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    Predefinito Rivoluzione Nella High Street

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    RIVOLUZIONE NELLA HIGH STREET

    DI WILLIAM BOWLES
    creative-i.info

    Una rivolta dei “consumatori” può scatenare una rivoluzione?

    Il proletariato borghese – I ceti medi potrebbero trasformarsi in classe rivoluzionaria, prendendo il posto che Marx aveva immaginato del proletariato. La globalizzazione del mercato del lavoro e i ridotti livelli del supporto previdenziale nazionale e della occupazione potrebbero diminuire nella gente l'attaccamento a certe istituzioni. Il gap crescente tra loro e un piccolo numero di individui ultra-ricchi molto in vista potrebbe accendere la disillusione nei confronti della meritocrazia, mentre le sotto-classi urbane in aumento potrebbero rappresentare una crescente minaccia per l'ordine e la stabilità sociali, dato che il peso del debito acquisito e il fallimento del supporto pensionistico cominciano a bruciare. Di fronte a questa doppia sfida, i ceti medi di tutto il mondo, usando l'accesso al sapere, potrebbero unire risorse e abilità per dare forma a processi transnazionali nell'interesse della propria classe.” ― Rapporto del Ministero della Difesa Inglese: “Programma sugli Andamenti Globali Strategici 2007-2036 del Development, Concepts and Doctrine Centre (DCDC)” [Centro per lo Sviluppo di Concetti e Dottrine], (Terza Edizione) p.96, Marzo 2007.

    Parole davvero profetiche, considerata la gravissima siutuazione del capitalismo per effetto della speculazione rampante e di un'economia basata sull'illusoria creazione di una fetta di benessere, quest'analisi del Ministero della Difesa ha qualche significato?

    Il potere del grande capitale transnazionale ha trasformato non soltanto lo scenario economico ma anche la natura del modo in cui viviamo, dal cibo che mangiamo (e dove lo acquistiamo) fino alla struttura dei nostri spazi sociali, e a giudicare dal livello d'insoddisfazione della società capitalista contemporanea, ampie fasce di popolazione non sono fesse e contente.

    Ma al contrario di epoche precedenti questa insoddisfazione, che non ha una voce politica coerente, sta trovando altre vie d'uscita e di espressione.

    Con una popolazione incastrata nel debito che adesso si estende alla sua progenie, i “bei tempi” dei passati decenni sono finiti con un botto e, dato che l'unica “soluzione” alla crisi del capitalismo sembra essere negli effetti del cambiamento climatico, nel caos causato dalla “globalizzazione” (imperialismo rimodernato sotto altro nome) e nell'estesa destabilizzazione come la guerra senza fine, quali sono le possibilità di porre termine alla follia del capitalismo?

    La sinistra, essa stessa prodotto di una società che di fatto non esiste più, ha fallito sia nel non riconoscere questa trasformazione, sia nel non produrre una struttura teorica che possa essere usata per apportare un cambiamento radicale.

    Nel Regno Unito cinque gigantesche catene di supermarket dominano la fornitura alimentare al dettaglio, e a causa della loro solidità sul mercato impongono non solo il prezzo ma anche il tipo, la qualità e la provenienza di quello che vendono.

    Eppure il 75% degli alimenti coltivati e prodotti nel Regno Unito proviene da piccoli produttori.

    Sfortunatamente, per il piccolo agricoltore, questi non possono offrirlo al prezzo richiesto dai monopoli dei supermarket, e tanto meno farlo per tutto il corso dell'anno, mentre i generi alimentari provenienti dai paesi in via di sviluppo non solo costano meno ma sono anche disponibili su richiesta. La globalizzazione ha spezzato il legame biologico e storico fra la produzione agricola e il consumo.

    Un terzo dei 20 miliardi di sterline spesi annualmente in abbigliamento e in casalinghi vengono spesi nelle otto settimane che precedono il Natale. Tuttavia, la tanto decantata economia dei consumi è in gran parte un'illusione dato che opera quasi completamente sul credito/debito. Il credito proviene dall'enorme eccedenza estratta dal settore bancario e finanziario attraverso il controllo e il possesso del circuito globale di capitale, che a sua volta presta ai consumatori addebitando loro gli interessi sul prestito.

