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    beduino italico
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    Predefinito Editoriale Avanguardia di settembre

    Genesi di un colpo di Stato
    La ricerca della verità impone dei sacrifici spesso assai difficili da superare, ancor più se perseguita in una dimensione, come quella attuale, entro la quale la falsificazione fraudolenta e il depistaggio sono divenuti normali sistemi per la sopravvivenza delle istituzioni. È certo che ciò che ci apprestiamo a descrivere è noto al lettore politicamente informato, ancor più se impegnato in un’attiva lotta al Sistema. Per questa ragione ci rivolgiamo a quella parte di uditorio volenterosa, non onnisciente eppur consapevole, alla quale tali informazioni sono fino ad oggi del tutto o parzialmente sfuggite. Anzitutto è da chiarire che il termine “Europa”, oggi, possiede significato opposto a ciò che designava fra le due guerre mondiali: Europa dei banchieri e della finanza apolide è quella attuale, Europa dei popoli fu quella d’allora. L’odierno scenario fatto da privatizzazioni selvagge, impercettibili espansioni delle leggi sulla flessibilità, progressivo impoverimento della previdenza sociale, possiede un antefatto identificabile in un ben determinato luogo e in un altrettanto riconoscibile momento: il trattato di Maastricht, sottoscritto dai governanti-mandatari italiani il giorno 7 febbraio del 1992. Già sul finire degli anni '80 era stato predisposto il piano per lo smantellamento delle residuali formazioni politico-sociali ancora operanti all’interno dell’agonizzante Stato sovietico: Gorbaciov prima e sopra tutto Eltsin funsero da traghettatori del potere dall’originario moloch statalista alla neonata usurocrazia degli oligarchi, le iene (come gli ebrei Berezovski e Abramovich) che avrebbero spolpato in breve tempo il cadavere dei soviet. Seguendo questo stesso percorso di privatizzazioni, di mero annientamento dell’impalcatura transnazionale del “Patto di Varsavia”, le centrali mondialiste operanti nella parte d’Europa asservita al dominio atlantico progettarono la riunificazione delle due “Germanie”. L’annichilimento dell’U.R.S.S. generò un profondo mutamento negli equilibri geopolitici di Yalta, ma non nella forma in cui taluni osservatori di parte hanno voluto dare a intendere alle masse. Il disfacimento del “Patto di Varsavia” avrebbe dovuto fungere da premessa per la smobilitazione delle basi-N.A.T.O. presenti sul territorio europeo: questo evento non è mai accaduto. Al contrario, il potere di occupazione americano si è andato consolidando sempre più, e per scopi oramai scopertamente offensivi, di puro e semplice dominio geopolitico. Gli accordi di Maastricht nascono come corollario del crollo comunista in Europa, e a prescindere del consenso dei popoli. I timori della plutocrazia anglo-franco-belga, dopo l’unificazione della Germania democratica con quella federale, furono enormi: una “Grande Germania” - politicamente quanto economicamente risorta - aveva cominciato a turbare un po’ troppo i sogni di Mitterand e soci. Taluni intellettuali tedeschi, negli anni della perestroika, avevano ricominciato ad accarezzare il sogno della penetrazione economica verso Est: tra costoro ricordiamo le figure di Rohwedder e Herrhauser, entrambi morti in circostanze che fanno adombrare a una cospirazione in stile-Mossad. Non è un segreto che l’unione europea vada espandendosi lungo la direttrice Ovest-Est, camminando appaiata all’espansionismo della N.A.T.O. e alla sua tutrice morale di origine ebraica. È in quest’ottica geostrategica che va collocato l’evento trascorso alla cronaca sotto il segno di “mani pulite”, autentico colpo di Stato quasi del tutto misinterpretato dalle masse col diritto al suffragio. Come sarebbe possibile spiegare l’innalzamento della tensione politica nel 1992, ottenuto attraverso una sequela di plateali atti eversivi, se non si tirasse in ballo il concetto di “omicidio rituale” di matrice ebraico-massonica? Com’è possibile elargire credibilità a un regime che tenta di spacciare talune marginali controfigure del malaffare mafioso - quali sono stati Riina, Provenzano o Brusca - per geni del male capaci di concepire i più strabilianti atti di guerriglia eversiva? Più di un osservatore ha notato che gli attentati compiuti contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino posseggono il crisma dell’intenzionale spettacolarità, ma sopra tutto essi sono stati degli avvertimenti eclatanti concepiti e messi in atto a scopo intimidatorio contro un’intera classe politica contraria alla stagione delle privatizzazione e delle svendite del patrimonio statale.Insomma, senza il