio vivente si è adirato per breve tempo, di nuovo egli si riconcilierà con i suoi servi. Tu, invece, o empio, non ti esaltare invano—perché non sei ancora sfuggito al giudizio di Dio che tutto può ed osserva. Or dunque, dopo aver sopportato un breve tormento, i nostri fratelli sono giunti alla divina alleanza della vita eterna; tu invece riporterai dal giudizio di Dio le giuste pene della tua superbia. Quanto a me, dò anch'io, come i miei fratelli, corpo e anima per le leggi avite, e prego Iddio che si mostri presto mise ricordioso verso il suo popolo, che tu finisca co] confessare, tra prove e flagelli, che solo lui è Dio; e che l'ira dell'Onnipotente, abbattutasi giustamente su tutta la nostra stirpe si arresti su di me e i miei fratelli".
    Allora il re, furioso, usò con lui un trattamento piú feroce che con gli altri, non potendo sopportare lo scherno. Cosí anch'egli passò da questa vita senza affatto macchiarsi, pieno di fiducia nel Signore. UItima, dopo i figli, morí la madre".
    La Bibbia non ci dà i loro nomi, né indica dove si svolse il martirio, fatto loro subire dal re Antioco IV Epifane; né precisa la data (forse 168; a Ge rusalemme? ).
    Generalmente si ammette che essi furono martirizzati ad Antiochia, tale è, comunque, la tradizione comune delle Chiese d'Oriente e d'Occidente.
    I primi cristiani ammirarono questi valorosi martiri del giudaismo fedele, precursori dei martiri del Cristo. Il loro culto si diffuse rapidamente e la loro festa sembra sia stata universale nella Chiesa verso il sec. V. La storia del culto dei santi martiri è cosí riassunta dalle Vies des Saints (citt. in bibl. ). Già appaiono nel Martirologio Siriaco (412), nei Calendari di Polemius Silvius (448) e di Cartagine (secc. V-VI), e nell'insieme dei mss. del Martirologio Geronimiano. Su questi martiri possediamo testi di s. Gregorio Nazianzeno (PG, XXXV), s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino , s. Ambrogio, s. Gaudenzio di Brescia, pseudoLeone.
    Sotto l’altare della confessione di S. Pietro in Vincoli vi è un sarcofago del IV secolo contenente le loro spoglie, che è diviso in sette scomparti. Rinvenuto sotto la predella dell’altare maggiore nel 1876, in esso fu trovata una lamina di bronzo dell’autentica delle reliquie. I sette fratelli furono: Aber, Acasfo, Aratsfo, Giacomo, Giuda, Macabco e Macuro.


  4. #4
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    Predefinito 2 AGOSTO: SANT'ALFONSO MARIA DE' LIGUORI, VESCOVO, CONFESSORE E DOTTORE DELLA CHIESA

    Il fondatore dei Redentoristi nasce a Marianella (Napoli) il 26 Settembre 1696. Dopo gli studi umanistici, a 13 anni affronta filosofia e diritto. Nel 1713, a 16 anni, è dottore in utroque (con 4 anni di dispensa sull'età richiesta). A 20 anni è maturo per imporsi nel foro napoletano. Contemporaneamente affina la sua formazione artistica presso i migliori maestri dell'epoca: poesia, pittura, architettura e musica. Nel 1723 la crisi: una causa importante, perduta a causa di intrallazzi politici, lo porta a lasciare il mondo, e a vestire l'abito ecclesiastico (23 Ottobre 1723). Il 21 Dicembre 1726 è sacerdote. Si lancia subito in un apostolato intenso tra il popolo minuto dei rioni più poveri di Napoli, specialmente tra i ragazzi della strada (scugnizzi o lazzaroni). Coadiuvato da laici istituisce le famose Cappelle serotine, che diventano una scuola di rieducazione civile e morale. Come socio delle Apostoliche Missioni percorre i paesi vesuviani, gli Appennini e le Puglie, annunciando con semplicità le verità eterne alle masse
    popolari.

    In un momento di relativo riposo per riprendersi dalle estenuanti fatiche apostoliche, a Scala, presso Amalfi, ha netta l'intuizione che segnerà il destino della sua vita: si dedicherà con i compagni alla salvezza delle «anime più abbandonate», più precisamente alla evangelizzazione della povera gente sparsa specialmente nelle campagne e nei paesetti rurali. E' il 9 Novembre 1732: data di nascita della Congregazione del SS. Salvatore, poi del SS. Redentore (CssR). La tradizione vuole che l'intuizione, sostenuta e incoraggiata da una grande mistica, la Venerabile suor Maria Celeste Crostarosa (1696-1755), fosse confortata dalle frequenti apparizioni della Madonna nella grotta in cui Alfonso sarebbe stato solito ritirarsi a pregare e far penitenza.

    Da ottimo stratega, egli cementa i compagni con la «vita comune», sigillata dai voti religiosi e dedita a un esercizio intenso di preghiera, di studio e di penitenza. Non, comunque, una comunità di stile monastico ripiegata su sé stessa, bensì una comunità finalizzata all'evangelizzazione. La preminenza assoluta della predicazione, attuata mediante le missioni popolari, gli esercizi spirituali, le catechesi, il voto di andare alle missioni estere, portò ad escludere altre attività, tra cui le scuole (intorno alle quali si accese un forte dibattito che si risolse nell'abbandono pressoché totale dei primi compagni), e le parrocchie, ritenute per più motivi un legame alla libertà dell'operaio apostolico.

