GRAMSCI A TURI E IL PARTITO
(1928/1933)
(presentazione di Ferdinando Dubla - testimonianze di Giovanni Lai, Sandro Pertini, Angelo Scucchia, Bruno Tosin)
La detenzione di Gramsci a Turi fu dolorosa non solo per l’aggravarsi delle condizioni di salute del detenuto, ma anche per le difficoltà di rapporto con il partito. Difficoltà oggettiva: i detenuti politici che venivano inviati alla casa penale, dopo poco tempo venivano trasferiti dalla direzione del carcere per impedire a Gramsci di comunicare con il proprio partito tramite intermediari. Ma alla difficoltà oggettiva si intersecò la difficoltà tutta politica dell’interpretazione della linea politica del PCI, nonostante continuasse la campagna internazionale per la sua liberazione tramite il “Soccorso Rosso” e un Comitato parigino presieduto da Roman Rolland ed Henry Barbusse, che ebbe un’impennata nel 1933. Il VI Congresso del Comintern, che si era tenuto dal luglio al settembre 1928, aveva posto come base analitica la categoria di "fascistizzazione della socialdemocrazia" e della dura battaglia da intraprendere contro l'opportunismo che, con il riformismo, rischiava di penetrare nelle fila del movimento operaio: la lotta contro la socialdemocrazia e il fascismo diventa, per i comunisti, tutt'uno. Le indicazioni cominterniste saranno confermate alX Plenumnel luglio 1929. In Italia, il mese successivo, viene convocato l’Ufficio Politico e si inizia a manifestare un’opposizione, in particolare in merito all’organizzazione politica conseguente alla cosiddetta “svolta del terzo periodo”. La linea uscita dal X plenum, quella della crisi finale del capitalismo e della radicalizzazione delle masse, era quella da sempre propugnata dalla Federazione giovanile comunista (Fgc). Così è Longo ad elaborare tutta una serie di proposte tese a adeguare l’attività del partito alla politica dell’Internazionale, note come “progetto Gallo” (Gallo è lo pseudonimo di Longo), che trovano la massima espressione nella richiesta della ricostruzione di un centro interno. A questa ipotesi si oppongono Tresso, Leonetti e Ravazzoli che presentano un controprogetto, noto come “controprogetto Blasco” (Blasco è, all’epoca, il nome di battaglia di Tresso). I rapporti tra la maggioranza e l’opposizione degenerano in breve tempo fino alla espulsione dei “tre” (a cui si aggiunsero Teresa Recchia e Mario Bavassano) sancita nel Comitato Centrale del 9 giugno 1930 per essersi messi in contatto con i trotskisti, aver condotto una campagna calunniosa contro il Pci e per avere una “errata valutazione delle prospettive del regime fascista”.
Gramsci conosce poco di queste vicende; ma, come si era preoccupato già delle divergenze in seno al PCUS (il gruppo Trotzkij-Kamenev e Zinoviev e Stalin-Bucharin) con la celebre lettera al CC dell’ottobre del 1926 in cui si appellava all’unità derivante da un senso di responsabilità storico del gruppo dirigente sovietico, lettera mai inoltrata da Togliatti, che allora rappresentava a Mosca il partito italiano nell’Internazionale; così matura convincimenti forti sulla natura della fase politica italiana e si fa assertore di una “politica di transizione” dal fascismo al socialismo, passando per un’Assemblea Costituente e un’alleanza con le altre forze politiche antifasciste. Gramsci cerca di comunicare questa sua posizione, che intanto gli vale un progressivo isolamento, tranne l’assoluta fedeltà dei giovani comunisti Giuseppe Ceresa ed Ercole Piacentini e del socialista Pertini, ed incomprensioni dolorose nelle difficili condizioni carcerarie:
