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    Predefinito Sofri, non si può giustificare quel delitto (di Arrigo Levi)

    Sofri, non si può giustificare quel delitto

    ARRIGO LEVI
    Gli ex terroristi, e i loro sostenitori o simpatizzanti degli anni di piombo, non si stancano di rivendicare con misurato orgoglio quello che allora pensavano e facevano. Lo fanno sull’onda di una dilagante moda revisionista, che sembra essersi impadronita di un’Italia malmostosa, insoddisfatta di quello che è.

    Siamo un Paese democratico, creativo come lo è stato in tutta la sua storia, fra i più ricchi al mondo, che è stato e rimane uno dei pilastri di quell’Europa unita che è la più vasta area di pace fra le nazioni che oggi esista. Dovremmo compiacerci di un mezzo secolo di progresso civile e materiale. Invece è di moda rivendicare le presunte ragioni di tutti coloro - a partire dallo squadrismo e dalla dittatura fascista, fino alle Brigate Rosse - che cercarono con la violenza di costruire l’opposto esatto di quello che siamo.

    E’ come se la storia d’Italia e d’Europa fosse una tela bianca, sulla quale ognuno può ridisegnare una sua storia di fantasia, nella quale, ovviamente, il suo personale passato viene adeguatamente elogiato. Si può essere intelligenti e colti, come è un Adriano Sofri. Ma quello che rode dentro non dà pace. Accade così che lo stesso Sofri, articolista stimato di un grande giornale, trovi intollerabile che ci sia stato un incontro, organizzato dall’Onu, per celebrare le vittime del terrorismo, con partecipanti venuti da ogni parte del mondo; e che fra questi ci sia stato anche Mario Calabresi, figlio del Commissario Calabresi, assassinato a Milano da un commando di tre militanti di Lotta Continua. Per questo omicidio Sofri è stato condannato come mandante. Ha sempre negato di esserlo stato. Ma allora, perché rivendicare ancora oggi le ragioni degli assassini?

    Ha spiegato Sofri che, anche se allora «non c’era una guerra, molti di noi erano in guerra con qualcuno». Con chi erano in guerra? E in guerra per costruire che tipo di Paese? Noi non lo abbiamo dimenticato. Erano dichiaratamente in guerra contro lo Stato, contro quello che Carlo Casalegno definiva «il nostro Stato», lo Stato democratico costruito grazie all’antifascismo e alla Resistenza. E che società volevano costruire? Nella loro felice ignoranza della storia europea, giudicando come un tradimento degli ideali rivoluzionari anche il «comunismo diverso» di Togliatti, Longo e Berlinguer, chi altro avevano in mente come modello, se non Lenin, il colpo di Stato dell’Ottobre e il terrore leninista, con tutto quello che seguì?

    Per Sofri, l’assassinio di Calabresi non fu un atto di terrorismo contro chi difendeva, con gli strumenti delle leggi ordinarie, gli ordinamenti della Repubblica, ma «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Intendi, per «violenza torbida e cieca», l’azione doverosa della magistratura e delle forze dell’ordine. E intendi per «sentimento proprio» (che espressione delicata: finalmente sappiamo perché furono ammazzati Casalegno, Calabresi, Moro e tanti altri: per «sentimento»), la convinzione che la violenza terroristica avrebbe scatenato una grande sollevazione popolare che avrebbe abbattuto la Repubblica democratica. Sragionavano. Ma tale fu la giustificazione dell’assassinio del Commissario Calabresi, anche se questi nulla aveva avuto a che fare con la morte dell’anarchico Pinelli, che ancora oggi, secondo Sofri, era ragionevole voler «vendicare» con un omicidio, dal momento che non ci si fidava «della giustizia pubblica». Quando è in giuoco l’immagine che si ha di se stessi, e si vuole giustificare il proprio passato, la ragione davvero vacilla.