    Diventato vescovo di Santa Agata dei Goti (1762-1775), sede rinomata che, tra gli altri, aveva avuto come pastore il futuro Sisto V, Alfonso porterà nel nuovo incarico l'ardore missionario che lo aveva bruciato per oltre 30 anni di vita apostolica. Sprigionerà un'attività che ha del miracoloso, non solo per ciò che riguarda il ministero pastorale diretto (estirpazione di abusi inveterati, restauro di chiese, cura del decoro liturgico e del Seminario, carità inesauribile che, nella carestia del 1763-64, lo induce a vendere ogni cosa, persino la carrozza con le mule), ma soprattutto per l'attività letteraria che non conosce soste. Nel 1775 lascia l'episcopato per motivi di salute e si ritira a Pagani, dove morirà il primo Agosto 1787. In quell'istante, a Varsavia, due Redentoristi, San Clemente Hofbauer e Taddeo Hùbl, sentirono battere ripetutamente su una tavola che avevano davanti, e vi riconobbero il segno della morte del Padre. Beatificato nel 1816, canonizzato nel 1839, Sant'Alfonso fu proclamato Dottore della Chiesa il 7 Luglio 1871, e Protettore dei confessori e moralisti nel 1950


  5. #5
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    Predefinito SPIRITUALITà ALFONSIANA

    Spiritualità che parte dalla propria esperienza

    Alfonso in tutte le sue azioni e in tutti i suoi scritti sì basa sempre alla propria esperienza. Non fa e non scrive niente che lui stesso non abbia vissuto e sperimentato. Nei libri sulla preghiera erano le sue preghiere, i libri sulla meditazione erano piene delle sue meditazioni, libri sulla Passione erano fatte sui piedi del Crocifisso, le Visite del Santissimo Sacramento erano scritte sulle ginocchia davanti al tabernacolo.

    Sentirsi amato da Dio; scoprire che Dio non è un giudice senza pietà ma è un Padre misericordioso. Questo lo spinge a dedicarsi totalmente a Dio e dare così la sua risposta di amore. Per tutta la sua vita, questo che lui farà, sarà sempre risposta a questa esperienza della conversione al Dio del amore. I suoi scritti su Natale, sulla Passione o su Eucaristia, i suoi scritti sulla Madonna, sulla preghiera o sui principi di morale, sempre saranno una risposta alla sua personale e profonda esperienza del Dio di amore.

    Lo stesso si deve dire sulla sua opera della fondazione della Congregazione. Questa idea si basava sulla lunghissima esperienza della orazione nella quale cercava di capire la Volontà di Dio. Si basava sulla esperienza concreta dei abbandonati pastori incontrati a Scala, che era come una scintilla che ha infiammato tutta la sua persona. Se Dio è Padre misericordioso sperimentato da Alfonso, lui si sente obbligato, inviato a parlare di questo Dio ai abbandonati, perché anche essi ascoltino che sono amati dallo stesso Dio. Lui stesso ha sperimentato il Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che sì converta e viva, e che Dio ha inviato suo Figlio per salvare tutti. Questa era esperienza di Alfonso e da qui proviene il motto della sua Congregazione "Copiosa apud eum redemptio" (Ps 129). Il fatto di incontrare tanta gente abbandonata lo ha motivato di fondare la Congregazione ed anche a rifare tutta la sua visione teologica, specialmente teologia morale, perché possa rispondere alla situazione concreta della gente.

    Spiritualità della redenzione abbondante

    Alfonso presenta il Cristo pieno di compassione, con le braccia ampiamente aperte, come per abbracciare tutta l'umanità e per salvare tutti. Cristo di Alfonso non è un salvatore di un gruppo eletto, ma è salvatore universale, perché presso di lui la redenzione è abbondante.

    Per Sant'Alfonso la redenzione è anzitutto un dono - dono gratuito e non meritato, la redenzione è: purificazione, giustificazione, soddisfazione, mediazione… però prima di tutto è il dono dell'amore, la donazione, il dono del Figlio dalla parte del Padre; è la grazia, dono, regalo, iniziativa amorosa del Padre. Questo dono di Dio ha un proprio nome e si chiama Gesù Cristo. Il Padre non riserva per se stesso il proprio Figlio, ma lo invia nel mondo, perché il mondo trovi in Lui la sua redenzione. E' interessante, che quando San Alfonso cita il testo di Giovanni 3.16 "Tanto Dio amò il mondo, da dare il suo proprio Figlio", quasi sempre sottolinea la prima parola e dice: "Oh quando significa questo tanto!".

    La redenzione perciò non è tanto la necessità di giustizia verso Dio, quanto è l'opera dell'amore di Dio verso l'uomo. Dio si ha dato a noi, perché lo ha spinto a questo il suo amore. Dal momento della Incarnazione Dio è nostro, perché si ha dato a noi senza riserve e senza condizioni. Dio dando a noi il suo Figlio ha pronunciato la sua ultima parola, così che questa riunione tra Dio e noi non si può rompere più, anche se noi possiamo rifiutarla con il nostro peccato.

    La risposta dell'uomo redento può essere soltanto una - la risposta dell'amore. Dio si è fatto Carne, per conquistare il nostro amore. Perciò tutti sono salvati e tutti sono stati chiamati alla santità. Alfonso comincia il suo libro "Pratica di amare Gesù Cristo" con tale frase; "Tutta la santità e la perfezione che un'anima consiste nel amare Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene, nostro Salvatore", E aggiunge più avanti: "Alcuni intendono che la santità dipende da molte orazioni, altri che da molti sacrifici, altri che da dare elemosine, però tutto quello che il cristiano deve fare è rispondere con amore a Dio che ci ha tanto amato nel suo Figlio". Da questo si vede che la santità è possibile per tutti, ognuno può raggiungerla nella sua propria professione. Ogni persona deve esprimere la propria gratitudine per la salvezza proprio nel servizio al opera della redenzione: ognuno che ha sperimentato il dono della salvezza diventa responsabile per la redenzione del prossimo. La opera delle "cappelle serotine" dove la gente semplice, preparata per Alfonso diventata un gruppo degli apostoli, ognuno nel suo ambiente è solo uno di tanti superbi esempi.