il 16 giugno 1930, attraverso il fratello Gennaro, che tuttavia non riferirà le sue effettive posizioni a proposito della "svolta" e dell'espulsione dei "tre", poi invitando Athos Lisa, amnistiato, che gli dice di essere ora convinto della giustezza della sua prospettiva, a battersi presso il Centro estero "per la linea politica da me enunciata". Ancora, incaricando Giuseppe Ceresa, anch'egli amnistiato, di riferire - se gli fosse stato possibile espatriare - al Centro estero le sue effettive posizioni sulla situazione italiana, ciò che Ceresa fa già nel corso del 1933 o più probabilmente del 1934. E infine, poco prima di morire, attraverso Pietro Sraffa, chiedendogli di "trasmettere la sua raccomandazione che si adottasse la parola d'ordine dell'Assemblea costituente”. Inoltre si proponeva, come si evince dal rapporto che Athos Lisa scrisse il 22 marzo del 1933 per il Centro del Partito appena uscito dal carcere di Turi, di formare nuovi quadri dirigenti comunisti fermi e determinati nei principi come nell’azione, ma contro il massimalismo sterile e dottrinario (il “soggettivismo dei sognatori”). Ha scritto Aldo Natoli:
“La fase piú acuta della crisi nei rapporti tra Gramsci e il partito, da non confondersi con una rottura formale o con l'interruzione dell'azione di solidarietà, si delinea negli ultimi mesi del 1932, per raggiungere il momento piú drammatico nel febbraio 1933: in questa crisi si intrecciarono inestricabilmente motivi politici e personali, il riemergere dei dubbi e delle ossessioni del passato (il significato nascosto nella lettera di Grieco del 1928) e il crescente senso di isolamento e anche di estraneazione di Gramsci nei confronti del Pcd'I, ma anche l'inarrestabile aggravamento delle condizioni di salute, il timore del venir meno delle proprie forze di resistenza, la sensazione dell'irreversibile dissoluzione dei rapporti con la moglie Giulia e dei legami familiari.” [in Gramsci in carcere, Studi Storici nr.2, aprile-giugno 1995].
La tensione pare sfoci anche in un episodio particolarmente grave: Gramsci nell’ora d’aria per un soffio non viene colpito da un sasso in fronte nascosto in una palla di neve. Ma chi fu a lanciare il sasso? A Turi nel 1933 sono rinchiusi numerosi detenuti politici, tre anarchici e diciotto comunisti; tra essi, Francesco Lo Sardo, Ezio Riboldi, Athos Lisa, Enrico Tulli, Giovanni Lai. Ma dalla testimonianza di Sandro Pertini, l’episodio, nonostante l’astio del comunista Scucchia, viene addebitato ad altri gruppi di detenuti, presumibilmente agli anarchici.
Le speculazioni sulla rottura tra il partito e Gramsci sono state fin troppe. In realtà l’evoluzione della situazione politica e sociale porterà proprio Togliatti a perseguire una politica gramsciana, dopo l’avvento del nazismo in Germania nel 1933 e dopo il VII Congresso del Comintern nell’estate del 1935 (i “fronti popolari”).
Fu il fascismo ad uccidere Gramsci. E fu il Partito Comunista di Togliatti, Longo, Secchia, Scoccimarro a renderlo vivo e non un’icona imbalsamata. E ancora oggi, queste stesse testimonianze, ce lo rendono ancor più vivo, come tutta la sua elaborazione e riflessione storico-politica e filosofica. Dal carcere di Turi, Bari, al mondo “grande e terribile”.
Vedi ancheGiuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1966, e poi in Paolo Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, aggiornato in una nuova edizione a cura de “l’Unità” editrice, Roma 1988; A. Lisa, Memorie. Dall'ergastolo di Santo Stefano alla casa Penale di Turi di Bari, Milano, 1973; testimonianza di Ercole Piacentini riportata in Istituto Ernesto De Martino, Gramsci raccontato. 8 testimonianze raccolte da Cesare Bermani, Gianni Bosio e Mimma Paulesu Quercioli,a cura di Cesare Bermani, Roma, Edizioni Associate, 1987
Seguono le quattro testimonianze:
http://lavoropolitico.it/gramsci_turi.htm