    Così, c’è chi, a commento e giustificazione delle opinioni di Sofri, giudica «corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». E chi ritiene valido il diritto alle sue opinioni di Sofri, «un uomo già privato delle sue libertà... nel suo bisogno di ricostruire la verità storica». In quanto «la storia di quegli anni non è fatta di bianco o nero, di torti o ragioni scolpite nel marmo». Non fu scolpita nel marmo. Fu intrisa del sangue delle vittime della violenza scatenata contro lo Stato democratico da terroristi stupidi, mossi dai loro «sentimenti» e dai loro sogni, o incubi rivoluzionari. Fu questo «il contesto» in cui «maturò quel delitto». A noi non occorre «richiamarlo». Ce lo ricordiamo bene.

    Non erano mossi da un «sentimento» molto diverso gli squadristi fascisti che, bastonando e massacrando quelli dei nostri padri che a loro si opponevano, aprirono la strada al colpo di Stato e alla dittatura fascista, benedetti da un monarca piccolo e pavido. Chi di quel passato aveva memoria non esitò a definire il movimento terrorista (come fece Berlinguer), «un nuovo fascismo». Chi difende gli assassini di Calabresi sembra avere smarrito il ricordo del linguaggio farneticante dei «comunicati» delle Br. Noi no.

    E chi altro dobbiamo ringraziare dello scampato pericolo, se non le vittime dei terroristi, coloro che, denunciando con i loro articoli di giornale, o perseguendo con le loro inchieste giudiziarie il terrorismo, ben sapendo il rischio mortale che correvano, isolarono e sconfissero le bande terroriste?

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ione=&sezione=

  2. #2
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    Davvero pregevole l'articolo dell'ottimo Arrigo Levi.

  3. #3
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    PARLA SOFRI TUTTI ZITTI

    La spocchia aggressiva con cui Adriano Sofri ha voluto togliere al commissario Calabresi l’aureola del martire, e ai suoi assassini la qualifica di terroristi, è sconvolgente. Sofri è fatto così, e Michele Brambilla ne ha descritto ieri, con straordinaria penetrazione, i cupi contorsionismi logici. Ma certi silenzi seguiti al proclama con cui l’ex leader di Lotta Continua ha rivendicato, in nome dell’idea, la nobiltà e l’ineluttabilità del sacrificio d’un innocente, sono peggio che sconvolgenti. Sono ripugnanti. Sono silenzi che attestano il doppiopesismo, l’ipocrisia, il conformismo pavido d’un ceto politico capace solo d’indignazioni a comando.
    Non un vero scatto di reazione morale di fronte alla provocazione di Sofri. Nel palazzo si sono sentite alte e forti - ma prevedibili nel tono e nella sostanza - le voci di esponenti del centrodestra, Maurizio Gasparri e Paolo Romani. Gli altri zitti, o capaci soltanto di borbottii vaghi. Zitti gli strenui difensori della magistratura, che danno istericamente addosso al centrodestra se critica un giudice, ma sono di una calma marmorea se viene tacciata d’iniquità una sentenza definitiva. Dov’è finita la sensibilità esasperata di quanti, apostoli della Costituzione, dell’antifascismo e di chissà quant’altro, sono saltati addosso a Gianni Alemanno e a Ignazio La Russa per le loro frasi sul ventennio e su Salò? Fossero o no opportune, esse riguardavano una problematica storica e avvenimenti del passato remoto. Sofri s’è occupato invece di se stesso, dei suoi compagni d’un tempo, e della loro (e sua) vittima: polemizzando oltretutto con il figlio di quella vittima diventato giornalista.
    Ma per Alemanno e La Russa s’è scatenato il finimondo, il Capo dello Stato ha avvertito l’esigenza di un suo intervento. Confesso che avrei gradito una parola dal Quirinale anche per riaffermare che gli uccisori del commissario Calabresi erano terroristi, che il commissario non era un repressore crudele, che non è lecito invocare la tragedia di piazza Fontana e la morte dell’anarchico galantuomo Pinelli per attribuire un alibi etico, se non giudiziario, ai fanatici “rossi”. Osservo per inciso che Sofri, addebitando a Calabresi d’essere stato un attore di primo piano nella “ostinata premeditazione” contro gli anarchici, ripropone una vecchia tesi secondo cui la Questura di Milano, subito dopo la strage di piazza Fontana, volle dolosamente deviare le indagini. Non intendo sollevare dubbi sulle conclusioni raggiunte successivamente. Osservo peraltro - essendo stato anche cronista di quell’evento spaventoso - che Valpreda aveva fondato un circolo il cui motto era “bombe sangue ed anarchia”, e che l’interessarsi a quel circolo e al suo creatore dopo che una bomba era scoppiata non aveva nulla di stravagante.
    Tra i silenzi che mi hanno assordato - secondo un detto ormai in voga - debbo registrare anche quello del quotidiano Repubblica, dove è uscito l’articolo di Mario Calabresi contestato da Sofri, e dove scrive lo stesso Sofri. Non una riga di notizia o di commento. Eppure per Repubblica, il cui fondatore Eugenio Scalfari fu tra i firmatari d’un manifesto che definiva Calabresi “commissario torturatore” questa vicenda dovrebbe essere interessante. Invece niente. Non ha taciuto invece un ex di Lotta Continua, Gad Lerner. Il quale, dopo aver ritualmente espresso profondo rispetto per Mario Calabresi e la sua famiglia, ha aggiunto: «Questo non può togliere ad un uomo già privato della sua libertà (non da un regime poliziesco ma da giudici indipendenti ndr) il diritto alle sue opinioni». Si può anche convenire. Diritto alle opinioni per Sofri come per Alemanno. Ma la differenza sta nelle reazioni. L’assunto è che i ragazzi ventenni arruolati dalla Repubblica di Salò fossero malvagi, e non lo fossero invece i giustizieri della P 38, Sofri dixit. A sinistra espressioni imbarazzate («uscita fuori luogo») o, lo ripeto, un silenzio di tomba. Come quella che ormai da 36 anni custodisce i resti di Luigi Calabresi.
    Mario Cervi