    Spiritualità cristocentrica

    Il nucleo essenziale della spiritualità alfonsiana è il cristocentrismo. Nell'incarnazione di Cristo, tutta la creazione incontra il suo pieno senso, nella Sua morte si restituisce il senso pieno dell'esistenza umana. Cristo diventa rivelatore del immenso amore di Dio verso l'uomo e verso tutta la creazione. Mistero della redenzione incomincia con incarnazione, pero si realizza sempre di più nella la Passione e nella Eucaristia. L'incarnazione arriva alla sua pienezza nella Passione e la Passione viene continuata nell'Eucaristia. Il cristocentrismo alfonsiano si concretizza nel Verbo incarnato, nel Gesù crocifisso e nel Gesù eucaristico. Questi sono i tre momenti della vita di Gesù, che sono i momenti privilegiati per noi, perché ogni volta di più esprimono il dono salvifico di Dio. È così l'Incarnazione ha fatto possibile Sua dedicazione per noi, la Passione l'ha fatta efficace e la Eucaristia la fa tangibile. Attraverso questi tre momenti possiamo noi, già adesso, sperimentare questa unione con Dio, che i santi godono nel cielo.

    Spiritualità dell'ottimismo

    Alfonso era uno dei più grandi asceti nella storia della Chiesa. Le sue penitenze e mortificazioni fanno impressione. Il distacco è una delle parole chiave della vita del Santo. Ma Alfonso non è un uomo triste, negativo, chiuso in se stesso. Tutto il contrario - lui era un uomo allegro, pieno del sole e di canto napoletano. Le sue canzoni si cantano fino ad oggi, certamente perché sotto piene di allegria e spontaneità che corrispondono alla natura del popolo napoletano. Lui è anche un uomo di arte. Non soltanto comprende il disegno, la pittura, la musica, ma gode di prendere lui stesso nelle sue mani la matita, il pennello, toccare il cembalo.

    L' ottimismo della spiritualità di Santo Alfonso si rispecchia anche nella sua benignità pastorale. Lui era convinto, che le prediche che provocavano paura, non conducevano a una conversione duratura, invece quelle che suscitavano l'amore, quelle si, portavano alla conversione profonda e definitiva. Nella speranza possiamo affidarsi a Dio, perché sappiamo che Lui prende la nostra parte e vuole per noi la salvezza. Nella preghiera possiamo ricevere la grazia necessaria e sufficiente per rispondere a Dio con amore e perseverare nel operare il bene.

    La spiritualità alfonsiana non è una spiritualità del ottimismo ingenuo e non è una ricetta facile. Essa esige una conversione sincera (conversione di amore) ed esige una lotta continua per scegliere il bene - vincere questa lotta è possibile soltanto con aiuto della preghiera.

    DEBBO QUESTO POST A LEPANTO, MODERATORE DI "CATTOLICI ROMANI" CHE RINGRAZIO SENTITAMENTE.






    SANCTE ALPHONSE, ORA PRO NOBIS

  6. #6
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    Predefinito 6 AGOSTO: FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE

    LA FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE GESù CRISTO è ANTICHISSIMA ED è SEMPRE CADUTA IL 6 AGOSTO.
    SUA SANTITà CALLISTO III BORGIA ESTESE QUESTA SOLENNITà ALLA CHIESA UNIVERSALE PERCHè LA NOTIZIA DELLA VITTORIA DELLE ARMATE CRISTIANE SUI TURCHI A BELGRADO GIUNSE A ROMA IL 6 AGOSTO 1457.
    L'ISLAMISMO BELLUINO E OMICIDA ERA STATO NUOVAMENTE FERMATO ALLE PORTE DELLA FORTEZZA EUROPEA: PAPA CALLISTO RICONOSCEVA CON IL SUO GESTO LA REGALITà E LA DIVINA PROTEZIONE DI CRISTO SULLA "RESPUBLICA CHRISTIANA".
    SAN PIO X INNALZò LA FESTA AL GRADO DI DOPPIO DI 2° CLASSE, QUALE è TUTT'ORA.

    "O DIO CHE NELLA GLORIOSA TRASFIGURAZIONE DEL TUO UNIGENITO,
    CONFERMASTI I MISTERI DELLA FEDE, CON LA TESTIMONIANZA DEI PADRI - E
    LA PERFETTA ADOZIONE DI FIGLI INDICASTI MIRABILMENTE CON LA VOCE USCITA DALLA NUBE LUMINOSA - CONCEDI PROPIZIO, D'ESSER COEREDI DELLO STESSO RE DELLA GLORIA E DELLA SUA GLORIA PARTECIPI.
    PER IL MEDESIMO CRISTO NOSTRO SIGNORE. AMEN"
    (TRADUZIONE DALL'ORAZIONE DELLA MESSA DI OGGI)

    UN CARO SALUTO
    A TUTTI

    DIO NON MUORE!

    GUELFO NERO


  7. #7
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    Predefinito 7 agosto: San Gaetano di Thiene, confessore

    Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava così perché era nato a Gaeta.
    Laureatosi a Padova in materie giuridiche a soli 24 anni, si dedicò allo stato ecclesiastico, senza però farsi ordinare sacerdote, perché non si sentiva degno; fondando nel contempo nella tenuta di famiglia a Rampazzo, una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena, che è ancora oggi la parrocchia del luogo.
    Trasferitosi a Roma nel 1506, divenne subito segretario particolare di papa Giulio II, ed ebbe l’incarico di scrittore delle lettere pontificie, ufficio questo che gli diede l’opportunità di conoscere e collaborare con tante persone importanti.
    Siamo nel periodo dello splendore rinascimentale, che vede concentrati a Roma grandi artisti, intenti a realizzare quanto di più bello l’arte era in grado di offrire, e che ancora oggi il Vaticano e Roma offrono all’ammirazione del mondo.
    Gaetano non si lasciò abbagliare dallo splendore della corte pontificia che certo non era priva di qualche disordine; invece di fuggire e ritirarsi in un eremo, da uomo intelligente e concreto, passò all’azione riformatrice, cominciando da sé stesso; incoraggiato da una suora agostiniana bresciana Laura Mignani, che godeva di fama di santità.
    Prese ad assistere gli ammalati dell’ospedale di San Giacomo, si iscrisse all’Oratorio del Divino Amore, associazione che si riprometteva di riformare la Chiesa partendo dalla base, il tutto alternandolo con il lavoro in Curia; anche in queste attività conobbe altre personalità, che avevano lo stesso ideale riformista.
    Nel settembre 1516 a 36 anni, accettò di essere ordinato sacerdote, ma solo a Natale di quell’anno, volle celebrare la prima Messa nella Basilica di S. Maria Maggiore. In una lettera scritta a suor Laura Mignani a cui era legato da filiale devozione, Gaetano confidò che durante la celebrazione della Messa, gli apparve la Madonna che gli depose tra le braccia il Bambino Gesù.
    Ritornato nel Veneto, nel 1520 fondò alla Giudecca in Venezia l’Ospedale degli Incurabili. Instancabile nel suo ardore di apostolato e di aiuto verso gli altri, ritornò a Roma e nel 1523 insieme ad altri tre compagni: Bonifacio Colli, Paolo Consiglieri, Giampiero Carafa (vescovo di Chieti, diventerà poi un grande papa con il nome di Paolo IV), chiese ed ottenne dal papa Clemente VII, l’autorizzazione a fondare la “Congregazione dei Chierici Regolari” detti poi Teatini, con il compito specifico della vita in comune e al servizio di Dio verso gli altri fratelli.
    Il nome Teatini deriva dall’antico nome di Chieti (Teate), di cui uno dei fondatori il Carafa, ne era vescovo. L’ispirazione che egli sentiva impellente, era di formare e donare alla Chiesa sacerdoti che vivessero la primitiva norma della vita apostolica, perciò non ebbe fretta a stendere una Regola, perché questa doveva essere il santo Vangelo, letto e meditato ogni mese, per potersi specchiare in esso.
    Le costituzioni dell’Ordine furono infatti emanate solo nel 1604. I suoi chierici non devono possedere niente e non possono neanche chiedere l’elemosina, devono accontentarsi di ciò che i fedeli spontaneamente offrono e di quanto la Provvidenza manda ai suoi figli; con le parole di Gesù sempre presenti: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
    Nel 1527 avvenne il feroce ‘Sacco di Roma’ da parte dei mercenari Lanzichenecchi, il papa Clemente VII della nobile famiglia fiorentina de’ Medici, fu costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo difeso dal Corpo delle Guardie Svizzere, che combattè eroicamente fino alla morte.
    Anche s. Gaetano da Thiene, come tanti altri religiosi, fu seviziato dai Lanzichenecchi e imprigionato nella Torre dell’Orologio in Vaticano; riuscito a liberarsi si rifugiò a Venezia con i compagni dell’Istituzione.
    Rimase nel Veneto fino al 1531, fondando, assistendo e consolidando tutte le Case del nuovo Ordine con le annesse opere assistenziali; accolse l’invito del celebre tipografo veneziano Paganino Paganini, affinché i Padri Teatini si istruissero nella nuova e rivoluzionaria arte della stampa tipografica, inventata nel 1438 dal tedesco Giovanni Gutenberg.
    Nel 1533 per volere del papa Clemente VII, si trasferì insieme al suo collaboratore il beato Giovanni Marinoni, nel Vicereame di Napoli, stabilendosi prima all’Ospedale degli Incurabili, fondato in quel tempo dalla nobile spagnola Maria Lorenza Longo, insieme ad un convento di suore di clausura, dette ‘le Trentatrè’, istituzioni ancora oggi felicemente funzionanti; e poi nella Basilica di S. Paolo Maggiore posta nel cuore del centro storico di Napoli, nella città greco-romana.
    La sua attività multiforme si esplicherà a Napoli fino alla morte; fondò ospizi per anziani, potenziò l’Ospedale degli Incurabili, fondò i Monti di Pietà, da cui nel 1539 sorse il Banco di Napoli, il più grande Istituto bancario del Mezzogiorno; suscitò nel popolo la frequenza assidua dei sacramenti, stette loro vicino durante le carestie e le ricorrenti epidemie come il colera, che flagellarono la città in quel periodo, peraltro agitata da sanguinosi tumulti.
    Quando le autorità civili vollero instaurare nel Viceregno di Napoli, il tribunale dell’Inquisizione, il popolo napoletano (mal consigliato e forse aizzato da elementi ebraici o antiromani) si ribellò; la repressione spagnola fu severa e ben 250 napoletani perirono per una così poco nobile causa.
    Gaetano in quel triste momento, fece di tutto per evitare il massacro e quando si accorse che la sua voce non era ascoltata, offrì a Dio la sua vita in cambio della pace; morì a Napoli il 7 agosto 1547 a 66 anni, consumato dagli stenti e preoccupazioni e due mesi dopo la pace ritornò nella città partenopea.
    L’opera che più l’aveva assillato nella sua vita, era senza dubbio la riforma della Chiesa: egli si dedicò all’apostolato fra i poveri, i diseredati e gli ammalati, specie se abbandonati.
    A quanti gli facevano notare che i napoletani non potevano essere così generosi negli aiuti, come i ricchi veneziani, rispondeva: “E sia, ma il Dio di Venezia è anche il Dio di Napoli”.
    Il popolo napoletano non ha mai dimenticato questo vicentino di Thiene, venuto a donarsi a loro fino a morirne per la stanchezza e gli strapazzi, in un’assistenza senza risparmio e continua. La piazza antistante la Basilica di S. Paolo Maggiore è a lui intitolata, ma la stessa basilica, per secoli sede dell’Ordine, è ormai da tutti chiamata di S. Gaetano; il suo corpo insieme a quello del beato Marinoni, del beato Paolo Burali e altri venerabili teatini è deposto nella cripta monumentale, che ha un accesso diretto sulla piazza, ed è meta di continua ed incessante devozione del popolo dello storico e popoloso rione.
    Nella piazza, come in altre zone di Napoli, vi è una grande statua che lo raffigura; da secoli è stato nominato compatrono di Napoli. Il suo è uno dei nomi più usati da imporre ai figli dei napoletani e di tutta la provincia. Egli venne infallibilmente beatificato il 23 novembre 1624 da papa Urbano VIII Barberini ed infallibilmente canonizzato il 12 aprile 1671 da papa Clemente X Altieri.
    San Gaetano da Thiene è la testimonianza di quanto la Chiesa nei secoli, attraverso i suoi figli, sia stata sempre all’avanguardia e con molto anticipo sul potere laico, nel realizzare, inventare e gestire opere di assistenza in tutte le sue forme per il popolo, specie dove c’è sofferenza. Ecco così i Monti di Pietà per giusti prestiti ed elargizioni, l’istituzione degli ospedali, orfanotrofi, ospizi, lebbrosari, ecc. a cui ieri come oggi i governanti più avveduti e non ostili, hanno dato il loro consenso o il prosieguo, anche se a distanza a volte di molto tempo.


