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    Predefinito Quelli che ti danno del nazista...

    Uccidono per il bene delle loro vittime

    Sofri "confessa": Calabresi fu ucciso solo per pietà

    di Michele Brambilla

    Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare - sì: per giustificare - l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato.

    Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delitto, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime».

    Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé.

    Sorprendente è anche il ritorno al linciaggio nei confronti di Calabresi: da tempo Sofri aveva preso le distanze dalla campagna di odio che il suo movimento e il giornale avevano orchestrato contro il commissario. Ora torna a infangarlo, lo definisce «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», e stiamo parlando della strage di piazza Fontana, dell’incriminazione di anarchici innocenti e della morte (assassinio, per Sofri) di Pinelli. Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant’anni è sotto terra, e c’è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua. Non lo diciamo noi e non lo dicono neanche i giudici: lo dice Sofri stesso, sul Foglio di ieri, che chi ha ucciso Calabresi era un angelo vendicatore della sinistra. Anche questo è un fatto inedito e molto importante: per anni Sofri ha cercato - prima al processo, poi con campagne di stampa condotte da giornalisti amici - di avvalorare la panzana di un Calabresi ucciso dai servizi segreti: adesso finalmente dice che quell’omicidio porta la firma dell’estrema sinistra.

    Nell’articolo di ieri sul Foglio qualcuno ha visto, o ha creduto di vedere, una sorta di confessione. Dipende da che cosa si intende per confessione. Se si intende l’ammissione di ciò che i giudici gli hanno contestato, e cioè di aver conferito il mandato ad uccidere Calabresi, no, non c’è stata alcuna confessione, visto che anche ieri Sofri ha tenuto a ribadire: «Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio». Se si intende invece un altro tipo di confessione, più implicita, più contorta e tortuosa, forse perfino involontaria, allora sì, forse l’articolo di ieri segna una svolta non solo nel ritorno ai toni guerriglieri del Sofri d’antan, ma anche nell’apertura di uno squarcio nel velo di un mistero tragico.

    Provo a spiegarmi. C’è una frase che nel contesto pare secondaria e che invece è forse risolutiva: «Io personalmente ebbi in Lc - scrive Sofri - un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale».
    Credo che questa frase riveli tutto lo psicodramma del caso Sofri. Non ho alcuna prova, ma seguendo questa vicenda dal giorno degli arresti fino all’ultima sentenza della Cassazione, mi sono fatto questa convinzione: è possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all’ultimo.

    Ancora ieri sul Foglio Sofri ha scritto che in Lc non c’erano frange armate. Sa perfettamente che non è vero. Sa perfettamente che al congresso di Rimini del marzo 1972 - due mesi prima dell’omicidio Calabresi - il movimento si spaccò: c’era la fazione guidata da Giorgio Pietrostefani che voleva passare alla lotta armata, e quella di Sofri che si opponeva. Finì che Lc si spaccò in due: Pietrostefani andò a guidare il movimento al Nord, Sofri si trasferì a Napoli dove fondò un giornale che si chiamava Mo’ che il tempo si avvicina. Leonardo Marino, il pentito che ha dato origine al processo, non ha mai detto che fu Sofri a ordinargli di uccidere Calabresi. Ha detto che fu Pietrostefani, e che tutto fu organizzato a Milano. Solo due giorni prima del delitto Marino, secondo il suo racconto, volle una conferma da Sofri, e andò a cercarla in un improbabile colloquio a Pisa, nella ressa di un comizio. Quel colloquio resta il vero punto debole della confessione di Marino.

    Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»).

    In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto -: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.


    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=289800&START=0&2col=

  2. #2
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    L'ex presidente di tutti gli italiani, Ciampi, insisteva per liberarlo.

  3. #3
    vae victis
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    Citazione Originariamente Scritto da atarax Visualizza Messaggio
    Queste scemenze, Sofri, le ha scritte su Il Foglio, giornale "garante"(loro dicono "garantista") di farabutti e delinquenti.