concorso della massoneria, dei servizi segreti atlantici e dei politicanti del Palazzo, la strage di Capaci non avrebbe mai avuto luogo; la mafia locale, al più, s’è limitata a fornire la mano d’opera. La stessa elezione alla presidenza della repubblica di Oscar Luigi Scalfaro fu preceduta da un attentato intimidatorio compiuto a Palermo. Subito dopo Bettino Craxi fu “invitato” a ritirare la sua candidatura dalla carica di presidente del consiglio - malgrado la vittoria elettorale - in favore del ben più malleabile Giuliano Amato. Il nuovo capo del governo esordì varando la riforma che porta il suo nome, con l’introduzione della quale il lavoratore da allora in poi avrebbe osservato il dileguamento del proprio reddito pensionistico ridotto in pochi anni dall’80 al 40% dell’ultimo stipendio percepito. Ma l’azione di maggior rilievo del governo Amato, portata a termine di concerto con la Banca d’Italia, fu la manovra di politica monetaria culminata in settembre con la disastrosa svalutazione della lira. È interessante rammentare che il profondo astio anti-craxiano delle centrali del potere atlantico risalivano all’ “affare Achille Lauro”. Per comprendere il lato oscuro dell’operazione giudiziaria denominata “mani pulite”, cioè dell’offensiva messa in atto dal pool dei magistrati di Milano, sopra tutto contro Craxi è necessario sottolineare la visione politica mediterranea di questo statista - forse in parte assimilabile a quella di Enrico Mattei -, e come tale inaccettabile per il potere giudaico-statunitense dominante in Europa. All’accanimento giudiziario si appaiò l’opera delle grandi speculazioni mascherate da riforme: nell’aprile del 1993, Ciampi, Agnelli, Dini, Maccanico, Monti, col contorno di altri illustri burattinai della finanza internazionale, presenziarono alla riunione del Nasfika Astir Palace Hotel di Vouliagmenti, in Grecia, per discutere sulle privatizzazioni dei patrimoni pubblici in Europa. Questo convegno fece il paio col più famoso tenutosi sul panfilo Britannia, nel giugno del 1992.La sequela di avvenimenti descritta conduce il lettore a talune curiose considerazioni: l’ex magistrato inquisitore Antonio Di Pietro, oggi “acerrimo nemico” di Silvio Berlusconi e leader del movimento “Italia dei valori”, all’epoca del dissolvimento della “prima repubblica” figurava tra i simpatizzanti più accesi dell’ex “piduista” attuale capo di governo. Il giuoco delle parti condotto dalle plutocrazie fautrici del trattato di Maastricht prevedeva questa alternanza politica, farsa tuttora in atto, la cui finalità è consistita nel saccheggio delle ultime risorse nazionali: è stata questa la funzione del “partito unico” nato all’indomani di “tangentopoli” con l’inevitabile corollario dell’introduzione del bipolarismo di stampo anglosassone. Questa strategia identificabile sotto la specie della massima concentrazione di capitali è ancora oggi in atto: è di questi giorni la notizia dell’avvenuta fusione della compagnia aeronautica spagnola “Iberia” con la britannica “British Airwais”. “... la presenza dell’Italia nella B.C.E. sarà senza dubbio irrilevante, e lascerà il nostro paese senza difesa alcuna nei confronti delle politiche monetarie decise dalla B.C.E. stessa. Ma l’impegno potenzialmente più dannoso è certo quello che costringe al finanziamento del bilancio dello Stato esclusivamente con lo strumento fiscale, e non con il ricorso al debito pubblico, vale a dire al risparmio disponibile. Questo impegno era già contenuto nel Trattato di Maastricht del 1992, sia pure in modo alquanto confuso e indefinito. Il successivo “patto di stabilità” (Amsterdam, giugno 1997) ha provveduto alle opportune chiarificazioni. Secondo questo “patto”, non è più possibile utilizzare il deficit di bilancio per una manovra “anticiclica”, cioè di rilancio dell’economia per uscire da una condizione congiunturale recessiva. Anzi il “patto” prevede un’incredibile sanzione pecuniaria per gli Stati che presentino un deficit superiore al 3% del PIL ... anche se non si sa a beneficio di quale istituzione ... Questa clausola del patto condanna il nostro paese alla recessione permanente, senza alcuna possibilità di migliorare la propria condizione economica. Infatti è a tutti ben noto, ed è stato ampiamente confermato dall’esperienza di questo secolo, che il solo mezzo possibile di rilancio dell’attività economica in un grande paese industriale consiste nella spesa da parte dello Stato. Ma questo intervento non può evidentemente essere finanziato da un aumento della pressione fiscale, poiché tale aumento provocherebbe la contrazione dei consumi e degli investimenti, in pieno contrasto con lo scopo di rilancio della congiuntura” (1).