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    Predefinito 9 agosto: Vigilia di San Lorenzo - 10 agosto: San Lorenzo, diacono e martire









    E' l'inno scritto da Aurelio Prudenzio Clemente, nato a Calahorra (Spagna) nel 348.
    L'inno è il testo più ampio, più ricco di particolari e più attendibile sul martirio di S. Lorenzo.
    Debbo il testo all'amico Lepanto che ringrazio.

    Guelfo nero

    Antiqua fanorum parens,
    iam Roma Christo dedita,
    Laurentio victrix duce
    ritum triumfas barbarum...

    (così inizia l'inno
    in testo latino -
    segue traduzione
    di Giuseppe Micunco)

    Madre antica di templi,
    Roma già a Cristo sacra,
    col trionfo di Lorenzo
    hai vinto i culti barbari.

    Re superbi vincesti
    e popoli domasti,
    ora mostruosi idoli
    soggioghi col tuo impero.

    Questa gloria mancava
    alla Città togata:
    che vinta ogni ferocia
    domasse il sozzo Giove.

    Ne vinser con la forza
    Cosso, Camillo o Cesare,
    ma il martire Lorenzo
    con non incruenta guerra.

    Lottò armata la Fede
    del proprio sangue prodiga:
    vinse morte con morte,
    si immolò per se stessa.

    Il pontefice Sisto
    in croce lo predisse
    al vedere Lorenzo
    sotto la croce piangere:

    "Smetti il dolore e il pianto
    per la mia dipartita!
    Ti precedo, fratello,
    tu verrai fra tre giorni".

    La parola del vescovo
    gli preannunziò la gloria,
    né si sbagliò: la palma
    venne il giorno predetto.

    Con che voce o che lodi
    canterò la sua morte?
    qual canto sarà degno
    d'una tale passione?

    Questi primo fra i sette
    che servono all'altare,
    levita d'alto grado
    e degli altri più nobile,

    di sacre porte a capo
    della casa celeste,
    le fide chiavi aveva,
    dispensando le offerte.

    Il prefetto di Roma
    ha fame di denaro,
    servo d'un folle capo,
    d'oro e sangue esattore.

    Vuol con forza strappare
    il denaro nascosto:
    nei luoghi sacri immagina
    talenti e mucchi d'oro.

    Fa arrestare Lorenzo,
    cerca la cassa piena
    di ricchi mucchi e i monti
    di monete nascoste.

    Dice: "Vi lamentate
    che troppo atroci siamo,
    se i corpi dei cristiani
    nel sangue laceriamo.

    Non giustizia severa
    voglio con atti atroci;
    dolce e calmo ti interrogo,
    tu dovresti parlare.

    E' nei vostri misteri
    costume e usanza - dicono -,
    che per il patto i presuli
    libino in coppe d'oro.

    Fuma in vasi d'argento
    - dicono - il sacro sangue;
    e nelle veglie i ceri
    sono infissi nell'oro,

    E devono i fratelli
    - voci e fama la attestano -
    vendere i campi e offrire
    migliaia di sesterzi.

    I poderi degli avi,
    venduti a turpi patti,
    rimpiange il figlio erede:
    non santi ha i genitori!

    Si occulta il frutto in angoli
    nascosti delle chiese,
    e gran pietà si crede
    spogliare i dolci figli.

    Tira fuori i tesori,
    che con chiacchiere e imbrogli
    tu conservi ammucchiati
    e chiudi in antri bui.

    Lo chiede il bene pubblico
    ed il fisco e l'erario,
    può col denaro il principe
    stipendiare i soldati.

    So che avete un precetto:
    'rendi a ciascuno il suo'.
    Riconosce, ecco, Cesare
    sui soldi la sua immagine.

    Ciò che tu sai di Cesare
    rendi a Cesare: è giusto!
    Se non sbaglio, il tuo Dio
    non segna soldo alcuno.

    Venendo non portò
    con sé Filippi d'oro,
    ma parole e precetti,
    e con la borsa vuota.

    Fate fede al messaggio,
    vostro vanto nel mondo:
    date i soldi con gioia,
    siate ricchi in parole!".

    Per nulla aspro Lorenzo
    o irato a ciò risponde,
    ma ottemperante annuisce,
    come pronto a obbedire.

    "E ricca, non lo nego
    - dice - e ha la nostra Chiesa
    molte ricchezze e oro,
    né c'è più ricco al mondo.

    Tanti scrigni d'argento non
    ha neanche l'Augusto,
    signore dell'impero,
    su ogni moneta inciso.

    Ma non sdegno tradire
    del ricco Dio la cassa;
    parlerò e mostrerò
    quali tesori ha Cristo.

    Solo questo ti chiedo,
    un po' di dilazione,
    per adempiere meglio
    al dono che ho promesso,

    finché tutti per ordine
    scriva i beni di Cristo;
    va cantata la somma,
    e annotato il totale."

