
Originariamente Scritto da
Abbott
La crisi internazionale ha l'effetto di distruggere quel poco di consenso (fragilissimo) che si era potuto mettere insieme, per lo meno a livello di élites, sulla necessità di maggiori liberalizzazioni.
In tempi di crisi finanziaria internazionale i fautori del libero mercato e della concorrenza si trovano inevitabilmente sulla difensiva. La crisi rilancia con forza le posizioni di coloro che chiedono "più Stato", più intervento pubblico e più regolazione statale. Il rischio più grave che si corre è che la crescita generalizzata di intervento statale porti con sé una altrettanto generalizzata spinta al protezionismo. Se questo accade la crisi finanziaria si avvita e finisce per avere effetti catastrofici sull'economia reale. Dopo di che, si salvi chi può.
Nel caso italiano la crisi internazionale in atto sembra avere l'effetto di distruggere anche quel poco di consenso (fragilissimo, mai davvero sostenuto dagli orientamenti culturali profondi del Paese) che si era potuto mettere insieme, per lo meno a livello di élites, negli anni passati, sulla necessità di maggiori liberalizzazioni e di maggiore concorrenza.
In un Paese a forte tradizione statalista come il nostro, anche gli esperimenti detti di "federalismo" hanno finito per irrobustire l'intervento pubblico e le politiche anticoncorrenza. Abbiamo oggi un sistema nel quale alle tradizionali propensioni interventiste del "centro" (dello Stato centrale) abbiamo sommato un vorace statalismo decentrato, "municipale". Si veda, per esempio, con quanta tenacia, a sinistra prima e a destra oggi, viene contrastata ogni ipotesi di vera liberalizzazione dei servizi locali.
In questo frangente, fa benissimo l’Istituto Bruno Leoni, un Istituto che si è consacrato alla missione di diffondere analisi e studi rigorosi ispirati ai principi del liberalismo economico, a tenere alzata, sperando in tempi migliori, la bandiera del libero mercato e l’idea che solo con più concorrenza, meno Stato e più libertà di intraprendere si possano curare i mail del Paese.
Liberare l'Italia è l'ultimo rapporto dell'Istituto Leoni. Le proposte ivi contenute dovrebbero (ma, temo, non lo saranno) essere prese in seria considerazione dal governo. Vi si propone un tentativo in controtendenza (più mercato e meno Stato) di fuori uscita della crisi. Condivido, oltre che la filosofia a cui il rapporto si ispira, anche le diverse proposte avanzate. Ne cito una per tutte: il suggerimento di rivoluzionare il rapporto fra lo Stato e il Mezzogiorno.
Si tratterebbe di abolire ogni forma di sostegno pubblico alle imprese del Mezzogiorno, attribuendogli, come contropartita, lo status di no tax area: nessuna tassa per un certo numero di anni in cambio dell'abolizione dei tradizionali interventi assistenziali. Se mai una ricetta del genere venisse adottata (superando anche un possibile veto dell'Europa) gli effetti positivi, per lo sviluppo economico del Mezzogiorno, potrebbero manifestarsi anche in tempi molto rapidi.
Si sa che il ministro dell'economia Giulio Tremonti è impegnato in una politica di segno opposto a quella auspicata dall'Istituto Bruno Leoni. Tremonti punta su politiche keynesiane di sostegno all'economia. Ma la condizione in cui storicamente versa il Mezzogiorno dovrebbe spingere un uomo del suo ingegno e delle sue capacità a non disdegnare a priori un'idea che, se applicata, potrebbe cambiare davvero il corso della storia del Sud e, per conseguenza, dell'Italia nel suo insieme.
Da
Il Corriere della Sera Magazine, 25 settembre 2008
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7102