«Non moriremo democristiani ma cinesi
Riprendete in cantina la foto di Mao»
Gli Offlaga Disco Pax
Federico Raponi
L'infanzia in un quartiere «dove il Partito Comunista prendeva il 74% e la Democrazia Cristiana il 6%», un busto di Lenin - sindaco onorario dal 1917 - nell'omonima piazza di Cavriago (Re) come "baricentro esistenziale". Gli Offlaga Disco Pax (Daniele Carretti, Enrico Fontanelli, Max Collini) hanno vissuto gli anni ‘70/‘80 tra Fgci, case Iacp, circoli Arci, piazze afflitte dall'eroina, ricordati con orgoglio "feticista", ironia anche dura e un dolce-amaro senso d'irrecuperabile. Testi prosaici, intimisti e minimali i loro (a scriverli è Max, la voce), declamati in àtoni e ipnotici comizi-concerto sulle note di un'elettronica new wave industrial-dark dalle melodie a volte ossessive, altre struggenti. Il brano Robespierre li ha fatti conoscere attraverso Internet, rendendoli un gruppo di culto già prima di incidere Socialismo tascabile , considerato il miglior album italiano - o quanto meno d'esordio - del 2005. Vivendo anche di altro, e avendo cominciato quest'avventura - come indipendenti - quando altri in genere smettono di provare a emergere (Max, il più grande d'età, è del '67), gli ODP non si pongono il problema del successo e della musica come professione. Quest'anno hanno fatto uscire il secondo disco, Bachelite (meno politico, più privato, musicalmente cresciuto), accompagnato da un'intensa attività dal vivo. Abbiamo rivolto un po' di domande a tutti e tre.
Vi siete affacciati sulla scena grazie a Internet. Però Il download "selvaggio", che mette tutto a disposizione, secondo voi porta ad accumulare senza soffermarsi su qualcosa, a non dare nessun valore a quello che si prende...
Porterà ad una lotta classista tra audiofili e fruitori. Il punto non è tanto dare o ricevere denaro. Se possiedo un poster dei Girasoli di Van Gogh è evidentemente dovuto alla mia impossibilità economica a procurarmi l'originale. Ma l'autore comprenderebbe la mia brama di possesso della sua opera d'arte a discapito della rappresentazione della stessa? La musica è aria, in ultimo stadio. Non troviamo necessario collegarla ad un supporto concreto. Ma se la fruizione passa attraverso le casse di un pc piuttosto che da un minimo di impianto stereo, torniamo ai Girasoli e all'idea che lo si stia guadando a chilometri di distanza attraverso un cannocchiale. Il formato concreto servirà più che altro a ricordare il lavoro e la fisicità dietro quell'aria/risultato finale, e alle modalità necessarie d'ascolto. Più probabilmente "torneremo" ad una élite disponibile a sborsare 100 euro e più per assistere ad un concerto, e a chi grazie alle pile al litio o a generatori minuscoli sceglierà la strada come palcoscenico. Comunque, il download "selvaggio" porta in sé una mancanza di rispetto per il lavoro che c'è dietro alla musica, e sopratutto a non dare più valore a quello che si ascolta, tanto è gratis e ne prendo quanto voglio. Dietro alla musica, e parliamo di quella indipendente, c'è molto lavoro, investimento di tempo, denaro e salute, quindi crediamo sia d'obbligo da parte dell'ascoltatore avere rispetto per quello che si ascolta, se veramente si ha la pretesa di essere amanti della musica. Capiamo che oggi non è più periodo di "vacche grasse" così come capiamo l'enorme quantità di dischi che esce sempre con più frequenza e che magari per un "pre-ascolto" valutativo il download possa servire, ma poi è molta poca la gente che acquista il disco originale. Inoltre c'è un discorso legato alla qualità del file mp3, che è scadente, mancando di frequenze a volte fondamentali. Ma questo sicuramente riguarda una piccola percentuale di ascoltatori.
Perchè la realtà che cantate, così microcosmica (a cavallo tra due decenni, a Reggio Emilia) è stata apprezzata - anche con identificazione - in maniera così allargata?
Il mito dell'Emilia Rossa si è rivelato molto più radicato e forte di quanto potessimo pensare all'inizio del nostro percorso e, inaspettatamente, più lontano vai da chi con quel mito si deve confrontare quotidianamente e più quel mito è forte. Poi succede che chi arriva qui dal Molise o dal Friuli scopre che i compagni emiliani il socialismo se lo sognavano come chiunque altro, ma nel frattempo non avendo di meglio da fare hanno realizzato un bel po' di socialdemocrazia. Col senno di poi, sinceramente, grazie lo stesso. Avercene.
Per come le avete vissute, quali credete che siano state le ragioni del fallimento di un modello?