    Lieto e gonfio di gioia
    è il prefetto, e assapora
    l'ora d'avere l'oro,
    come se già l'avesse.

    Tre giorni stabilirono;
    con lodi è rilasciato
    Lorenzo, e garantisce
    per sé e per il tesoro.

    Tre giorni la Città
    percorre, e di malati
    schiere e di mendicanti
    raduna e mette insieme.

    C'era chi cieco aveva
    gli occhi entrambi cavati
    e al bastone affidava
    il passo vacillante.

    C'era chi andava zoppo
    per il ginocchio rotto
    o la gamba troncata
    o per piede più corto.

    C'era chi aveva gli arti
    d'ulcere putrefatte,
    e chi arida la mano e il
    braccio rattrappito.

    Cerca in tutte le piazze
    quelli cui provvedeva la
    chiesa madre, noti
    a lui, il dispensiere.

    Registra uno per uno
    e ne trascrive i nomi;
    li invita a sistemarsi
    davanti al tempio in ordine.

    Venne il giorno prescritto;
    fremeva avido il giudice,
    era in ansia e chiedeva
    di scioglier la promessa.

    Ed il martire: "Vieni,
    e i beni vedrai esposti,
    che il nostro ricco Dio
    ha nei suoi luoghi santi.

    Il grande atrio vedrai
    splender di vasi d'oro,
    e nei portici aperti
    ben schierati i talenti".

    Spudorato lo segue.
    Giunti alla sacra porta,
    caterve, ecco, di poveri,
    schiere turpi a vedersi.

    Si alza un grido di suppliche:
    s'atterrisce il prefetto,
    e rivolto a Lorenzo
    lo guarda minaccioso.

    E quello: "Perché fremi
    e minacci scontento?
    sozza, vile e spregevole
    ritieni questa gente?

    L'oro che ardente brami
    nasce in scavati ruderi,
    e da miniere buie
    col lavoro forzato.

    Torrenti e fiumi torbidi
    misto a sabbia lo portano;
    pieno di terra e sporco,
    va messo nel crogiolo.

    E l'oro che corrompe
    l'onestà ed il pudore,
    che uccide pace e fede,
    anche la legge uccide.

    Avvelena ogni gloria:
    perché lo stimi tanto?
    Cerca un oro più vero:
    oro è la Luce, gli uomini.

    E' "figlio della Luce" chi ha
    il corpo infermo e debole:
    la salute del corpo gonfia
    d'orgoglio l'animo.

    Sloga il morbo le membra,
    ma forza e vita ha l'animo;
    invece in membra sane
    è ferita la mente.

    Se il sangue arde al peccato,
    meno forze fornisce,
    e un fervore fiaccato
    è un veleno che snerva.

    Se mai potessi scegliere,
    vorrei grande dolore
    nella membra patire,
    ma dentro essere sano.

    Metti insieme le pesti
    e continui contagi:
    e della carne un'ulcera
    più turpe che dell'animo?

    Questi, negli arti infermi,
    dentro son sani e belli;
    sono puri nei sensi
    senza alcuna fatica.

    I vostri corpi sani
    hanno dentro una lebbra;
    la colpa vi fa zoppi
    e la frode vi acceca.

    Chi tu vuoi dei tuoi nobili,
    splendenti in volto e in vesti
    dimostrerò più debole
    di ognuno dei miei poveri.

    Questi, in seta superbo,
    tutto tronfio sul cocchio,
    dentro ha un'idropisia
    che la fa gonfio e pallido.

    Questo avaro ha contratte
    le mani curve e piega
    nel palmo le unghie adunche,
    e i nervi più non stende.

    Questi il piacere fetido tra
    meretrici pubbliche
    di fango e fogna inquina,
    e sozzi stupri cerca.

    E quell'altro che si agita
    e bolle e brama onori,
    è in preda a febbre ed ansima:
    ha il fuoco nelle vene.

    Quello non sa tacere,
    brama tradir segreti:
    freme e si rode il fegato
    e ha la scabbia nell'animo.

    E non dirò le ghiandole
    gonfie degli invidiosi?
    le piaghe dei maligni
    livide e purulente?

    E tu, che Roma reggi
    e Dio eterno disprezzi,
    se adori i sozzi demoni,
    hai il male regale.

    E questi che superbo
    disprezzi e stimi immondi,
    pasta non avranno ulcere,
    le membra avranno incolumi,

    e dalla carne inferma
    sciolti e liberi, infine,
    splenderanno beati
    nella casa del Padre,

    non insozzati o deboli,
    come ti appaiono ora,
    ma con vesti di porpora
    e con corone d'oro.

    Vorrei esser capace
    di mostrare costoro
    davanti agli occhi tuoi
    tra i signori del mondo.

    Son coperti di cenci,
    sporchi di moccio al naso,
    di saliva sul mento,
    hanno cisposi gli occhi.

    Però d'un peccatore
    niente è più sozzo e fetido;
    brutta ferita è il crimine
    e puzza come il Tartaro.

    Sono afflitti nell'animo
    da turpe corruzione
    coloro che nel fisico
    apparivano belli.

    Ed ecco i soldi d'oro
    che t'avevo promesso:
    non può il fuoco distruggerli,
    né un ladro può rubarli.

    Vi aggiungo ora le gemme
    (non è povero Cristo),
    gemme di chiara luce,
    che ornano questo tempio.

    Le consacrate vergini vedi
    e le caste vedove
    (morto il primo marito,
    non ebbero altro amore):

    gioielli della chiesa!
    di queste gemme è adorna;
    dote che piace a Cristo,
    così orna l'alto capo.

    Ecco i talenti, prendili:
    potrai ornarne Roma
    ne arricchirai il principe;
    sarai anche tu più ricco"

    "Di noi si ride - esclama
    il prefetto furioso -
    con giochi di parole
    (e questo folle è vivo.

    Furfante, impunemente
    pensi d'aver composto
    queste strofe da mimi,
    presentando la farsa?