    Storicamente lo sviluppo del sistema industriale italiano si discosta da quello di altri grandi paesi europei. L’industria pubblica (cioè le aziende industriali a partecipazione statale) ancora pochi anni fa costituiva il 10% del totale. I grandi gruppi privati erano solo cinque: Agnelli-FIAT, Ferruzzi, De Benedetti, Pirelli e Fininvest. Il totale dei lavoratori occupati del settore industriale privato ammontava al 9% circa. Da ciò si evince che la somma delle due percentuali non arrivava né pure al 20% dell’occupazione totale del settore industriale, un valore assai inferiore a quello di altri paesi europei. Il restante 80%, ancora nei primi anni ‘90, trovava collocazione nelle medie, nelle piccole e nelle piccolissime aziende, queste ultime non distinguibili dalla semplice attività artigianale. La presenza delle piccole imprese e delle industrie a partecipazione statale ha permesso di tenere in vita l’economia italiana per quasi tutto il corso del secolo passato; non sono stati certamente i grandi complessi industriali privati, sempre pronti a “tagliar via gli esuberi”, ad alimentare l’economia nazionale. È per questo che l’Italia, essendo in quegli anni il paese europeo con la più imponente presenza della proprietà pubblica nel settore dell’industria, e sopra tutto in quello delle banche, divenne preda assai ambita per la grande finanza internazionale. “Questa caratteristica atipica del nostro paese è stata presentata per decenni in modo molto negativo dagli organi di informazione: come ostacolo allo sviluppo e alla libertà economica, fonte dei maggiori sprechi, e infine strumento di corruzione politica” (2). Un tale saccheggio non poteva compiersi alla luce del sole, senza un ben congegnato piano: in fondo, anche le più semplici rapine effettuate da anonimi banditi necessitano di certa pianificazione teorica. Date queste premesse è possibile comprendere quali devastanti conseguenze abbiano apportato le grandi privatizzazioni in Italia, ancor più che in qualsiasi altro paese della sì detta “comunità europea”.Originariamente, il decollo industriale italiano s’ebbe solo grazie all’intervento dello Stato, il quale estromise la nefasta influenza delle banche dal settore in modo organico attraverso la costituzione dell’IMI (istituto mobiliare italiano), nel 1931, e dell’IRI (istituto per la ricostruzione industriale), nel 1933.Questi eventi dovrebbero essere sufficienti a dimostrare che il capitale privato italiano non è mai stato in grado di sostenere le sue attività senza il sostegno dello Stato, e questo fin dall’origine della grande industria italiana, dalla fine dell’ '800 in poi. Dopo la depressione degli anni ‘20, con l’introduzione della Legge bancaria fascista, lo Stato divenne il primo imprenditore nel settore industriale; in questo modo si fece fuori la speculazione del capitalismo privato e le aziende a partecipazione statale divennero l’asse portante dell’industria nazionale. A partire dal 1992, la liquidazione della presenza pubblica nell’industria e nel credito, messa in atto dopo anni di martellante propaganda mediatica, ha preparato il terreno all’attuale tracollo. A ciò ha fatto seguito lo smantellamento dei servizi pubblici: trasporti, energia, poste e telecomunicazioni. “Le attività del servizio pubblico mostrano una caratteristica intrinseca che le contraddistingue dalle imprese industriali e commerciali: di avere appunto come scopo primario, istituzionale e quindi non rinunciabile, la fornitura dei vari servizi alla intera comunità nazionale alle medesime condizioni e di non ricavare profitto” (3). Questa loro caratteristica avrebbe dovuto escluderle - naturaliter - dal circuito delle speculazioni di tipo privatistico e liberale, poiché non è neppure pensabile, in regime di Stato sociale, privatizzare (cioè speculare) quei beni necessari alla mera sopravvivenza come la casa, l’energia o l’approvvigionamento idrico. I saccheggiatori d’Italia sono riusciti anche in questa impresa, fagocitare aziende floride come la STET/TELECOM - floride perché operanti in regime di monopolio - e spolparle fino all’osso. Col trasferimento di queste aziende al settore privato, le caratteristiche intrinseche del servizio pubblico - cioè l’accessibilità a basso costo per tutti - vengono definitivamente eliminate. Con la privatizzazione dei servizi, oltre all’annullamento dell’accessibilità per tutti, si compie l’inevitabile peggioramento della qualità del servizio stesso, e sempre per mero profitto.
