
Originariamente Scritto da
Eridano
Edizione 203 del 26-09-2008
Siamo sicuri che il Paese lo voglia?
Ma il federalismo è una roba seria
di Romano Bracalini
Gli echi della “parentopoli” siciliana e della moltiplicazione dei dipendenti pubblici nella Trinacria (sei volte quelli della Lombardia, secondo la Corte dei Conti) – niente paura! Abituale prassi di sottogoverno- danno forse ragione ai pessimisti circa la reale possibilità del paese (o di una parte considerevole di esso) di mettere mano alla riforma federale, che sarebbe poi la prima grande “rivoluzione liberale” che l’Italia, “una e indivisibile”, attende da un buon secolo e mezzo. Ma già la parola “rivoluzione” è di difficile digestione in un paese che predilige i cambiamenti lenti (così lenti da non sembrare più nemmeno cambiamenti): tempi lunghissimi che alla fine lasciano il tempo che trovano. I due capi del paese continuano ad essere lontanissimi tra loro, anzi la distanza è aumentata in ragione dei caratteri regionali rimasti inalterati, cristallizzati, nel tempo. E sono, manco a dirlo, le nostre peggiori disposizioni equamente distribuite tra “nordisti” e “sudisti”. La questione “meridionale” (intrinseca e parallela alla questione settentrionale) è ancora di cocente attualità e continua ad essere l’ostacolo maggiore a un ordinato e armonico sviluppo. Il sentimento nazionale latita. Si è “figli” della propria città, lamentava il nobile Confalonieri. L’Italia è fatta di due paesi diversi incollati insieme e incollati male. Francamente, dopo un secolo e mezzo di centralismo burocratico, vedo difficoltà insormontabili non solo all’applicazione di un federalismo politico, come in Svizzera, come in Germania, ma anche all’introduzione, come prima mossa, del federalismo fiscale che dovrebbe esserne il prologo e che rappresenterà forse la prima grande difficoltà trattandosi di un capitolo vitale come i “danèe” da mandare a Roma e da trattenere sul territorio nella misura che il nuovo ordinamento federale dovrebbe stabilire.
Sarà qui che si giocherà la partita, il cui esito non è affatto scontato se è vero, come pare, che al Sud si cominciano a fare i conti se il federalismo, fiscale o meno, solidale o meno, convenga o no. Intanto il federalismo non dovrebbe aver bisogno di aggettivi e le molte distinzioni che si fanno forse nascondono qualche riluttanza. Scardinare il vecchio stato centralista non sarà facile. Le antiche abitudini ci hanno reso sudditi timorosi del potere irradiato dall’alto e al quale tutto si riconduce. I dubbi sono fondati. Il federalismo richiede una maturità politica che il paese forse non possiede. Se il federalismo è la massima espressione di autogoverno sarà possibile applicarlo a territori, a regioni, come la Sicilia, la Calabria, la Campania, che da sempre sono esempi di cattiva amministrazione e di sperpero di denaro pubblico? Regioni colluse con la malavita in un interscambio continuo di identità e interessi; regioni in cui per invalsa abitudine l’elettore-suddito vota per un candidato per poi impetrarne i favori. Anche la lingua risente del costume: si cerca il “posto”, non il lavoro. Posto e lavoro non vogliono necessariamente dire la stessa cosa. Va da sé che l’impiego alla regione è una sinecura. A palazzo dei Normanni di Palermo lavorano amici, parenti, figli, cugini, cognati del potente di turno. Lavorano! Sono stati assunti, spesso per chiamata diretta e senza concorso. Il comune di Catania non ha più soldi per pagare i dipendenti assunti in abbondanza. Il merito e la capacità non contano quando la politica, diventata semenzaio di corruzione, accoglie i peggiori arrivisti senz’arte né parte. Il clientelismo al Sud è una piaga diffusa, una necessità di vita; il paesaggio è sconvolto dalla speculazione edilizia. Sarà possibile sradicare un simile costume di vita? Se si vuol fare il federalismo sarà indispensabile. Ma, per ora, questa è la sola Italia che conosciamo. Nell’Ottocento gli uomini più onesti e disincantati diffidavano anche di Roma, che non pareva la città più adatta a diventare capitale del nuovo stato.
Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius diceva che i romani sotto la Chiesa s’erano corrotti e rimarcava il carattere illiberale di Roma. Se nel settentrione i liberali che volevano l’unità erano pochi, al Sud erano anche meno. Così quasi nessuno apprezzò l’unità fatta a quel modo. Un mistero. Stefano Jacini e Gaetano Salvemini, un cattolico lombardo e un socialista pugliese, avrebbero preferito una soluzione federale. Jacini diceva che il regionalismo gli italiani lo portavano nel sangue. Si trattava, diceva Jacini, di riconoscere l’esistenza di interessi locali sopra quelli nazionali. Il decentramento avrebbe ristretto le competenze del Parlamento col vantaggio di abbreviarie le sedute dei parlamentari e di liberare i deputati dalle pressioni degli elettori. Viceversa l’accentramento rendeva così lenta e impacciata l’azione del Parlamento e del Governo, che in fondo, dal punto strettamente amministrativo, i cittadini sarebbero stati meglio sotto un governo assoluto, ma “paterno e massaio”, di come stavano col governo italiano. Insomma, concludeva Stefano Jacini, che da lombardo pensava al buon governo austriaco, “si stava meglio quando si stava peggio”. Tra gli uomini della destra c’era Marco Minghetti favorevole al decentramento, mentre la Sinistra, pur avendo innalzata la bandiera del decentramento ,non fece assolutamente niente. Dopo il 1870 si costituì una commissione per il decentramento. Non pareva che ci fossero seri ostacoli al decentramento e non pareva nemmeno che il decentramento avrebbe costituito un pericolo per l’unità nazionale, ma non si riuscì ugualmente a tradurlo in atti. Non s’è mai capito perché. Non vorrei che la storia si ripetesse.
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