    Di contro, solo una piccola percentuale del prodotto interno lordo del Regno Unito proviene dalla manifattura, la nostra non è più un'economia produttiva in realtà, ma soltanto un'economia dei consumi. Il “benessere” di cui godiamo adesso ha due fonti: il credito o il debito per mezzo del settore finanziario che in cambio finanzia l'economia del credito (be', almeno così è stato fino a poco tempo fa). Ovviamente è un ciclo chiuso, poiché nessun benessere vero e proprio viene prodotto, in altre parole è un'economia parassita che dipende completamente dalla presa che il grande capitale ha sul circuito globale di capitale e dall'estrarre il sovrappiù da un terzo mondo disperato e sempre più povero. Perciò il capitalismo industriale è stato sostituito quasi completamente dal capitalismo dei consumi.

    Quindi, cosa implica questa trasformazione e come dovremmo affrontarla?

    Con la fine della classe lavoratrice organizzata, tramite la distruzione dei sindacati di categoria (a parte i sindacati del pubblico impiego, e in maniera rilevante, lo stato è il più grande datore di lavoro) e la distruzione totale delle comunità della classe operaia, dato che le attività produttive sono state tolte di mezzo, anche la tradizionale solidarietà che si creava nelle comunità e nei luoghi di lavoro è scomparsa.

    Accanto a questo, con la scissione della società in una “middle-class” carica di debiti e in una “under-class” relegata in quartieri fatiscenti, lo stato delle aziende e dell'apparato di sicurezza sembra al sicuro. Esso ha a disposizione tutte le “leggi” per reprimere qualunque dissenso reale che sfidi il potere dello stato in maniera significativa.

    Infatti, per fare un esempio, è riuscito a mettere una parte della classe operaia contro l'altra, demonizzandone e criminalizzandone la parte giovane, creando un'atmosfera di paura e di paranoia attraverso la complicità dei media (per es., “sensazione che il crimine stia dilagando”, “comportamento antisociale”, “abuso di alcolici”, “accoltellamenti”, “bande giovanili”), davvero un ritorno alla “classe criminale” dell'epoca vittoriana. In questo modo lo stato e/o i media hanno messo i lavoratori nelle condizioni di divorarsi l'un l'altro, piuttosto che fare luce sulla vera causa della frammentazione della società, il capitalismo.

    Eppure, a dispetto della nostra esistenza depoliticizzata e alienata, questa è una società che si sta spaccando in una pletora di fratture, fratture che stanno trovando un'espressione ma non nel modo “tradizionale”, cioè attraverso la lotta di classe.

    In compenso vediamo i cosiddetti gruppi di interesse, generalmente nel ceto medio, in cerca di “alternative” per costruire stili di vita “ecologici”, come ripartizioni dei generi alimentari, progetti di energia “sostenibile”, riciclaggio, nostalgici viaggi in un passato (“retaggio”) perlopiù fittizio, una ricerca di “britannicità”, molti dei quali ― non c'è da sorprendersi, dato che gli stessi lavorano nei media ― trovano espressione in una marea di programmi in TV e alla radio. Nell'insieme, sa di elitarismo, ma si può affermare che questi sono progetti di lusso, e allora cosa succede quando finiscono i soldi?

    D'altra parte, non vi è dubbio che l'attrattiva del capitalismo consumistico stia svanendo ancor prima di finire fuori strada, e questo processo sta accelerando con la crisi del capitale che si mangia la casa, e il costo della vita alle stelle. Quindi si sta verificando un certo tipo di sintesi tra i bisogni reali e la realtà, ma manca di espressioni fattibili.

    Potrebbe essere come dice il rapporto del Ministero della Difesa, “Di fronte a questa doppia sfida i ceti medi di tutto il mondo, usando l'accesso al sapere, potrebbero unire risorse e abilità per dare forma a processi transnazionali nell'interesse della propria classe”, e se così fosse, dov'è la sinistra in questo processo?

    Se questa è di fatto una riflessione accurata dei processi attualmente in corso, come possono questi due settori del proletariato trovare un terreno comune senza una qualche espressione collettiva?

    Attualmente, la sinistra esistente quasi ignora la cosiddetta “middle class”, i professionisti, manager, operatori dei media, intellettuali e accademici che in realtà fanno andare il capitalismo (a parte cioè quelli che ironicamente compongono la leadership della sinistra)?

