26/9/2008 (7: 50) - LA STORIA "Belli e dannati", la Germania
si spacca sulla Raf
Una scena del film
Tutto esaurito a Berlino per il film sul terrorismo. Rabbia dei familiari delle vittime: «Ne fate degli eroi»
ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO
Petra, una commessa berlinese sulla quarantina, esce dalla sala con gli occhi spiritati. «È brutale, l’ho trovato davvero forte», spiega con un filo di voce. Petra ha appena finito di vedere «Der Baader Meinhof Komplex», il film uscito ieri nelle sale tedesche e che ripercorre la storia della Rote Armee Fraktion (Raf), la più temuta organizzazione terroristica nella Germania occidentale negli anni Settanta.
Berlino, cinema «Zoo Palast», nella parte ovest della città. «Oggi soltanto Baader Meinhof», borbotta all’ingresso un dipendente del multisala, mentre strappa i biglietti. A poche centinaia di metri da qui, il 2 giugno 1967 un poliziotto uccise il giovane Benno Ohnesorg nel tumulto delle proteste studentesche contro la visita dello scià di Persia a Berlino Ovest. È da lì che si apre la strada verso la radicalizzazione del movimento. Ed è da lì che inizia il film, diretto dal regista Uli Edel e basato sul libro omonimo scritto nel 1985 dall’ex direttore dello Spiegel, Stefan Aust.
Una pellicola attesa. E controversa. Basta guardare l’attacco con alcune buste piene di vernice sferrato l’altra notte contro la casa di Aust ad Amburgo. Nonostante sia arrivato nelle sale soltanto ieri, «Der Baader Meinhof Komplex» ha già collezionato una lunga serie di critiche. La più ricorrente: il film fallisce il suo obiettivo dichiarato, squarciare il velo romantico che ancora oggi, a trent’anni di distanza dalle fasi più cruente della stagione del terrore, avvolge figure come Andreas Baader e Gudrun Ennslin, esponenti di punta della Raf, spesso dipinti come moderni «Bonnie e Clyde». Smontare insomma il «mito della Rote Armee Fraktion», o, per dirla con le parole pronunciate dalla terrorista della prima ora Brigitte Mohnhaupt davanti ad alcuni giovani seguaci: «Smettetela di vederli come non erano». Obiettivo fallito. «Ah, lo scopo era davvero quello?», si chiede stupito all’uscita dallo «Zoo Palast» Robin, uno studente 21enne di economia, nato nell’allora Germania Ovest.
Il film «conferma le leggende sulla Raf» e «innalza un monumento» ai terroristi rossi, ha attaccato nei giorni scorsi Bettina Röhl, giornalista e figlia di Ulrike Meinhof, l’altra figura simbolo della Raf insieme a Baader ed Ennslin. «Adesso i nostri “eroi del terrore” diventeranno famosi in tutto il mondo», ha aggiunto Röhl, che negli anni ‘70 venne «salvata» proprio da Aust, che andò a prenderla in Sicilia per riconsegnarla al padre, anticipando di un soffio gli inviati della Raf che avevano ricevuto l’ordine di trasferirla in un campo per terroristi-bambini in Giordania.
L’operazione-smascheramento sembra però dividere i tedeschi. Qualche chilometro più in là, a Kreuzberg, ancora nell’ex Berlino Ovest. «Il film non è affatto così brutto come immaginavo. E soprattutto non glorifica affatto la Raf», spiega Sebastian, archivista, all’uscita dal cinema Babylon. Dello stesso avviso è anche l’Associazione del cinema tedesco, che ha lanciato «Der Baader Meinhof Komplex» nella corsa all’Oscar (dovrà vedersela, tra l’altro, con «Gomorra» di Matteo Garrone). Motivo: il film «consente di gettare uno sguardo sui primi anni ‘70 nella Repubblica federale, senza esaltare i colpevoli».
Quello che accomuna tutti, commentatori e primi spettatori, è invece l’impressione di velocità che la pellicola trasmette. «C’è troppo in troppo poco tempo», commenta Markus, giornalista di un quotidiano berlinese. In appena due ore e mezza vengono compressi dieci anni tra i più cupi della storia della Repubblica di Bonn: dalla morte di Ohnesorg al sequestro e all’uccisione del presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer da parte dei terroristi della Raf nell’autunno del 1977. Di mezzo, le proteste contro la guerra in Vietnam, la liberazione sessuale, l’attentato al leader studentesco Rudi Dutschke. E poi rapine e sparatorie, tante e spietate. «Sembra quasi un video musicale per quanto è rapido», commenta Gabi, una sceneggiatrice originaria di Amburgo. «È fatto davvero bene, ma sembra un film d’azione», aggiunge. «E poi non prende posizione».
Due accuse, quelle di essere un «action movie» e di non schierarsi, rimbalzate spesso nei giorni scorsi sulla stampa tedesca, accanto alle critiche dei parenti delle vittime. Per Michael Buback, figlio del procuratore generale Siegfried Buback, ammazzato dalla Raf nel 1977, «Der Baader Meinhof Komplex» è schiacciato tutto sulla prospettiva dei terroristi. Se non fosse per Bruno Ganz (l’Hitler di «La caduta») nei panni di Horst Herold, il presidente della polizia criminale Bka, lo Stato tedesco resterebbe praticamente assente. Senza contare il fatto, ha aggiunto Buback, che i parenti delle vittime non sono stati informati in anticipo sui contenuti. In ogni caso, ha ammesso, è un film «da vedere».
Devono averlo pensato anche molti berlinesi, ieri. Al cinema Yorck, sempre a Kreuzberg, la ragazza dietro il bancone ha trascorso il pomeriggio al telefono. «Baader Meinhof Komplex? Ok, però venite con molto anticipo a ritirare i biglietti». Cornetta giù, nuovo squillo. «Baader Meinhof? Va bene». In serata davanti il cinema Babylon, pochi metri più in là, si formano le prime code. Tre ragazze giovanissime sgranocchiano i popcorn, aspettando di entrare. «Siamo qui perché ci interessa il tema», rivela Rosalie, 20 anni, nata nell’ex Berlino Ovest. «E poi per Ulrike Meinhof, una figura così forte. E affascinante».
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