Se si parla del "modello emiliano", Max non crede che sia fallito. Essendo un modello inconfessabilmente socialdemocratico ha funzionato benissimo per quasi cinquant'anni. Per lui ora le crepe ci sono, però quell'esperienza ha consegnato all'oggi non solo lavoro e benessere ma anche valori di socialità e solidarietà fortissimi, ancorché scricchiolanti. Invece le ragioni del fallimento, per me Daniele, sono da ritrovare nel successo stesso, da queste parti. In una sorta di perdita dell'anima. Nell'incapacità di esportare. Nell'impossibilità di capire che se il faro l'hai sotto casa non è fruttuoso perdersi in piagnistei luttuosi per la cessata attività di uno che non ti ha mai realmente illuminato la via.
Vi sentite orfani, sconfitti, traditi o cosa?
Enrico è figlio di sè stesso, autodidatta. Per Daniele si può parlare più che altro di abbandono. Io Max certamente mi sento orfano del Pci. Mi manca un punto di riferimento credibile, forte, ospitale, aperto. Non che fosse ‘sto paradiso, ma di certo era un luogo di sintesi responsabile, dove il gruppo dirigente che ne usciva era quasi sempre figlio di una forte selezione. Oggi la politica mi appare priva di qualunque fascinazione e non c'è né un partito né una figura che abbiano su di me una attrattiva realmente significativa. Ho ammirato fin dai tempi della Fgci Nichi Vendola e Pietro Folena, oggi entrambi nel Prc, ma credo sia più una questione di stima personale che altro. Gli eventi recenti mi fanno pensare che qualcosa nella sinistra di questo paese dovrà pur succedere. In Spagna è bastato un normale, banale, razionale, sereno ed onesto socialista come Zapatero a garantire due legislature laiche, democratiche, antifasciste. Butta via…
Cosa ne pensate oggi di quell'album politico di famiglia, quell'immaginario col quale siete cresciuti e che avete testimoniato?
Tutto il bene possibile perché, dove siamo nati e cresciuti, quell'immaginario, quella prospettiva, quella voglia di un mondo migliore ha fatto della nostra terra un luogo per certi versi straordinario senza farci perdere un briciolo di umanità e di libertà. A qualcuno questa cosa la dobbiamo. Ci piace pensare che sia stato grazie a quell'album di famiglia poi liberamente interpretato.
La vostra memoria è un ricordo inerte o ha elementi che meritano un recupero o uno sviluppo?
Non siamo un gruppo di nostalgici, anche se i riferimenti musicali, sociali e politici in parte potrebbero giustificare questa semplificazione. Non ci limitiamo ad un mero rivivere cose che non ci sono più, perché c'è sempre il tentativo di rendere ciò che era con gli occhi del bambino di allora, assieme a quelli disincantati ed autoironici dell'adulto di oggi. Le nostre canzoni non sono solo cartoline dal passato, ma anche un involontario tentativo di comprendere come sia potuto accadere il presente.
«Ci hanno davvero preso tutto» (dal finale del brano "Tatranky", ndr)?
Qualcosa, forse, ce lo restituiranno. Ma temiamo che prima dovremo prendere tutto il capitale in ostaggio. Al momento mi pare un compitino un po' fuori dalle nostre possibilità.
In riferimento alla canzone "Sensibile" su Francesca Mambro: in tempi di smemoratezza, confusione, «uso sconsiderato del vocabolario», l'identità e l'ironia fanno la differenza?
La differenza la fa un minimo sindacale di sincerità in quello che fai, dici e senti.
Il considerarvi "collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti", l'impeto di ribellione, lo stabilire dei limiti, il dissociarvi dall'ambiguità, non vi fa vivere con disagio la "maggioranza silenziosa"?
La "maggioranza silenziosa" è tale da sempre, ergo dovremmo essere sempre a disagio. Non è così, per fortuna. Non avendo più alcuna ambizione di cambiare il mondo ci accontentiamo di osservarlo criticamente, di coglierne storture e sfumature, avendo la percezione di non avere ricette per redimerlo.
Ha senso ora per voi l'impegno politico?
Certo che sì, anche se in forme meno tradizionali che in passato la voglia di politica resta molto grande. A forza di delegare in bianco ci saremo pure accorti che il risultato fa acqua da ogni parte.
Davanti agli occhi «solo le ferite della modernità occidentale», un regime imposto più sottilmente - rispetto ai carri armati - con dollari ed euro. Si autodistruggerà, verrà modificato, qualcuno o qualcosa lo sovvertirà?
Entro pochi decenni il Partito Comunista Cinese governerà il mondo, applicando un modello veramente originale: il massimo della libertà economica con il minimo di libertà politica. Non moriremo democristiani, ma cinesi. Consigliamo vivamente di tirare fuori dalle cantine un bel ritrattone di Mao da mettere in soggiorno, vedrete che presto sarà utilissimo.
L' "ideologia a bassa intensità" di cui vi fate promotori porta risultati a lungo termine?
Non molti, ma crediamo faccia meno danni dell'altra.
10/10/2008
http://liberazione.it/giornale_artic...rticolo=406305




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