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    Sangue contro oro
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    Post "Islamismo e nazismo: una convergenza dissimulata."

    La convergenza tra alcune correnti dell'islamismo contemporaneo ed il nazismo non è fortuita, e permette di comprendere molte dimensioni in gran parte occultate del movimento islamista.
    Il ricercatore tedesco Matthias Küntzel ha osservato che i due movimenti - il islamismo ed il nazismo - sono apparsi alla stessa epoca, e che rappresentavano tutti e due un tentativo di rispondere alla crisi economica mondiale del 1929 ed alla crisi politica del capitalismo liberale.
    Questa coincidenza storica si accompagna ad una convergenza ideologica, sottolineata da Küntzel, ma sovente passata sotto silenzio dagli specialisti dell’islamismo.
    Nel mio libro “Le Sabre et le Coran” (La sciabola ed il corano), viene affrontato il problema della complicità ideologica tra il fondatore dei fratelli musulmani, Hassan Al-Banna, il grande Mufti di Gerusalemme Hadj Amin Al-Husseini, ed il nazismo. Troppo spesso, i legami tra il Mufti - organizzatore “della sommossa araba” nella Palestina mandataria negli anni 1936-1939 - e la Germania nazista sono attribuiti ad un'alleanza di puro opportunismo, ai sensi del principio secondo il quale “i nemici dei miei nemici sono i miei amici”.






    In realtà, come ho sottolineato e come dimostrano vari autori, questi legami tradiscono una profonda convergenza ideologica e politica che da allora, malgrado il nazismo sia stato sconfitto come regime politico e la sua ideologia apparentemente sradicata, non ha mai cessato di crescere e diffondersi.
    Matthias Küntzel- autore di un lavoro d’avanguardia su quest'argomento (Matthias Küntzel, Jihad and Jew-Hatred: Islamism, Nazism and the Roots of 9/11, Telos, 2007.) - ed altri ricercatori hanno affrontato quest'argomento tabù, mostrando come l'ideologia nazista ed il suo corollario, l’odio per gli ebrei, si sono perpetuati dopo il 1945 nell'ambito del mondo arabo. E come l'antisemitismo europeo si sia trasferito nell'ambito del mondo musulmano grazie alla propaganda nazista, della quale il Mufti Al-Husseini è stato attore importante (in particolare tramite la sua emissione in Arabo sulle onde di radio Berlino). (Pierre-André Taguieff tratta questa scabrosa tematica attraverso l’esempio del mito “dei Sages di Sion”, nel suo libro “Prêcheurs de haine. Traversée de la judéophobie planétaire“ (Predicatori di odio. Traversata nella giudeofobia planetaria”, Fayard 2004.)
    Per spiegare il fenomeno delle conversioni all'islam radicale, Farhad Khosrokhavar sottolinea un altro aspetto importante: quello del culto della morte. Elemento fondamentale dell'islamismo jaidista, il culto della morte - che si realizza in particolare con il ricorso ai kamikaze - è diventato in modo paradossale un fattore d'attrazione per numerosi convertiti che vogliono sfuggire alla monotonia ed alla vacuità dell'esistenza nella società consumista occidentale.
    Come lo spiega Khosrokhavar: “Morire per una causa santa è un stratagemma che consente di superare la sensazione di vuoto che pervade le classi medie delle società occidentali private di ogni prospettiva di guerra o di un orizzonte “eroico”. Così, la conversione all'islam radicale è allo stesso tempo, come lo fu precedentemente la conversione all'islam mistico, un mezzo per fuggire la noia del mondo occidentale (il famoso “spleen” di cui parlava Baudelaire), e l’ingresso in un mondo nuovo, dove ancora sussiste la dimensione eroica dell'esistenza”.