    Un’altra sciagura epocale è stata la cessione della sovranità monetaria, trascorsa dalla Banca d’Italia alla BCE. Già prima dell’unificazione monetaria continentale la Banca d’Italia aveva cambiato pelle divenendo un’entità del tutto astratta dal controllo dello Stato: essa era stata trasformata in una società per azioni privatizzata al 100%.L’indifferenza di questa società di azionisti nei confronti dei problemi della nazione si dimostra da sé, ed è confermata dai suoi statuti di indipendenza, dalla sua intrinseca composizione generata dalla fusione di più banche un tempo ad azionariato nazionale e pubblico poi scivolate sotto il controllo di anonimi azionisti stranieri, come l’Istituto San Paolo, la Comit o la Banca di Roma. Il crack-Cirio e quello della Parmalat rappresentano solo la punta dell’iceberg di questo grande saccheggio. Altro esempio speculativo a svantaggio della nostra economia è stata la politica agricola comune - “P.A.C. -.In ossequio ai dettami della P.A.C. il nostro paese ha dovuto subìre imposizioni che qualunque Stato del terzo mondo avrebbe rifiutato: abbattimento indiscriminato di bestiame, sostituzione di colture abituali con altre preferite dalla commissione europea - come la coltivazione della soia - drastico ridimensionamento delle superfici coltivate con gravi conseguenze ambientali. Sopra tutto i governi italiani hanno accettato con estrema passività l’imposizione delle “quote latte” ... “farneticante disposizione comunitaria che impone all’Italia non soltanto di produrre latte molto al di sotto del consumo interno, ma persino di finanziare le esportazioni di Germania e Olanda verso il mercato italiano. Bisogna aggiungere che le attenzioni europee verso il nostro settore agricolo non si sono limitate alle “quote latte”.Infatti di recente queste si sono estese a quello dell’olio d’oliva e del riso, ovviamente sempre a danno dei produttori italiani ...Insomma un risultato globale, facilmente misurabile e difficile da contestare, corrispondente alla riduzione dell’autosufficienza agro-alimentare dell’Italia” (4). Nel settembre del 1992, dunque pochi mesi dopo l’adesione italiana al trattato di Maastricht, la repubblica antifascista elegge per la prima volta nella sua storia un governo affidato a un banchiere: costui provvederà anzitutto a svalutare la moneta italiana.
    ... Con il “governo tecnico” di Ciampi, l’operazione politica che taluni hanno descritto come un colpo di Stato, risulta compiuta e consolidata ...In breve, volendo dare alle cose il nome appropriato, il governo tecnico prepara le condizioni per ottenere la recessione dell’economia italiana, indicata più elegantemente come un grande risanamento” (5). “ ... Il periodo di governo Ciampi coincide con le azioni decisive per decretare la liquidazione del preesistente sistema politico: sia con l’attacco ad alcuni politici da eliminare, sia con la preparazione di una legge elettorale “maggioritaria” per le successive elezioni. Durante il governo “tecnico” l’azione del così detto “pool” dei procuratori di Milano prosegue e si intensifica, avendo come obiettivo esplicito Craxi, senza più limiti di ragionevolezza nè preoccupazioni di rispetto di legalità. La lunga detenzione e la distruzione fisica del presidente dell’ENI Cagliari (20 luglio 1993) suona come esemplare e pesante monito per chi voglia ostacolare il nuovo corso. Curiosamente, o forse non troppo, i suicidi di Cagliari e di Gardini (27 luglio), e la gran retata dei manager Ferruzzi, sono seguiti immediatamente da due tempestivi attentati a Milano e Roma (27 luglio), con vittime e gravi danni, attentati non molto logicamente spiegabili, ed ovviamente subito attribuiti alla mafia” (6).Aziende come la IRI-SME, la SIV (vetro EFIM), la Nuovo Pignone-ENI, che fatturavano prima del colpo di Stato effettuato dall’entourage-Ciampi anche 3000 miliardi, vengono svendute per poche centinaia di miliardi a speculatori stranieri. Credito Italiano, IMI e Banca Commerciale Italiana vengono privatizzati a ruota, e sempre attraverso l’intermediazione dell’onnipresente Mediobanca, creatura del massone Enrico Cuccia. I profitti intascati dagli operatori finanziari che giocano al ribasso durante il governo Ciampi sono stratosferici, tra gli speculatori più noti spicca il nome dell’onnipresente ebreo George Soros. Come già specificato: la ragione per la quale l’Italia ha solleticato la fantasia degli speculatori riguarda la presenza pubblica nella grande industria e nei servizi - maggiore nel nostro piuttosto che negli altri paesi europei - e la grande quantità di risparmio accumulato sotto forma di titoli di Stato detenuti dal