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290050&START=0&2col

    Ottimo articolo di M.Cervi sul Giornale sullo stesso argomento.

  4. #4
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    Sofri sminiusce semplicemente il crimine per il quale è stato riconosciuto penalmente responsabile da una sentenza passata in giudicato, che ha resistito a un tentativo di revisione e agli assalti (trasversali) degli "intellettuali" ex sessantottardi, e per il quale sarebbe comunque, vista la campagna di stampa di cui fu artefice il suo fogliaccio ultracomunista, quanto meno responsabile morale, anche se non fosse davvero implicato direttamente nell'omicidio. Un ulteriore atto di viltà ....di un vile.

    Shalom

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi Visualizza Messaggio
    Sofri sminiusce semplicemente il crimine per il quale è stato riconosciuto penalmente responsabile da una sentenza passata in giudicato, che ha resistito a un tentativo di revisione e agli assalti (trasversali) degli "intellettuali" ex sessantottardi, e per il quale sarebbe comunque, vista la campagna di stampa di cui fu artefice il suo fogliaccio ultracomunista, quanto meno responsabile morale, anche se non fosse davvero implicato direttamente nell'omicidio. Un ulteriore atto di viltà ....di un vile.

    Shalom
    Sofri: un intellettuale colto e brillante, ma anch'io penso si possano esprimere pesanti giudizi si di lui, umanamente.

