ECONOMIA&LAVORO
ILSOLE24ORE.COM > Economia e Lavoro ARCHIVIO Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati
di Giuliano Amato
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5 OTTOBRE 20058
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Mi scuseranno i lettori se torno sul tema più trattato delle ultime settimane, quello della crisi finanziaria. Ma davanti alla diversità fra le spiegazioni che circolano, è importante per noi chiederci quale ci convince di più e
di Giuliano Amato quindi quali rimedi secondo noi servono di più.
Io in questi giorni ho continuato a leggere e a sentire che ci troviamo di fronte la fine del capitalismo, esattamente come vent'anni fa ci trovammo di fronte la fine del comunismo. Ma ho anche letto sul Financial Times che secondo il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn, si è trattato di «un fallimento della regolazione, che ha consentito l'assunzione di rischi eccessivi, specie negli Stati Uniti». È chiaro che le due spiegazioni sono profondamente lontane l'una dall'altra e che lontanissime sono le conseguenze che derivano da ciascuna.
Quando cadde il comunismo nell'Europa dell'Est, iniziò il profondo processo di trasformazione delle sue economie in economie di mercato, un processo che soprattutto per le istituzioni di cui queste hanno bisogno non si è ancora concluso. Non mi pare che ci sia qualcuno che pensa ad avviare da noi un processo non dirò inverso, ma almeno di comparabile intensità. Certo si mettono a carico del bilancio pubblico perdite che sono private, si statalizzano asset e si nazionalizzano banche. Il tasso di statalismo che sta penetrando nel sistema finanziario è così singolarmente elevato. Ma nessuno si aspetta che finirà per essere questo il segno del nostro futuro. Questo è il contraccolpo provocato dalle dimensioni del guaio in cui la finanza si è cacciata e ha cacciato il mondo intero. È un contraccolpo, però, che tutti prevedono si ridimensionerà nel tempo, via via che si allontanerà la tempesta e si innerveranno sul mercato le risposte che si devono non al fallimento del capitalismo, ma a quello di una rovinosa regolazione.
Perché di questo in realtà si è trattato e basta un'occhiata a quello che è diventato il mercato finanziario (ben diverso da tutti gli altri) per capire che ha assolutamente ragione Strauss Kahn. Si sono messi in circolazione titoli di credito sulla base di criteri probabilistico-assicurativi e non più sulla base di pre-esistenti garanzie e si è in tal modo cartolarizzata ogni forma di previsione salve le previsioni del tempo. Lo si è fatto da parte di istituzioni che, a differenza delle vecchie e care banche, non erano alimentate dalle tradizionali forme di raccolta bancaria e le stesse banche, per sottrarsi alle regole prudenziali di Basilea 1 e Basilea 2, hanno sviluppato in più casi attività finanziarie "innovative" fuori bilancio. Sono state coinvolte le assicurazioni, che hanno quindi fatto propri gli accresciuti rischi di insolvenza insiti nelle nuove modalità e nei nuovi criteri.
Tutto questo è avvenuto con una vigilanza fondata su principi soltanto quantitativi e quindi attenta soltanto al loro rispetto, non anche alla valutazione qualitativa dei rischi di credito, con agenzie di rating aventi proprio la missione di valutare quei rischi, ma tuttora avviluppate nei loro conflitti di interesse (grazie alla parte cospicua delle loro entrate che viene da coloro che esse dovrebbero valutare) e con gli Stati Uniti, da cui tutto o quasi è fuoriuscito, dove la regolazione è quasi per intero auto- regolazione e dove la Sec si è immolata alla più assoluta autonomia del mercato. Persino il Fondo monetario, in un suo recente documento interno, ammette che i suoi stessi revisori non hanno guardato a sufficienza ai rischi finanziari e alle loro implicazioni sull'economia reale. E ammette altresì che non si è badato alle attività finanziarie negli Stati Uniti, dato il loro buon record precedente. Se questo è il quadro che abbiamo davanti, non è lo Stato al posto del mercato, ma una regolazione più efficace delle attività finanziarie la soluzione che serve. Anche perché, una volta fermata l'emorragia e quindi l'ondata di panico che essa porta con sé, il problema principale per il futuro sarà come ripristinare la fiducia dentro il sistema, fiducia reciproca fra gli operatori finanziari, fiducia nei prodotti finanziari in circolazione, fiducia nella solvibilità dei clienti. È questo che congiunge la finanza all'economia reale e guai se l'anello si rompe.
Chiunque vive in modo non isterico le ormai tante giornate della crisi, si pone una domanda su tutte: come porre fine al congelamento del flusso dei capitali, che è la conseguenza più devastante di quanto ci sta accadendo. Ebbene, i supertamponi di oggi, per necessari che siano nel breve periodo, la risposta non la possono dare, giacché le banche nelle mani dello Stato possono ripristinare, ma non alimentare il circuito della fiducia. Lo Stato deve metterci una buona regolazione, che riesca a essere severa senza essere intrusiva e che spinga le autorità di vigilanza a vigilare e non a fare opera di omissivo padrinato.
Questo dobbiamo chiedere agli Stati Uniti e questo dobbiamo chiedere anche all'Europa. Oggi tutti riconoscono all'Europa una minore avventatezza e quindi una condizione di rischio minore. E tuttavia le chiedono di adottare a ogni buon fine il suo piano Paulson, che da noi, come ha scritto giustamente ieri Giangiacomo Nardozzi, può soprattutto servire a evitare le distorsioni del mercato unico, provocate da salvataggi caso per caso disposti dai singoli Stati. Ma già questo dimostra che abbiamo bisogno anche d'altro, a partire da quella vigilanza bancaria europea che oggi non c'è.
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