    Cruciali per questo processo sono gli impiegati del servizio pubblico, senza i quali lo stato non ha potere. Una qualche alleanza fra la restante classe operaia organizzata e il ceto medio professionista potrebbe portare ad un cambiamento rivoluzionario?

    Io sostengo che molto dipende da come si metterà l'attuale crisi del capitale. Se, come potrebbe essere il caso, la classe capitalista internazionale è ben decisa a usare una serie infinita di guerre come soluzione alla crisi dell'accumulazione, allora si mette davvero male.

    Perciò smascherare la “guerra al terrore”, in realtà la guerra al pianeta e alle sue genti insita nella natura del capitalismo, deve essere di certo il nostro obiettivo primario, altrimenti tutto è perduto.

    Titolo originale: "Revolution in the high street -- Can a revolt of ‘consumers’ spark a revolution?"

    Fonte: http://www.creative-i.info/
    Link
    28.08.2008

    Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DAZED



    ARDITI NON GENDARMI

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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    La furia irlandese

    UN’INTERVISTA CON LO STUDIOSO TERRY EAGLETON

    Nonostante le tempeste finanziarie il capitalismo non è giunto al capolinea. Semmai sono indicatori dell’avvio di una grande trasformazione per salvarlo. Il pensiero critico deve però affinare la capacità di affrontare adeguatamente la crisi del neoliberismo