  6. #6
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    LETTERA DI SOFRI

    Il terrorismo, la violenza politica
    e l’omicidio Calabresi





    Caro Direttore, non lamenterò di non essere capito: pensiamo tutti di non essere capiti. Citerò invece un piccolo fatto. L’indulto, di cui fui ostinato e appassionato fautore, si realizzò all’improvviso in una maniera sorprendente, includendo l’omicidio ed escludendo reati assai meno gravi, in nome della «percezione » della gente, la quale a sua volta sembrò largamente confermare quella singolare classifica dell’allarme scandalizzandosi molto più di spacci e scippi che di omicidii. Senza averlo chiesto né desiderato, ricevetti anch’io ex officio i tre anni di riduzione della pena previsti dall’indulto. Dal quale erano escluse le condanne per fatti di terrorismo.
    Dunque la distinzione è tutt’altro che astratta o pretestuosa, e può produrre effetti incisivi. Io, che non sono mai stato terrorista e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo, se oggi volessi difendermi in giudizio da chi mi insulta chiamandomi «ex-terrorista», potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità terroristica, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune. Però nel libro del Quirinale dedicato alla memoria delle vittime italiane del terrorismo negli anni repubblicani, Luigi Calabresi compare, e anzi la sua figura ha avuto un ruolo primario nella volontà di commemorazione. Da mesi leggo—per la prima volta, del resto—innumerevoli carte relative alla morte di Pinelli e ai processi Lotta Continua-Calabresi: inducono a credere che Calabresi non fosse nella sua stanza al momento della caduta di Pinelli. Punto decisivo, che tuttavia non chiude affatto la questione. Negli elenchi delle vittime del terrorismo non figura Pino Pinelli, magari perché lo si è considerato, secondo la sentenza D’Ambrosio, vittima tutt’al più di un malore attivo. Non c’è un problema?
    Le figlie di Pino Pinelli hanno palesemente scelto una discrezione senza riserve. Si può comunque chiedersi se siano mai state invitate a Palazzo Marino, o al Quirinale, o al Palazzo di Vetro. «Terrorista» può essere un generico epiteto, da usare per insultare qualcuno quando si perde la pazienza. Me, per esempio. In senso proprio, vuol dire quella violenza indiscriminata tesa a suscitare il terrore nelle file del preteso nemico e a conquistare col terrore l’adesione della propria pretesa parte. L’omicidio di Calabresi, così come lo disegnano imputazioni e condanne, sarebbe dunque questo, una specie di caricatura del socialismo in un Paese solo nel terrorismo di un assassinio solo? Evocare una distinzione non ha niente della giustificazione, e tanto meno, nel mio caso, del malanimo verso la famiglia del commissario. Semplicemente, esiste una violenza che non è violenza politica, e una violenza politica che non è terrorismo. Non è una scala di valori, è una differenza obiettiva. C’è la strage di Erba, e quella alla stazione di Bologna. È un sofisma? Al contrario: io, che ripeto di portarmi addosso una condanna ingiusta, voglio comunque obiettare quando l’omicidio di Calabresi viene commemorato alle Nazioni Unite come esemplare del terrorismo internazionale, accanto alla strage dei bambini di Beslan. Sofisma mi sembra quello di chi, come se la sottrazione dell’epiteto di terrorista volesse dire per sé un’indulgenza o addirittura un’assoluzione, dice che io non sono terrorista ma l’omicidio di Calabresi — nella versione che ne hanno dato i tribunali—è terrorista.

    Fa scandalo che io dissenta dal fortunato e amaro slogan «non si può essere ex-assassini»: certo che si può. Il calendario cristiano ne è un documento sovrabbondante. Ho detto anche che persone che oltrepassano la soglia fra le parole e i fatti non sono necessariamente malvagie, e possono anzi essere «migliori» di altre. Mi lasci evocare, senza stabilire, prego, alcun raffronto, un esempio distante — benché ancora lacerante, come ogni vicenda italiana. Il 15 aprile del 1944 Giovanni Gentile fu ucciso a Firenze da un «gruppo di azione partigiana» guidato da Bruno Fanciullacci. Fanciullacci fu catturato pochi giorni dopo, venne gravemente ferito, liberato e ricatturato, finché, per sottrarsi alle torture della famigerata banda Carità e non tradire i suoi compagni, si gettò, con le mani legate dietro la schiena, da una finestra del terzo piano. Morì pochi giorni dopo, non aveva ancora venticinque anni. Alla sua memoria venne data la medaglia d’oro della Resistenza. Qualche tempo fa mi colpì una disputa politica fiorentina, poi diventata giudiziaria. Un esponente della destra chiamò «vigliacco assassino» Fanciullacci. (Se non sbaglio, quello stesso esponente dichiarò poi di avere fino ad allora ignorato la fine di Fanciullacci. Il tribunale lo assolse). L’uccisione di Gentile è l’atto più controverso della infinita guerra civile italiana. Io rimpiango che sia avvenuta, e penso con grande rispetto al destino di Bruno Fanciullacci.
    di ADRIANO SOFRI
    16 settembre 2008


    Per continuare la nostra discussione, ecco la lettera pubblicata sul Corriere quest'oggi da parte di Adriano Sofri.

 

 

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