  4. #4
    Mai l'altra guancia
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  5. #5
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    PARLA SOFRI TUTTI ZITTI
    di Mario Cervi

    La spocchia aggressiva con cui Adriano Sofri ha voluto togliere al commissario Calabresi l’aureola del martire, e ai suoi assassini la qualifica di terroristi, è sconvolgente. Sofri è fatto così, e Michele Brambilla ne ha descritto ieri, con straordinaria penetrazione, i cupi contorsionismi logici. Ma certi silenzi seguiti al proclama con cui l’ex leader di Lotta Continua ha rivendicato, in nome dell’idea, la nobiltà e l’ineluttabilità del sacrificio d’un innocente, sono peggio che sconvolgenti. Sono ripugnanti. Sono silenzi che attestano il doppiopesismo, l’ipocrisia, il conformismo pavido d’un ceto politico capace solo d’indignazioni a comando.
    Non un vero scatto di reazione morale di fronte alla provocazione di Sofri. Nel palazzo si sono sentite alte e forti - ma prevedibili nel tono e nella sostanza - le voci di esponenti del centrodestra, Maurizio Gasparri e Paolo Romani. Gli altri zitti, o capaci soltanto di borbottii vaghi. Zitti gli strenui difensori della magistratura, che danno istericamente addosso al centrodestra se critica un giudice, ma sono di una calma marmorea se viene tacciata d’iniquità una sentenza definitiva. Dov’è finita la sensibilità esasperata di quanti, apostoli della Costituzione, dell’antifascismo e di chissà quant’altro, sono saltati addosso a Gianni Alemanno e a Ignazio La Russa per le loro frasi sul ventennio e su Salò? Fossero o no opportune, esse riguardavano una problematica storica e avvenimenti del passato remoto. Sofri s’è occupato invece di se stesso, dei suoi compagni d’un tempo, e della loro (e sua) vittima: polemizzando oltretutto con il figlio di quella vittima diventato giornalista.
    Ma per Alemanno e La Russa s’è scatenato il finimondo, il Capo dello Stato ha avvertito l’esigenza di un suo intervento. Confesso che avrei gradito una parola dal Quirinale anche per riaffermare che gli uccisori del commissario Calabresi erano terroristi, che il commissario non era un repressore crudele, che non è lecito invocare la tragedia di piazza Fontana e la morte dell’anarchico galantuomo Pinelli per attribuire un alibi etico, se non giudiziario, ai fanatici “rossi”. Osservo per inciso che Sofri, addebitando a Calabresi d’essere stato un attore di primo piano nella “ostinata premeditazione” contro gli anarchici, ripropone una vecchia tesi secondo cui la Questura di Milano, subito dopo la strage di piazza Fontana, volle dolosamente deviare le indagini. Non intendo sollevare dubbi sulle conclusioni raggiunte successivamente. Osservo peraltro - essendo stato anche cronista di quell’evento spaventoso - che Valpreda aveva fondato un circolo il cui motto era “bombe sangue ed anarchia”, e che l’interessarsi a quel circolo e al suo creatore dopo che una bomba era scoppiata non aveva nulla di stravagante.
    Tra i silenzi che mi hanno assordato - secondo un detto ormai in voga - debbo registrare anche quello del quotidiano Repubblica, dove è uscito l’articolo di Mario Calabresi contestato da Sofri, e dove scrive lo stesso Sofri. Non una riga di notizia o di commento. Eppure per Repubblica, il cui fondatore Eugenio Scalfari fu tra i firmatari d’un manifesto che definiva Calabresi “commissario torturatore” questa vicenda dovrebbe essere interessante. Invece niente. Non ha taciuto invece un ex di Lotta Continua, Gad Lerner. Il quale, dopo aver ritualmente espresso profondo rispetto per Mario Calabresi e la sua famiglia, ha aggiunto: «Questo non può togliere ad un uomo già privato della sua libertà (non da un regime poliziesco ma da giudici indipendenti ndr) il diritto alle sue opinioni». Si può anche convenire. Diritto alle opinioni per Sofri come per Alemanno. Ma la differenza sta nelle reazioni. L’assunto è che i ragazzi ventenni arruolati dalla Repubblica di Salò fossero malvagi, e non lo fossero invece i giustizieri della P 38, Sofri dixit. A sinistra espressioni imbarazzate («uscita fuori luogo») o, lo ripeto, un silenzio di tomba. Come quella che ormai da 36 anni custodisce i resti di Luigi Calabresi.

    Mario Cervi

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290050

  6. #6
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    Bignami: «Adriano prigioniero da 30 anni dello stesso delirio»
    di Stefano Zurlo