    Benedetto Vecchi

    Pungente, sarcastico, settario, intollerante. E tuttavia brillante, efficace nell’individuare i punti deboli dei punti di vista presi di mira dalla sua tastiera e mouse. Sono solo alcuni dei giudizi che accompagnano da alcuni anni la produzione culturale di Terry Eagleton, decano dei teorici della letteratura anglosassone, ma anche rappresentante di quel pensiero critico inglese che dagli anni Sessanta in poi ha costituito un laboratorio importante nell’innovazione della analisi marxiana dell’industria culturale. Irlandese di nascita, laureato al Trinity College di Cambridge, ironico fino all’autoflagellazione sulla sua origine irlandese Eagleton è diventato negli anni una delle figure di spicco della new left britannica. Allievo di Raymond Williams ha cominciato la sua attività di studioso radiografando proprio il modo di produzione dell’industria culturale, anche se poi il suo sentiero si è allontanato, e molto, da quanto gli altri allievi di Williams hanno prodotto attorno ai cosiddetti cultural studies.
    È negli anni Settanta che Eagleton comincia a scrivere saggi sull’amato William Shakespeare e sulla teoria della letteratura, anche se il suo nome comincia ad essere noto per i suoi strali lanciati contro il marxismo di Louis Althusser. Inoltre, per lo studioso inglese, la ricezione inglese della French Theory era da ritenersi una moda o poco più.
    Una tendenza sulfurea, dissacrante che Eagleton non ha più abbandonato, anche quando si è cimentato con la scrittura della sceneggiatura per il film di Derek Jarman sul filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. Sceneggiatura dove infatti sono espressi giudizi poco lusinghieri verso alcuni filosofi di allora, strizzando l’occhio a chi vi voleva vedere rappresentati alcuni maître-à-penser contemporanei. Come Jacques Derrida, ritenuto niente altro che un adolescente criptico e confuso. Giudizio riveduto e corretto in questa intervista, avvenuta durante il Festival della filosofia di Modena, dove Eagleton spiega le ragioni che stanno dietro ai suoi tanti j’accuse. Ragioni individuate nel senso di colpa per quanto accaduto durante il Novecento nei paesi del socialismo reale che domina, secondo lo studioso inglese, la vita intellettuale della sinistra inglese. Senso di colpa che paralizza anche intellettuali e studiosi che avevano preso congedo da quell’esperienza da alcuni decenni. E alla domanda sulle polemiche che lo hanno recentemente opposto allo scrittore Martin Amis, accusato di razzismo, Terry Eagleton ha sfoderato un sorriso malizioso, sostenendo che lui è un moderato, che non ha mai accusato Amis di razzismo, ma che ha solo voluto sottolineare senza peli sulla lingua il carattere ripugnante di alcune prese di posizione dello scrittore sulla inopportuna presenza degli islamici nella società inglese.
    Un amore per la polemica che non viene meno neanche quando la domanda coinvolge i destini del New Labour di Tony Blair e Gordon Brown. E che restituiscono una figura intellettuale intenta a salvare una tradizione di pensiero critico che spesso si autorappresenta, nella discussione pubblica, come un corpus teorico granitico e inossidabile nel fronteggiare la grande trasformazione del capitalismo.
    L’Inghilterra del New Labour è al tramonto, almeno questo dicono i sondaggi. Neanche il neoliberismo gode però di buona salute. C’è recessione economica e la crisi finanziaria sembra dilagare come una macchia d’olio. Negli Stati Uniti i liberal e alcuni esponenti della sinistra statunitense guardano con simpatia a Barak Obama. Potremmo dire che si è conclusa una fase della storia mondiale....
    Parto dalla mia esperienza di docente universitario. Negli anni Ottanta i miei studenti mi chiedevano di esprimere giudizi su Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Molti di loro erano veri e propri fan dei due leader conservatori. Il mercato era visto come il dio che tutto regolava e tutto rendeva possibile. Il mondo, nelle loro parole, aveva imboccato la strada giusta per costruire una buona società. Granitiche convinzioni che non venivano meno neppure quando erano snocciolate statistiche sulla diseguaglianze sociali, sulla crescita della povertà, sui licenziamenti che mietevano vittime a migliaia, almeno in Inghilterra.
    Potevano cambiare gli studenti, ma questo è stato il senso comune dominante per tutti gli anni Ottanta e Novanta nelle Università. Sono stati in molti, in Europa, a ritenere Tony Blair un socialdemocratico, ma da noi era considerato una specie di liberista moderato. Quando ha vinto le elezioni alcuni lustri fa, tutti hanno salutato la sua elezione come un’inversione di rotta. Così non è stato. Dopo l’euforia dei primi giorni sulla fine del lungo inverno thatcheriano, ci siamo svegliati ritrovandoci nello stesso e triste paese dove il mercato era l’alfa e l’omega di ogni politica economica.
    La crisi finanziaria di questi giorni ratifica che il modello neoliberista è al capolinea. Ma questo non significa che siamo alla fine del capitalismo. Semmai stiamo assistendo a una sua mutazione. Che tutto cambi, affinché tutto resti come prima. È una frase che voi italiani conoscete bene. Ritorno ai miei studenti. Sono impauriti e chiedono che lo stato rimetta a posto le cose. Richiesta di buon senso, che la sinistra dovrebbe fare propria per mettere in discussione la «naturalità» del capitalismo che i conservatori hanno imposto come ideologia dominante.
    L’ideologia è un tema che ricorre spesso nei suoi scritti dedicati all’industria culturale. Non crede però che occorre guardare all’industria culturale non solo come fabbrica del consenso, ma anche come un settore economico che produce merci, anche se culturali. Rispetto a questa doppia natura - merce, ma anche strumento ideologico di conquista del consenso - lei cosa ne pensa?
