SUL CAMBIAMENTO TRANQUILLO


Ho voglia di riflettere un po’ su quel titolo dato al nuovo programma per il governo della città: “Il cambiamento tranquillo”, mi si dice sia una perifrasi della “Forza Tranquilla” di mitterandiana memoria; ecco è su questa evidente differenza che mi va di ragionare perché se la “Forza Tranquilla”, avendo un’evidente significanza ossimorica, comunica, proprio grazie a questa sua precipua natura il cambiamento, l’affermazione che titola il programma a mio parere è pleonastica. Per quanto ne so io il cambiamento, nucleo fondante del tanto evocato riformismo, che procurando shock produce energia e da’ quindi movimento alla società, non può che essere tranquillo cioè lento, spalmato nel tempo. Il cambiamento è solo il risultato di un processo che investe e motiva una vita come la mia, sempre guidata dall’idea che non mi vede interessata all’intento del perseguimento della mia personale felicità in un contesto che sia solo un lazzaretto. Qualcosa di molto simile a quanto suggerito da Veltroni citando McCandless “la felicità non ha senso se non è condivisa”. Il giovane Chris era arrivato a tale conclusione in odor di morte, partito da una vaga appartenenza repubblicana aveva schifato il genere umano ricercando nel rapporto forte con la natura la risposta e il senso, tale convinzione, se fosse vissuto, sarebbe stata propedeutica al cambiamento che una volta operato nella sua vita avrebbe contagiato gli eventi, le persone, le cose che fossero entrate in contatto con lui. Un processo che prevede un percorso e un risultato ben definito da perseguire. Insomma il cambiamento per sua natura è ineludibilmente tranquillo perché è ben altra cosa dal semplice “ cambiare” fine a se stesso, senza un progetto definito inizia e finisce nella semplice esplicazione della sua azione.
Mi sembra evidente, e su questo credo di trovare tutti d’accordo, che Firenze abbia bisogno del cambiamento e non solo di cambiare.
Il cambiamento su cui si scommette per la nostra città è senz’altro quello di regalarle una missione che la collochi nel futuro. Rivitalizzarla , liberandola dalla cappa opprimente della musealità che la tiene irrimediabilmente in ostaggio. Firenze ha bisogno di acquistare respiro, ha bisogno di cambiare cartolina. In conseguenza di tutte queste considerazioni non comprendo bene il senso di certi trasferimenti di funzioni di cui si sente parlare da tempo, primo fra tutti il trasferimento degli uffici della macchina comunale da Palazzo Vecchio così che esso possa liberarsi in uno spazio di totale musealità. In questo caso i cittadini perderebbero una delle poche occasioni per sentirsi tali; sempre più spesso questo museo a cielo aperto che è la nostra città, ci fa sentire ospiti in quella che dovrebbe essere casa nostra e anche i residenti devono fare lunghe file e pagare un biglietto per entrare nei luoghi che solo quando eravamo bambini costituivano una privilegiata consueta quotidianità. Entrare in Palazzo Vecchio solo per andare all’ufficio anagrafe può farci sentire più facilmente cittadini e non solo custodi di tanto bene. Del resto va in questa direzione il progetto di restauro degli edifici del centro per farne abitazioni e riportare i fiorentini a Firenze il cui allontanamento è stato determinato dagli alti costi e dalle speculazioni… e poi tutte quelle attività che ruotano intorno a queste funzioni che fine farebbero? Non voglio pensare che i fondi di tali esercizi possano diventare i luoghi dove i recenti provvedimenti sulla prostituzione per strada spingerebbero ad esperire tali ataviche consuetudini: luoghi dell’affettività, fiore all’occhiello per Pianosa sarebbero un improvvido restyling per gli abitanti della zona.- e poi tutto questo per aggiungere un altro museo… Se invece Firenze come si è più volte detto fa la sua scommessa e aspira a diventare capitale della contemporaneità non ha bisogno di un ennesimo ancoraggio al passato, ma piuttosto superando la repulsività che deriva da tale asfittica immobilità, ha bisogno di contaminarsi con il nuovo con una spinta propulsiva al futuro che si può ottenere solo se i cittadini potranno sentirsi non custodi della propria città ma attori di una dinamicità del divenire.

ANTONELLA SENSI

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