    Ti sembrò bello e a modo
    trattarci con gli scherzi?
    Fui io, ai lazzi esposto,
    della festa il buffone?

    Severità non hanno
    né più giustizia i fasci?
    Così si è rammollita
    la scure dello Stato?

    Dici: 'Morrò con gioia:
    sacro e il sangue del martire,
    - avete, lo sappiamo,
    tale vana opinione -.

    Vorresti; ma non ordino
    che d'una morte rapida
    ti si appresti la fine:
    non morrai tanto presto.

    Ti protrarrò la vita
    tra estenuanti supplizi;
    una morte difficile
    prolungherà i dolori.

    Stendete brace tiepida,
    perché il troppo calore
    non divori il ribelle
    nel volto o nelle viscere.

    Resti il fumo a languire,
    e con soffio leggero
    gli temperi i tormenti
    del corpo abbruciacchiato.

    E' bene che tra tutti,
    lui addetto ai misteri,
    lui solo dia l'esempio
    di cosa è da temere.

    Sali sul rogo pronto,
    sul letto di te degno,
    poi, se hai voglia, sostieni
    che nulla è il mio Vulcano".

    Cosi dice il prefetto
    ed aguzzini truci
    tolgon la veste al martire,
    legan le membra tese.

    Brillò di luce il volto,
    splendette di fulgore;
    tal tornando dal monte
    mostrò Mosè il suo volto,

    e i rei Giudei, pallidi
    per il vitello d'oro,
    temettero e si volsero,
    vedere Dio non ressero

    Tale volto di gloria
    splendente mostrò Stefano,
    vedendo i cieli aperti,
    mentre lo lapidavano.

    Questa luce ai fratelli
    purificati splende,
    che il battesimo ha resi
    portatori di Cristo;

    gli occhi ciechi degli empi,
    avvolti dalla notte,
    cinti da oscuro velo,
    non vedono il chiarore.

    Già la piaga d'Egitto
    i barbari alle tenebre
    condannava e agli Ebrei
    mostrava giorno e luce.

    L'odore, anche, che sale
    dalla carne ustionata
    sentono ben diverso:
    chi il bruciato, e chi nettare.

    Così alla percezione
    l'aria appare diversa:
    fa orrore e raccapriccio,
    o accarezza piacevole.

    E il Dio del fuoco eterno -
    ché Cristo è vero fuoco -
    riempie di luce i giusti,
    mentre i malvagi brucia.

    Poi che il calore lento
    bruciò il fianco riarso,
    egli dal rogo il giudice
    brevemente interpella:

    "Gira dall'altro lato
    la parte ormai bruciata;
    vedi di che è capace
    il tuo ardente Vulcano".

    Girar lo fa il prefetto,
    e quello: "E cotto: mangia!
    assaggia se è più dolce
    la parte cruda o cotta".

    Detto questo per scherno,
    al cielo si rivolge,
    geme e prega pietoso
    per la Città di Romolo:

    "O Cristo, unico nome,
    luce e forza del Padre,
    creator dell'universo
    e autor di queste mura,

    tu che del mondo intero
    desti a Roma lo scettro,
    e dei Quiriti a tutti
    toga ed armi imponesti,

    sì che di tante genti
    costumi, usanze, lingue
    ingegni e riti fossero
    sotto un'unica legge:

    sotto il regno di Remo
    ridotta, ecco, è ogni gente,
    hanno tutti una lingua,
    tutti la stessa mente.

    Fu questo destinato
    perché il nome cristiano
    ogni angolo del mondo
    legasse a un solo vincolo.
    Sia, Cristo, ai tuoi Romani
    cristiana la Città:
    per essa a tutti gli altri
    desti un'unica fede.

    Hanno un unico simbolo
    di qui tutte le membra
    cede suddito il mondo,
    ceda il capo supremo!

    Porta a terre lontane
    Roma l'unica grazia;
    abbia le fede Romolo
    e sia credente Numa!

    Troia fa errare ancora
    la curia dei Catoni:
    nel fuoco occulto venerano
    frigi esuli Penati.

    Giano bifronte e Sterculo
    i senatori adorano:
    temo a dire quei mostri
    ed il vecchio Saturno.

    Scaccia, o Cristo, lo sconcio!
    manda il tuo Gabriele:
    la cecità di Iulo
    conosca il vero Dio!

    Ed abbiamo i garanti
    già di questa speranza:
    qui già regnano i due
    principi degli apostoli.

    Uno chiamò i gentili,
    l'altro la prima cattedra
    tenendo apre le porte
    eterne a lui affidate.

    Va' via, Giove adultero,
    che tua sorella stupri!
    lascia libera Roma
    e il popolo di Cristo!

    Di qui ti scaccia Paolo
    ed il sangue di Pietro
    contro di lui Nerone
    armasti, e ne hai condanna.

    Vedo in futuro un principe,
    che al servizio di Dio
    non lascerà che Roma
    serva infamanti dei;

    che sbarrerà i templi
    e le porte d'avorio,
    chiuderà le empie spoglie
    con chiavistelli bronzei.

    Puri allora del sangue
    risplenderanno i marmi;
    staranno innocui i bronzi,
    ora adorati idoli".

    Finita la preghiera,
    cessò d'esser nel corpo,
    ed insieme alla voce
    con gioia uscì la spirito.

    Ne portarono il corpo
    a spalle alcuni nobili,
    che un uomo tanto libero
    spinse a seguire Cristo.

    Spirò nuova natura
    nei cuori e per amore
    costrinse del Dio altissimo,
    a odiar le antiche favole.

    Da quel giorno scemò
    degli empi dèi il culto:
    poca gente nei templi,
    tanti al seggio di Cristo.

    Lorenzo per combattere
    non si cinse la spada,
    ma ritorcendo il ferro
    lo volse nel nemico.

    Il demonio sfidò
    il campione di Dio,
    ma lui cadde trafitto,
    e ora giace in eterno.