    La dimensione apocalittica dell'islam radicale

    Questa è infatti un aspetto importante e poco conosciuto del risveglio dell'islam nel mondo contemporaneo.
    Attraversa tutte le pieghe del mondo musulmano: tra sunnismo e sciismo, tra islam tradizionale ed islamismo. Tutte le componenti del movimento islamista contemporaneo, dai fratelli musulmani fino ad Hamas, passando per la nebulosa di Al-Qaida, condividono infatti la speranza di vedere il ripristino del Califfato islamico.
    Queste credenze escatologiche sono intrinsecamente legate alla dimensione guerriera dell'islam contemporaneo, cioè lo jihad. Infatti, nella visione apocalittica della fine dei tempi, la vittoria dell'islam deve essere preceduta da uno scontro a tutto campo tra l'islam ed i suoi nemici (l'Occidente in generale, e l'America e Israele in particolare).
    Questa convinzione è bene riassunta dall’hadith riportato nell'articolo 7 della Carta del movimento Hamas, passaggio essenziale che illumina la visione del mondo del movimento islamista palestinese: “Il tempo non verrà finché i musulmani non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano! C’è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!”.
    Questo hadith, citato in siti innumerevoli Internet musulmani, significa che “il combattimento contro gli ebrei„ costituisce per Hamas un imperativo non soltanto politico, ma escatologico. Il confronto con Israele non è soltanto il mezzo per conquistare la terra della Palestina, ma è la condizione sine qua non all'arrivo della fine dei tempi…
    Quest'osservazione si applica anche al combattimento tra Al-Qaida e l'Occidente.
    Farhad Khosrokhavar racconta come questa concezione apocalittica dello jihad sia l'elemento che attira i convertiti all'islam radicale, in preda al vuoto esistenziale nella società occidentale: “La realtà vissuta non galvanizza certo gli spiriti e resta lo spettacolo meschino della vita quotidiana dove, privati di ogni prospettiva di lotta e consegnati alla noia i potenziali convertiti vivono. Aderire ad una visione jihadista dà un senso alla vita, regalando un fine tangibile, una forma di sfida che consuma nella morte questa sensazione di un tempo quasi immobile e di un’immanenza livellata verso il basso”. (F. Khosrokhavar, “Les nouveaux martyrs d’Allah” ( i nuovi martiri di Allah), op. cit., p. 314-315.)
    Il culto della morte è indissociabile di questa dimensione apocalittica dell'islam jihadista.
    Per illustrarlo, molti osservatori citano una dichiarazione ricorrente nella bocca di numerosi militanti e dirigenti islamisti, da Hamas ad Al-Qaida: quella dell'amore della morte.
    “Siamo interamente votati alla causa dell'islam. Amiamo la morte quanto voi amate la vita”, dichiara così uno degli autori degli attentati del 7 luglio 2005 a Londra, citato da Matthias Küntzel.
    In realtà è un vero e proprio leitmotiv della filosofia islamista, che possiamo rinvenire da Arafat, così come presso Hassan Nasrallah, capo di Hizbullah, nei terroristi di Madrid e di Londra come in Osama ben Laden. L'origine di questa dichiarazione è di rado citata: si tratta di una citazione di un hadith che qualifica come debolezza l'amore della vita: Un giorno, le nazioni vi assedieranno da ogni lato, come conviviali affamati attorno ad una sola ciotola… Sarete come schiuma di torrente, Dio farà si che i vostri nemici non vi temano più, ed insinuerà la debolezza nei vostri cuori - Cosa dire, o inviato di dio? - L'amore di questo mondo e l'avversione della morte. (Città per G. Kepel (Dir.), Al-Qaida nel testo, op. cit., p.154.)
    Il tema dell'amore della morte e “del martirio nella via di Allah” svolge un ruolo importante nella conversione all'islam radicale dei giovani occidentali in ricerca d'avventura, in preda ad un odio sordo della loro terra natale, diventati soldati e quadri della dipendenza djihadiste, sul modello del portavoce americano di Al-Qaida, “Azzam l'americano„. Questi giovani occidentali, convertiti all'islam sotto la sua forma più radicale e la guerriera, sono pronti a sacrificare la loro vita per la loro nuova fede, sul modello dei jihadisti nati musulmani, seguendo “la via di Allah” fino alla morte.

    kritikon.go.ilcannocchiale.it/

  2. #2
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