    da Milano

    Lo chiama cortocircuito. «Un cortocircuito fra ragione e cuore. Noi terroristi eravamo così - spiega Maurice Bignami - accecati dall’ideologia e legittimati dai buoni sentimenti. Eravamo in buona fede, ma uccidevamo. Io, io ero chiuso dentro una bolla spazio temporale: quando ne sono uscito ho visto tutto il male commesso, l’immane disastro, i morti. E mi sono vergognato. Non capisco perché trent’anni dopo, Adriano Sofri sia ancora prigioniero di quelle posizioni: mi sembra la civetta impagliata sulla porta di casa».
    Maurice Bignami fu uno dei capi di Prima linea e con Sergio Segio si è assunto la responsabilità di una lunga e feroce lista di esecuzioni. Ed è dalla fossa del passato che parte il suo ragionamento: «Quando con altri entrai all’Università statale di Milano e ammazzai il professor Galli avevo tutte le motivazioni di questo mondo. Ma ero dentro un delirio».
    Sofri dice che gli assassini di Calabresi vollero vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Insomma, non erano uomini malvagi.
    «Certo, il male si traveste sempre, i terroristi sono sempre alla ricerca di un alibi, anzi di una giustificazione, di più ancora, si sentono portatori di nobili sentimenti».
    Nobili sentimenti?
    «Sì, il terrorista è convinto di sentire il grido di dolore del mondo, pensa di essere una persona molto sensibile e si sente buono: il suo compito è sconfiggere i cattivi e i prepotenti. Invece...».
    Invece?
    «Invece il male ribalta. Il male è oggettivamente male. È morte, divisione, sofferenza, dolore, crudeltà».
    Nel suo caso?
    «Io sono cresciuto fra la Francia e Bologna col mito della Resistenza tradita. Mio padre Torquato era stato commissario politico della libera Repubblica di Montefiorino, capo partigiano sull’Appennino, era stato il primo comunista a scappare a Praga alla fine della guerra. Figurarsi se non ero animato, come dice Sofri, da buoni sentimenti. Quando entrai alla Scuola di amministrazione di Torino e con altri gambizzai dieci dirigenti ero animato da buoni propositi, da alte motivazioni, da grandi speranze di cambiamento».
    Oggi?
    «Oggi mi vergogno di quella stagione, ma di giustificazioni ne avevo a pacchi. Prima linea non è un fungo: Prima linea nacque dall’esperienza di molti giovani che erano passati per Lotta continua e Potere operaio: io provenivo da Potere operaio, Sergio Segio, l’altro leader, da Lotta continua. Ma questo ora non significa più nulla».
    Perché?
    «Perché la realtà mi fece rapidamente capire, già in carcere, che vivevo in una bolla. Ero fuori dal mondo. Ero solo un portatore di ideologia, di pessime idee. Per quelle idee batteva il mio cuore, ma questo non attenua il giudizio assolutamente negativo su quella stagione insensata».
    Adriano Sofri?
    «Era una cattivo maestro. Ma sembra rimasto imprigionato dentro quella definizione e quella storia. Peraltro, è forse l’unico cattivo maestro che ha pagato. È la vittima sacrificale che paga per tutti».
    Sofri collega l’omicidio Calabresi a Piazza Fontana.
    «Ma sì, anche Al Qaida richiama, non senza ragione, le sofferenze dei palestinesi nei Territori o le bombe americane. Sofri dovrebbe capire che con questa logica si può arrivare a giustificare tutto, compreso l’orrore dell’11 settembre».
    Sofri attacca Luigi Calabresi per l’indagine su Piazza Fontana.

    «Incommentabile».
    L’omicidio Calabresi fu, secondo lui, la risposta di chi disperava della giustizia pubblica. Anche Prima linea agiva seguendo lo stesso impulso?
    «Certo, il terrorista coltiva sempre l’idea di dover supplire alle mancanze, vere o supposte, del potere politico. E così apre le porte alla violenza e alla sopraffazione. Ma non se ne accorge, è imbottigliato nell’ideologia e l’ideologia gli fa vedere solo un pezzo di realtà, lo costringe a compiere analisi che poggiano su circostanze vere ma parziali. Ci vuole tempo per capire, perché la realtà finalmente affiori e vinca sul delirio».
    D’accordo, ma qui parliamo di un delitto del 1972. Trentasei ani non bastano?
    «Non so perché Sofri sia come la civetta inchiodata sulla porta. Certo, svolge un ragionamento che riporta sopra ogni parola il passato, come una zavorra pesantissima. Un ragionamento pericolosissimo e perverso: forse, ma è solo una supposizione, la sua è l’ostinazione del cattivo maestro che non vuole, o forse non può, scendere dalla cattedra su cui era salito tanti anni fa».