    La morte del pio martire
    fu dei templi la morte;
    Vesta, vinta, i Palladii
    si vide abbandonare.

    Ed i Quiriti assidui
    alla coppa di Numa,
    agli atri di Cristo riempiono,
    innni al martire cantano.

    E i primi del senato
    un dì luperci e flamini,
    baciano ora le soglie
    di apostoli e di martiri.

    Vediamo case illustri,
    nobili d'ambo i sessi,
    d'amore in pegno
    offrire i carissimi figli.

    Le bende del pontefice
    fanno posto alla croce,
    e al tuo tempio, Lorenzo,
    entra Claudia Vestale.

    Tre, quattro, sette volte
    beato chi a Roma abita,
    che da vicino venera
    e te e le tue ossa;

    che può presso prostrarsi,
    bagnar di pianto il luogo,
    premere a terra il petto
    e mormorare voti!

    Da voi l'Ebro dei Baschi
    e due Alpi ci separano:
    siamo oltre le Alpi Cozie
    e i Pirenei nevosi.

    Si sa appena da noi
    quanti santi abbia Roma,
    quanti sacri sepolcri
    nel ricco suol fioriscano.

    Non tali beni abbiamo,
    né è dato visitare
    le vestigia dei martiri:
    guardiamo allora al cielo.

    E così, san Lorenzo,
    la tua passione amiamo:
    hai due templi: del corpo
    qui, dell'anima in cielo.

    E là, chiamato a capo
    di una Città ineffabile,
    hai in una curia eterna
    la civica corona.

    Vedo di chiare gemme
    risplendere quell'uomo
    che la Roma celeste
    scelse a perenne console.

    Quanto potere e onore
    ti sia data, la prova
    la gioia dei Romani
    le cui preghiere ascolti.

    Ciò che un supplice chiede
    l'ottiene in abbondanza;
    chiedono oranti, supplicano,
    nessuno torna triste.

    Sii sempre propizio,
    e i tuoi figli di Roma
    nutri di latte al seno
    nel tuo paterno amore.

    Odi, onore di Cristo,
    anche il rozzo poeta,
    che le colpe confessa
    e ti offre ogni sua azione.

    Riconosco che è indegno
    che Cristo l'esaudisca,
    ma i protettori martiri
    gli ottengano il perdono.

    Benigno odi le suppliche
    del reo Prudenzio, o Cristo:
    del corpo ancora è schiavo,
    sciogli del mondo i vincoli.

  9. #9
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    Predefinito martirio di San Lorenzo



    Agnolo Bronzino 1569

    IL NOME DI QUESTO GRAN SANTO, UNO DEI PIù GRANDI MARTIRI ROMANI, è STATO SCOLPITO IN AETERNUM NEL CANONE DELLA MESSA TRA I MARTIRI DI ROMA.
    IL FUOCO L'HA PROVATO E L'HA SAGGIATO "SENZA TROVARE IN LUI NESSUNA INIQUITà" (GRADUALE DELLA MESSA DEL GIORNO).

    "GLI HAI POSTO, SIGNORE, SUL CAPO UNA CORONA DI PIETRE PREZIOSE"

    SANCTE LAURENTIE, ORA PRO NOBIS

    GUELFO NERO

  10. #10
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    Predefinito 12 AGOSTO: SANTA CHIARA VERGINE

    QUESTO FORUM NON PUò CHE OMAGGIARE FESTOSO LA SANTA MEMORIA DI SANTA CHIARA D'ASSISI (1194-1253), FONDATRICE DEL SECOND'ORDINE FRANCESCANO OVVERO DELLE CLARISSE.
    NOBILE DI NASCITA, FU IMPRESSIONATA DALLA PREDICAZIONE E DALL'ESEMPIO DI SAN FRANCESCO, TANTO DA LASCIARE LA FAMIGLIA. (18 MARZO 1212)
    PIAN PIANO FU SEGUITA DALLA SORELLA SANT'AGNESE, DALLA MADRE E POI DA ALTRE DONNE.
    SAN FRANCESCO COLLOCò QUESTE SUORE PRESSO LA CHIESA DI SAN DAMIANO
    (FURONO INFATTI CHIAMATE DAMIANITE NEI LORO PRIMI ANNI): NEL 1215 SANTA CHIARA FU COSTITUITA BADESSA.
    PAPA GREGORIO IX IL 17 SETTEMREB 1228 LE CONCESSE IL PRIVILEGIO DELLA POVERTà ASSOLUTA CIOè DI NON ESSERE MAI COSTRETTA AD ACCETTARE POSSEDIMENTI.
    NEL 1234, BRANDENDO IL CIBORIO CON GESù SACRAMENTATO, SCACCIò LA TRUPPAGLIA SARACENA CHE AL SOLDO DI VITALE D'AVERSA E DELL'EMPIO FEDERICO II, PORTAVA L'ASSEDIO AD ASSISI.
    VOLLE PER IL SUO MONASTERO UNA REGOLA AUSTERA E SEVERISSIMA, FEDELE ALLA MEMORIA DI SAN FRANCESCO: QUESTA REGOLA FU APPROVATA DAL CARDINAL RAINALDO (FUTURO ALESSANDRO IV DE' SEGNI) E POI IL 9 AGOSTO 1953 DA S.S. PAPA INNOCENZO IV IN PERSONA.
    TRE GIORNI DOPO SANTA CHIARA MORIVA: ALESSANDRO IV LA CANONIZZò NEL 1255.
    FU MODELLO DI UN FRANCESCANESIMO AUSTERO E DEVOTO AL PAPATO.


    SANCTA CLARA, ORA PRO NOBIS








    L'ASSEDIO SARACENO DI ASSISI: I BARBARI INFEDELI MESSI IN FUGA DAL SANTISSIMO SACRAMENTO



    SANTA CHIARA E SANTA ELISABETTA D'UNGHERIA




    SAN FRANCESCO E SANTA CHIARA

 

 
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