    Per chi come come si è abbeverato al fiume del marxismo, il discorso ha un sapore noto. C’è una struttura economica, dei rapporti sociali e una sovrastruttura, cioè la cultura, la produzione di conoscenza. L’ideologia nasce allorquando si riesce a creare un stabilire un rapporto di interdipendenza tra struttura e sovrastruttura. Per usare un altro lessico possiamo dire che l’ideologia è l’interfaccia che mette in rapporto i significati con i significanti. Ho sempre letto con interesse gli scritti di Antonio Gramsci sull’egemonia, perché vi trovavo e vi trovo un’analisi meno deterministica del rapporto tra struttura e sovrastruttura di quanto potevo trovare in altri autori marxisti.
    Ma lei pone un altro tema, cioè che la cultura è anche una merce. Ed è un tema molto affascinante e argomento poco indagato, perché si preferisce sottolineare il carattere manipolatorio che spesso ha la cultura. Sono d’accordo con lei quando parla della merce-cultura, che risponde a determinati modi di produzione, circolazione e vendita. Fattori che vanno indagati tutti, capendo come si forma la domanda e soprattutto come si formano i criteri che orientano la differenziazione dell’offerta. Detto questo, sono altresì interessato a quella caratteristica che ha la cultura di manipolare l’immaginario. È stato sempre così, ma ora dobbiamo fare i conti con il ruolo pervasivo che hanno i media, che sono tra loro molto eterogenei perché favoriscono una produzione e una vendita differenziata delle merci culturali. Allo stesso tempo non va tralasciato il fatto che sono anche strumenti utilizzati per legittimare le chiacchiere sulla morte delle ideologie.
    Potrei dire che il discorso sulla fine dell’ideologia è smentito da alcuni fattori empirici, come la rilevanza assunta dai teorici neo e teo-con, campioni di ideologia. Oppure all’affermarsi dell'islamismo radicale e dei vari fondamentalismi. Certo, si potrebbe liquidare tutto questo come un paradosso destinato ad eclissarsi, prima o poi. Io ritengo invece il contrario, cioè che le ideologie godono di ottima salute. Manca semmai un pensiero forte che esprima un punto di vista forte su come funzionano gli apparati ideologici.
    Lei è stato indicato come uno dei fustigatori del postmoderno. Ha lanciato strali contro Jacques Derrida, ritenuto un postmoderno, qualifica che il filosofo francese ha sempre respinto con fermezza. Ha anche criticato Stuart Hall, che postmoderno proprio non lo è mai stato. Frederic Jameson ha affermato che il postmoderno è la logica culturale del tardo capitalismo, ma che era un insieme eterogeneo di posizioni e temi che non possono essere liquidati con una battuta....
    Quando affronto una realtà mi concentro sul suo lato oscuro. Ho fatto così anche per il postmoderno. I postmoderni dichiaravano che tutto era sfumato, che tutto si era disciolto, che era meglio gettare alle ortiche ogni proposito di politica radicale. Molti di loro erano tanto seducenti, quanto inconsistenti. So benissimo che postmoderno è stato un contenitore dove è stato stipato di tutto, da Michel Foucault a Madonna. Il primo è un filosofo che esprime posizioni filosofiche, la seconda è una rock star talvolta divertente. Così, come è ovvio che tra Jacques Derrida e Foucault ci fossero differenze. Ma la polemica contro di loro, continuo a pensare, era sacrosanta. Forse è stata eccessiva, ma di un’attitudine polemicamente argomentativa non ce ne è mai abbastanza. Sono però interessato al tema della colonizzazione occidentale dell’immaginario molto presente nei discorsi postmoderni. Sicuramente è stata una fase inevitabile, ma poi le nazioni postcoloniali hanno dovuto intentare un proprio immaginario. Avevano tra le mani dei materiali, come la lingua, e li hanno usati. Erano materiali imposti dall’impero, ma li hanno usati per scopi diversi da quelli originari, come la legittimazione del dominio coloniale.
    Tutto questo ha a che fare con la crisi del canone occidentale e con l’affermazione di stili di scrittura eterogenei. Basti pensare alla letteratura cosiddetta postcoloniale, che ci offre dei romanzi molto belli dove i temi della differenza e dell’identità così come quelli di un processo di autonomia dall’ideologia coloniale è articolato in maniera sapiente e sofisticata, come dimostrano i romanzi di Salman Rushdie, un autore che amo molto molto.
    Il suo ultimo libro, da poco pubblicato in Inghilterra, è dedicato alla figura di Cristo, descritto come un combattente, meglio un insorgente palestinese......
    Non un combattente palestinese, ma un uomo che si pone il problema dell’oppressione e degli strumenti per combatterla. Posso dire che il primo cristianesimo è un esempio di un movimento politico che si pone problemi politici per trasformare radicalmente la realtà. Non ho certo scritto il libro per parlare trasversalmente dell’oppressione del popolo palestinese da parte dello stato di Israele. Gesù Cristo viveva in un luogo diventato provincia dell’impero romano dopo la sua conquista. Esistevano movimenti, gruppi che volevano l’indipendenza da Roma, ma tutte le rivolte erano terminate con una dura repressione. Lui, invece, ha cominciato a pensare di come affrancarsi dall’impero senza ripetere gli errori del passato. Certo, tutti possono fare comparazioni con il presente. E visto che tra palestinesi e israeliani c’è conflitto sulla volontà dei palestinesi di autodeterminarsi come popolo può accadere che qualcuno possa vedere anologie tra la figura di Cristo così come l’ho analizzata e quello che accade in quella parte di mondo. Ma non sono interessato alle anlogie, quanto all’individuazione della genesi di un processo politico di emancipazione, proprio in un momento in cui la sinistra tutto fa eccetto che pensare politicamente l’esistente.
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