comune cittadino. È altrettanto importante sottolineare che sia il “governo tecnico” di Ciampi che il “governo politico” di Berlusconi hanno incentivato simmetricamente le scalate bancarie e le privatizzazioni delle aziende pubbliche. Anche il successivo governo Dini ha proseguito sulla stessa direttrice predatoria. Nel 1995 viene privatizzata quasi tutta la grande siderurgia IRI, ancora la SME, l’INA ma sopra tutto viene definita la cessione del gruppo ENI. Quest’opera di privatizzazione viene puntualmente accompagnata da rovinose manovre finanziarie: aumento del gettito fiscale e drastici tagli alla spesa pubblica fungono da corollario al crollo delle piccole e delle medie aziende; fase seguita dalla diminuzione dei manufatti artigianali a vantaggio della produzione di massa, con conseguente impoverimento della qualità. “Il più importante risultato ottenuto dai governi che si sono succeduti dal 1992 al 1998 (Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi) è stato senza alcun dubbio la demolizione della componente pubblica dei sistemi industriale e creditizio, con conseguenze catastrofiche per l’economia nazionale. Le industrie e le banche pubbliche erano state costituite oltre sessant’anni prima per assicurare la sopravvivenza dell’Italia come grande paese industriale e porre rimedio al mostruoso disastro perpetrato dalla grande imprenditoria privata -, e svolgevano una funzione fondamentale nell’economia italiana” (7).
    Tra i parametri di Maastricht v’è quello relativo al sì detto “debito pubblico”. Da anni s’ode la ripetizione a più voci (destra e sinistra unite in un medesimo muggito) di questo angosciante onere nazionale contratto non si sa bene con chi. Il debito pubblico, di fatto, è un semplice strumento di autofinanziamento statale - insieme al fisco e all’emissione di banconote -, e si compone di due voci: debito pubblico interno e debito estero (solamente quest’ultimo però è un vero debito per lo Stato).Se il debito pubblico interno è una passività per lo Stato, per il singolo cittadino è ricchezza rappresentata dal “titolo di Stato”.Il debito privato invece è una passività che riguarda gli operatori di società private, come le banche e le imprese finanziarie, le quali sono debitrici nei confronti dei risparmiatori per mezzo di azioni, obbligazioni, quote fondi pensionistici. Ma questa specie di ricchezza è per il suo detentore un rischio superiore alla ricchezza rappresentata dal titolo di Stato. Questa caratteristica di estrema rischiosità è intrinseca all’investimento privato, e come tale è incompatibile col concetto di previdenza, così com’è incompatibile il concetto di Stato, tradizionalmente inteso, con la libera iniziativa. “La diminuzione rapida dell’indebitamento pubblico (cioè la limitazione progressiva degli investimenti in titoli di Stato) ha una conseguenza molto grave: lo sbilanciamento fra l’indebitamento interno ed estero; se il risparmio viene tolto dall’investimento in titoli pubblici, non può essere più collocato all’interno del Paese. Questa appare essere la condizione presente dell’Italia: il trasferimento all’estero di una consistente parte del risparmio (e non la mancata osservanza dei parametri di Maastricht) è certamente un pericolo molto serio, questo davvero a danno delle future generazioni” (8). La lenta, impercettibile sostituzione del potere statale con quello detenuto dalle centrali della finanza privata e apolide ha reso vano ogni sistema di previdenza; da qui la pandemica diffusione della precarietà nel mondo del lavoro; da qui l’erosione di ogni garanzia pensionistica per il lavoratore e l’introduzione di cervellotiche quanto fraudolenti norme come il “trattamento di fine rapporto” (TFR). È adesso più chiara la finalità degli occulti speculatori della grande finanza internazionale? Depredare uno Stato del suo debito interno, cioè ridurre alla miseria i suoi risparmiatori, significa demolire la base stessa dell’economia nazionale, sottomettere i popoli e i governi alla legge dell’indebitamento universale per poi impadronirsi delle anime di questi eserciti di disperati: un’operazione in perfetto stile “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”. Com’è possibile notare, l’ipotesi del complotto non è poi così remota, né degna di menti instabili: anzi, essa sembra realizzarsi ad ogni istante in maniera inconfutabile.



    Adriana NEGRONI e Mario MARLETTA



    1] Antonio Venier, “Il disastro di una nazione”, Edizioni di Ar, Padova 1999;
    2] , 3] , 4] , 5] , 6] , 7] , 8] ibidem.

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  2. #2
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