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290067

  7. #7
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    I CATTIVI MAESTRI
    di Paolo Granzotto

    Se c’è qualcosa di più abietto del terrorismo, è il terrorista che si assolve sostenendo che il suo non fu terrorismo, ma atto di giustizia. E che il terrorismo è altro, è «impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini». Come se la violenza invocata e praticata da Adriano Sofri, perché è lui che ci ha afflitto sul Foglio con simili argomentazioni, non fosse stata quella. Precisamente quella. Se c’è qualcosa di più abietto, di più esecrabile del terrorismo è il terrorista che si chiama fuori ammantando quella lurida cosa che è il terrorismo con i velluti e le porpore degli Ideali, dei Princìpi e dei Valori.
    Eppure, Stato e dunque i cittadini sono stati assai generosi con Sofri, che è e rimane, ricordiamolo, un criminale, il mandante di un assassinio. Generosi sopportando, senza mandarlo a quel paese, le sue isterie da neo carcerato che denunciava le "torture" inflittegli: il divieto di introdurre in cella libri con la copertina cartonata, ad esempio. O, altro tremendo supplizio, la verifica, mediante battitura, dell'integrità delle sbarre. Generosi non negandogli la condizione di detenuto elitario, esentato dal dividere la cella con altri rozzi condòmini, mettendogli a disposizione gli strumenti necessari per comunicare con l'esterno e garantendogli piena libertà di ricevere amici giornalisti ai quali raccontare le sue prigioni. E la sua verità. Generosi nel concedergli, trascorsi appena otto dei 22 anni ai quali era stato condannato, dapprima la semilibertà, quindi la sospensione della pena e infine la detenzione domiciliare. Si aggiunga che gli è stato dato, e a josa, spazio sui giornali, spazio nei programmi televisivi affinché potesse tenere le sue melense, moraleggianti lezioncine sul perbenismo di sinistra. Di fronte a tanta disponibilità, a una tale larghezza di manica, ci si aspettava che a bocce oramai fermissime il criminale desse un cenno di pentimento, magari un semplice, fugace chinare il capo al cospetto di Gemma e Mario Calabresi che lui rese vedova e orfano. Non venne, quel cenno, e pazienza: l'uomo è fatto così, altezzoso, insolentemente pieno di sé.
    Ma non creda, Adriano Sofri, di permettersi impunemente l'ultimo lusso, quello di far quadrare il cerchio degli anni di piombo, quello di derubricare il terrorismo, la lotta armata, l'eversione, le P38, le spranghe e le chiavi inglesi a semplice «distorsione di cose», a una svista nel corso di una missione redentrice e «di giustizia». Perché questo intende fare Sofri sostenendo che i terroristi tutto erano meno che «persone malvagie». Sostenendo che il terrorismo non era terrorismo, essendo tale solo quello di Stato. Sostenendo che la lotta armata fu, semplicemente, «l'azione di qualcuno che, disperando nella giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca» della sbirraglia. Sostenendo che i compagni delle Brigate rosse e di Lotta continua accoppavano sì gente, però a fin di bene, col cuore in mano, «mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime». Quello che farneticando chiede Sofri è, in ultima analisi, una cosa che lascia sgomenti: che sia Mario Calabresi a chiedergli scusa, a dirsi pentito per non aver capito che l'assassinio di suo padre fu solo una «distorsione», il danno collaterale di un processo salvifico, di un moto ideale, di una giusta causa, di quel desiderio di «cambiamento» ben sintetizzato dal democratico slogan «Fascisti, borghesi: ancora pochi mesi». Chi ragiona in tal modo, chi avanza la pretesa di santificare il terrorismo per santificare se stesso, è persona che intellettualmente ed eticamente fa schifo. Schifo, cioè disgusto provocato da cosa o persona moralmente ripugnante. E qui parliamo di persone, qui parliamo di Adriano Sofri.

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290068

  8. #8
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    Licenza di uccidere?

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da atarax Visualizza Messaggio
    non si capisce il paragone tra Sofri e Alemanno: Alemanno e' una figura istituzinale e rappresentativa e quindi e' tenuto, ancor piu', a ponderare le proprie parole.
    Sofri e' un delinquente che trova spazio, per i suoi deliri, sul Foglio di B.
    Probabilmente gli vien difficile far paragoni con gente come Coletti, Teodori o Carlo Rossella.
    Ne uscirebbero fuori scritti su Calabresi davvero interessanti.

    Questi studiano le rune ed alimentano il culto di Odino.
    Come quegli imbecilli delle SS.

    Ed il primo fesso che scrive sul giornale della coniuge del padrone vien comodo.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da atarax Visualizza Messaggio
    Berlusconi era pronto a uno "scambio di prigionieri" (nella sua ottica) e Il Foglio perorava la causa in nome della comune avversione, da parte di taluni ambienti, trasversalmente, per la legalita' e per chi la difende.
    tutto fa brodo quando si vuole delegittimare la categoria che deve giudicare b.

 

 
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